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11 dicembre 2019

Un augurio natalizio guareschiano

Nei 10 anni di Messa

di Samuele Pinna

Un gruppo di ex-parrocchiani, come si suol dire, sono venuti a trovarmi a motivo di un mio anniversario sacerdotale. A loro, e adesso per chi vorrà leggere, lascio il mio speciale augurio natalizio, speciale perché mi servo delle parole e della fantasia di Giovannino Guareschi.

Dieci anni di Messa, così si conta il tempo per un prete. E devo ammettere che oggi, forse più che del don Camillo di Giovannino o del parroco di Lamotte la vita prosegue, nella sua imprevedibile monotonia, alla stregua del parroco di campagna di Lisi. Nulla a che vedere con il tormento sperimentato dal curato di campagna di Bernanos, anche perché nella città di sant’Ambrogio la campagna è quasi impossibile da trovare; semplicemente non esiste. Tuttavia, c’è la grazia, che si scopre nei luoghi in cui uno cerca di fare bene il sacerdote. Nessun grande scossone, quindi, anche se, nella mia ultima destinazione, ho potuto e posso “esercitare il ministero”, come si dice nell’ecclesiasticamente corretto. Non avendo, se non alla lontana, da stare dietro e accordare mille teste, iniziative e ragionamenti spesso sragionati, sovente poco patinati di quel nonsoché di cristiano, è più facile fare profonde e durature amicizie spirituali. Certo, non mancano fregature o errori, ma questo è parte della vita.

Ho avuto, però, la ventura di tanti incontri ecclesialmente avvincenti e laicamente consolanti, ma più di ogni altro la grazia di osservare nel mio angolo di paradiso (che è pur sempre un purgatorio sulla terra!) dove il nostro mondo al contrario sta sprofondando. Si può fingere con chiunque, persino con se stessi, ma poi uno sprazzo di lucidità, dono dall’alto, ti raggiunge. È il tempo dell’onestà o, come si dice – ma a me non piace –, “di bilanci”. C’è poco infatti da bilanciare, bisognerebbe invece armonizzare. Cosa tutt’altro che scontata. Per capire e rimeditare sui fatti dell’oggi mi son fatto aiutare da chi ne sa: da filosofi e teologi celebri (e forsanche un poco dimenticati) a testimoni assunti a mie spese per rendere interessante il quotidiano. E, da qui, sono nate pagine su pagine, che nel marasma della confusione attuale rimangono sospese, forse – mi convinco nella mia candida ingenuità – apprezzate da qualcuno, sicuramente poco lette. Il guadagno, d’altronde, è stato innanzi tutto scriverle e, per il resto, buona notte al secchio! Ma è inutile parlar troppo di se stessi, se non per ringraziare per la fortuna, altra “grazia” davvero, di aver del tempo per cercare di capire, senza riuscirci fino in fondo e allenarsi così nella virtù più umile di tutte, che è la stessa umiltà. Inutile o poco producente farlo in solitudine, mentre se aiutati non solo vi è del lecito ma pure è buona cosa. E, quindi, si deve partire e andar a scovare chi, con rara genialità, possa dirci qualcosa di imperituro.

Mi sono, pertanto, imbattuto in un triste fatto d’odio letterario (non così dissimile dal reale) e subito ho pensato quanto oggi sia presente in abbondanza nelle nostre esistenze. Pur se la nostra società, in un complesso di contraddizioni, vuol eliminare tutto l’odio possibile e immaginabile con forme che se non sono d’odio poco si avvicinano. Nell’odierno panorama spesso s’imbavagliano coloro che, in nome del politicamente corretto, non ragionano come te (del resto è la democrazia di matrice comunista a stabilire che puoi dire tutto tranne quello che non devi proprio dire!). Cortocircuiti di chi rifiuta il trascendente per costruire nuove divinità alla giornata o, tutt’al più, à la page. Sicché, non sono rimasto tanto stupito nel costatare che pure nel mondo piccolo guareschiano può succedere un triste fatto di odio: questa è la storia che desidero lasciare (più d’interesse delle mie poco emozionanti vicende) quale augurio per un vero rinnovamento interiore (e non solo). Del resto, sostiene con convinzione Giovannino: «Per noi della vecchia generazione, pure disincantati da guerre e relativi dopoguerra, nonché da altre esperienze, il traguardo sentimentale di ogni anno rimane il Natale. Natale è per noi la tappa annuale del lungo e duro cammino: l’albero frondoso all’ombra del quale, usciti dalla strada assolata e polverosa, ci fermiamo un istante per raccogliere le nostre idee, i nostri ricordi, e per guardarci indietro. E sono assieme a noi i nostri cari: i vivi e i morti. E nel nostro Presepino d’ogni Natale rinasce, col Bambinello, la speranza in un mondo migliore» (Autobiografia, p. 606).
In un episodio del Don Camillo, si racconta che il Pizzi era stato freddato da uno degli uomini di Peppone, il quale si trovava, solo, in casa sua per intimidirlo. Né il Sindaco né la moglie del morto ammazzato avevano visto l’assassino, ma il figlio sì! Ed era andato a confessarlo a don Camillo. E che poteva fare quel carrarmato in talare se non scuotere l’opinione pubblica con un gesto di forza erculea? Non si doveva dichiararlo apertamente, certo, per non sbugiardare nessuno, ma sapendo che non era stato un suicidio quello del Pizzi, come tutti avevano notificato, l’inossidabile Parroco aveva voluto svolgere i funerali in chiesa. Il risultato fu di tirarsi dietro le ire del paese intero. Alla fine, davanti alla chiusura dei cuori, non c’era altro da fare che scrivere e buttar lì, su un giornale creato ad hoc, riflessioni atte a risvegliare le coscienze, soprattutto dei “rossi”.

Dopo l’uscita del suo giornaletto – si legge nel racconto La paura continua –, don Camillo si trovò solo.
«Mi pare di essere in mezzo al deserto» confidò al Cristo. «E non cambia niente anche quando ho intorno cento persone, perché essi sono lì, a mezzo metro da me, ma fra me e loro c’è un cristallo spesso mezzo metro. Sento le loro voci, ma è come se venissero da un altro mondo.»
«È la paura» rispose il Cristo. «Essi hanno paura di te.»
«Di me?»
«Di te, don Camillo. E ti odiano. Vivevano caldi e tranquilli dentro il bozzolo della loro viltà. Sapevano la verità ma nessuno poteva obbligarli a sapere, perché nessuno aveva detto pubblicamente questa verità. Tu hai agito e parlato in modo tale che essi ora debbono saperla, la verità. E perciò ti odiano e hanno paura di te. Tu vedi i fratelli che, quali pecore, obbediscono agli ordini del tiranno e gridi: “Svegliatevi dal vostro letargo, guardate le genti libere; confrontate la vostra vita con quella delle genti libere!”. Ed essi non ti saranno riconoscenti, ma ti odieranno e, se potranno, ti uccideranno perché tu li costringi ad accorgersi di quello che essi già sapevano ma, per amor di quieto vivere, fingevano di non sapere. Essi hanno occhi ma non vogliono vedere. Essi hanno orecchie ma non vogliono sentire. Sono vili ma non vogliono che nessuno dica loro che son vili. Tu hai resa pubblica una ingiustizia e hai messo la gente in questo grave dilemma: se taci, tu accetti il sopruso, se non lo accetti devi parlare. Era tanto più comodo poterlo ignorare, il sopruso. Ti stupisce tutto questo?»
Don Camillo allargo le braccia.
«No» disse. «Mi stupirei se non sapessi che, per aver voluto dire la verità agli uomini, Voi siete stato messo in croce. Me ne dolgo semplicemente.»
A questo punto, l’assassino tenta di uccidere anche il Parroco di quel mondo piccolo, ma il suo colpo non andrà a segno per via di un miracolo, anche perché, dopo quel primo sparo, “qualcuno” gli aveva mandato addosso una sventagliata di mitra, pur lasciandolo illeso:

Nei paesi in riva al fiume il silenzio sgomenta perché in esso si sente la minaccia. Don Camillo passava con cura il pennellino sul legno della croce e vedeva la mano del Cristo trapassata dal chiodo. Gli parve a un tratto che quella mano si animasse. In quell’istante un colpo fece rintronare la chiesa. Qualcuno aveva sparato dalla finestra della cappelletta di fianco. Abbaiò un cane, poi abbaiò un altro cane. Si udì, lontana, una breve raffica di mitra. Poi ritornò il silenzio.
Don Camillo guardò sgomento il viso del Cristo.
«Gesù» disse. «Io ho sentito la Vostra mano sulla mia fronte.»
«Tu vaneggi, don Camillo.»
Don Camillo riabbassò gli occhi e li fissò sulla mano attraversata dal chiodo. Poi si sentì come un brivido e lasciò sfuggirsi dalle dita il barattolo e il pennellino. Il polso del Cristo era stato trapassato dalla palla.
«Gesù» disse ansimando «Voi mi avete respinta la testa e avete ricevuta nel braccio la palla che era diretta a me!»
Peppone stesso percepisce lo sgomento generale quando il paese intero è sotto scacco da questo omicida sconosciuto e la diffidenza prende tutti, anche tra i suoi più fidati come il Brusco. Il Sindaco, allora, si sente come in galera e si reca in canonica da don Camillo, il quale, con il Natale alle porte, sta ritoccando le statue del presepe.
Peppone si sedette – è scritto in Giallo e rosa – mentre don Camillo riprendeva le sue faccende e tutt’e due tacquero per un bel po’.
«Vecchio Dio!» esclamò a un tratto Peppone con rabbia.
«Non avevi altro posto che venire in canonica per bestemmiare?» si informò calmo don Camillo. «Non potevi bestemmiare mentre eri alla sede?»
«Non si può più neanche bestemmiare, in sede!» borbottò Peppone. «Perché, anche se uno bestemmia, deve dare delle spiegazioni.»
Don Camillo prese a ritoccare con la biacca la barba di San Giuseppe.
«In questo porco mondo un galantuomo non può più vivere!» esclamò Peppone dopo un po’.
«E cosa ti interessa?» domandò don Camillo. «Sei forse diventato un galantuomo?»
«Lo sono sempre stato.»
«Oh bella! Non l’avrei mai immaginato.»
Don Camillo continuò a ritoccare la barba di San Giuseppe. Poi passò a ritoccargli la veste.
«Ne avete ancora per molto tempo?» si informò Peppone con ira.
«Se mi dai una mano in poco si finisce.»
Peppone era meccanico e aveva mani grandi come badili e dita enormi che facevano fatica a piegarsi. Però, quando uno aveva un cronometro da accomodare, bisognava che andasse da Peppone. Perché, è così, sono proprio gli omoni grossi che son fatti per le cose piccolissime. Filettava la carrozzeria delle macchine e i raggi delle ruote dei barrocci come uno del mestiere.
«Figuratevi! Adesso mi metto a pitturare i santi!» borbottò. «Non mi avrete mica preso per il sagrestano!»
Don Camillo pescò in fondo alla cassetta e tirò su un affarino rosa, grosso quanto un passerotto, ed era proprio il Bambinello. Peppone si trovò in mano la statuetta senza sapere come e allora prese un pennellino e comincio a lavorare di fino. Lui di qua e don Camillo di là dalla tavola, senza potersi vedere in faccia perché c’era, fra loro, il barbaglio della lucerna.
«È un mondo porco» disse Peppone. «Non ci si può fidare di nessuno, se uno vuol dire qualcosa. Non mi fido neppure di me stesso.»
Don Camillo era assorbitissimo dal suo lavoro: c’era da rifare tutto il viso della Madonna. Roba fine.
«E di me ti fidi?» chiese don Camillo con indifferenza.
«Non lo so.»
«Prova a dirmi qualcosa, così vedi.»
Peppone finì gli occhi del Bambinello: la cosa più difficile. Poi rinfrescò il rosso delle piccole labbra.
«Vorrei piantare lì tutto» disse Peppone. «Ma non si può.»
«Chi te lo impedisce?»
«Impedirmelo? Io piglio una stanga di ferro e faccio fuori un reggimento.»
«Hai paura?»
«Mai avuto paura al mondo!»
«Io sì, Peppone. Qualche volta ho paura.»
Peppone intinse il pennello.
«Be’, qualche volta anch’io» disse Peppone. E appena si sentì.
Don Camillo sospirò anche lui.
«La pallottola mi è passata a quattro dita dalla fronte» raccontò don Camillo. «Se non avessi tirato indietro la testa proprio in quel momento, ci rimanevo secco. È stato un miracolo.»
Ora Peppone aveva finito il viso del bambinello e stava ripassando il rosa del corpo.
«Mi dispiace di averlo sbagliato» borbottò Peppone. «Ma ero troppo lontano e c’erano di mezzo i ciliegi.»
Don Camillo fermò il pennello.
«Me l’aspettavo» spiegò Peppone. «Da tre notti avevo mandato il Brusco a girare attorno alla casa del Pizzi per via che l’altro non facesse fuori il ragazzo. Il ragazzo deve aver visto chi ha sparato dalla finestra contro suo padre e l’altro lo sa. Io intanto giravo attorno a casa vostra. Perché ero sicuro che l’altro sapeva che anche voi sapete chi ha sparato sul Pizzi.»
«L’altro chi?»
«Non lo so» rispose Peppone. «Io l’ho visto di lontano avvicinarsi alla finestra della cappelletta. Ma non potevo sparargli prima che facesse qualcosa. Appena ha sparato ho sparato anch’io. L’ho sbagliato.»
«Sia ringraziato Dio» sospirò don Camillo. «So come spari e allora posso dire che sono stati due i miracoli.»
«Chi sarà? Lo sapete soltanto voi e il ragazzo chi è.»
Don Camillo parlò lentamente.
«Sì, Peppone, lo so, ma nessuna cosa al mondo può farmi violare il segreto della confessione.»
Peppone sospirò e continuò a pitturare.
«C’è qualcosa che non va» sospirò a un tratto. «Mi pare che tutti mi guardino con altri occhi, adesso. Tutti, anche il Brusco.»
«Anche al Brusco sembrerà così, e anche agli altri. A tutti gli altri. Ognuno ha paura dell’altro e ognuno, quando parla, è come se sentisse di doversi sempre difendere.»
«Perché questo?»
«Non facciamo della politica, Peppone.»
Peppone sospirò ancora. «Mi sento come in galera» disse cupo.
«C’è sempre una porta per scappare da ogni galera di questa terra» rispose don Camillo. «Le galere sono soltanto per il corpo. E il corpo conta poco.»
Oramai il Bambinello era finito e, fresco di colore e così rosa e chiaro, pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone. Peppone lo guardò e gli parve di sentir sulla palma il tepore di quel piccolo corpo. E dimenticò la galera. Depose con delicatezza il Bambinello rosa sulla tavola e don Camillo gli mise vicino la Madonna.
«Il mio bambino sta imparando la poesia di Natale» annunciò con fierezza Peppone. «Sento che tutte le sere sua madre gliela ripassa prima che si addormenti. È un fenomeno.»
«Lo so» ammise don Camillo. «Anche la poesia per il Vescovo l’aveva imparata a meraviglia.»
Peppone si irrigidì. «Quella è stata una delle vostre più grosse mascalzonate!» esclamò. «Quella me la dovete pagare.»
«A pagare e a morire si fa sempre a tempo» ribatté don Camillo.
Poi, vicino alla Madonna curva sul Bambinello, pose la statuetta del somarello.
«Questo è il figlio di Peppone, questa la moglie di Peppone e questo è Peppone» disse don Camillo toccando per ultimo il somarello.
«E questo è don Camillo!» esclamò Peppone prendendo la statuetta del bue e ponendola vicino al gruppo.
«Bah! Fra bestie ci si comprende sempre» concluse don Camillo.
Uscendo, Peppone si ritrovò nella cupa notte padana, ma oramai era tranquillissimo perché sentiva ancora nel cavo della mano il tepore del Bambinello rosa. Poi udì risuonarsi all’orecchio le parole della poesia che oramai sapeva a memoria.
«Quando, la sera della Vigilia, me la dirà, sarà una cosa magnifica!» si rallegrò. «Anche quando comanderà la democrazia proletaria le poesie bisognerà lasciarle stare. Anzi, renderle obbligatorie!»
Il fiume scorreva placido e lento, lì a due passi, sotto l’argine, ed era anche lui una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per arrotondare e levigare il più piccolo dei miliardi di sassi in fondo all’acqua, c’eran voluti mille anni. E soltanto fra venti generazioni l’acqua avrà levigato un nuovo sassetto.
E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l’ora su macchine a razzo superatomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino.
Il mio augurio e il mio grazie è, infine, che possiate ancora commuovervi davanti a quel Dio che si fa uomo per portare ogni sua creatura a salvezza, a una vita sensata, a un bene più grande, alla gioia piena e feconda.
 

05 dicembre 2019

Perché fare il presepe

di Giuliano Guzzo
Luminarie, mercatini, babbi natale, renne plastificate, abeti, finta neve: come ogni anno in questo periodo, per le vie delle città c’è un po’ di tutto. E nell’aria aleggia ovunque, gustoso, il profumo di caldarroste e vin brulé. Ciò nonostante nulla, davvero nulla, riesce ad affascinarmi come il caro vecchio presepe. Che, oltre ad essere riproduzione dell’essenza natalizia – no Gesù Bambino no party -, è un magnifico paradosso. Infatti, salvo rari casi il presepe è un mondo in miniatura: eppure ammirandolo, contemplando quella grotta avvolta sempre dal gelo e spesso dall’indifferenza, è impossibile non ricavarne la consapevolezza che quello davvero piccolo, in fondo, non sia quel mondo ma il nostro.

Piccolo è infatti il nostro affannarci per cose che mai potranno darci alcunché che valga un milionesimo del Natale, quello vero. Quello che il politicamente corretto vorrebbe rimpiazzare con insulsi surrogati, tipo «la festa dell’Inverno». Quello che si può assaporare allestendo un presepe che, per quanto miniaturizzato, sarà comunque portatore di gioia enorme, al cui confronto un conto corrente a dieci zeri e lo spread a zero sono nulla. Certo, per procurarsi le statuine di Giuseppe, Maria e Gesù occorre esser cristiani. Ma son anche convinto che il decidersi a dedicare, con muschio e paglia, un angolo di casa alla Betlemme che fu faccia tornare cristiani: provare per credere. Quest’anno più che mai, allora, non fate chiasso, non fate follie, non fate code. Fate il presepe.


 

18 dicembre 2018

Che solfa, il presepe immigrazionista

di Giuliano Guzzo
Oh no, pure qui. Dopo quello dello scorso anno a Castenaso, paese alle porte di Bologna, e quello allestito pochi giorni fa alla Casa della Carità di via Brambilla, a Milano, pure a Trento – evviva l’originalità – è approdato un presepe immigrazionista, con Giuseppe, Maria e il Bambinello su una zattera avvistata alla chiesa del Santissimo, in corso Tre Novembre. La strumentalizzazione è chiara ed è altrettanto chiaro che di immigrazione, ormai, sermoneggiano tutto l’anno le Ong, il sindaco di Riace, Baobab Experience, padre Zanotelli, Saviano, Emma Bonino, Laura Boldrini, Sergio Mattarella, Roberto Fico, Pamela Anderson, eccetera.

Invece di Gesù Bambino si parla solo adesso, quando ancora se ne parla: è troppo chiedere di tenere distinte le cose? Si deve sempre e comunque buttarla in politica? Dopotutto, il presepe è invenzione di san Francesco d’Assisi, che in tema di povertà era leggermente più credibile di chi oggi fa l’accogliente, sì, ma con i quartieri degli altri. Eppure manco il Poverello sentì il bisogno di fare del Natale un manifesto di accoglienza, sapendo che come segno d’Amore già basta e avanza: pretendiamo di saperne forse più di lui? Chiedo, sapendo che non avrò risposte. Poco male. L’unica Risposta di cui davvero ho bisogno m’arriva, in silenzio, dal mio presepino in legno.


 

31 dicembre 2017

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: la culla di Gesù (Parte LXXIV)


di Alfredo Incollingo

Nei sotterranei della “Cappella Sistina” che si apre nella navata destra della basilica di Santa Maria Maggiore, è conservato il presepe più antico attualmente conosciuto. Venne realizzato nel marmo dallo scultore e architetto toscano Arnolfo di Cambio tra il 1288 e il 1291, su commissione di papa Niccolò IV: è tuttora costituito dalle statue dei tre Re Magi, da quelle della Madonna con il Bambino Gesù in braccio e di san Giuseppe e dalle raffigurazioni dell'asino e del bue e ha subito nel  corso del tempo modifiche nella loro disposizione e nelle fattezze somatiche.
L'intero allestimento fa da cornice ad una preziosa reliquia conservata in quella cappella: la culla dove Gesù venne adagiato dopo la nascita. Secondo la tradizione popolare, fu un papa di origini palestinesi, Teodoro, a portarla a Roma da Betlemme nel 643, forse per salvarla dai trafugatori e dalle prime avvisaglie dell'espansionismo arabo. Altri fonti, invece, raccontano che i pellegrini romani, che ritornavano dalla “Terra Santa”, portavano con sé ogni volta pezzi di legno della mangiatoia, fino a quanto si riuscì a riassemblarla a Roma. Già a partire dal V secolo i papi allestivano nella basilica una rappresentazione rudimentale della “Natività”, impreziosita successivamente dalla sacra reliquia, che venne sostituita dal pregevole presepe di Arnolfo di Cambio. Da allora la basilica venne ribattezzata Santa Maria ad “Praesepem”, che in latino vuol dire “mangiatoia”, in riferimento alla culla del Bambino Gesù.
Il viaggio continua.



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21 dicembre 2017

A Monterano, un presepe vivente nel borgo di Sisto IV

di Alfredo Incollingo
A pochi chilometri da Bracciano, in provincia di Roma, vi è il suggestivo paese di Canale Monterano, immerso nella campagna della Tuscia laziale. Il borgo offre non solo ristoro fisico, per gli amanti della storia, della natura e della buona cucina, ma anche il giusto sollievo spirituale.

Nella frazione di Montevirgilio, dal Seicento, si trova un eremo dei Padri Carmelitani Scalzi, che è frequentato da quanti cercano una religiosa solitudine. Ogni anno gli abitanti di Carraiola, una contrada canalese, organizzano un presepe vivente, tra i più suggestivi dell'Italia centrale. Si svolge nella riserva naturale di Monterano: all'interno del parco vi sono i resti di un antico castello del Cinquecento, che una volta era la residenza dei casati romani degli Orsini, prima, e degli Altieri, dopo. Tra i ruderi dell'antico fortilizio la contrada Carraiola dispone la rappresentazione della Monterano medievale, al centro delle vicende politiche e religiose di Roma e della vicina Viterbo, la Città dei Papi.

Qui soggiornava Sisto IV della Rovere, il papa della Cappella Sistina, per intenderci, ed è un protagonista indiscusso della manifestazione, con annesso il suo corteo papale. In questo scenario naturale e storico così importante prende vita l'antica Monterano, che ha la fortuna di assistere alla nascita del Salvatore. Poco distante dal castello vi è una piana con i resti del monastero di San Bonaventura: al suo interno, vicino ad un grande fico, Giuseppe e Maria hanno sistemato la culla del Bambino Gesù. Così si rivive a Canale Monterano la nascita di Cristo tra squilli di trombe medievali e la popolazione gli rende onore. Il 26 dicembre e il 6 gennaio si potrà visitare il presepe vivente canalese, non a caso ambientato nel medioevo, l'età cristiana per eccellenza!



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06 dicembre 2017

Il futuro è nel Presepe


di Giuliano Guzzo

Non nelle stelle, ma nel Presepe sta il futuro. Quando infatti l’Occidente si ridesterà dall’odierno torpore valoriale, uomini e donne torneranno ad coccolare i neonati anziché i cani, come si vede in una pubblicità Ikea che è l’icona del nostro declino. La vita nascente tornerà così a essere valorizzata e pure le giovani incinte prive di ricchezze e di un luogo dove partorire, seguendo l’esempio di Maria, l’accoglieranno, con l’infanticidio prenatale che tornerà ad essere rigettato quale atto crudele, senza più essere scambiato per progresso. Allo stesso modo, si tornerà a non discutere più la necessaria compresenza, per i figli, di una figura materna e di una paterna, verità cristallizzata nell’immagine presepiale. La stessa isteria femminista tramonterà e non ci si scandalizzerà più se sarà l’uomo, come san Giuseppe, ad esercitare un lavoro considerato maschile, anziché smarrirsi tra depilazione e tentativi di allattamento. Pure il diritto dello straniero a emigrare, che la retorica immigrazionista oggi eleva ad apolidismo obbligato, verrà controbilanciato dalla possibilità del suo pacifico rimpatrio, del quale i magi diedero chiaro esempio. Il Presepe, insomma, è sì dov’è nato Dio, ma pure dove rinascerà l’umanità.

https://giulianoguzzo.com/2017/12/05/il-futuro-e-nel-presepe/



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30 dicembre 2015

Le quote rosa fra i Re Magi.

di Giuliano Guzzo

Sbagliava chi pensava che l’eliminazione dei presepi o quello versione gay–friendly fossero l’ultima parola di un delirio politicamente corretto che, ahinoi, non conosce purtroppo confini e ogni giorno si manifesta in nuove, allarmanti forme. 
L’ultima di queste manifestazioni viene da Madrid dove Manuela Carmena, il sindaco di Madrid di Podemos, il partito di “indignados” di sinistra in ascesa nei sondaggi, ha proposto – e pare fatto approvare – la presenza di due donne fra i Magi in due cortei cittadini, dove Baldassarre dovrà dunque fare a meno di Gaspare e Melchiorre. Desiderio di un presepe più giusto e al passo coi tempi? Voglia di progresso? E’ un’ipotesi poco convincente dal momento che la signora Carmena, per chi non la conoscesse, è la stessa che, non molto tempo fa, tentò direttamente di bandire il tradizionale presepe da Palacio de Cibeles, sede del municipio madrileno. 
Le “quote di genere” fra i Magi, ben lungi dall’essere un elemento migliorativo, sembrano pertanto rispondere anzitutto ad un intento complessivamente demolitore dell’iniziativa che, nel remoto 1223, fu per la prima volta di san Francesco. Senza contare che rimane ancora da capire cosa vi sia mai di oltraggioso, nel fatto che i tre Magi possano essere tutti uomini.
Non rimane allora che esprimere compassione nei confronti delle due figuranti che, in due cortei, interpreteranno Gaspare e Melchiorre con tanto di barbe posticce, prestandosi ad una carnevalata che la dice lunga sugli abissi nei quali è in grado di trascinarci un politicamente corretto che ha in odio non solo tutto ciò che sa di cristiano e di tradizionale, ma lo stesso buon senso. 
Perché quando le istituzioni, anziché risolvere i problemi dei cittadini, sembrano volerne creare di nuovi; quando la politica antepone i capricci astratti delle élites alle esigenze concrete della gente comune, è segno che qualcosa non va. 
Assurdo, d’altra parte, sarebbe vedere nel presepe un simbolo o una rappresentazione maschilista quando al centro, accanto al Bambino, c’è Lei, Maria, giovane donna che per la Chiesa è sia l’unica persona – l’unica – concepita senza peccato sia l’unica persona – l’unica – assunta in Cielo in anima e corpo, oltre ad essere la Madre di Dio, «figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura» commenterebbe Dante. Le “quote di genere” fra i Magi non sono dunque l’idea di chi vuole un presepe diverso ma di chi non ha mai osservato da vicino quello di sempre, rimanendo indifferente a una bellezza che i bambini, con meno cultura e spesso più cuore dei grandi, non hanno mai faticato ad ammirare.
 

18 dicembre 2015

Controstoria del presepe


di Giuliano Guzzo

Il gran parlare che si sta facendo del Presepe può essere una buona occasione – senza nulla togliere, ovviamente, a questa bellissima tradizione che merita di essere continuata e tutelata , per fare un po’ di ordine, storicamente s’intende, sulla Nascita di Gesù. Troppe, specie in queste ultime settimane, sono difatti state le imprecisioni politicamente corrette diffuse da varie fonti circa il fatto che Gesù Bambino sarebbe stato «arabo», «povero» e «migrante»; in quest’ottica il Presepe sarebbe dunque una sorta di simbolo buonista, di icona del multiculturalismo, di denuncia dell’indigenza e di manifesto dell’accoglienza di una famigliola immigrata. Il punto è che tutto ciò, per quanto possa essere ritenuto bello, nulla ha a che vedere con la realtà storica.
Tanto per cominciare il Presepe – se si escludono i Magi – non rappresenta affatto l’incontro fra “culture diverse”, essendo popolato esclusivamente da ebrei. E a ben vedere non avrebbe potuto essere diversamente dal momento che in Giudea, dove com’è noto si trovava la città di Betlemme, gli arabi arriveranno solo poco dopo la morte di Maometto (570-632), precisamente nell’anno 637, con l’invasione musulmana; e comunque, prima degli arabi furono le truppe persiane di Cosroe (570-628), nel 614, non a visitare bensì ad assediare la città. Se si vuole dunque sottolineare l’importanza del fatto che “culture diverse” possano convivere e rispettarsi e auspicare che ciò accada più efficacemente meglio lasciar perdere il Presepe che tutto è stato fuorché una piattaforma multiculturale, come mostra del resto la condotta degli unici “stranieri”, i Magi, i quali – com’è noto – sono andati e poi tornati bellamente in patria: «a casa loro», si potrebbe dire.
Anche se non lo si ricorda spesso, non regge neppure la tesi di Gesù Bambino «povero». Anzitutto perché se ci fosse stata tutta questa attenzione alla povertà san Giuseppe – come ironicamente notava il cardinal Biffi (1928-2015) – ai Magi avrebbe dovuto rispondere: «L’oro non lo possiamo accettare, perché è segno di ricchezza e contamina chi lo dà e chi lo riceve» (Il quinto evangelo, ESD, Bologna 2008, p. 21). Ma è noto che questo non avvenne. L’inconsistenza della povertà di Gesù è suffragata da un altro elemento, vale a dire il censimento che costrinse anche Giuseppe e Maria a compiere un viaggio: ebbene, quel censimento non era, come si potrebbe supporre oggi, una rilevazione statistica della popolazione bensì una registrazione della proprietà terriera e immobiliare per tassarla a favore dell’impero romano.
Se a ciò si aggiunge che a siffatta registrazione erano escluse le donne e i nullatenenti, ne consegue che se Giuseppe – che non risulta affatto fosse disoccupato – era in viaggio proprio spiantato dovesse essere. Senza dimenticare che appare pure plausibile ritenere Gesù Bambino addirittura di origini nobili: il padre, Giuseppe, era infatti «figlio di Davide» (Mt 1,20) e la madre, Maria, era, molto probabilmente, appartenente alla stirpe di Aronne per la sua stretta parentela con Elisabetta senza dover escludere antenati davidici. Al di là di questo, ad ulteriore conferma del fatto che Gesù non fosse povero si può ricordare come, una volta cresciuto, costui tutto fosse fuorché un nullafacente o un “precario”, per usare un termine tristemente attuale rispetto al mondo del lavoro.
Molto interessanti a questo riguardo sono le conclusioni a cui si è potuti pervenire considerando l’insieme delle acquisizioni storiche in questo senso: «Conoscenza delle lingue, abilità professionale, formazione intellettuale offrono un quadro personale sufficientemente delineato per considerare Gesù un imprenditore, tutt’altro che disattento sia nei confronti del mondo esterno sia delle occasioni che si davano per lavorare con abilità e con frutto. Tutto ciò spinge a pensare che il lavoro di artigiano doveva consentire a Gesù di guadagnarsi da vivere e di mantenere la madre dopo la presumibile morte di Giuseppe» (StoriaLibera, 2015; Vol.1:45-100).
A questo punto ci si potrebbe allora domandare come mai, se davvero Gesù non era povero così come non lo era, prima di lui, Giuseppe, sia venuto al mondo – come siamo ormai tutti soliti immaginarlo – in una stalla o grotta oscura, fra bue e asinello. Ora, a parte che di bue e asinello si parla solamente nei vangeli apocrifi, la spiegazione di questo aspetto è molto semplice e soprattutto non riguarda affatto la disponibilità economica di Giuseppe bensì la non disponibilità di alloggi di Betlemme, in quei giorni letteralmente invasa di gente di passaggio in ragione dell’evento poc’anzi ricordato: il grande censimento. Inoltre tecnicamente Gesù non nacque in una vera e propria stalla bensì in un locale d’albergo attiguo al “parcheggio” degli animali di locomozione degli ospiti dell’albergo.
Intendiamoci: non era certo un locale confortevole, anzi, ma il motivo – urge ribadirlo – per cui Giuseppe e Maria non trovarono rifugi migliori non era economico ma alberghiero: le stanze erano tutte occupate e Maria non poteva aspettare, di qui la scelta poco solenne ma obbligata di partorire dove partorì. Tuttavia, se proprio si vuole ragionare, con riferimento al Presepe, sulla povertà, sulla lontananza dallo sfarzo e sulla scarsa considerazione sociale ha senso farlo con riferimento ai primi testimoni di Gesù Bambino: i pastori. Persone che – nell’ipotesi, così spesso rilanciata, secondo cui i Vangeli non riferiscono il vero e siano mere costruzioni romanzate di ciò che accadde – non solo non dovrebbero comparire per primi davanti a Gesù, ma non dovrebbero neppure essere nominati.
Lo stesso che accadde con la resurrezione, evento le cui prime testimone furono le donne, all’epoca tutt’altro che considerate, e che – con riferimento alla presunta inattendibilità storica dei Vangeli – porta il vaticanista Andrea Tornielli giustamente ad osservare: «Gli inventori del racconto evangelico, della “fiaba” bella e cruenta iniziata con la nascita di Cristo e terminata con la sua crocifissione e resurrezione, sarebbero […] stati così poco accorti da menzionare come primi testimoni, sia della nascita che della risurrezione persone la cui parola nella società giuridica dell’epoca non aveva valore. Personaggi, nel caso dei pastori, persino poco raccomandabili» (Inchiesta su Gesù Bambino, Gribaudi, Milano 2005, p. 146).
Ecco che allora quanto sommariamente ricordato rispetto al Presepe da un lato smentisce i luoghi comuni che vorrebbero Gesù Bambino «arabo», «povero» e «migrante» e, dall’altro, non fa che confermare, per ragioni logiche prima di tutto, l’autenticità del racconto dei Vangeli così sovente contestata. Un’ultima parola, rispetto alla povertà, deve tuttavia essere spesa sottolineando che se, come detto, Gesù non nacque povero – al massimo “da” povero, ma solo per motivi accidentali -, rimane comunque vero che la nascita di quel Bambino fu in effetti un segno della “povertà di Dio” che in questo modo scelse, incarnandosi del tutto gratuitamente come creatura mortale, di offrirsi all’umanità: in questo senso sì, e solo in questo, il Presepe testimonia una povertà da non inquadrarsi però in termini economici o materiali, perché fu anzitutto Amore.

http://giulianoguzzo.com/2015/12/18/controstoria-del-presepe/
 

09 dicembre 2015

La povertà salvifica della mangiatoia


di Lorenzo Roselli

Si riapre, puntuale come sempre, la sterile polemica natalizia sul Presepe nelle scuole e nei luoghi di lavoro; quasi sempre va detto, ad opera di irreligiosi che si rivelano particolarmente interessati alla sensibilità di studenti e dipendenti di altre confessioni.
Ma non è a questa fokloristica diatriba italiana che vorrei dedicare queste poche righe, bensì su uno speculare ancor più deprecabile, a mio personale parere: quello sulla mangiatoia.
Capita spesso infatti di sentir pronunciare massime da osteria quali: “Cristo è nato clandestino”, “Maria e Giuseppe erano dei fuorilegge”, la Sacra Famiglia “si è recata a Betlemme perché emigrata dalla propria terra”.
Tutto vecchio repertorio, insomma, su cui oggi Saverio Tommasi fonda istanze di teologia politica da far impallidire Carl Schmitt.
Eppure Betlemme, come Nazareth, faceva parte della Giudea e i giovani sposi vi si stavano recando per un censimento dell'autorità imperiale.
Nell'episodio evangelico non vi è alcuna traccia della leggenda aurea che molti amano citare con fare erudito, nemmeno nei vangeli apocrifi dell'Infanzia in cui sono narrati alcuni aspetti iconici della Natività, come il bue e l'asino.

Vi è poi chi nel lodevole atto di smontare questi luoghi comuni, si spinge in elucubrazioni altrettanto improbabili secondo cui Giuseppe, in fondo, era proprietario di una falegnameria avviata, Maria di stirpe nobile: Gesù era benestante. Quasi a dire che la povertà in cui Nostro Signore scelse di manifestarsi al Mondo fosse nulla più di un incidente di percorso dovuto alla cattiva organizzazione, magari.
Questo è dimenticare l'autentica povertà raccontata dalla mangiatoia in cui il Re dei Re si è incarnato, negli stessi termini del benpensante di turno.

"Il Natale si fonda su un meraviglioso ed intenzionale paradosso: che la nascita di un senzatetto debba essere celebrata nella casa di tutti" diceva un certo G.K. Chesterton, intendendo con questo che la povertà, la modestia, la vicinanza all'ultimo e all'oppresso sono presenti nel ministero di Cristo fin dalla sua venuta al mondo; ma lo sono per una scelta di perfezione.

Mentre c'è chi battaglia sulle valenze socio-culturali di questa scena testamentaria evidentemente molto scomoda, celebrando nel frattempo una festività nel nome della quale un'azienda pornografica d'Oltreoceano ha persino realizzato un coupon natalizio da scambiarsi in famiglia, mi piacerebbe poter vedere ancora l'Avvento come un periodo di perfezionamento e santificazione.
Vi è in tal senso un passaggio molto significativo dei racconti del Mondo Piccolo di Guareschi, che vede Don Camillo e Peppone alle prese proprio con il presepe parrocchiale:

"Don Camillo pescò in fondo alla cassetta e tirò su un affarino rosa, grosso quanto un passerotto, ed era proprio il Bambinello. Peppone si trovò in mano la statuetta. Senza sapere come, e allora prese un pennellino e cominciò a lavorare di fino. Lui di qua e don Camillo di là della tavola, senza potersi vedere in faccia perché c’era fra loro, il barbaglio della lucerna.
«È un mondo porco» disse Peppone. «Non ci si può fidare di nessuno, se uno vuoI dire qualcosa. Non mi fido neppure di me stesso.»
Don Camillo era assorbitissimo dal suo lavoro: c’era da rifare tutto il viso della Madonna. Roba fine.
«E di me ti fidi?» chiese don Camillo con indifferenza.
«Non lo so.»
«Prova a dirmi qualcosa, così vedi.»
Peppone fini gli occhi del Bambinello: la cosa più difficile. Poi rinfrescò il rosso delle piccole labbra. «Vorrei piantare li tutto» disse Peppone. «Ma non si può.»
…Peppone sospirò ancora.
«Mi sento come in galera» disse cupo.
«C’è sempre una porta per scappare da ogni galera di questa terra» rispose don Camillo. «Le galere sono soltanto per il corpo. E il corpo conta poco.»
Oramai il Bambinello era finito e, fresco di colore e così rosa e chiaro, pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone. Peppone lo guardò e gli parve di sentir sulla palma il tepore di quel piccolo corpo. E dimenticò la galera."

Il Santo Natale a pensarci bene è tutto qui: approcciarci a quella mangiatoia.
Guardarla per dimenticare le nostre afflizioni, i nostri capricci, le nostre debolezze, il nostro orgoglio, i nostri lati più turpi come i nostri pensieri più impuri e abietti. Guardarla per essere edificati e un po' commossi, proprio come Peppone.
 
 

05 dicembre 2015

“I personaggi del presepe erano tutti arabi”. L’ultima sciocchezza dei mentalmente aperti


di Salvatore Cammisuli

Che l’ignoranza dei “mentalmente aperti” fosse pari alla loro spocchia è cosa risaputa, e di cui più non ci stupiamo. Non ci sorprende più di tanto, allora, imbatterci in pagine che nel mare magnum della Rete propongono la buffa teoria secondo cui i personaggi del presepe sarebbero stati tutti arabi, africani o rifugiati. Tutti: Maria, Giuseppe, il Bambinello, i pastori e forse anche gli angeli.

Che diamine ci facessero degli arabi nel presepe non si riesce proprio a capirlo. Nel I secolo arabi sicuramente non ce n’erano, e non solo nel presepe, ma in tutta la Giudea. Se è vero, infatti, che oggi la Palestina è abitata anche da popolazioni di lingua araba, la situazione non era affatto questa duemila anni fa, al tempo della nascita di Cristo, quando tutta la regione era abitata da giudei, samaritani e galilei, a diverso titolo riconducibili tutti all’ebraismo. Ebrei, dunque, non arabi. Provate a dare dell’ebreo a un arabo. Gli arabi verranno molto tempo dopo: in seguito alla distruzione del Tempio (70 d.C.) e all’occupazione romana di Gerusalemme (divenuta colonia romana sotto l’imperatore Adriano, nel II secolo) gli ebrei si dispersero in altre zone e la regione fu occupata dai romani. L’Impero romano, divenuto cristiano al tempo di Costantino (IV secolo) tenne l’odierna Palestina pressoché ininterrottamente fino all’invasione araba del VII secolo. Dunque, ci pare di capire, parecchio tempo dopo la Natività.

In qualche modo riusciamo a spiegare la genesi dell’errore per cui ci sarebbero stati arabi nel presepe. Non si capisce, invece, da dove siano saltati fuori gli africani. E va bene che questa è gente che scambia gli immigrati neri dell’Africa subsahariana per siriani, ma prendere per africani degli ebrei è davvero troppo! Ma forse i nostri amici hanno una qualche reminiscenza della tradizione per cui uno dei Magi sarebbe stato nero. Opinione citata a sproposito, visto che gli altri due, secondo la stessa tradizione, sarebbero stati rispettivamente un bianco e un orientale, a significare che Cristo si è fatto carne per essere adorato dagli uomini di tutta la terra. Gesù fu adorato da tre re provenienti da tutto il mondo; oggi, il laicismo esonera i re e l’auto-razzismo occidentale impedisce di dire che sia venuto anche per i bianchi: il Bambinello rinunci ai Re Magi e si accontenti di tre richiedenti asilo africani.

Veniamo, infine, ai rifugiati, dolce oggetto di tutte le attenzioni dei mentalmente aperti. I rifugiati nel presepe chi sarebbero? Maria, Giuseppe e il Bambinello? Ci duole spezzarvi il cuoricino, ma non erano affatto rifugiati: si trovavano a Betlemme, infatti, non perché scappavano da qualche guerra o persecuzione, ma perché secondo le disposizioni del censimento voluto da Augusto ciascuno doveva essere registrato nella città da cui proveniva la propria famiglia, e la famiglia di Giuseppe era appunto di Betlemme. Ci tratteniamo dal citare i passi del Vangelo che comprovano queste notizie, perché sono cose che sanno anche i bambini dell’elementare.

Dunque, arabi, africani e rifugiati, lungi dall’avere l’esclusiva all’interno della grotta di Betlemme, nel presepe non c’erano proprio. Ma forse chi scrive una cosa simile segue l’usanza napoletana di inserire nel presepe anche figure contemporanee della politica, dello sport e dello spettacolo, e allora magari possiamo trovare anche arabi, africani e rifugiati. Ma allora tanto varrebbe dire che ci fossero anche argentini, visto che nei presepi di questo tipo i napoletani non mancano mai di inserire Maradona. A questo punto, però, si potrebbe sostenere che nel presepe ci fosse chiunque: da Valentino Rossi a Ruby Rubacuori, da Barack Obama al Califfo, o si potrebbe anche far sedere Erode con i signori di Planned Parenthood. Quest’ultima non sarebbe poi un’idea così stramba.

 

30 novembre 2015

Se il cristianesimo è solo un fattore culturale


di Francesco Filipazzi

In questi giorni, dopo la levata di scudi contro il preside di Rozzano che voleva cancellare il Natale dal calendario, abbiamo sentito per l’ennesima volta molte prese di posizione che recitavano più o meno così: “il Natale è parte della nostra cultura e quindi non è accettabile che qualcuno lo voglia cancellare”. Questa argomentazione è alla bisogna valida, ma è estremamente riduttiva e alla lunga può suonare un po’ come le argomentazioni di Slow Food riguardo la carne di cane in Cina. “Mangiare carne di cane è un fattore culturale” disse uno dei principali esponenti dell’azienda, che poi chiese alla platea attonita: “Togliamo la corrida e il Palio di Siena? Possiamo togliere tutto?”.
Il problema è dunque recuperare un’immagine del Cristianesimo e delle feste religiose ben diversa da quella che si vuole proporre. Il “natale corrida”, in un periodo in cui tornano alla ribalta i modelli forti, non è più sufficiente.
Dobbiamo chiederci se siamo cristiani perché la nostra Italia è piena di belle chiese, Manzoni e Dante erano cristiani, i valori cristiani hanno fondato il mondo oppure, al contrario, siamo cristiani perché pur non avendo visto abbiamo creduto? Festeggiamo il Natale solo per i valori materiali che ha prodotto il cristianesimo, oppure lo festeggiamo perché è nato Gesù?
Sembra quasi che sia l'uomo a dare valore a Dio e non viceversa. Una superbia incosciente, sintomo di una mentalità antropocentrica, fin troppo moderna e foriera di tanti errori.
Questo ragionamento, che sembra banale, è in realtà critico per capire la genuinità delle posizioni di coloro che in questi giorni, in modo anche poco composto, se la prendono con l’incauto preside di Rozzano. Il motivo è culturale o spirituale? Il timore è che la questione purtroppo non c’entri molto con la religione, parola che in effetti non viene pronunciata molto, prova ne è che tutti si indignano, ma la sera del 24 le chiese probabilmente non traboccheranno di fedeli. Chi ha chiesto e ottenuto le dimissioni del preside ma non santificherà la festa recandosi a Messa, si dimostrerà solamente un ipocrita ben peggiore del preside stesso.
Eppure, mentre qui si blatera di questioni culturali, in giro per il mondo c’è chi per andare a Messa rischia la vita, persone che Manzoni e Dante non sanno neanche chi siano, visto che non fanno parte della loro cultura. Asiatici e africani non hanno visto la magnificenza delle nostre chiese, ma sono portatori di una Fede ben più viva e sincera della nostra, che li porta a morire per Cristo. Mentre noi che pur vediamo, leggiamo e ascoltiamo materialmente quanto è stato grande il Cristianesimo, prima di farci martirizzare ci penseremmo due volte.
La grandezza del Cristianesimo sta proprio nel non essere un fattore culturale, ma spirituale. Non è locale ma è universale. La Chiesa è una famiglia che accoglie tutti, a prescindere dal loro portato culturale e anzi riesce a far convivere fra loro persone che provengono da contesti diversissimi. Se il Natale fosse questione di natura culturale, in definitiva, non sarebbe cristiano. “L'eterno oggi di Dio è disceso nell'oggi effimero del mondo – spiegava Benedetto nella sua prima omelia natalizia, nel 2005 - e trascina il nostro oggi passeggero nell'oggi perenne di Dio. Dio è così grande che può farsi piccolo. Dio è così potente che può farsi inerme e venirci incontro come bimbo indifeso, affinché noi possiamo amarlo. Dio è così buono da rinunciare al suo splendore divino e discendere nella stalla, affinché noi possiamo trovarlo e perché così la sua bontà tocchi anche noi, si comunichi a noi e continui ad operare per nostro tramite. Questo è Natale: "Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato". Dio è diventato uno di noi, affinché noi potessimo essere con Lui, diventare simili a Lui. Ha scelto come suo segno il Bimbo nel presepe: Egli è così. In questo modo impariamo a conoscerlo. E su ogni bambino rifulge qualcosa del raggio di quell'oggi, della vicinanza di Dio che dobbiamo amare ed alla quale dobbiamo sottometterci - su ogni bambino, anche su quello non ancora nato”.
Altro che fattore culturale, insomma. 

 

30 dicembre 2011

A questo punto aboliamo pure il Natale

di CampariedeMaistre
Circa il fattaccio dell'abolizione del presepe nella cattedrale di Rieti si è già detto e scritto molto. Impeccabili sono gli articoli di Riccardo Cascioli, Antonio Socci e Andrea Tornielli. Pertanto, tornare nello specifico sul tema sarebbe inutile. Vogliamo però sottolineare un aspetto. La scempiaggine compiuta dalla Curia della diocesi di Rieti che, non dimentichiamolo, è la diocesi di Greccio, dove San Francesco ideò il primo presepe, non può non avere un responsabile ultimo.