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31 maggio 2020

Cosa sa fare un Re


di Franceo Ressa
Il 19 maggio Carlo, principe ereditario di Gran Bretagna, ha fatto una dichiarazione per chi cerca lavoro dopo le chiusure causate dall’epidemia: “Non dubito che il lavoro in agricoltura, la raccolta di frutta e verdura è poco glamour e a volte impegnativo, ma è di massima importanza e con la pandemia attuale darete un contributo vitale allo sforzo nazionale.”
Un simile discorso può essere fatto solo da chi ha il posto fisso come capo di stato (o vice, in luogo dell’anziana madre). Nessun presidente o uomo politico di una repubblica oserebbe mai. Ne andrebbe del suo gradimento popolare e causerebbe perdita di voti. La gente ci sta a mettere bandiere, cantare inni, persino a sborsare qualche soldino in iniziative di solidarietà, ma giammai vuole sentir parlare di lavoro, specie faticoso.
In Italia si vorrebbe risolvere la questione agricola in diverso modo: legalizzare tutti i clandestini sbarcati in diversi tempi ed attualmente in giro, ma quanti di questi vogliono faticare sui campi ?
Allora viva quel re che non ha paura di dare consigli scomodi, e di lanciare appelli come quello del 1°gennaio: basta persecuzioni contro i cristiani in Sri Lanka. E i presidenti repubblicani e democratici di nazioni cristiane ? Zitti !

 

10 marzo 2020

Uno sputo francese

di Franco Ressa
L’ abbiamo vista tutti, in tutta Europa la scenetta del pizzaiolo italiano che prima starnuta e poi sputa coronavirus sulla pizza che sta cuocendo.
È un’offesa gratuita, o una manifestazione del complesso di superiorità dei francesi ?

Certamente la seconda ipotesi, e quest’aria di spocchia viene da lontano; almeno dal IX secolo con l’incoronazione a imperatore di Carlomagno. Continua con la conduzione del-le crociate, e le leggende dei paladini di Francia come Orlando, i guerrieri di Cristo. Ma la Francia come nazione più cattolica, nel XIV secolo pretenderà la direzione della Chiesa. Il Papa Bonifacio VIII viene catturato e schiaffeggiato dagli sgherri del re di Francia, e lo stesso sovrano costringe il papato al vassallaggio portandone la sede ad Avignone. Non sarà facile per il Pontefice ritornare a Roma, ci vorranno settant’anni e uno scisma della chiesa francese per altri 39 anni.
Appena risollevatasi dall’invasione inglese, la Francia invade l’Italia sotto i re Carlo VIII, Luigi XII, Francesco I, fallisce la dominazione solo con la sconfitta e prigionia di re Fran-cesco a Pavia nel 1525. Coinvolta poi nella riforma protestante, la Francia patisce la guer-ra civile, ma durante il successivo secolo XVII riacquista potenza grazie a due uomini so-lo in apparenza di chiesa, i cardinali Richelieu e Mazzarino. Ancora il potere francese vuole impossessarsi della Chiesa; con la rivoluzione i religiosi vengono costretti ad esse-re dipendenti dello stato, pena la persecuzione, e Napoleone prende prigioniero il Papa, appoggiato dal suo parente cardinale Fesch e dal vescovo spretato il ministro Talleyrand, non rilasciando Pio VII che alla sua caduta militare. Ultima appropriazione del papato nel 1849, quando le truppe di Napoleone III rimettono sul suo trono Papa Pio IX, ma domina-no Roma per vent’anni.

Sull’altra faccia della medaglia ci sono i grandi santi francesi come Bernardo di Chiaravalle, Giovanna d’Arco, Margherita Alacoque, Francesco Saverio, Francesco di Sales, Vincenzo de Paoli, il curato d’Ars, Teresa di Lisieux e altri. Le grandi cattedrali, le famose abbazie come quella di Cluny sono espressioni genuine dello spirito religioso francese. Malgrado tutto ciò, non è mai venuto meno l’”ésprit gaulois”, cioè l’arguzia e licenziosità laicista, come quella di Voltaire e dei suoi scritti. Voltaire sputava sulla Chiesa cattolica e su tutte le altre religioni, da qui discende lo sputo sulla pizza come dissacrazione di un simbolo, quello della tavola italiana.

Certi francesi insomma, credono di vivere ancora ai tempi dell’impero napoleonico, e si permettono queste cadute di gusto e di stile credendo di essere autorizzati a provocare. Attenzione. C’è chi come cristiano porge l’altra guancia alle offese e alle denigrazioni, e chi, di altra fede, non le tollera. Lo abbiamo visto proprio a Parigi con Charlie Hebdo.

 

12 novembre 2019

La fiaba dell'apostolato di Santa Tecla

di Franco Ressa
Un apocrifo è un libro di argomento sacro di contenuto non genuino, scritto a volte dagli eretici, quindi per antagonismo, ma altre volte per troppo zelo verso Cristo o i santi, narrando in tono favolistico imprese da loro non eseguite. Nel secondo caso, pur non servendo alla teologia, questi testi contengono una morale positiva, sono insomma belle fiabe.

Una di queste fiabe religiose prende lo spunto dagli Atti degli Apostoli, e descrive la predicazione di san Paolo nel centro dell’Anatolia, oggi la Turchia, veramente verificatasi negli anni 47-48 (Atti, 13-14). Gli atti di Paolo e Tecla erano stati scritti intorno al 160 da un sacerdote che voleva dare un omaggio al grande apostolo, ma poco dopo il severo teologo cartaginese Tertulliano smascherava la cosa. L’autore, il cui nome non è stato tramandato, ammise di aver lavorato di fantasia, ma ciò non lo mise al riparo dalla punizione di essere retrocesso.

Malgrado questo il racconto ebbe un grande successo nelle comunità cristiane dell’epoca, poiché il personaggio principale, molto accattivante, non è Paolo, ma la convertita Tecla. Tecla è una ragazza di 17 anni, vive ad Iconio (oggi Konya), ed è promessa sposa, ma ascoltando le parole di san Paolo cade in una specie di innamoramento spirituale per la persona dell’apostolo, diventando una sua fedele discepola. Ciò causa la rabbia del fidanzato e della stessa madre, che la credono impazzita, perciò Paolo viene cacciato dalla città e Tecla mendata al rogo come invasata, ma un temporale spegne il rogo. La ragazza esiliata raggiunge Paolo che si è rifugiato in campagna dentro un sepolcro in compagnia di altri simpatizzanti del Cristianesimo. Con questi si trasferisce ad Antiochia di Pisidia (oggi Yalvaç). La ragazza viene notata da un ricco uomo, Alessandro, che credendola una nomade senza casa allunga le mani su di lei, ma Tecla lo respinge con forza; gli strappa il mantello e fa volare via una preziosa corona dalla sua testa. La vendetta del notabile fa sì che la ragazza venga condannata “ad bestias” cioè essere sbranata nell’anfiteatro. Questa sentenza fa infuriare le donne di Antiochia che evidentemente conoscono le prevaricazioni di Alessandro verso il sesso femminile. La più nobile di queste, Trifena, accoglie Tecla in casa sua perché le ricorda la sua figlia morta di recente e sa che nella prigione rischierebbe di essere violentata. Trifena deriva dalla menzione che ne fa san Paolo nella Lettera ai Romani come di una delle prime convertite in Roma. Portata al supplizio, Tecla non ha addosso altro che le pterigi, una specie di minigonna a strisce pendenti come quella dei legionari. Entra nel circo legata sulla groppa di una leonessa, ma la fiera la difende contro gli orsi ed i leoni fino a farsi uccidere. La ragazza allora si lancia nella fossa dove sono tenute le foche. È un rischio perché potrebbero straziarla, ma appena tocca l’acqua esce da lei un lampo che fulmina le bestie. Da adesso Tecla viene circondata da una specie di scudo termico, che non permette a nessun altro animale di avvicinarla. Atterrito, il governatore della città fa togliere la ragazza dall’arena, la libera e la fa rivestire. Trifena adotta Tecla come sua figlia, ma lei ritornerà da Paolo. L’apostolo le affida l’incarico di essere il primo apostolo donna, tornata a Iconio trova il fidanzato morto e la madre pentita. Ripartita si trasferisce a Seleucia di Cilicia (oggi Silifke) sul mar Mediterraneo. Qui Tecla compie miracoli e per richiesta delle donne convertite del posto, organizza un monastero femminile. Morirà poi all’età di 90 anni e verrà sepolta nel suo stesso convento.

È veramente esistita Tecla? A parte le leggende, dopo tre secoli una pellegrina, Egeria o Eteria, nel 383-84 visiterà il monastero fondato dalla santa, ne vedrà forse la tomba, e lo annoterà nel suo diario di viaggio verso la Terrasanta. Il significato del racconto è certamente la protezione di Dio verso i suoi fedeli, ma il maggiore interesse sta nel ruolo preponderante delle donne rispetto agli stessi apostoli uomini. Tertulliano, notoriamente misogino, si lamentava che alcuni cristiani di Alessandria seguendo questo testo rivendicassero la possibilità per le donne di battezzare e di insegnare in chiesa  [come vedete, oggi non c'è nulla di nuovo sotto il sole NDR] (De Bapt., 17). Nei fatti, Tecla non verrà dimenticata, e numerose sono le chiese in Europa a lei dedicate, anche quella che diventerà poi il duomo di Milano. Lo sappiano le femministe: Tecla nella chiesa Ortodossa è dichiarata isoapostolo cioè pari agli apostoli, e protomartire, come prima donna condannata perché cristiana.


 

11 agosto 2019

Templari. I guerrieri di Cristo e la letteratura/2

Di Franco Ressa
Come detto in un precedente articolo, i cavalieri dell’ordine religioso-cavalleresco Teutonico, sono screditati a causa di un film sovietico nei quali appaiono come precursori della Germania nazista che invade la Russia.
Anche stavolta c’è una manipolazione arbitraria della verità storica. L’ordine dei cavalieri Teutonici nasce a seguito della terza crociata; l’esercito imperiale che si dirige verso la Terrasanta si sfascia dopo la morte accidentale del suo capo Federico Barbarossa, i nobili tedeschi non  dimenticano che i Templari hanno dato appoggio ai Comuni del nord Italia contro l’imperatore, sconfitto nella battaglia di Legnano (1176). Ancor oggi diverse città lombarde, piemontesi, liguri, venete ed emiliane hanno come stemma la croce rossa in campo bianco, vessillo Templare. Gli aristocratici germanici non vorrebbero confluire nell’Ordine più anziano, e ne organizzano uno nuovo, con la croce nera anziché rossa sul vessillo, la nuova compagine di frati-cavalieri viene approvata Papa nel 1191.

Dopo i primi anni in Palestina, il nuovo Ordine viene richiesto dal re d’Ungheria. La Transilvania è sotto attacco dei nomadi turchi Cumani e va difesa. Dopo alcuni anni i nomadi si cristianizzano e stabiliscono su territori ungheresi, così i cavalieri Teutoni sono chiamati a nord dai principi polacchi che affidano loro la conquista delle rive meridionali del mar Baltico. I Teutoni iniziano con la Prus-sia, territorio delle foci del fiume Vistola, abitati da bellicose popolazioni pagane. Queste vengono neutralizzate e qui viene fondata la capitale dell’Ordine, Marienburg presso Danzica, il più grande castello mai costruito nel medioevo, intitolato alla Vergine Maria, protettrice dell’Ordine. Passo do-po passo, i cavalieri sottomettono gli attuali territori di Lettonia ed Estonia, alcuni storici rimprove-rano un comportamento da genocidi, ma nell’epoca non è una cosa insolita, iniziata secoli prima in Germania dall’imperatore Carlomagno che sterminò e convertì a forza i Sassoni.

I Teutoni chiamano i contadini tedeschi ancora servi della gleba, concedono loro la libertà  ed il compito di bonificare e civilizzare le terre selvatiche. La colonizzazione riesce molto bene, e nel XIV secolo l’Ordine Teutonico domina un migliaio di chilometri lungo le coste del Baltico. Questo mare è infestato dai pirati svedesi e danesi, ultimi epigoni dei Vichinghi. Seguendo l’esempio dei cavalieri Giovanniti, che a Rodi hanno stabilito la base navale di contrasto contro i pirati saraceni nel Mediterraneo, i Teutonici costruiscono la loro flotta e cancellano la pirateria sia dal Baltico che dal mare del Nord. Il risultato è una vera rinascita della Germania del nord, con la fondazione e svi-luppo di molte repubbliche marinare, prima tra tutte quella di Lubecca, dove si stabilisce la sede di una potente lega commerciale e militare, le città Anseatiche.

Nello stesso tempo la nobiltà tedesca fornisce il supporto finanziario alle iniziative dei cavalieri; il loro patrimonio terriero arriva a possedere trecento commende, la maggior parte in Germania, ma ve ne sono anche in Francia, Boemia, Austria e Italia. A Venezia la sede dei Teutonici era nella chiesa della Trinità, ora santa Maria della Salute.
La potenza dei Teutonici e la colonizzazione tedesca sono una minaccia per le vicine popolazioni slave, che reagiscono. I russi del principato di Novgorod bloccano l’avanzata teutonica nel 1242 con la battaglia del lago Peipus (quella del film di Einsestein), e nel 1410 il re di Polonia e Lituania Ladislao sconfigge l’Ordine a Tannenberg. I Teutonici perdono i loro possedimenti eccetto la Prus-sia, ma nel 1525 il Gran Maestro dell’Ordine, Alberto di Hohenzollern, aderisce alla riforma prote-stante di Lutero, e si autoproclama duca di Prussia, i beni dei Teutonici vengono secolarizzati e da allora il titolo di cavaliere è puramente onorifico. Comincia qui una nuova storia, quella della Prussia che avrà il suo più grande condottiero nel re Federico II (1740-1786) e unificherà la Germania nel 1870 con la nascita dell’impero Tedesco.

La storia dei cavalieri Teutonici non è dunque tutta in negativo, e ancora bisogna ricordare una grande loro impresa. Nel 1241 il conquistatore mongolo Gengis Khan è morto quattordici anni pri-ma, ha sottomesso tutta l’Asia centrale, ma i suoi nipoti continuano le invincibili invasioni. A oriente Kubilai sottometterà tutta la Cina, e avrà Marco Polo come suo dignitario. A occidente Batu ha invaso la Russia che ora si riconosce sua vassalla, eppure non basta. Due orde puntano verso il cuore dell’Europa. La prima batte gli ungheresi sul fiume Sajo, e le sue avanguardie arrivano sulle coste adriatiche della Croazia. La seconda avanza nella Polonia, saccheggia Cracovia e si dirige verso la Germania.
Un’armata di principi polacchi e boemi affronta gli invasori, lo scontro avviene presso Liegnitz, i mongoli adottano una tattica usuale, sui loro veloci cavalli fingono di ritirarsi battuti, attirano così il nemico in una trappola, lo circondano e lo distruggono con fitti tiri di frecce senza impegnarsi in uno scontro diretto.
I polacchi e boemi hanno fatto questa fine. Rimangono i cavalieri Teutonici, rinforzati da 500 Tem-plari. Abituati alla guerra in oriente i cavalieri non si lasciano intrappolare, si riparano dalle frecce dietro i loro grandi scudi, e intanto contrastano gli arcieri nemici con il tiro delle loro balestre, un’arma nuova efficiente anche a distanza. Alla fine della giornata pochi sono i cavalieri che scam-pano, i mongoli sono padroni del campo, ma l’inatteso ostacolo ha causato loro molte più perdite del previsto, e i capi preferiscono non continuare l’avanzata. Ancora più, è giunta notizia della morte del gran khan Ogodai successore di Gengis Khan, le due orde di Batu quindi si ritirano e ritornano in Mongolia per disputare la sua successione. Come al solito scoppia una guerra civile alla fine della quale ha la meglio Kubilai, il più forte ora come imperatore della Cina. Questo gran khan non ha più mire sull’Europa, le invasioni cessano.

Ai frati-cavalieri dobbiamo quindi la salvezza dell’Europa dal “pericolo giallo”, ed alcuni elementi farebbero pensare che l’invasione e sconfitta di Gog di Magog principe di Ros e di Tubal, nemico del popolo di Dio, predetta nella Bibbia dal profeta Ezechiele e e da san Giovanni nell’Apocalisse, potrebbe riferirsi proprio alla tentata invasione mongolica del mondo cristiano nel XIII secolo.

 

 

19 maggio 2019

Due soldati i primi cristiani non ebrei

di Franco Ressa
Pescatore sul lago di Tiberiade, san Pietro rimase in Palestina dopo l’ascensione al cielo di Gesù, mentre quasi tutti gli altri apostoli emigrarono verso differenti regioni e nazioni. Ma l’inimicizia dei grandi sacerdoti del sinedrio, capi della religione ebraica, e il sacrificio dei primi martiri come santo Stefano, convinsero ben presto il principe degli apostoli che il futuro e lo sviluppo della fede insegnata dal suo maestro Gesù, non era tra i suoi concittadini ebrei, ma tra i “gentili”, gli stranieri ed i pagani.

Questo termine derivava dalla parola latina “gens”, cioè famiglia con un cognome, mentre gli israeliti si chiamavano come “figli di”, infatti Pietro era Simone bar Jona: figlio di Giona.

Quale fu allora il primo cristiano non ebreo ? Nel vangelo di Giovanni (19, 34) dopo la morte di Gesù un soldato gli trafisse il costato con una lancia. Nel vangelo di Matteo (27,54), dopo l’oscuramento del cielo e il terremoto un centurione di guardia esclamò: “Davvero costui era figlio di Dio !”, in quello di Marco (15,38): “Davvero quest’uomo era figlio di Dio !”, in quello di Luca (23,47): “ Certamente quest’uomo era giusto!” Si volle in seguito identificare il soldato con la lancia con il centurione stesso.

Infine alla fine del IV secolo san Gregorio di Nissa, famoso teologo, in una delle sue lettere (la XVII), dà il nome di questo centurione: Longino. Ma dove fu preso questo nominativo?
La crocefissione di Cristo avvenne (secondo alcuni calcoli) nel mese di aprile dell’anno 30. Che corrisponde all’anno 783 dalla fondazione di Roma, ma gli antichi romani usavano indicare gli anni anche con il nome dei consoli in carica. In quello stesso anno risultano essere stati consoli Marco Vinicio e Lucio Cassio Longino, ma in seguito Longino si dimise, e il 7 ottobre subentrò un suo probabile fratello: Caio Cassio Longino.

Chi erano questi due Longini? Certamente i discendenti di quel Gaio Cassio Longino che il 15 marzo del 44 avanti Cristo aveva ucciso Giulio Cesare insieme a Bruto, e due anni dopo si era suicidato dopo essere stato sconfitto a Filippi in Grecia da Marco Antonio. Ecco dunque lo spunto che diede a san Gregorio il nome per un santo che venne riconosciuto dalle chiese cristiane, ma che con ogni probabilità è fittizio. Anche una tradizione che vorrebbe Longino originario della città di Lanciano in Abruzzo, è priva di fondamento. Poiché fa derivare il nome della città dalla lancia usata contro il corpo di Gesù. Ma Lanciano è la trasformazione medievale dell’antico nome osco-sabello di Anxanum, che non fa riferimento ad una lancia, ma ad uno dei supposti fondatori del borgo, Anxa, compagno di Enea.

Non essendo certa l’identità del centurione Longino, non lo si può considerare il primo non ebreo diventato cristiano. Bisogna allora riferirsi ad un altro militare col grado di centurione, Cornelio, citato negli Atti degli Apostoli (10,1-48). Al centurione, uomo onesto e pio, era apparso un angelo che aveva ordinato di far chiamare san Pietro da Giaffa. Anche Pietro ebbe una visione rivelatrice e si recò a Cesarea in casa di Cornelio. Constatato il grande desiderio di conoscere la nuova fede, Pietro battezzò il centurione e la sua famiglia, e si manifestò la discesa dello Spirito Santo sui presenti sotto forma di fiammelle.
Cornelio apparteneva alla famiglia degli Scipioni i celebri condottieri romani ? Non si sa, ma come militare prestava servizio nella coorte Italica, quindi è abbastanza certa la sua origine italiana. Questo quindi è il primo vero cristiano “gentile” e primissimo santo della nostra Italia, che ne ha poi avuti tantissimi in tutte le epoche.
Come curiosità, nell’anno 33 c’era un Lucio Cornelio Sulla Felice, console insieme a Servio Sulpicio Galba. Quest’ultimo diventerà imperatore per breve tempo nel 68-69 dopo la morte di Nerone, ed era coetaneo di Gesù.



 

12 marzo 2019

Leggenda e mito. La legione tebea/3

 di Franco Ressa
Nei precedenti articoli su questo tema, abbiamo visto come un fatto bellico della fine del IV secolo venne trasformato nel mito della legione Tebea, cristiana e  martire.
Passano 500 anni. Nell’ 899 gli Ungari, barbari feroci come gli Unni, dopo aver saccheggiato il nord Italia vollero penetrare in Germania. Il re Corrado di Franconia fu vinto e ucciso in battaglia nel 918, ma il suo successore, Enrico l’Uccellatore, indirizzò una missiva all’abbazia di San Maurizio di Agaunum (l’odierna Saint-Maurice nel Vallese) promettendo la cessione dell’intero cantone dell’Argovia, se gli fosse stata mandata una reliquia in grado di suscitare la fede dei suoi guerrieri nella vittoria.
Gli venne data una risposta degna della ricompensa promessa. L’abate fece giungere un oggetto straordinario: la lancia di San Maurizio, un oggetto sacro che avrebbe assicurato l’invincibilità a chiunque l’avesse posseduta.

Enrico, stringendo tra le mani la Lancia del Destino, come cominciò ad essere chiamata, affrontò gli Ungari sul campo quello stesso anno. La fortuna fu subito dalla sua. Riuscì infatti a catturare uno dei capi dell’orda nemica e giunse ad un accordo con lui. In cambio di una tregua di nove anni Enrico l’avrebbe liberato e gli avrebbe pagato un forte tributo. Non era ancora una vittoria, ma quanto meno al suo regno venivano assicurati alcuni anni di pace, preziosissimi per preparare la rivincita.
Enrico costruì nuove fortezze e riorganizzò l’esercito, dotandolo di reparti di cavalieri corazzati, protetti da armature e scudi. Poi mosse guerra agli slavi, estendendo i suoi domini verso oriente. Anche sul fronte politico religioso Enrico lavorò per ottenere l’appoggio di tutti i duchi e nel 929 promosse un solenne incontro a Magdeburgo in cui annunciò l’avvio dei lavori per la costruzione di un convento dedicato a San Maurizio. In seguito, avvicinandosi lo scadere della tregua, convinse i vescovi a non versare più il tributo agli Ungari confidando nella protezione del re.

La reazione non si fece attendere. Nel 933 un’armata di migliaia di cavalieri mosse contro la Germania per metterla a ferro e fuoco. Con grande stupore degli Ungari, invece delle milizie male armate e peggio guidate che si aspettavano di trovare, videro davanti a loro un grande esercito, forte di migliaia di cavalieri pesantemente corazzati, al seguito di tutti i duchi di Germania finalmente uniti e stretti attorno ad un re rispettato. E ognuno, dal re fino all’ultimo dei soldati, era certo che la Lancia del Destino avrebbe fatto scendere in campo al loro fianco l’invincibile Legione Tebana, agli ordini del generale Maurizio. Gli Ungari compresero che non era giornata e, voltati i cavalli, se ne tornarono nel loro paese.

La Germania poteva tirare un lungo sospiro, ma non era la fine della guerra né delle razzie degli Ungari, che rientrati in patria si dedicarono al saccheggio di altri territori, continuando a preparare la vendetta. Nell’anno 955 un’armata di centomila Ungari invase la Germania, ponendo l’assedio alla città di Augusta.
Sotto le insegne di Ottone, figlio di Enrico, che portava con sé la Lancia del Destino, i ducati tedeschi ritrovarono la loro unità. Bavaresi, Svevi e Boemi si erano già aggiunti ai Sassoni, ma nel campo tedesco l’entusiasmo andò alle stelle quando arrivò l’esercito dei cavalieri di Franconia, guidati da Corrado il Rosso che aveva combattuto contro Ottone, ma nel momento supremo dello scontro con gli Ungari aveva deciso di tornare a schierarsi al suo fianco.
Ottone mosse immediatamente contro il nemico, sulla pianura che costeggiava il fiume Lech, formando a causa del terreno accidentato una lunga colonna. Gli Ungari ne approfittarono per attaccare la retroguardia, la mossa riuscì ed in breve l’esercito tedesco si trovò accerchiato dai nemici. Ottone non si perse d’animo, i Franconi di Corrado furono inviati contro gli Ungari che erano scesi da cavallo e si erano dati a saccheggiare i carri; ben pochi si salvarono dal massacro. Il caldo, in quell’agosto, era però particolarmente insopportabile per i cavalieri tedeschi, chiusi dentro le loro corazze di ferro, che si arroventavano sotto il sole, al punto che molti furono costretti a toglierle. Corrado, colpito da una freccia, cadde morto sul campo.

In ogni caso, con le spalle coperte, Ottone schierò la cavalleria pesante tedesca su un lungo fronte davanti al nemico e tenne un breve discorso ai suoi: «Il nemico ci sovrasta per numero di dieci volte. Ma loro non hanno né le nostre armi, né il nostro coraggio e soprattutto sappiamo che essi non hanno l’aiuto di Dio, e questo ci è di grandissimo conforto!» Quindi suonò la carica e i diecimila cavalieri si abbatterono come un muro di ferro contro gli Ungari, che inutilmente lanciarono un nugolo di frecce che rimbalzarono sugli scudi e sulle armature. Non ebbero il tempo di ripetere il tiro, perché i Germani erano ormai su di loro come un fiume in piena. L’odio per il nemico ed il desiderio di vendicare decenni di violenze era tale che l’esercito ungaro venne annientato. Da quell’anno le incursioni degli Ungari contro l’Europa cessarono e Ottone, innalzato sugli scudi dai suoi guerrieri, fu proclamato Imperatore. Quarantadue anni dopo un re santo, Stefano, fece diventare cristiana l’Ungheria.
La lancia di san Maurizio venne conservata da tutti gli imperatori tedeschi e poi austriaci come simbolo di protezione divina, e persino Adolf Hitler la volle portare da Vienna a Norimberga sperando così in una assurda vittoria benedetta da Dio.
Dunque, il mito e la leggenda non sono semplici credenze o superstizioni, ma rappresentano lo spirito e l’iniziativa a volte di intere popolazioni. Il cemento che unisce ogni individuo di queste popolazioni può essere la fede in una religione, e il Cristianesimo è il collante più forte e positivo nell’ambito delle religioni del genere umano.

Fine

 

04 marzo 2019

Leggenda e mito. La legione tebea/2

di Franco Ressa
prima puntata qui
Da una ricerca condotta da Andrea Del Duca di Orta San Giulio, pubblicata sul sito il Lago dei misteri, la Passio Acaunensium martyrum (Passione dei martiri di Acauno) fu scritta da Eucherio vescovo di Lione (380 - 449/50). Egli racconta di aver udito questa storia da Isaac, vescovo di Ginevra, il quale a sua volta l’aveva udita da Teodoro, di Octodurum (oggi Martigny nel canton Vallese). Quest’ultimo è un personaggio noto per aver partecipato al Concilio di Aquileia nel 381 e per aver firmato una lettera al Papa Silicio nel 393. Pertanto egli fu vescovo di Octodurum almeno dal 381 al 393 d.C. Non solo Eucherio non cita altre fonti prima di Teodoro, ma asserisce che i corpi dei martiri tebei furono rinvenuti al tempo del vescovo Teodoro. Da questo si deduce che fu proprio il vescovo Teodoro a scoprire le reliquie e a diffondere la notizia del loro martirio. Ai tempi della Tetrarchia (284 -305), epoca in cui i fatti secondo la tradizione dovrebbero essersi svolti, non si ha alcuna notizia di una legione arruolata a Tebe in Egitto. È invece probabile che la legione Tebea facesse parte dell’esercito dell’ imperatore Teodosio, e fosse stanziata in Italia proprio dal 388 vale a dire negli stessi anni in cui il vescovo di Octodurum diffondeva la notizia del martirio di San Maurizio e dei suoi. Quale fu allora il suo vero ruolo storico ?

In Gallia, nell’anno 392 l’imperatore Valentinano II, che regnava come collega di Teodosio, morì in circostanze oscure, probabilmente assassinato in una congiura di palazzo. Il generale Arbogaste, che era un barbaro di etnia franca, proclamò imperatore il capo della cancelleria imperiale, Eugenio. Nel 393 l’usurpatore occupò l’Italia e giunse a Roma. Qui, pur essendo cristiano, concesse nuovamente libertà di culto ai pagani, riaprendo molti templi che erano stati chiusi per ordine di Teodosio, suscitando la furibonda reazione dei vescovi cattolici, in primis il milanese Ambrogio.

La cosa interessante è che i Thebaei che erano di stanza in Italia in quegli anni erano stati assegnati al comando di Valentiniano II, pertanto si trovarono sottoposti all’autorità dell’usurpatore Eugenio e nella prospettiva di dover combattere contro Teodosio. Obbedire all’usurpatore o schierarsi dalla parte del loro vecchio imperatore? E con quali conseguenze?

In questa situazione la diffusione della notizia del ritrovamento delle reliquie dei santi martiri, avvenuta il 22 settembre (forse proprio dell’anno 393?) e delle circostanze della loro morte, avrebbe un chiaro significato. Il Vescovo Teodoro, non potendo prendere direttamente posizione contro la politica filopagana di Eugenio, avrebbe indicato la strada ai disorientati soldati Thebei e al loro comandante. Un vero soldato cristiano non doveva, per nessuna ragione, compiere azioni contro i propri confratelli, ma non per questo doveva necessariamente prendere le armi per insorgere contro il potere imperiale. Un colpo al cerchio ed uno alla botte? Piuttosto l’invito ad un fermo atteggiamento rigido morale  unito ad una cauta prudenza nella pratica, in attesa degli eventi.

Occasione che non tardò a venire. La politica anticristiana di Eugenio determinò la reazione di Teodosio. Il 5 e 6 settembre del 394 si venne a battaglia sul fiume Frigido, oggi il Vipacco presso Gorizia. Teodosio e il suo esercito furono intrappolati in una gola, senza possibilità di uscirne vivi. Inaspettatamente le truppe assedianti avanzarono una proposta: non solo avrebbero liberato l’imperatore e i suoi uomini senza combattere, ma si sarebbero schierati al suo fianco a patto di ricevere una promozione. Teodosio accettò e vinse la battaglia, Arbogaste si uccise per non cadere prigioniero, mentre Eugenio fu catturato e mandato a morte.
Il nome delle unità che passarono dalla parte di Teodosio non è stato tramandato, né sappiamo se l'Imperatore abbia mantenuto la promessa. Di certo sappiamo che dopo questi eventi i Thebaei furono promossi, per non specificati meriti nei confronti dell’imperatore, al rango di truppe palatine, il che comportava un consistente aumento di status e di salario. Per suggellare la vittoria cristiana al di là delle motivazioni politiche e opportuniste, il vescovo Teodoro diffonderà il mito della legione Tebea martire per il Cristianesimo.


 

25 febbraio 2019

Leggenda e mito. La legione tebea/1

di Franco Ressa
Che cos’è la leggenda? Un elemento della storia che viene creduto attraverso la tradizione orale o scritta che l’ha tramandata, mentre il mito è un elemento della religione che viene creduto per atto di fede. A volte le vite e le imprese dei santi hanno superato il confine tra la storia vera e il puro simbolo di fede, e da leggenda sono diventate mito.

Uno di questi casi è il martirio della legione Tebea.
Secondo la leggenda, nell’anno 286 una legione proveniente da Tebe in Egitto valicò le Alpi per reprimere la ribellione dei Galli detti Bagaudi. Giunta nella valle del fiume Rodano, l’attuale cantone svizzero del Vallese, ricevette da Massimiano, uno dei vice imperatori di Diocleziano, l’ordine di sopprimere i cristiani abitanti nel luogo. Ma i legionari erano tutti cristiani e rifiutarono, per questo motivo la formazione militare venne in gran parte distrutta e i militari uccisi. I superstiti fuggirono nell’Italia settentrionale dove continuarono a predicare il cristianesimo e incontrarono ciascuno a sua volta il martirio.

Capo dei legionari cristiani era un ufficiale chiamato Maurizio. Secondo la Passione dei martiri di Agauno, che narra la storia della legione Tebea, Maurizio rispose così al vice imperatore:
«Siamo tuoi soldati ma anche servi di Dio, cosa che noi riconosciamo francamente. A te dobbiamo il servizio militare, a lui l'integrità e la salute, da te abbiamo percepito il salario, da lui il principio della vita. Metteremo le nostre mani contro qualunque nemico, ma non le macchieremo col sangue degli innocenti. Noi facciamo professione di fede in Dio Padre Creatore di tutte le cose e crediamo che suo Figlio Gesù Cristo sia Dio. Ecco deponiamo le armi, preferiamo morire innocenti che uccidere e vivere colpevoli, non neghiamo di essere cristiani perciò non possiamo perseguitare i cristiani».

Le cifre delle vittime sono discordanti, vanno da un minimo di quattro: Maurizio, Esuperio, Candido, Vittore, la cui ricorrenza è il 22 settembre, a 6600, la quantità di soldati dell’intera legione.
Il più conosciuto e diffuso di questi legionari martiri è certamente san Maurizio, che oggi è considerato innanzitutto quale patrono della dinastia dei Savoia, dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, e di quello del Toson d’Oro di Spagna e Austria. Inoltre sotto il patronato del santo sono posti i soldati, in particolare gli Alpini italiani le Guardie Svizzere  del Vaticano e gli Alpini francesi, i Chasseurs des Alpes.

Le chiese in onore di San Maurizio sono situate specialmente in Valle d’Aosta, Piemonte, Francia, Germania e Svizzera. In quest’ultima nazione gli fu intitolata la città di Sankt-Moritz nel cantone dei Grigioni, famoso centro di villeggiatura montana e sport invernali. Portano il nome di Maurizio otto città inglesi, cinquantadue in Francia tra cui la più celebre è Bourg-Saint-Maurice in Savoia. In Piemonte ci sono San Maurizio Canavese in provincia di Torino, San Maurizio di Opaglio sul lago d’Orta, dove il santo e la sua legione sarebbero transitati, San Maurizio di Roasio (prov. di Vercelli) e San Maurizio di Ghiffa presso Verbania. Vi sono ancora San Maurizio di Reggio Emilia,  San Maurizio dei Monti presso il santuario della Madonna di Montallegro a Rapallo in Liguria, e in questa stessa regione Porto Maurizio, che fa parte della città di Imperia.

Il luogo tradizionale del martirio della legione Tebea, Saint Maurice sul Rodano nel canton Vallese, per secoli fu il santuario nazionale del regno dei Burgundi, i barbari che fondarono un regno in Francia e diedero il nome alla Borgogna. Saint Maurice anticamente era conosciuta come Agaunum; con l’avvento di casa Savoia, che  conquistò per un certo periodo il Vallese occidentale, fu al centro della devozione dei popoli governati dalla dinastia sabauda.

Questo particolare legame tra San Maurizio ed il nobile casato culminò nel 1434 con la fondazione da parte del duca Amedeo VIII, che fu anche l’ultimo antipapa, di un ordine cavalleresco a lui dedicato.
Nel 1572 Emanuele Filiberto lo trasformò poi nell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, analogo all’ordine dei cavalieri di Malta. Il primo comandante fu Andrea Provana di Leinì, che l’anno prima aveva combattuto con tre navi battenti bandiera piemontese nella battaglia di Lepanto. L’ordine di San Maurizio e Lazzaro tuttora è riconosciuto dalla Repubblica Italiana come ente che gestisce l’ospedale Umberto I°di Torino, il centro per la cura dei tumori di Candiolo, e possiede la palazzina di caccia di Stupinigi col suo vasto podere, più le antiche abbazie piemontesi di Sant’Antonio di Ranverso e Staffarda. Il duca Emanuele Filiberto fece inoltre traslare da Saint-Maurice a Torino parte delle reliquie del capitano della Legione Tebea, la sua spada, la croce e l’anello. Oggi queste reliquie ed oggetti riposano ancora nella cappella della Sindone al duomo di Torino, ed in epoca preconciliare la teca contenente le reliquie del soldato veniva esposta alla venerazione dei fedeli ogni 15 gennaio, anniversario della traslazione.
Si fa notare l’uso preconciliare perché secondo le regole attuali della Chiesa sulle ricorrenze ed i santi, i martiri della legione Tebea sono stati declassati, insomma da mito sono diventati poco meno che leggenda. Ma cosa ha ispirato sia la leggenda che il mito ? Il discorso è lungo, sarà meglio approfondirlo con successivi articoli.
(continua)

 

31 gennaio 2019

La leggenda della vergine da Eufrasia in poi


di Franco Ressa
Lo Spirito Santo è definito “Paraclito”, cioè difensore e avvocato, e Gesù esortava ad averne fiducia come continuatore e portatore a compimento di ciò che lui aveva iniziato sulla terra: “È meglio per voi che io parta, perché se non parto il Paraclito non verrà a voi “ (Giovanni, 16,7). E ancora: “Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non otterrà il perdono. Quando vi porteranno nelle sinagoghe davanti ai magistrati e alle autorità non preoccupatevi di quello che dovete dire per difendervi. Lo Spirito Santo vi insegnerà quello che dovrete dire per difendervi. Lo Spirito Santo vi insegnerà quello che dovrete dire in quel momento.” (Luca, XII, 10-12) Di questa affermazione fecero tesoro i martiri, i quali non temevano né le condanne né le torture né la morte perché sostenuti dalla fede e dalla certezza di una protezione divina. Diverse martiri erano vergini consacrate a Dio. Una legge di Roma vietava l’esecuzione delle cittadine romane vergini. Per questo motivo alcune cristiane come Agata, Lucia, Eufrasia, Irene, Agnese ed altre furono spogliate e rinchiuse in un lupanare. Ecco però una protezione proveniente dallo Spirito Santo. Gli uomini pagani rifuggivano dall’avere contatti con donne cristiane, il dio crocifisso come un delinquente veniva creduto maledetto, e le sue vergini vestali facevano paura per superstizione, così le martiri rinchiuse nei bordelli rimanevano intatte, ma formalmente non erano più considerate vergini e venivano poi giustiziate.

Tra queste tuttavia vi furono delle eccezioni. Ragazze troppo paurose o con una fede non molto solida temevano sopra ogni cosa la violenza carnale, così abbiamo il caso di due martiri suicide; Pelagia di Antiochia si gettò dalla finestra e morì sfracellata quando vide venire le guardie ad arrestarla, ed Eufrasia di Nicomedia escogitò uno stratagemma per farsi uccidere. Riuscì a convincere i suoi carcerieri di possedere un unguento miracoloso, che assicurava l’invulnerabilità a chi se lo spalmasse addosso, e lo offrì in cambio della salvezza della propria castità. Davanti allo scetticismo propose di farne essa stessa prova, se lo spalmò addosso e invitò un guardiano a colpirla con forza sul collo con la sua spada. Questo fece l’uomo, e decapitò in un sol colpo la vergine cristiana. Rabbiosi, i carcerieri si accorsero che così la ragazza li aveva ingannati, scampando il processo, le torture e i leoni nel circo.

Di Eufrasia non si sa altro, e l’esistenza stessa di una tale santa può essere messa in dubbio, poiché il primo a scriverne in una sua Storia ecclesiastica fu un monaco greco bizantino, Niceforo Callisto Xantopulos, vissuto agli inizi del XIV secolo, quindi un migliaio di anni dopo l’ipotetica vita e morte di Eufrasia.
La stessa storia riappare nel 1416. Un umanista veneziano, Francesco Barbaro (1390-1454), scrisse un libretto dedicato alla virtù di donne famose, De re uxoria, come regalo nell’occasione delle nozze di un suo amico. Diversa però è la protagonista e l’epoca; nel 614 Gerusalemme venne invasa dai Persiani, questi erano seguaci di Zoroastro e non rispettavano le monache cristiane. Una di esse chiese di comparire davanti all’imperatore iraniano Cosroe II per confidargli un gran segreto, l’esistenza del prodigioso unguento, con ciò che ne segue. Il trattatello di Barbaro ebbe una certa risonanza durante il Rinascimento, tanto che Ludovico Ariosto (1474-1533) riadattò lo stratagemma della vergine cristiana nel suo poema dell’Orlando Furioso. Al canto XXIX il fortissimo saraceno Rodomonte affronta ed uccide il cavaliere cristiano Zerbino. Si impadronisce della sua donzella Isabella, e la vuole far sua con la forza. Isabella allora baratta la sua libertà con il segreto del filtro dell’invulnerabilità, tallonata dal guerriero infedele raccoglie le erbe e ne fa un decotto, che poi beve e invita il saraceno a provarne l’efficacia. Rodomonte beffato costruirà allora un mausoleo a Zerbino ed Isabella presso un ponte, e ne resterà come guardiano, sfidando qualsiasi guerriero, cristiano o musulmano, che tenti di attraversarlo.

Passati quattrocento anni, non si sa da quale fonte, l’Ariosto o altri, lo scrittore americano Jack London (1876-1910) riprende e cambia ancora. Una sua raccolta di novelle avventurose, Lost Face, edita nel 1910 ebbe un buon successo e diverse successive edizioni. La storia che presta il titolo alla raccolta è ambientata in Alaska, quando questa è ancora un possedimento della Russia, quindi l’epoca è anteriore al 1867. Un mercante russo di pellicce, Subienkov, ha sottomesso e schiavizzato una tribù indiana, sfruttandola per il commercio delle pelli. Alla fine gli indiani si ribellano e prendono prigioniero il russo. Sapendo che per vendetta i pellerossa lo vorrebbero torturare e scotennare, Subienkov convince il capotribù di possedere una “grande medicina” e il resto è immaginabile.

Ultima riedizione, nel 1970 il disegnatore di fumetti Hugo Pratt (1927-1995) in una delle avventure del suo celebre personaggio Corto Maltese: Teste e funghi, immagina che in una ricerca di tesori nella foresta amazzonica, un ex galeotto francese fuggito dal bagno penale della Caienna, Pierre La Reine, viene catturato dagli indios Jivaro i cacciatori di teste, e si sottrae alle loro torture mangiando funghi sacri convincendo così il guerriero Aparia a sferrargli un colpo di machete. In realtà è tutto un sogno, ma Corto Maltese troverà nel negozio del mercante Levi Colombia la testa di Pierre La Reine ridotta a “zanza”, cioè rimpicciolita e mummificata. Forse le leggende sacre non rispecchiano una precisa realtà, ma sono comunque espressioni di una morale, e sanno vivere molto a lungo. Anche cambiando luogo e significato, ma mantenendo comunque il loro fascino originario.


 

04 gennaio 2019

Carlo d'Asburgo e i santi Imperatori

di Franco Ressa
Anche tra gli imperatori c’è qualche santo. Il primo e più famoso è Costantino, colui che all’inizio del IV secolo diede finalmente la libertà di culto ai cristiani e fece finire la lunga e sanguinosa epoca delle persecuzioni e dei martirii nell’impero romano. Tuttavia è anche il più controverso, poiché la sua canonizzazione è stata riconosciuta solo dalla chiesa greco ortodossa. La chiesa cattolica non gli riconosce l’aureola di santo, a ragione poiché come uomo di potere troppo spesso fece eliminare i suoi colleghi imperiali, e pure un suo figlio e la propria stessa moglie, accusati di tramare contro di lui.

Altro imperatore santo è Enrico II di Baviera, al potere tra il 1002 e il 1024. La sua vita fu devota ed esemplare, rifiutò persino di divorziare dalla moglie Cunegonda, santa pur essa, rispettandola anche se non poteva dargli eredi. Ciò malgrado si trovò coinvolto in guerre, come quella contro il re d’Italia Arduino d’Ivrea.
Da allora, per quasi novecento anni nessuno degli imperatori del Sacro Romano Impero, poi diventato impero di Austria e Ungheria, avrà la gloria degli altari, a riacquistarla sarà proprio l’ultimo tra essi.

Carlo di Asburgo nasce nel 1887, è uno dei tanti parenti del grande sovrano Francesco Giuseppe, che malgrado la perdita del predominio sull’Italia a causa del Risorgimento, riesce a consolidare il dominio imperiale nell’Europa centro orientale. Ma il suicidio del cugino Rodolfo figlio di Francesco Giuseppe (1889), seguiti dalla morte dello nonno Carlo Ludovico (1896) e dall’assassinio dello zio Francesco Ferdinando (1914) Lo fanno diventare erede al trono.
Carlo è stato un ragazzo diligente, studioso, serio e molto religioso, nel 1911 ha sposato una principessa italiana, Zita di Borbone, figlia dell’ultimo duca di Parma. Non è stato un matrimonio combinato, ma un vero innamoramento, e tra i due ci sarà sempre grande intesa e collaborazione. Nasceranno ben otto figli e i due saranno genitori affettuosi e premurosi. Subito dopo le nozze Carlo e Zita sono a Roma, e il Papa Pio X, futuro santo, comprende l’indole dei novelli sposi e li definisce un dono della provvidenza di Dio per tutta la nazione dell’Austria-Ungheria.

Dopo l’attentato costato la vita a Francesco Ferdinando, dall’agosto 1914 l’Europa è in guerra. Carlo dimostra buone qualità come militare e comandante, ma aborrisce le atrocità, e si infuria quando viene informato dell’uso dei gas asfissianti, giustamente un crimine contro l’umanità.
Il 21 novembre 1916 all’età di 86 anni muore il prozio Francesco Giuseppe. Carlo eredita un trono ed una corona quanto mai traballanti. L’esercito austro ungarico ha perduto centinaia di migliaia di uomini, solo l’alleanza con la Germania evita una sua totale sconfitta. Le numerose etnie dell’impero si agitano, chiedono autonomia e minacciano la secessione. Il giovane imperatore capisce che l’unica possibilità di salvezza è portare il suo paese fuori da quella devastante guerra mondiale, come cattolico può contare sull’appoggio del Papa Benedetto XV, che lancia appelli per la fine dell’”inutile strage”, ma le iniziative non hanno successo. L’Austria-Ungheria sopravvive con l’aiuto tedesco, e i militaristi germanici sono convinti di poter vincere, seppure a costo di milioni di vittime ed immense distruzioni.

Alla fine del 1917 la situazione sembra sbloccarsi. L’Italia è battuta a Caporetto e la rivoluzione d’ottobre mette la Russia fuori causa come nemico, ma in pochi giorni gli italiani possono riorganizzarsi e difendersi sul Piave e sul monte Grappa, e Carlo vede Lenin e il comunismo russo come un pericolo ancor maggiore per l’Europa orientale. Infine, la battaglia di Vittorio Veneto alla fine di ottobre 1918 mette definitivamente in rotta l’esercito, l’impero si sbriciola, e pure l’Austria e Vienna dichiarano la repubblica.

Per la famiglia Asburgo inizia così l’esilio, in Svizzera, poi in Ungheria, infine nell’isola portoghese di Madera in mezzo all’oceano Atlantico. Non abita più in un palazzo ma in una modesta casetta, eppure Carlo e Zita non si abbattono, sanno che la loro disgrazia porta il vantaggio della fine della guerra e delle stragi, e per il resto si affidano alla divina provvidenza. 
Il clima marittimo non giova alla salute degli ex monarchi montanari, nel marzo 1922 Carlo prende una polmonite, che in pochi giorni lo porta alla tomba. Lo assistono la moglie ed i figli, le sue ultime parole sono: “Desidero vediate come muore un cattolico”.
Così finì l’ultimo imperatore, che portava lo stesso nome del primo: Carlo Magno. Quest’ultimo nel medioevo era ritenuto santo, ma non formalmente. la Chiesa invece ha dichiarato beato Carlo d’Asburgo il 3 ottobre 2004, e Papa Giovanni Paolo II così lo elogia: “Rappresenta un esempio per noi tutti, soprattutto per quelli che oggi hanno in Europa la responsabilità politica”.
Anche Zita, vissuta fino al 1989 è oggi “serva di Dio”, così la loro ricorrenza è stata unificata, non il giorno della morte, ma il 21 ottobre data del loro matrimonio.

 
 

05 dicembre 2018

Manzoni. Un cattolicesimo di carta

di Francro Ressa
È noto che Alessandro Manzoni sia considerato il migliore e più famoso scrittore cattolico italiano in prosa. Ma ciò che viene da così tanto tempo proclamato è vero ?
Che Manzoni sia uno scrittore molto amato dal pubblico è falso. Ciò però dipende dall’uso strumentale che ne ha fatto la scuola italiana. Imporre la lettura di un qualsiasi libro, capitolo per capitolo, paragrafo per paragrafo, frase per frase, e poi farne oggetto di riassunti, temi, compiti in classe, interrogazioni, è la migliore maniera per far odiare ogni tipo di letteratura. Questo è successo per I Promessi Sposi. Purtroppo, perché in sé il libro non è cattivo; ha una buona rievocazione storica, curata fin nei minimi particolari, una certa scorrevolezza di racconto malgrado le lunghe descrizioni, e nel sottofondo c’è un senso ironico che raramente si trova negli scrittori italiani.
Da Manzoni discende quasi in linea diretta Giovannino Guareschi. C’è solo da sperare che Don Camillo e Peppone non entrino mai in classe come libri di lettura scelti dagli insegnanti.

Questo per ciò che riguarda l’opera più celebre, ma dell’autore cosa possiamo osservare?
Se diamo retta ad una certa leggenda, la conversione di Manzoni dall’agnosticismo al Cristianesimo non fu di cuore o di ragione, ma solo di spavento: temeva di aver perso sua moglie durante un tumulto. C’è da dubitare che sia stato così, ma poi come si comportò il  neo-cattolico?
Ricco e nobile, si stabilì in un palazzo tuttora esistente nel centro di Milano, e da lì praticamente non si spostò più per il resto della sua vita. Anche dopo il grande successo letterario delle sue prose, poesie e tragedie, niente conferenze né incontri con il pubblico. Moltissimi saranno i commentatori delle sue opere, ma lui non si degnò mai di una spiegazione extra. Idem per la letteratura del suo tempo; Nè Foscolo, o Leopardi oppure Guerrazzi o Silvio Pellico incontrarono un qualsiasi suo interessamento.

Passando alla politica, Il Risorgimento Manzoni preferì guardarlo dalla finestra, piuttosto che esprimersi. Le due composizioni poetiche patriottiche, Marzo 1821 e 5 Maggio aspetteranno più di un quarto di secolo prima di essere pubblicate. Si tappò in casa durante la rivoluzione delle Cinque Giornate che liberarono per un poco la sua Milano, da lontano seguì la carriera ed i successi come primo ministro del Piemonte di Massimo D’Azeglio (suo genero!). Si degnerà di scrivere un compendio che contrappone la rivoluzione francese con l’unità d’Italia, ma questo per il fatto di essere stato eletto volente o nolente nel primo parlamento italiano. A questo proposito, nell’aula di Torino Camillo Cavour alla sua entrata si alzò in piedi e chiese l’applauso per la maggior gloria letteraria della giovane nazione Italia, ma piuttosto che voler apparire, Manzoni batté le mani pure lui, facendo ritornare l’ovazione a Cavour.

E la religione? Si sa che il Risorgimento venne quasi tutto ispirato e gestito dalla massoneria, ma vi fu un momento durante il 1848 in cui i patrioti videro nel Papa Pio IX il loro capo ed ispiratore, e sulle barricate delle Cinque Giornate echeggiava il grido ed il canto “Viva Pio IX”, ma Manzoni nemmeno allora volle prendere posizione. Antonio Rosmini frequentò casa Manzoni, e da lui ebbe aiuti finanziari per le sue iniziative scolastiche, ma mai si scomodò di farsi vedere in quelle stesse scuole. Nel 1810 all’indomani della sua conversione, Manzoni iniziò a scrivere dodici inni sacri, ma ne terminerà soltanto cinque.
Verrà poi assorbito dal suo romanzone, dove darà sicuramente un senso compiuto all’intervento della giustizia divina e della provvidenza, specie verso gli umili, ma se analizziamo nel particolare, le figure religiose meglio riuscite sono quelle negative: il prete vile e pauroso Don Abbondio e la Monaca di Monza incattivita e cinica. Le due figure positive rendono poco; il cardinale Borromeo è un “primo della classe” quasi bolso e retorico, e fra Cristoforo agisce poco sulla scena, travolto prima dalla sua stessa irruenza, poi dalla pestilenza.

Il Cattolicesimo c’è nei Promessi Sposi, ma è di carta; il suo autore non avrebbe mai trovato in sé stesso le virtù decantate nel proprio scritto. Manzoni insomma predicava bene, ma razzolava molto meno attivamente. Un esempio di questa inconsistenza di azione sta in una lettera spedita ad un suo nipote, Giulio Trotti Bentivoglio (1842-1866), allievo ufficiale di marina nel periodo 1856-1861. Il giovane si lamenta della durezza della vita militare alla quale viene sottoposto. Nonno Alessandro risponde:  “Coraggio dunque, il mio Giulio! Anche a studiare, anche a assoggettarsi a una serie regolare d’operazioni per sé poco dilettevoli, ci vuole coraggio; e l’andarci di mala voglia è anch’essa, per dir la parola orribile per Giulietto, una specie di paura.”
Tuttavia, il famoso romanziere non aveva mai provato la disciplina, non era stato militare neanche un giorno in vita sua.


 

02 dicembre 2018

Vite parallele. Iacopone e Angela, due mistici umbri


di Franco Ressa
Forse non si conoscevano di persona, ma erano molto simili e quasi vicini di casa.
Iacopo De Benedictis era nato nel 1236 a Todi in Umbria da una famiglia aristocratica, era stato mandato a laurearsi in giurisprudenza a Bologna ed aveva partecipato all’allegra vita degli studenti che cantavano “Gaudeamus igitur”: e allora godiamo. Ritornato a Todi apre uno studio da notaio, ma la posizione raggiunta non spegne in lui lo spirito goliardico, e girando per l’Umbria non manca mai di partecipare ad una festa o un banchetto.
Nel 1267 sposa Vanna figlia del nobile Bernardino di Guidone, conte di Coldimezzo (oggi Collazzone). Con lei continua la vita allegra e spensierata, ma tutto finisce quando durante una festa danzante il pavimento della sala non regge il peso dei ballerini e crolla. Iacopo non è coinvolto, ma Vanna è morta schiacciata tra le macerie. Sotto i ricchi vestiti la ragazza portava un cilicio, una fascia di tessuto spinoso usata dai penitenti. Iacopo non sapeva, rimane sconvolto, ma giunge alla conclusione che la sua salvezza dalla catastrofe ha il significato di un avvertimento divino. Nell’inverno del 1268 ripete l’atto di san Francesco, che rinuncia alle sue ricchezze, si veste da povero e inizia una vita vagante da pellegrino senza casa.

Anche Angela, che nasce a Foligno nel 1248, cresce negli agi e nei lussi, fa un matrimonio importante, le nascono dei figli, ma la vita di famiglia le sta stretta. Certamente influenzata dalla madre non si priva di molti piaceri, forse avrà degli amanti.
Pure per lei il cambiamento di vita è repentino. Nel 1285 riesce a confessare i peccati che prima taceva, e si rende conto della propria miseria spirituale. Poco dopo muoiono sia la madre che il marito ed i figli. Rimasta sola passa anni in penitenza e meditazione, compie dei pellegrinaggi e vende le sue proprietà per soccorrere i poveri, la sua ricca famiglia la crede impazzita e la ripudia. Infine nel 1291 arriva l’illuminazione.

Similmente, Iacopo De Benedictis ha rinunciato alla sua casata, e si fa chiamare Iacopone da Todi. Per dieci anni ha campato di elemosine e senza un tetto sopra la sua testa, anche lui viene creduto pazzo, a volte girava carponi con al collo il basto di un asino, e alle nozze del fratello si presentò travestito da pollo: nudo, spalmato di grasso e cosparso di penne di gallina. Questa fase però termina, perché Iacopone non può dimenticare di essere uno dei pochi uomini istruiti. Chiede allora ospitalità ai frati Minori, diventa un terziario francescano e nel convento di Pontanelli presso Terni si immerge negli studi di filosofia e teologia.
I frati fondati da san Francesco d’Assisi si sono diffusi per ogni dove, ma c’è sostanziale differenza tra quelli che fondano conventi e vi risiedono, e perciò sono chiamati Conventuali, e coloro che portano al massimo la povertà assoluta e sono gli Spirituali. Iacopone appartiene al secondo gruppo, e per merito della sua cultura diventa presto il loro migliore ideologo e propagandista.
Nella Chiesa accade in quei tempi l’episodio ben ricordato da Dante Alighieri. Nel 1294 viene eletto Papa a sorpresa l’eremita Pier da Morrone, che prende il nome di Celestino V, ma in pochi mesi il sant’uomo si scopre inadatto alla carica ed alle responsabilità e si dimette. Il successivo conclave elegge il cardinale Caetani che prende il nome di Bonifacio VIII. Celestino aveva approvato la regola dell’ordine francescano Spirituale, Bonifacio annulla il decreto e trattiene Pier da Morrone prigioniero nel castello di Fumone (prov. di Frosinone), dove poco dopo morirà.

Coinvolto dai nobili Colonna nemici dei Caetani, Iacopone nel 1297 firma il “Manifesto di Lunghezza” (presso Roma), dove viene dichiarata nulla l’abdicazione di Celestino e l’elezione del suo successore. Ma Bonifacio risponde con la scomunica e con le armi, nel 1298 la rocca di Palestrina viene assediata, presa e distrutta, tra i prigionieri c’è anche Iacopone, che non potrà ricuperare la propria libertà fino al 1303 con l’invasione francese di Nogaret ad Anagni, e la successiva morte del Papa il mese dopo.

Angela è anch’essa nel terz’ordine francescano, assiste alle turbolenze politico-religiose, ma non vi partecipa, è assorta in una nuova dimensione che le reca sensazioni a volte di ineffabile gioia, altre di profondo dolore. Non sapremmo di questo suo cammino spirituale se il suo confessore Arnaldo non ne annotasse la cronaca e la sottoponesse ai suoi superiori, tra questi quel cardinale Giacomo Colonna in lotta contro Bonifacio VIII, che approva le esperienze di Angela. Questi scritti arrivano anche ad un altro ideologo spiritualista, il migliore dopo Iacopone da Todi, è Ubertino da Casale (1259-1330) noto polemista dell’epoca contro la ricchezza ed il potere terreno nella Chiesa, oggi conosciuto come comprimario del frate-detective Guglielmo di Baskerville nel romanzo Il Nome della rosa di Umberto Eco.
Iacopone da Todi muore a Collazzone il giorno di Natale del 1306, Angela tre anni dopo, il 4 gennaio nella sua povera casa di Foligno, attorniata dai suoi “figlioli” che riconoscevano in lei una madre spirituale. Entrambi lasciano molta letteratura; di Iacopone vengono pubblicate cento “Laudi”, componimenti poetici religiosi, tra i quali l’inno Stabat Mater, ma gliene vengono attribuite più di trecento; questo fa di lui il miglior poeta religioso dell’epoca dopo Dante Alighieri. Angela lascia di mano di Arnaldo il Memoriale, l’Albero della vita e le massime delle Istruzioni salutifere, più La bella e utile dottrina, testi che arriveranno ad ispirare Teresa di Avila due secoli e mezzo dopo.
Ci vorrà parecchio tempo per riconoscere i meriti di entrambi. Iacopone oggi è beato, Angela è santa dal 2013. Doveva essere compresa appieno la validità della sacra follia di entrambi, come Iacopone poetava: “Senno me par e cortesia/ Empazzir per lo bel Messia” (lauda LXXXVII). 


 

03 novembre 2018

Quando i Santi vincevano sui barbari

di Franco Ressa
Non sempre si incontra gente gradevole, capita di dover avere a che fare con individui loschi, dai quali bisogna guardarsi e i rapporti con essi devono essere molto cauti.
Se l’incontro avviene tra santi e barbari, la differenza tra interlocutori è la più evidente, e il pericolo ancora maggiore, poiché la bontà e la civiltà del santo non può essere molto gradita dal barbaro, che potrebbe vedere nell’altro un nemico da eliminare.

L’episodio più noto avviene nel 452. L’impero romano d’occidente si sta sfasciando, i barbari lo percorrono in lungo e in largo senza più una valida opposizione armata e  nelle sue regioni stanno nascendo nuovi regni che diventeranno poi le nazioni del medioevo.
C’è però un capo barbaro più forte di tutti, è Attila re degli Unni che ha sottomesso diversi popoli germanici: Gepidi, Ostrogoti, Rugi, Sciri, Eruli, Turingi, Alani, Burgundi e domina dalla Germania alla Russia. Attila è uno spietato conquistatore, la distruzione e il genocidio sono la sua regola, il suo motto è “Dove passa il mio cavallo non cresce più l’erba”.

Gli Unni hanno minacciato l’impero romano d’oriente e devastato i paesi balcanici, attuali Serbia, Romania, Bulgaria, Grecia. Quando non è rimasto più niente da saccheggiare si sono spostati di migliaia di chilometri, portandosi negli attuali Belgio e Francia. Per l’ultima volta l’esercito romano d’occidente è sceso in campo, e ai Campi Catalaunici, oggi Chalons en Champagne in Francia ha respinto l’invasione. Sconfitto ma non troppo indebolito, Attila dalla sua sede in Ungheria si dirige nell’Italia settentrionale, distrugge Aquileia e Padova, i superstiti fuggono dentro le lagune adriatiche, questo è il primo nucleo di popolazione che fonderà Venezia. Il re degli Unni pretende la mano della principessa romana Onoria, sorella dell’esautorato imperatore Valentiniano III, che per lettera si è offerta a lui come uomo più forte al momento. Dal Veneto Attila si appresta a traghettare il fiume Po per dirigersi verso le capitali: Ravenna e Roma, ma qui qualcuno disarmato lo affronta e lo ferma.
Il luogo è Governolo sul fiume Mincio, poco lontano da Mantova.
L’uomo è il Papa Leone, pontefice di Roma dal 440 al 461, non è accompagnato se non da preti e funzionari, niente armi, eppure riesce ad imporsi al ferocissimo Attila. Perché ?

I popoli delle steppe dell’Asia centrale come gli Unni e i Mongoli non hanno una religione pagana ed idolatra come i Greci ed i Romani, che adorano statue di déi, ma sono animisti, ossia credono che tutto nel mondo abbia un’anima, un’intelligenza ed un linguaggio. Gli animali, le piante ed anche gli elementi naturali come i monti, i fiumi e il vento possono essere favorevoli o sfavorevoli ed influire sui destini umani. Attila stesso è molto superstizioso, durante l’invasione in Francia ha evitato di attaccare e distruggere Parigi perché lì vi abita una potente maga cristiana (in realtà è santa Genoveffa). Stessa cosa quando arrivato a Troyes ha avuto a che fare con il vescovo Lupo. Ha chiesto al sant’uomo di pregare per lui e ha risparmiato la città. Ora con Papa Leone la cosa si ripete.

Un umano che abbia il nome di un animale ne possiede il totem, cioè lo spirito e l’influenza di tutta la specie. Così davanti alla fermezza ed alle parole del pontefice, Attila si sente misero ed impotente, malgrado le proteste dei suoi guerrieri assetati di preda ordina la ritirata. Tornato in Ungheria il terribile condottiero muore un anno dopo, e l’impero degli Unni subito si sfascia.

Circa novant’anni dopo, le invasioni barbariche non sono terminate, domina sull’Italia Baduila chiamato Totila, generale del defunto re Teodorico. L’impero romano d’oriente vuole riconquistare l’Italia dominata dagli Ostrogoti e manda i suoi eserciti, ma Totila è un valente guerriero e stratega, e per una decina di anni riuscirà a contrastare le armate dell’imperatore Giustiniano.

Siamo negli anni tra il 541 e il 547, percorrendo l’Italia con i suoi uomini Totila si trova a passare presso Montecassino. Da diversi anni sta crescendo la fama di un uomo speciale, Benedetto da Norcia. In oriente, fino dall’inizio del IV secolo Antonio e Demiana hanno fondato il monachesimo; uomini e donne si radunano in conventi ed abbazie per vivere separati dal mondo e dedicarsi interamente a Dio. Ora dopo due secoli l’esempio va fruttuosamente seguito in occidente, e Benedetto è il primo ad organizzare un ordine di monaci con propria regola scritta. Scolastica sua sorella fa altrettanto con le monache.

Totila è ariano, cioè cristiano eretico, perciò non crede nella bontà del monachesimo e nella santità di Benedetto, decide allora di metterlo alla prova, fa vestire Riggo, il proprio scudiero, con i suoi vestiti ed armi, e lo manda sul suo stesso cavallo a presentarsi a Montecassino spacciandosi per il re degli Ostrogoti. Quando però l’anziano abate Benedetto vede arrivare il personaggio gli dice: “Togliti quei vestiti, non sono i tuoi.” Colpito dalla rivelazione dell’inganno, Totila arriva umilmente e si inginocchia davanti a Benedetto. Il sant’uomo ha parole di conforto, ma non può tacere ciò che vede nel futuro, la sconfitta e sottomissione degli Ostrogoti ai Bizantini.

I regni e gli imperi sorgono e cadono, nulla di ciò che fu in quei lontani tempi è rimasto materialmente in piedi, soltanto la regola di san Benedetto da Norcia è ancora in vigore, e le generazioni di monaci hanno attraversato questi 1500 anni. Con la loro opera umile e quotidiana, pregare e lavorare, hanno conservato nei loro archivi le testimonianze della civiltà antica che i posteri hanno potuto riutilizzare nel Rinascimento. Ben meritato quindi per Benedetto il patronato dell’intero continente europeo.



 

28 settembre 2018

Desmond Macready Chute. Il Chesterton di Rapallo

di Franco Ressa
Una razza gloriosa quella dei cattolici inglesi. Il primo può essere meritatamente considerato Thomas More, umanista, letterato, filosofo e politico (sua è l’Utopia, dove viene teorizzata una società egualitaria, più di due secoli prima degli illuministi francesi). Benché fosse al vertice dell’amministrazione come lord cancelliere ebbe il coraggio di opporsi al tirannico e lussurioso re Enrico VIII quando per proprio interesse si fece “papa” di una nuova setta religiosa protestante. La cosa gli costò il licenziamento, la carcerazione e la testa, ma non recedette e volle farsi martire e primo santo dell’Inghilterra cattolica in minoranza.

Da tale minoranza usciranno nomi famosi e anche eccelsi, come John Ronald Reuel Tolkien, professore di Oxford, linguista e fondatore della letteratura fantasy con i suoi romanzi sulla “Terra di Mezzo”;  come Gilberth Keith Chesterton, giornalista, saggista e scrittore dei gialli con il prete-detective padre Brown.

Pochissimo conosciuto ma non meno degno è Desmond Macready Chute, nato nel 1895 a Bristol in una famiglia di impresari teatrali. Interessato alla pittura, alla scultura ed alle arti grafiche, entra in contatto con la Guild of saint Joseph and saint Dominic, un’associazione artistica cattolica. Vi rimane poco ma è l’inizio di una fede nuova che lo porterà a convertirsi e ad entrare nel seminario di Friburgo in Svizzera, dal quale uscirà sacerdote cattolico nel 1927.
Dopo qualche tempo padre Chute si trasferisce a Rapallo, a causa della sua salute molto precaria e delicata non avrà mai cura di anime o impegno in missioni o in insegnamento. In quel periodo nella città ligure convergono molti anglosassoni e qui viene stabilito un cenacolo artistico e culturale, il Tigullian Circle, che si impernia intorno alla carismatica figura del poeta statunitense Ezra Pound. Pound è spirituale più che religioso, tuttavia apprezza molto il piccolo prete inglese e ne viene ricambiato. Gli anni dell’anteguerra sono preziosi per Desmond. Conoscerà gli ospiti di Ezra Pound, gente del livello di Ford Madox Ford (1873-1939. Altro cattolico inglese, romanziere, saggista e poeta), il tedesco  Gerhart Hauptmann (1862-1946), premio Nobel per la letteratura nel 1912 e il grande poeta irlandese William Butler Yeats (1865-1939). Di tutti questi personaggi sono conservati i ritratti che a loro fece, non dimenticando il suo talento grafico. In questi stessi anni Chute diventa il Mentore della figlia di Pound, Mary, che imparò bene le sue lezioni di cultura, infatti oggi è una poetessa e saggista di 93 anni.

Arriveranno poi i tempi della seconda guerra mondiale. Come suddito inglese viene confinato a Bobbio sull’appennino Piacentino, ma non resta con le mani in mano e continua ad insegnare ai ragazzi, quelli del posto, del tutto gratuitamente.
Pound non ha potuto ritornare negli Stati Uniti, rimane bloccato in Italia. Invitato alla radio italiana tiene conferenze nelle quali afferma la superiorità della cultura e dell’arte italiana rispetto a quella americana. Ciò basta per far ritenere oltreoceano che stia appoggiando Mussolini e la sua guerra. Falsità, che però causeranno una tragedia. Il 28 Luglio 1944 i bombardieri americani cercano di colpire la casa di Pound in Rapallo. Inutilmente perché il poeta risiede ora a sant’Ambrogio sulle colline di Zoagli, e la casa rapallese non viene centrata, ma le bombe fanno strage distruggendo un intero isolato. Una bomba cade sulla chiesa e uccide il parroco, don Silvio Camogli, dentro il suo stesso confessionale. Quaranta rapallesi muoiono così assurdamente. In Rapallo non c’erano truppe o materiali dei tedeschi, ma vaste proprietà inglesi, compreso il campo da golf, immancabile in una folta colonia britannica.
Alla fine della guerra l’inoffensivo Ezra Pound viene arrestato dagli Alleati, rimane rinchiuso per mesi nella gabbia dei criminali a Pisa, poi trasportato in America e rinchiuso in un manicomio fino al 1958. Desmond Chute tenta con ogni mezzo di aiutare il suo grande amico e la sua figlia, ma cristianamente si fa carico degli sbagli altrui e vi rimedia. Con i suoi denari provvede a far subito ricostruire la parte di chiesa parrocchiale distrutta nell’incursione, nel 1947 la ferita è già sanata.
Placidamente padre Chute trascorre a Rapallo i suoi ultimi anni, stimato e benvoluto da tutti. Qui muore nel 1962 ed è sepolto nel cimitero locale, ma nella sua città natale Bristol c’è un suo monumento opera dello scultore Eric Gill.
Nel 1955 un suo sceneggiato era stato trasmesso per radio dalla BBC: Poets in Paradise, e tra questi c’era anche Pound, che la “democratica e libertaria” America deteneva come pazzo.


 

28 giugno 2018

Faa' di Bruno. Scienza, carità e impegno sociale

di Franco Ressa
I Faà di Bruno (Faà vuol dire "fatato" e Bruno è un paese del Monferrato in prov. di Asti) antichi feudatari, non sempre furono buoni e pacifici. Nel '600, l'epoca dei Promessi Sposi, uno di loro, l'abate Ortensio, parroco della chiesa di Carentino (prov.di Alessandria), fu un Don Abbondio alla rovescia. Stufo dei furti e delle angherie dei bravacci al soldo del marchese Moscheni, signore del vicino paese di Bergamasco, organizzò i propri parrocchiani armati e una notte fece incursione nel castello del rivale, massacrandogli la servitù ed una figlia.

Nell'800 invece, i Faà di Bruno si illustrarono positivamente: Emilio Faà di Bruno (1820-1866) esperto marinaio, affondò affrontando con la sua nave la flotta austriaca davanti all'isola di Lissa nell'Adriatico.
Il fratello maggiore Giuseppe (1815-1889) fu un anticonformista missionario. Invece di recarsi tra i popoli sottosviluppati, andò a propagandare il cattolicesimo nella nazione allora più ricca e progredita al mondo, L'Inghilterra, osando sfidare la potentissima regina Vittoria nella sua carica di "papa" della religione protestante anglicana.
I terzo dei fratelli, Francesco (1825-1888) entra all'accademia militare. È tenente nel 1846 uscendo tra i primi del suo corso. Partecipa alla guerra risorgimentale del 1848-49 come ufficiale dello stato maggiore, a diretto contatto col re Carlo Alberto ed i suoi generali. Sul campo può notare l'impreparazione e l'improvvisazione con le quali vengono condotte le campagne militari, che difatti finiranno in sconfitta.

Il nuovo re Vittorio Emanuele II nomina Francesco precettore dei principi propri figli, e lo invia a Parigi per un corso di specializzazione. Qui il Faà ha occasione di incontrare eminenti personalità delle scienze, come il fisico J.B.L. Foucault (1819-1868), dal quale acquista alcuni strumenti scientifici tra i quali un telescopio; l'astronomo U.J.J. Leverrier (1811-1877), scopritore del pianeta Nettuno, ed Antoine Frederic Ozanam (1813-1853), fondatore nel 1833 della "Conferenza di San Vincenzo" con scopi di assistenza umanitaria, e storico cristiano. Nel 1851 è a Londra dove visita la prima esposizione universale di prodotti e tecnologie, e ne rimane entusiasta. Al suo ritorno a Torino però, Francesco non avrà il posto promesso, a corte lo considerano troppo incline al clero e perciò inadatto ad insegnare ai giovani Savoia. Altri attacchi ed offese che riceve per questo stesso motivo dai suoi colleghi ufficiali, lo inducono infine a rinunciare alla carriera militare. È un vantaggio, perché ora il Faà ritorna a Parigi e con suo comodo vi si ferma tre anni, laureandosi alla Sorbona in scienze matematiche ed astronomia. Al ritorno potrebbe a buon diritto avere una cattedra in Università, ma anche qui la sua qualifica di cattolico militante gli è d'impedimento e vi insegnerà come professore esterno. Per la sorella Maria Luisa, diventata cieca a causa di malattia, Francesco inventerà una tavoletta ad aste movibili, che diventa la migliore invenzione per permettere la scrittura ai non vedenti, prima dell'impiego dell'alfabeto Braille. Dilettandosi di musica, saprà comporre inni e canti sacri, ma anche orecchiabili polche, valzer e mazurche.

Ormai stabile in Torino, Faà di Bruno interviene nella vita della città, che si avvia a diventare la prima capitale d'Italia ed il centro industriale della nuova nazione. Lo sviluppo attrae sempre più le masse di braccianti e contadini del Piemonte in cerca di lavoro. Dal 1830 al 1860 la popolazione torinese raddoppia e come sempre, l'immigrazione crea problemi difficilmente risolvibili.

Francesco inizia ad occuparsi delle ragazze campagnole che prendono servizio come domestiche presso le famiglie nobili e borghesi (sono 7.000 su una popolazione cittadina di 200.000). Sovente sono costrette a diventare le amanti dei loro padroni, possono restare incinte, e in tal caso vengono scacciate senza neppure una liquidazione. Francesco le invoglia a riunirsi la domenica nelle chiese di San Massimo e Santa Cristina. Come maestro di musica organizza una corale, ma poi dal 1859 apre un vero e proprio centro di accoglienza, organizzato nell'"Opera Santa Zita". Faà ha comprato una casetta rustica con orto ed uso di "bialera", il canale che scorre nel borgo San Donato. In quei tempi questo quartiere si trova all' estrema periferia, è composto da modeste casette abitate da operai e ambulanti, e non è considerato un luogo sicuro, specie perché non è illuminato di notte. L' Opera Santa Zita potrà autofinanziarsi, infatti le donne che vi soggiornano lavorano in una lavanderia organizzata, con strizzapanni e stenditoi innovativi, inventati di sana pianta da Francesco. Il giro di lavoro diventa esteso a tutta la città, agli uffici comunali, alle caserme ed anche alle ferrovie.
A lato della casa delle domestiche, sorge nel 1862 una scuola che oggi è il Liceo Faà di Bruno. La mensa dell'istituto, negli anni di carestia farà parte di una catena sponsorizzata dal comune di Torino, che preparerà pasti caldi, offerti ai poveri per una cifra minima simbolica. Il consiglio e l'iniziativa di Faà, induce lo stesso comune ad aprire i primi bagni e lavatoi pubblici. Francesco li aveva visti e studiati nelle città del nord Europa. Per la vecchiaia delle lavoratrici esiste anche un pensionato, tuttora aperto, munito di infermeria e convalescenziario.

Nel 1868 in appoggio ad una iniziativa di Don Bonini, viene aperta una scuola magistrale femminile, e in quegli anni le maestre sono ancora pochissime.
Ecco infine il completamento della piccola città caritativa di Via San Donato. Negli anni 1863-76 viene fabbricata la chiesa di Santa Maria del Suffragio. Gran parte delle strutture e delle decorazioni sono disegnate da Francesco. Suo in particolare è il progetto del campanile, alto 75 metri, che diventa la seconda costruzione più alta di Torino dopo la Mole Antonelliana, eretta giusto in quegli anni. Questa volta Faà di Bruno impiega le proprie capacità scientifiche e tecniche per concretare una beffa ed un ammonimento. Nel 1850 il ministro Siccardi aveva decretato l'abolizione del tribunale ecclesiastico in Piemonte, una misura già adottata in altre nazioni ed in linea con la progressiva rinuncia della Chiesa al potere temporale. A Torino però si era voluto enfatizzare la cosa, trasformandola in un trionfo degli anticlericali. Questi avevano raccolto i fondi per erigere un monumento laicista, l'obelisco di Piazza Savoia.

La provocazione era palese, trovandosi il monolito a duecento metri dalla Consolata, il più famoso santuario di Torino, e dirimpetto al palazzo di Giulia di Barolo (1785-1864), la celebre benefattrice cattolica ed amica di Silvio Pellico. Ma un bel giorno i magistrati che escono dai tribunali in Via Corte d'Appello, specie quelli massoni che più avevano voluto la legge Siccardi e relativo monumento, vedono spuntare dietro al loro obelisco la snella figuretta del campanile della chiesa del Suffragio, con in cima la statua dell'angelo che suona la tromba del Giudizio. Un monito diretto al sentimento di onnipotenza di coloro i quali credono di disporre della libertà e della vita dei propri simili.
A riprova della bontà della costruzione, il magrissimo campanile, retto da trentadue colonne di ghisa, resiste a tempeste e fortunali da 140 anni, mentre la panciuta Mole Antonelliana venne "stappata" della sua guglia dopo 75 anni.

Lo stesso anno della consacrazione della "sua" chiesa, Faà potrà dirvi messa, perché è stato esaudito dal Papa Pio IX il desiderio di Francesco di venire ordinato sacerdote. Nel 1881 viene approvata la regola di un nuovo ordine religioso, le suore Minime, che hanno come casa madre le fondazioni di Faà. Oggi quest'ordine è diffuso in istituti e case di tutta Italia, in Argentina e in Colombia; suo compito come dall'inizio, l'educazione dei giovani e l'assistenza ai poveri, che oggi sono anche extracomunitari, tossicodipendenti, portatori di handicap. L'attivissimo nobiluomo muore nella casa dell'Opera di Santa Zita il 27 Marzo 1888. Dal 1988, l’anno della sua beatificazione, è sepolto in una cappella laterale della chiesa del Suffragio, sotto l'espressivo quadro fatto per l’occasione dal pittore Mario Caffaro Rore.

Di Francesco Faà di Bruno possiamo notare dal punto di vista religioso l'adesione ad una chiesa cattolica di vecchio stampo, ancora legata alle pastoie del governo dello Stato Pontificio, ed a liturgie e devozioni cinquecentesche, rigidamente codificate dal concilio di Trento. Saranno però il lavoro ed i risultati dello stesso Faà e di Don Bosco, che daranno impulso ad un rinnovamento del Cattolicesimo verso il sociale. Arriverà l'enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII e inizierà il movimento del "Modernismo", dapprima condannato e combattuto, ma che verrà riassorbito dal concilio ecumenico Vaticano II.

Si nota dall'altra parte come i progressi delle scienze e delle tecniche nel corso dell'800 non riuscissero sempre a migliorare la qualità di vita degli esseri umani, infatti le tecnologie vennero applicate alla costruzione di armi sempre più perfezionate. Lo sviluppo delle ferrovie,  della navigazione a vapore, del riscaldamento ed illuminazione col gas, non era disgiunto dalle disumane e mal pagate fatiche con le quali le materie prime, in particolare l' acciaio e il carbone, venivano cavate in miniera e lavorate in fabbrica dai minatori ed operai. Poveri e quasi schiavizzati, i lavoratori vivevano in condizioni di abbandono e degrado nei tuguri degli "slums" inglesi, delle "barriere" torinesi e delle periferie di ciascuna città.
Ottimamente quindi si colloca il pensiero e l'azione di Francesco Faà di Bruno, scienziato che si chiede innanzitutto quale impatto possono avere le nuove scoperte sul suo prossimo, e senza alcuna brama di guadagno o di sviluppo ad ogni costo, organizza un progresso vero perché aperto a tutti.