Il 28
dicembre 2014, con una solenne cerimonia, si è conclusa
ufficialmente la missione Isaf in Afghanistan. Il tono minore della
celebrazione non è sfuggito agli osservatori, e nemmeno ai talebani, che (ormai tornati in possesso di buona parte del territorio
afghano) hanno diramato il giorno dopo un comunicato che festeggia
la sconfitta dell’America, dei suoi alleati e delle organizzazioni
internazionali. Ed in effetti il risultato sembra magro: il paese non
è riappacificato, numerose aree del paese sono tornate in mano a
talebani e signori della guerra tribali, la democrazia afghana sembra
sempre più una caricatura. E’ questo il risultato di una guerra
che ha segnato un’epoca nella storia americana, occidentale e del
nostro immaginario collettivo.
I motivi con cui la guerra fu combattuta erano più che legittimi: all’indomani dell’ 11 settembre, l’Afghanistan offriva riparo al leader di Al Qaeda, Osama Bin Laden nella seconda metà degli anni ’90 aveva mosso guerra agli ex alleati (Al Qaeda era nata per fare la guerra ai sovietici in Afghanistan col benestare di Washington) attraverso un’escalation che con gli attentati dell’ 11 settembre raggiunse il culmine. Si trattava, in sostanza di una maxi-operazione di polizia per catturare il “pericolo pubblico numero 1”. Lo trovarono 9 anni dopo ed in un altro paese, in quel Pakistan che, da una parte, si professava amico degli Usa, dall’altra, da sempre, aveva flirtato coi talebani, di cui aveva in sostanza protetto la nascita. Nel frattempo Bin Laden aveva, probabilmente da un pezzo, smesso di contare alcunché, dopo l’emersione nella galassia qaedista di nuovi leader, i quali, riconciliatisi con gli Usa, stavano preparando nuove imprese col supporto dell’Occidente: “casualmente” alla morte di Bin Laden seguì la sciagurata stagione delle “primavere arabe”.
Regimi laici
e, sostanzialmente, amici dell’Occidente, come Tunisia, Libia ed
Egitto sono stati abbandonati al loro destino non si sa bene perché,
e mentre l’Egitto è entrato in una crisi politica ancora oggi non
risolta, la Libia è sprofondata nel caos ed è diventata terreno di
manovra per svariate organizzazioni fondamentaliste (a pochissimi
chilometri dalla nostre coste…). Anche la laicissima Tunisia ha
rischiato grossissimo di finire in mano a sigle islamiste,
fortunatamente sconfitte nelle recenti elezioni: pericolo scampato…
per ora. Con l’appoggio dichiarato dell’Amministrazione americana
Al Qaeda ha costituito la spina dorsale della rivolta “democratica”
(sic, anzi, sigh!) contro Assad, e da una cellula qaedista,
precisamente quella che fu fondata e, fino alla morte, guidata da Al
Zarqawi (ve lo ricordate, vero? Per un certo periodo tutti i
telegiornali ci aggiornarono ogni sera, come in un avvincente
telefilm d’azione, sulla “caccia all’uomo” per catturarlo…)
è nato il famigerato Stato Islamico.
Il copione
si ripete: un mostro creato dagli americani sfugge al controllo e ci
si trova a dover iniziare una nuova “guerra al terrorismo” per
cercare di “rimediare” ai danni provocati dalla propria stessa,
delirante politica. Forse… La guerra che l’Amministrazione Obama
starebbe conducendo per sradicare l’Isis sta più nei proclami
indignati del presidente che, come un atto d’ufficio, vengono fatti
ogni volta che un nuovo video ci mostra qualche decapitazione, che in
un reale dispiego di uomini e di mezzi.
Lo Stato
della Nato più vicino all’area “calda”, la Turchia, dopo aver
addestrato nelle proprie basi i guerriglieri qaedisti, ora non sembra
molto intenzionata a fermare i propri ex amici. Quando l’Isis, nei
mesi scorsi, ha stretto d’assedio la città curda di Kobane, in
territorio siriano ma a pochi chilometri dal confine turco, il
governo Erdogan si è limitato a tenere in allerta le proprie truppe
alla frontiera, nel caso gli uomini del Califfo l’avessero
minacciata. Gli unici colpi sono stati sparati contro gruppi di
cittadini turchi di etnia curda che cercavano di entrare in Siria per
combattere a Kobane. In effetti, proprio i curdi sembrano essere, al
momento, la vera preoccupazione turca. Con lo sgretolarsi dell’Iraq
il Kurdistan iracheno è di fatto diventato indipendente, i suoi
peshmerga sono l’unica
forza militare che stia effettivamente mettendo in difficoltà Al
Baghdadi & C. e rischia di diventare polo di attrazione per i
curdi sparsi in Siria, Iran e nella stessa Turchia.
La politica
del giovane Bush, per quanto legittimamente discutibile, aveva pur
sempre seguito una sua logica. La sua eredità,
sicuramente pesante, è stata però gestita in maniera francamente
incomprensibile dal suo successore. Nella campagna per le
presidenziali del 2008 gli avversari di Obama avevano ben messo in
guardia dal fatto che il personaggio fosse, in fatto di politica
estera, un perfetto incompetente. Ma il clima di isteria collettiva
indotto dai media su scala planetaria intorno a questo falso Messia
aveva spazzato via qualunque discorso minimamente raziocinante, e il
personaggio, in verità scarsissimo, era stato sospinto alla Casa
Bianca da un’ondata di aspettative palingenetiche tanto esagerata da
essere ridicola.
E qui va
fatta una precisazione: chi scrive è pronto a prendersi i suoi
cinque minuti di pubblico ludibrio per avere, sei anni fa, seppure
per puro disgusto nei confronti dell’ “Obamania”, “fatto il
tifo” per John McCain. In realtà la sconfitta alle presidenziali
(in cui si presentava coscientemente come “candidato a perdere”),
non ha minimamente diminuito la sua effettiva influenza sulla
politica americana, che risiede in ben altro che nel ricoprire
qualsivoglia carica elettiva. Il Nostro è in realtà da molti anni a
capo dell’International Republican Institute, un’ente
sostanzialmente governativo, il cui finanziamento è votato dal
Congresso sotto la voce inerente al Dipartimento di Stato. Lo scopo è
quello di allargare talune attività della CIA creando coordinamenti
con i servizi inglesi, canadesi ed australiani. In questa veste
proprio McCain è stato il regista delle “primavere arabe” e
delle sommosse armate in Libia e Siria, gestendo a volte direttamente
i rapporti con i rispettivi “eserciti di liberazione” (che poi
erano pressoché un tutt’uno con Al Qaeda ed altre sigle affini
come Al Nusra…). E va detto che molte delle sciagurate scelte di
politica estera di Obama sono state prese anche per le forti
pressioni che buona parte dell’opinione pubblica repubblicana ha
esercitato, accusandolo di essere un presidente senza nerbo nella
lotta al “Male”.
Questo
perché sia chiaro a chi si deve la responsabilità del tramonto a
cui l’Occidente sembra andare incontro. Un tramonto di cui il
triste ammainabandiera in terra afghana rappresenta una chiara
epifania.
Pubblicato il 31 dicembre 2014

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