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09 aprile 2018

Uomini e donne, giudicate

di Fabio Fuiano
Negli ultimi tempi molti hanno potuto notare uno smarrimento dell’essere umano, il quale non ha più coordinate di riferimento. Vita e morte, bene e male, gioia e dolore sembrano essersi invertite fino al punto di confondersi e di essere interscambiabili. Col dilagare del relativismo è venuta meno la base dell’essere umano , il fulcro, la roccia a cui aggrapparsi durante la tempesta. In un tale panorama viene naturale farsi la stessa domanda di Pilato: quid est veritas? Noi abbiamo un radicale e profondo bisogno di Verità e non lo affermo io, bensì la natura stessa dell’essere umano. Quando ci viene affidato un progetto o ci troviamo in una prova di cui non conosciamo nulla siamo spaesati, impauriti, quasi paralizzati per quello che deve venire: quando mancano la coscienza e la conoscenza della realtà siamo persi, come pellegrini che vagano nel buio della notte e non vedono la meta . Per poter camminare abbiamo bisogno di luce, abbiamo bisogno di certezza, di sicurezza. Ma come fare se la Verità non c’è? Come fare se non ci sono dei punti di riferimento? Persino in tutte le discipline scientifiche è necessaria la presenza di un sistema di riferimento: quando si quantifica qualcosa è cruciale farlo rispetto a qualcos’altro e questo è il principio base della misura delle grandezze che caratterizzano la nostra vita.
Notiamo dunque come si renda necessario per noi leggere la realtà, analizzarla alla luce di ciò che è e non di ciò che vorremmo che fosse . Insomma il lavoro da fare è di analisi, non di sintesi: non possiamo plasmare la realtà a nostro piacimento, secondo i nostri desideri, ma possiamo solo riconoscerla e vivere in armonia con essa. In tal senso il giudizio sulla realtà assume una profonda e radicale rilevanza in quanto è l’unico mezzo che ci è dato per capirla così da potervisi destreggiare. Tuttavia questo costa: ci costa tempo, fatica, sofferenza. E si sa, noi non vogliamo soffrire, non vogliamo spendere tempo, non vogliamo faticare. Proprio per questo siamo bombardati in continuazione da una retorica che ci obbliga a non giudicare, mai, per nessun motivo (non le persone, il che sarebbe anche giusto, ma proprio la realtà). Siamo quasi affogati da un’atonia, spinti a vivere per inerzia, ad essere figure secondarie della nostra stessa vita piuttosto che attori. In virtù di tale logica cerchiamo in tutti i modi di evitarci un giudizio , talvolta anche in maniera inconscia. Ma che vuol dire avere un giudizio? Significa riconoscere i fatti, l’unica sostanza di cui è costituita la realtà .
Facciamo un esempio pratico: un ragazzo entra nel giro della droga. I genitori, persone un po’ assenti e completamente prese dal proprio lavoro non hanno neanche il tempo di parlare col proprio figlio. Capita più soventemente di quanto non si pensi purtroppo. Un bel giorno una professoressa con istinto materno, nota i lividi sul braccio del ragazzo e convoca i genitori per spiegare loro che qualcosa non va. Una volta finito l’incontro la mamma sbatte i pugni sul tavolo: “Non è vero! È impossibile! Mio figlio è un bravissimo ragazzo! Non gli passerebbe neanche per l’anticamera del cervello!”. La professoressa, con sacrosanta pazienza, spiega alla madre che il livido sul braccio è tipico di chi fa uso di sostanze stupefacenti per endovena. Ma la mamma no, non ha tempo, deve lavorare, è una donna in carriera, non può affrontare questo problema, troppo dispendioso, richiederebbe un serio lavoro di genitore che, si sa, con un adolescente è quasi un’impresa. Continua a negare. Disgraziatamente, in una notte di sballo in discoteca, il ragazzo muore di overdose. È stata una sofferenza apprendere che il proprio figlio era entrato nel giro, ma ancor più lacerante è stato dover assistere al suo funerale. In questa mini storia vi sono tre principali protagonisti: il ragazzo, la mamma e la professoressa. Ognuno ha fatto una scelta: il ragazzo ha scelto di drogarsi, la mamma ha scelto di negare questa realtà e la professoressa ha scelto di accoglierla ed avvertire i genitori prima che fosse troppo tardi, andando in senso opposto. Viviamo in un mondo in cui la deresponsabilizzazione riguarda tutti, giovani e adulti.
Noi abbiamo paura della sofferenza ed è per questo che rigettiamo completamente la responsabilità delle nostre decisioni . Lo facciamo tuttavia nell’illusione che ogni nostra azione non comporti una conseguenza. Lungi dall’annichilirsi, le conseguenze rimangono, mentre quello che ci viene tolto è l’esser preparati . Da questo scaturisce una sofferenza ancor peggiore quando la realtà si impone in tutta la sua veemenza sulle nostre vite. D’altra parte, addossandoci il peso della responsabilità, la sofferenza ci colpisce con l’unica differenza che sappiamo come parare il colpo. Ricordiamo: non saremo salvati se continuiamo a scegliere di arrampicarci sugli specchi evitandoci un giudizio sul reale .
 

15 marzo 2018

Irlanda, non mollare!

di Fabio Fuiano e Chiara Chiessi
da universitariperlavita.org
Non molti sanno che in Irlanda, prossimamente, il popolo sarà chiamato ad un referendum per la cancellazione dell’Ottavo Emendamento dalla Costituzione Irlandese: esso riconosce al nascituro gli stessi diritti di ogni altro essere umano, soprattutto quello alla vita. Nonostante il forte stampo pro-vita del paese, dunque, vi sono delle forti pressioni esterne affinché finalmente la cattolica Irlanda si uniformi alla “civiltà” e al “progresso” anche su temi delicatissimi come quello della vita umana dopo aver già incrinato fortemente le posizioni del popolo irlandese sulla famiglia con l’approvazione delle unioni omosessuali nel 2015. Tra i principali antagonisti del favor vitae irlandese si possono annoverare Justin Trudeau, la commissione per i Diritti Umani e l’immancabile George Soros con la sua Open Society Foundations.Tramite quest’ultima sono già stati finanziati tre gruppi pro-aborto in Irlanda, primo fra tutti Amnesty International. L’intenzione è quella di far cadere l’Irlanda per causare un effetto domino che coinvolga finalmente tutti gli altri paesi notoriamente pro-life come la Polonia mostrando così al mondo come non c’è “conservatorismo” che tenga di fronte alla potenza dirompente dei pro-choice. Un serio problema quello dell’Irlanda, aggravato ulteriormente dalla morbida posizione assunta dal ministro irlandese, Leo Varadkar, nei confronti della tematica dell’aborto: sfortunatamente egli, nonostante si definisca pro-life, non ha palesato una grande contrarietà all’assetto attualmente vigente in Canada, secondo il quale l’aborto può essere praticato fino al nono mese (avete capito bene, nono, come prospettava la “cara dolce Hillary Clinton” durante la campagna elettorale contro Donald Trump) e senza molte possibilità di obiezione per i medici. L’ultima speranza rimasta ai bambini in Irlanda è che il popolo non perda del tutto le peculiarità che lo ha contraddistinto finora e che hanno permesso la nascita di moltissime associazioni a difesa della vita.

Abbiamo intervistato a riguardo Maria Madise, direttrice internazionale della “Society for the Protection of Unborn Children”.

Maria quali sono state le reazioni del mondo cattolico al referendum in Irlanda?
I vescovi Irlandesi hanno rilasciato una dichiarazione questa settimana dicendo che abrogare l’Ottavo Emendamento della Costituzione che garantisce un uguale diritto alla vita per la madre e per il concepito, “ lascerebbe i bambini non nati in balia delle leggi permissive sull’aborto che potrebbero essere introdotte in Irlanda in futuro” . La loro dichiarazione diceva inoltre che abrogare l’Ottavo Emendamento sarebbe stato “un passo scioccante” ed “ un’ingiustizia manifesta“. Hanno anche confermato che “ la vita umana inizia dal concepimento. Non c’è una fase successiva nello sviluppo del bambino per cui possiamo dire: fino ad ora il feto non è persona, ed ora è diventato un bambino”.
Comunque, a parte queste reiterazioni che sono le benvenute, il clero sembra essere per la maggior parte silente o eccessivamente ottimista su un risultato pro life al referendum. Senza un chiaro insegnamento, predicazione e guida in questo momento critico, non c’è molto terreno per essere ottimisti. Abbiamo visto che cosa è accaduto nel 2015 al referendum sul matrimonio, quando l’Irlanda un tempo cattolica divenne il primo paese nel mondo ad aver legalizzato il matrimonio omosessuale con un voto popolare.
Tra i laici cattolici, ci sono molte iniziative di preghiera e di digiuno per conservare l’Ottavo Emendamento. Per esempio, abbiamo lanciato una crociata spirituale per chiedere alle persone di pregare e digiunare, offrire altre penitenze e chiedere che siano celebrate Messe per conservare l’Ottavo Emendamento. 30 000 volantini per promuovere questa crociata sono terminati molto rapidamente e le persone li stanno diffondendo nel mondo. Quindi possiamo dire che c’è veramente un movimento spirituale tra i laici cattolici.

Chi vuole promuovere il referendum?
L’Irlanda, con il suo record eccellente di sicurezza nella gravidanza senza ricorso all’aborto, è risorsa di imbarazzo per i promotori delle campagne d’aborto. Contraddice completamente l’argomento che l’aborto in qualche modo aiuti le donne. Secondo le Nazioni Unite, l’Irlanda, senza ricorso all’aborto, è per una madre il luogo più sicuro nel mondo per avere un bambino. Per un bambino è il luogo più sicuro per essere concepito. In molti paesi europei, il grembo materno è statisticamente il luogo più pericoloso! Questo crea nemici potenti. Il miliardario George Soros, per esempio, sta finanziando un piano di 3 anni per sradicare le leggi pro life nel mondo. L’Open Societies Foundations ha come piano quello di colpire l’Irlanda, ed usare l’Irlanda come modello per smantellare il diritto alla vita in altri paesi cattolici.
Nel loro rapporto recente si legge: “Con una delle leggi sull’aborto più restrittive al mondo, una vittoria potrebbe avere un impatto su altri paesi fortemente cattolici in Europa, come la Polonia, e fornire la prova tanto necessaria che il cambiamento è possibile, anche in luoghi altamente conservatori “.
Mentre la maggior parte del mondo si muove nella direzione di aumentare la violenza contro la vita in varie fasi, l’Irlanda pro-vita è un grosso problema per la lobby internazionale pro-aborto, fortemente presente nelle Nazioni Unite ed in altre istituzioni internazionali. È perché l’Irlanda e pochi altri paesi dimostrano che hanno torto.
L’Irlanda è la coscienza dell’Europa. La lobby pro aborto ha bisogno di silenziarla per avere successo. Il governo liberale e la manipolazione nel processo di preparazione al referendum, amplificano internamente la pressione internazionale. I media sono al loro servizio e sembra che non ci sia resistenza, ma questa c’è tra il popolo irlandese.

Sabato 10 Marzo il popolo pro life irlandese prenderà parte alla Marcia per la Vita. Lo accompagniamo con la preghiera, non stancandoci mai, fino all’ultimo respiro, di difendere la verità, il diritto alla vita ed i bambini non nati.

 

05 febbraio 2018

Cedu. Potere di morte ma non di vita

di Fabio Fuiano
Sembra essere divenuta ormai pratica consolidata della CEDU quella di condannare a morte persone innocenti giudicando la loro vita indegna d’essere vissuta. Due sono le cose: o la morte per disidratazione, fame e soffocamento è improvvisamente entrata a far parte dei diritti umani oppure invece dell’acronimo CEDU dovremmo cominciare ad utilizzare CEDD (Corte Europea dei Diritti Disumani). Bando all’ironia, come molti sapranno Ines è una ragazza di 14 anni che ha avuto un arresto cardiaco nel Giugno 2017 e da allora i genitori hanno combattuto perché venisse preservato il suo diritto a vivere. É proprio vero, come osservava lucidamente il professor Eugenio Capozzi, che Charlie Gard ha segnato la fine dell’Umanesimo Occidentale , il cui valore fondante era quello alla vita. Sembra infatti di rivivere lo stesso incubo che hanno vissuto Chris e Connie con l’unica differenza che stavolta la “protagonista” di questa tristissima vicenda non ha un gravissimo deficit mitocondriale ma ha solo avuto un arresto cardiaco, qualcosa da cui ci si può riprendere (in questo caso quindi, oltre che curabile è anche guaribile).
Io ho avuto il piacere e l’onore di conoscere e dare un bacio sulla fronte ad una ragazza, Caterina Socci, figlia del celebre giornalista e scrittore Antonio Socci, la quale ebbe un arresto cardiaco che le causò una mancanza di ossigenazione al cervello per un tempo indicibile (pochi minuti sarebbero stati sufficienti ad ucciderla). Invece il suo cuore ha ricominciato inspiegabilmente a battere e seppur ci siano stati danni a livello cerebrale lei ora vive e tutti possono vedere i progressi che sta facendo nella lenta ma incredibile riabilitazione sulla sua pagina Facebook , che lei stessa gestisce tramite la mamma. Posso assicurare che non ho mai conosciuto una persona più bella, solare, radiosa. Nonostante quello che le è successo e nonostante le innumerevoli difficoltà, questa ragazza è un’esplosione di vita come poche: quasi si potrebbe provare invidia nel vederla, tanto è stupefacente. Non si può fare a meno di pensare, osservando quel sorriso che le illumina il volto e gli occhi: “ma perché lei, in questa condizione, è così felice ed io che dovrei considerarmi sano, senza problemi particolari di salute, non riesco a vivere a pieno la mia esistenza?”. Sarà che la vita eterna di cui parla il Vangelo non la si ottiene secondo i nostri schemi convenzionali? Sarà che forse i parametri con cui valutiamo la dignità e l’indegnità non sono del tutto corretti? Caterina lotta e lo fa grazie alla fede, ad una sua grandissima forza interiore e ad una famiglia che la supporta. Perché negare questo ad una ragazza che ha avuto il medesimo problema? Perché ucciderla? La verità è che noi non vogliamo confrontarci con la sofferenza , ci fa tremendamente paura e ci sentiamo tremendamente in colpa nel vedere che una persona con tali difetti fisici può essere paradossalmente più felice di noi.
Si parla sempre di accanimento terapeutico e lo si adduce come argomentazione principe: l’utilizzo delle macchine, ad esempio per la ventilazione, improvvisamente diviene totalmente sproporzionato rispetto alle condizioni del paziente e quindi si preferisce rimuovere tutto e lasciare che muoia. Chi scrive è uno studente di bioingegneria e il bioingegnere, o l’ingegnere biomedico, talvolta si occupa anche della progettazione di strumentazione biomedicale come, per l’appunto, i ventilatori polmonari che possono respirare al posto del paziente o addirittura coadiuvarlo nel meccanismo della respirazione. L’ingegnere, nel suo lavoro, tenta il tutto e per tutto perché queste macchine siano il più possibile confacenti allo scopo di fornire un supporto vitale, non macchine da tortura. Basti pensare che il ventilatore polmonare è uno strumento progettato perla fine regolazione di tutte le grandezze coinvolte nella respirazione come pressioni e volumi d’aria (e quindi flussi): per fare ciò possiede una miriade di dispositivi di misurazione precisissimi. All’interno di una macchina del genere sono presenti addirittura degli umidificatori per far sì che l’aria che passa all’interno della trachea non secchi le mucose e allo stesso tempo vi sono delle “trappole di condensa” per far sì che non finisca acqua nei polmoni del paziente . Spesso vengono dotati persino di dispositivi che rilevano i tentativi di respirazione autonoma del paziente (ad esempio attraverso una misura di spostamento dei muscoli del diaframma) e avviano un’impostazione di respirazione sincronizzata per cui quando il paziente tenta di respirare la macchina invia il quantitativo d’aria sufficiente così che venga completato l’intero ciclo respiratorio. Vi sono inoltre dei meccanismi che intervengono appositamente affinché tutto il quantitativo d’aria necessario arrivi al paziente senza alcuna perdita, adattandosi perfino all’elasticità dei polmoni dello stesso . Insomma un vero gioiello che integra discipline come la meccanica, la fluidodinamica e l’elettronica per fornire al paziente l’assistenza di cui necessita. Gli ingegneri lavorano perché esso divenga sempre più efficiente ma già oggi posso assicurare che il ventilatore polmonare svolge ottimamente le sue funzioni anche in sinergia con le macchine per anestesia per garantire la migliore resa.
Noi non ci stancheremo mai di operare per la vita e, soprattutto, non smetteremo mai di farlo in nome di una logica “semplice” che aggira il problema e non lo risolve. Se il mondo propone/impone una cultura della morte, noi contrapporremo ad essa una cultura della vita testimoniandola fino all’ultimo respiro , foss’anche attaccati ad una di quelle macchine che si ritengono tanto “sproporzionate”. E i membri della Corte, così come tutti quelli che supportano queste idee perniciose per l’uomo, sappiano che possono anche togliere la vita agli innocenti, ma che Dio è vindice di tutti questi Suoi figli e che essi troveranno in Cristo una Vita che nessuno avrà mai il potere di togliere .

da TheDebeater
 

06 dicembre 2017

Perso il senso della vita rimane solo lo scandalo del dolore


di Fabio Fuiano

Il dolore ci scandalizza perché non sappiamo più dare il giusto valore alla vita. L’argomentazione più forte di chi non crede in Dio è l’esistenza del male, della malattia, della sofferenza. Logicamente questo ci porta a ragionare secondo un criterio di esclusione o quantomeno contraddizione: “ma se Dio è infinitamente buono, perché esiste la sofferenza? La malattia?”. E questa domanda si fa tanto più pressante e dilaniante quanto più osserviamo la sofferenza innocente, quella dei bambini. Basta visitare un reparto di oncologia pediatrica per rimanere col cuore straziato, schiacciato da tanta sofferenza ingiusta. Insomma, una volta capito che il dolore ci scandalizza, dobbiamo capire anche il perché ha questo potere su di noi: purtroppo abbiamo perso il senso della vita e del suo valore e questo lo si può osservare da un ormai diffusissimo favor mortis che ha quasi soppiantato il favor vitae nelle leggi, negli ospedali, nel cuore dell’uomo. Fino al punto da desiderare la morte alla vita per un altro essere umano con una barbarie come l’eutanasia. Perché dico questo? Perché se avessimo una minima percezione di cosa significa e cosa implica la vita, non staremmo qui a discutere se Dio esiste o meno basandoci sul solo parametro della sofferenza. La vita è qualcosa che si fa molta fatica a definire, è quasi un’entità aleatoria che c’è ed è dovuto a tutti che ci sia. Ma il ruolo della sofferenza e della malattia in tutto ciò è quello di ricordarci che no, la vita non è “dovuta”. É semmai un dono che riceviamo gratuitamente, così gratuitamente che neanche ce ne accorgiamo. La domanda vera è: dono di chi? Ecco la domanda giusta (cito un capolavoro della letteratura fantasy, di Asimov). Non abbiamo tempo per domande sbagliate e ancor meno per risposte campate in aria. In genere suggerisco fortemente alle persone di studiare la biologia e la chimica perché, a mio parere, sono delle basi di partenza molto valide per riuscire a percepire la bellezza della vita. Attenzione però, sono basi, non sono la risposta alla domanda fatta pocanzi: lo dimostra il fatto che tantissime persone, medici, infermieri, biologi, che pur avendo studiato gli incredibili meccanismi che ci consentono di parlare, pensare, respirare, sono contro la vita e la odiano fino al punto di sopprimere una vita innocente nel grembo materno usando come argomentazione menate del tipo “prima del terzo mese non è vita”. É necessaria una visione di insieme (e non meramente didattica, o per compartimenti stagni) per riuscire ad intravedere che per ogni sofferenza ci sono altri cento miracoli che camminano. Si, ognuno di noi è un miracolo che fa cose impensabili: vi basti pensare che un mitocondrio (un organello cellulare più piccolo del micrometro) da un po’ di glucosio ricava una fonte energetica che ci permette di fare tutto e invece nel mondo ci si danna l’anima per trovare qualche fonte d’energia alternativa perché andiamo contro all’esaurimento delle risorse petrolifere. Forse è proprio quell’energia sotto forma di ATP che, potenzialmente, potrebbe permettere all’uomo di utilizzare le incredibili risorse del suo cervello per scoprire metodi sempre più efficaci per lenire la sofferenza, anche quella innocente: scoprendo nuove cure partendo dalla base dell’esistente. Questo lo si fa con la vita, certo non con la morte e ancor meno con la pretesa di eliminare totalmente la sofferenza in un delirio di onnipotenza che porta solo alla rovina. Noi non siamo più in grado di fare questo rapporto 1:1 vita-malattia: oggi il “valore” negativo della seconda sorpassa di gran lunga il valore della prima. La malattia si presenta quando le cose non funzionano e noi siamo permeati da una cultura che tende a farci vedere SOLO cose che non funzionano: basti vedere, a titolo d’esempio, i telegiornali che con le loro notizie di cronaca nera mandano di traverso la cena. Il bene immenso che noi riteniamo mera normalità dovuta (e sottolineo quest’ultima parola perché è la chiave di volta), passa giustamente in secondo piano rispetto ad un male così eclatante. Riacquistiamo il senso della vita e riusciremo a ridimensionare anche il senso della morte e del dolore, a dare il “giusto peso”, ricordando sempre che Cristo ha sofferto nella Passione, è morto in Croce, ma poi è davvero Risorto, anche per chi non vuol crederGli.

https://www.thesparklings.it/perso-senso-della-vita-rimane-solo-lo-scandalo-del-dolore/



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04 dicembre 2017

Charlie Gard, Eutanasia di Stato


di Fabio Fuiano

A cinque mesi di distanza dalla sua nascita al cielo, torniamo a parlare del piccolo Charlie Gard e lo facciamo con Assuntina Morresi, che ringraziamo di cuore. Editorialista di Avvenire e scrittrice per l’Occidentale, nonché autrice del libro Charlie Gard, Eutanasia di Stato, appena uscito e acquistabile qui. Sposata, tre figli, è docente di Chimica Fisica presso il dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie dell’Università di Perugia. Dal 2006 fa parte del Comitato Nazionale per la Bioetica, ed è consulente scientifico per il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

Cosa ti ha spinto a scrivere il libro e perché fin dalle prime pagine del libro ci tieni a chiarire che non si tratta solo di un “caso Charlie”?

«Lo sentivo come un dovere, come un atto di giustizia nei confronti di una grande ingiustizia. Non lo definisco come un semplice “caso”, perché il “caso” viene trattato sempre come qualcosa di astratto, un’idea. Invece bisogna ricordarsi che Charlie e i suoi genitori sono persone, non idee, e in quanto tali vanno difese. Per me era importante raccontare quello che era successo e spiegare il senso della loro storia, al di là delle considerazioni di bioetica e diritto, per evitare di parlarne come di un’astrazione accademica. Per questo la modalità del racconto è quasi un diario, un’esperienza. La parte più difficile è rendere consapevoli tutti noi che abbiamo combattuto per Charlie, che la vicenda non sarebbe diventata planetaria senza la nostra mobilitazione, ed è importantissimo che ci si renda conto di che cosa ha scatenato la ribellione: è molto ingeneroso parlare di una semplice “reazione emotiva”. No … è stata una reazione umana. Ci tengo inoltre a precisare che non è stato un “caso” creato ad hoc, per creare un precedente, ma un “incidente”: seguendo la mentalità corrente, quel bambino non doveva vivere. La sua morte era stata ritenuta “normale”, da medici e giudici, secondo il criterio del “best interest”, il suo “miglior interesse”: la vita del piccolo era di qualità così scarsa che era meglio (il miglior interesse) per lui morire, non vivere.»

Qual è a tuo parere dunque, il filo conduttore che lega le storie di Charlie, Eluana Englaro, Terry Schiavo, Welby e dj Fabo e qual è stata la principale differenza?

«Quelli di Terry Schiavo (in parte), Eluana Englaro, Welby e dj Fabo, appunto, sono stati “casi”, nel senso di percorsi sostanzialmente costruiti a tavolino per creare dei precedenti da seguire come esempio, in situazioni analoghe che si sarebbero presentate in futuro. Quello di Charlie, invece, è stato un incidente: i medici del GOSH non volevano che scoppiasse la vicenda e nemmeno se lo aspettavano in virtù della suddetta normalità. Il filo conduttore è la volontà eutanasica: ci sono casi in cui la vita non merita d’essere vissuta, è meglio morire. Ma mentre l’eutanasia generalmente si definisce in un contesto di sofferenza fisica insopportabile (non riesci a placarla in alcun modo e quindi è “meglio” morire), per Charlie non si tratta di una sofferenza incontrollabile di tipo fisico e la logica eutanasica stava nel voler porre fine ad una vita che teoricamente produceva sofferenza a prescindere da un dolore fisico, una vita sofferente perché di scarsa qualità. Per Charlie si è arrivati al punto da non consentirgli di tornare a casa per morire: se gli “esperti” e le istituzioni possono stabilire il tuo massimo interesse, decidendo anche della tua vita e della tua morte, a maggior ragione possono decidere dove e come vivi e muori. Questa mentalità eutanasica è entrata pian piano nella mentalità comune – non si fanno mai grandi salti, per la finestra di Overton – e Charlie è stato una sentinella: ci ha avvertito che siamo già entrati in questa mentalità, e ci ha resi coscienti che probabilmente ci sono state tantissime altre vittime sconosciute di questa logica mortifera

Dunque potremmo dire, effettivamente, che la nuova vicenda relativa ad un altro bambino a cui vogliono “staccare la spina”, Isaiah Haastrup, è emersa anche grazie al piccolo Charlie.

«Assolutamente. Alla fine del libro su Charlie, quando nell’ultimo capitolo descrivo alcune sentenze dei tribunali inglesi, spiego come, in nome dell’autodeterminazione, si va verso una dittatura dei poteri istituzionali, cioè, alla fin fine, dello Stato. Ho accennato a delle sentenze in cui i giudici non hanno tenuto conto della presunta volontà della persona (non più in grado di dare il suo consenso), e di quella manifestata dalla famiglia, sia che esprimessero il consenso a certi trattamenti, sia che lo negassero. Non è dunque, infine, la volontà del singolo a valere, ma il giudizio sulla sua qualità di vita da parte di “esperti”, e questo è terribile. Una volta si dava per scontato il cosiddetto favor vitae, e cioè che la vita fosse il primo fra tutti i diritti, e quindi, nel dubbio, la preferenza era sempre al vivere. Se invece il favor vitae non è più il criterio di giudizio, ma la principale coordinata di riferimento è la qualità della vita, tutto dipende da chi decide, a prescindere dalla volontà della persona interessata. E morire può diventare il massimo interesse.»

Infatti il giudice è una persona che spesso non ha competenze nel contesto in cui deve emettere la sentenza e quindi ricorre al cosiddetto CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio), una persona competente nella materia da affrontare che redige una relazione sulla cui base il giudice emette la sentenza. In questo caso, i CTU del giudice sono stati i medici del GOSH giusto?

«Esattamente. Ad un certo punto nel libro lo scrivo: per Charlie i medici vanno in tribunale dai giudici per chiedere se è corretto staccare i ventilatori e i giudici per deciderlo chiedono ai medici. C’è un evidente corto-circuito: il giudice decide in base alla perizia dei medici e i medici agiscono in base a quello che decide il giudice. In pratica, come si dice a Roma, se la cantano e se la sonano.»

C’è evidentemente una mancanza di oggettività dovuta al fatto che il favor vitae è venuto meno. Prendendo spunto dal libro mi chiedo: a molte persone sembra non essere chiara la differenza tra inguaribile e incurabile, tra assistenza e cura medica, potrebbe essere questa indeterminazione un fattore della deviazione dal favor vitae al favor mortis?

«No, secondo me è una conseguenza. Proprio perché non c’è più il favor vitae, se un paziente è inguaribile allora non è più necessario prendersene cura. Se la vita vale solo a certe condizioni – salute, qualità di vita decente – nel momento in cui quelle condizioni non ci sono più, e non hai prospettive di guarigione, non importa che tu sia curabile, cioè che qualcuno possa prendersi cura di te. Tutto ciò è quindi una conseguenza del valore che viene dato alla vita umana, che adesso, sostanzialmente, si misura dalla “performance” di una persona, e dal suo livello di indipendenza. La confusione sui termini si crea nel momento in cui viene cambiato il sistema di riferimento: non chiedi più se è curabile ma se è guaribile e se non lo è, inguaribile e incurabile divengono la stessa cosa.»

Qual è stata la contraddizione più evidente nella posizione del GOSH durante il contenzioso legale che si è concluso, purtroppo, con la morte del piccolo Charlie?

«Il fatto che i medici del Gosh non hanno dato la possibilità ai genitori di scegliere il medico curante. Alla fine i medici del GOSH hanno voluto prevalere sulle scelte della famiglia: ma non è possibile cancellarla completamente. E poi, in base a cosa i medici del Gosh hanno stabilito di essere migliori di quelli del Dipartimento di Neurologia della Columbia University, dove i genitori di Charlie volevano portare loro figlio? I Gard non volevano certo andare da un ciarlatano, ma come scrivono nella lettera, volevano portarlo in un grande ospedale a livello internazionale, peraltro a spese loro. Perché impedirglielo? La gravità del comportamento dei medici del GOSH sta in questo loro delirio di onnipotenza che li ha persino portati ad imporre l’hospice dove far morire Charlie.… Eppure sappiamo bene che chiunque ha la possibilità di curarsi dove vuole, purchè all’interno della comunità medico-scientifica riconosciuta. Ed è stata grave la totale impunità con cui le autorità inglesi si sono mosse: gli unici a ribellarsi a questa follia siamo stati noi del “Charlie’s Army” (l’esercito di Charlie) sostanzialmente pro-life. Nessuno dei cosiddetti “liberali” che vediamo continuamente gridare e appellarsi alla libertà di cura si è espresso, per il piccolo Charlie: se questi sono i paladini della libertà di cura, Iddio ce ne scampi.»

I media, infatti, come sappiamo hanno provato ad oscurare la mobilitazione che c’è stata per il piccolo Charlie. Qual è l’aspetto principale della mobilitazione che è stato nascosto?

«Innanzitutto le veglie di preghiera. I media tendevano ad oscurare la mobilitazione perché non rispondeva ai soliti criteri: era senza un capo, senza un riferimento politico, senza un riferimento culturale di quelli usuali, del mondo dello spettacolo e dei media. Eravamo semplicemente cattolici, e il Papa e Trump si sono mossi a seguito della enorme mobilitazione popolare, ma non ci sono state altre personalità. Evidentemente a tutti quelli che si riempiono la bocca di partecipazione della società civile, al dunque importa poco della suddetta società civile. Un esempio: i monumenti illuminati di blu (ndr: durante la mobilitazione i sostenitori di Charlie hanno lanciato l’iniziativa di illuminare di blu i monumenti principali di ogni città, una luce di speranza per Charlie. Il Cristo di Rio de Janeiro è stato uno dei monumenti con la luce blu). Se in altre circostanze il Cristo di Rio de Janeiro fosse stato illuminato con i colori dell’arcobaleno (invece che di blu) i giornalisti avrebbero fatto voli pindarici inenarrabili. Dobbiamo essere consapevoli che senza la mobilitazione del Charlie’s Army, la sentinella Charlie Gard non avrebbe mai avuto voce per farsi sentire.»

Tra tutti i divieti del GOSH alla famiglia di Charlie, qual è stato il più eclatante?

«La cosa che ha fatto impazzire tutti è stato l’impedimento alla famiglia di Charlie di portarlo a casa a morire. Sono i condannati a morte a non poter scegliere dove morire. La costrizione di staccare il ventilatore è stata una coercizione terribile sotto tutti i punti di vista, degna di un regime dittatoriale, ma il non poter morire a casa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Inoltre noi abbiamo messo in evidenza le bugie del Gosh – come il fatto che il ventilatore non passava dalla porta o le difficoltà dovute a scale inesistenti nella casa dei Gard.»

In conclusione, quella di Charlie è un’eutanasia di Stato, come la definisci nel titolo stesso del libro. Sarebbe dovuta essere forse la prima domanda, ma come mai hai scelto proprio questa definizione?

«Eutanasia: perché chiamando in causa la sua sofferenza, che non era dimostrabile – peraltro era sedato con morfina per via della palliazione a cui era sottoposto – si è deciso di abbreviarne la vita. E questa è la definizione più generale di eutanasia. Di Stato: perché lo ha deciso lo Stato, imponendolo ai genitori: non sono stati loro a scegliere. Tra l’altro i medici in questo caso hanno usato un concetto di “malato terminale” diverso da quello che solitamente si intende. Con “terminale” indichiamo una persona nell’imminenza della morte: questione di giorni, se non di ore. Loro invece, pur prevedendo per il piccolo sei-nove mesi di vita, intendevano che Charlie poteva solo peggiorare, “terminare” di vivere, appunto, e in quelle condizioni, di conseguenza, quella vita non aveva valore. Se peraltro continuiamo a ragionare in base ad “ipotetiche sofferenze”, non dimostrate ma probabili, andrebbero “terminati” tutti coloro che sono in terapia intensiva – tutti ipoteticamente sofferenti, anche se notoriamente sedati.»

https://www.thesparklings.it/charlie-gard-eutanasia-di-stato/



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