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27 settembre 2017

Energie Rinnovabili. Cinque equivoci

Pubblichiamo questo articolo, proposto dall'autore e già pubblicato su Climatemonitor.it, per fornire ai lettori alcuni dati riguardo le cosiddette energie alternative. 

di Filippo Turturici

Spesso sulla stampa, dai media mainstream alle pubblicazioni più piccole e di nicchia (a volte con ambizioni tecniche o scientifiche, a volte semplici fogli di parte), si leggono le promesse di un futuro green nel campo dell’energia, promesse a dir poco mirabolanti. In realtà, esse si basano su alcuni grossi equivoci, per usare un eufemismo, che qui andremo a vedere.
Il primo equivoco è che il kW di potenza installata rinnovabile valga il kW fossile/nucleare (prendo il kW, e non il W o il MW, per semplicità). Sembrerà strano che la stessa unità di misura sia diversa, anzi sembrerà proprio un’eresia: infatti c’è il trucco. Il kW della potenza installata, come appunto dice il nome, si riferisce alla potenza dell’impianto; in quell’istante, è capace di produrre la stessa energia, da cui i mirabolanti record di ore o anche giorni a 100% energia rinnovabile in qualche località. Ma per l’energia dobbiamo passare ad un’altra unità di misura, il kWh, cioè quanti kW vengono prodotti in un’ora: e l’energia rinnovabile, funziona per le stesse ore di quella “convenzionale”? Direi proprio di no, vediamo come va negli il fattore di capacità, cioè quanta parte dell’anno le centrali elettriche producano realmente energia, fonte EIA per gli USA:


Come ben si vede, in realtà ci vogliono es. da 3kW a 7kW rinnovabili installati, per pareggiare ogni 1kW nucleare installato. Per il solare, inoltre, con picchi massimi estivi comunque non comparabili, e picchi minimi invernali anche prossimi allo 0%.

Il secondo equivoco che ne deriva, è appunto quello dei costi. Essi possono abbassarsi ad libitum, ma siccome le energie rinnovabili dipendono da variabili esterne – principalmente meteorologiche ed astronomiche – non controllabili, allora il costo è in realtà un fattore secondario: per assurdo non ha nessun senso avere un costo nullo, se non si produce nulla. Anzi il costo reale viene quasi sempre taciuto, dato che non è il solo costo dell’impianto, col pannello solare o la pala eolica sempre più economici, ma pure i tre costi:
  • degli interventi necessari sulla rete elettrica, ora sottoposta a stress per i (troppo) frequenti picchi minimi e massimi di potenza immessa in rete, a volte anche con altri problemi connessi (es. le piccole variazioni di frequenza elettrica dei generatori eolici);
  • degli annessi impianti a gas e a batteria, necessari a compensare e a coprire i picchi minimi di energia, ovvero ad immagazzinarla durante i picchi massimi;
  • ripetendo quanto detto sopra, il kW installato in sé potrà costare quanto gli altri o anche meno, ma ce ne vogliono comunque di più a parità di energia.
Se siete scettici sul tema, ed è giusto che lo siate, guardate il famoso grafico dei prezzi dell’elettricità in Europa, e chiedetevi chi ha l’Energiewende (Germania) e chi invece oltre i due terzi di nucleare (Francia), fonte Eurostat:

Qualche media nei giorni scorsi ha provato a convincerci che, passando al 100% di rinnovabili, avremmo diminuito sensibilmente i costi energetici all’utenza(1). Peccato che invece, leggendo l’articolo fino in fondo, si scopra che tale risparmio sia dovuto esclusivamente al quasi dimezzamento dei consumi: a quel punto, conta pure poco come si produce l’energia. Anche sui posti di lavoro ci sarebbe molto da ridire, visto che pare che nessuno lavori con le altre fonti di energia (vi assicuro che, per alcuni, l’uscita dell’Italia dal nucleare a fine anni ’80 fu un evento tragico). La realtà è che invece alcuni mega-progetti rinnovabili si stanno dimostrando dei clamorosi fallimenti, anche se su di essi è calato il silenzio dei principali quotidiani: non un disastro mentre li si costruisce (ritardi e aumenti dei costi appartengono a tutti i grandi progetti), ma un disastro finanziario mentre sono operativi, con energia che dovrebbe essere praticamente gratis. Vedere Ivanpah(2)(3), la mega-centrale solare (termica) californiana. Disastro ampiamente coperto dai soldi dei contribuenti di tutti gli USA.

Il terzo equivoco è quello della sostenibilità ambientale e umana. Sorvolo sul trattamento sia dell’ambiente che dei lavoratori nelle miniere di terre rare ed altri materiali indispensabili alle rinnovabili, assumendo che in molte miniere di carbone od uranio le condizioni siano simili (anche se non è proprio vero). Sicuramente invece il carbone è più inquinante, ma contrariamente a quanto si pensi, non lo è il nucleare (scorie incluse – anche le rinnovabili andranno smaltite). Voglio invece concentrarmi sul consumo di suolo, tanto giustamente esecrato quando si parla di poco utili nuovi “capannoni” o case, quanto ingiustamente dimenticato quando si parla di impianti solari, eolici ed idroelettrici. Faccio un solo esempio, dalla lontana California. L’unica centrale nucleare rimasta nello stato, Diablo Canyon(4), ha una potenza installata di 2200MW ed occupa una superficie di 900 acri, cioè circa 3km2 e mezzo. La già attiva centrale solare (fotovoltaica) di Topaz(5) ha un fattore di capacità del 23% annuo, con 550MW installati su 25km2: avete letto bene, facendo i calcoli produce ogni anno ca. 1100GWh contro i ca. 4200GWh annui di un equivalente reattore nucleare, cioè praticamente un quarto dell’energia e occupando 27 volte la sua superficie! Se non vi basta, nel centro dello stato americano è progettata la costruzione della più grande centrale solare (fotovoltaica) del mondo, Westlands(6), da 2700MW su 24.000 acri: quasi 100km2. Avete letto bene: cento chilometri quadrati. E nonostante la potenza installata sia superiore, come già detto produrrà molta meno energia ogni anno (solo un terzo) della centrale nucleare di Diablo Canyon, ma occupandone una superficie 27 volte maggiore! Perdonate i punti esclamativi.

Veniamo ora al quarto equivoco, quello per cui la gran parte delle rinnovabili sembra essere solare ed eolico. In realtà non è affatto così: anche idroelettrico e biomassa mantengono un impatto rilevante, anzi il primo rimane la prima fonte rinnovabile. Per la seconda, sì, esatto, bruciamo legna e rifiuti per produrre elettricità, e la consideriamo pure una fonte rinnovabile (che in effetti è):

Il quinto equivoco è infine quello legato alla mobilità elettrica, su ben tre punti. Ben venga l’elettrificazione dei trasporti, se significa meno inquinamento ad esempio: ma è davvero così? Non sempre, infatti dipende da come viene prodotta l’energia, in molti casi la situazione rimane quasi costante, in qualcuno peggiora pure almeno per la CO2:

Si dirà che si può produrre l’energia con fonti rinnovabili: molto semplice a dirsi, quanto molto difficile a farsi, per non dire quasi impossibile. Sostituire il parco veicoli odierni con veicoli elettrici infatti implicherebbe quasi il raddoppio della produzione di energia elettrica, con uno sforzo finanziario ed industriale senza precedenti in pochi decenni; e probabilmente inutile, se il nucleare (a bassissimo impatto di CO2) non sarà la parte principale della soluzione. Infine una constatazione più terra-terra: le auto elettriche non solo hanno scarsa autonomia e lunghi tempi di ricarica (pur in miglioramento), ma hanno anche sollevato grossi problemi di sicurezza legati agli incendi(7). Questo per una buona ragione: l’energia in forma “fossile”, cioè petrolio e carbone, è anche altamente stabile e facilmente maneggiabile. Gli accumulatori elettrici, non solo non raggiungono la stessa densità di potenza, ma sono anche meno stabili; inoltre la ricarica veloce dei veicoli, con gli alti amperaggi implicati, aumenta il rischio di sovraccarichi termici o elettrici. La mobilità elettrica a batteria (fuori quindi da treni, tram e filobus) rimane la grande promessa del futuro, non ancora la realtà del presente, in attesa di grandi miglioramenti su questi punti.
In conclusione, se il nostro obiettivo è quello di decarbonizzare l’economia, è meglio farlo con criterio, utilizzando tutto il mix energetico senza puntare troppo su soluzioni ancora troppo incerte e sperimentali, escludendone altre di ormai rodate e ampiamente sicure; anche i tempi devono essere congrui alle tecnologie ed alle risorse finanziarie disponibili, senza “balzi in avanti” di tragica memoria. L’ambientalismo radicale ha dimostrato di essere inapplicabile in ogni campo; ma anche le derive populiste di certi governi sul tema, cavalcando paure poco razionali e progettando scenari tecnicamente e finanziariamente improbabili, hanno creato notevoli danni nel breve e nel medio periodo (sul lungo ancora non sappiamo, ma, come diceva un noto politico, saremo tutti morti). La storia della generazione elettrica in Italia nell’ultimo trentennio ed in Germania nell’ultimo lustro è lì a dimostrarlo: alti costi, grossi problemi, riduzione delle emissioni molto blanda se non inesistente al netto delle crisi economiche. Le soluzioni alternative ci sono, anche a livello europeo es. con grandi e nuove interconnessioni tra stati; basta non gettarle alle ortiche in nome di un cultismo neo-pagano ed irrazionale.
  1. http://www.repubblica.it/economia/2017/09/06/news/un_italia_a_energia_rinnovabile_farebbe_risparmiare_6_500_euro_a_testa_e_creerebbe_mezzo_milione_di_posti_di_lavoro-174683185/
  2. https://www.fool.com/investing/general/2016/04/02/how-a-22-billion-solar-plant-became-a-money-pit.aspx
  3. https://en.wikipedia.org/wiki/Ivanpah_Solar_Power_Facility#Fossil_fuel_consumption
  4. https://en.wikipedia.org/wiki/Diablo_Canyon_Power_Plant
  5. https://en.wikipedia.org/wiki/Topaz_Solar_Farm
  6. https://en.wikipedia.org/wiki/Westlands_Solar_Park
  7. https://www.technologyreview.com/s/521976/are-electric-vehicles-a-fire-hazard/
 

31 agosto 2016

Pensieri del Lambrusco, il nuovo eversivo saggio di Camillo Langone


Colli a Volturno, Isernia
di Alfredo Incollingo

Per sette anni abbiamo avuto nostalgia della sua penna severa, colta e perspicace; del suo atteggiamento aristocratico e conservatore, non pago della modernità usa e getta. Prediligere un caldo tabarro ad una classica giacca commerciale, per esempio, non è una banale scelta di stile, ma un atto di spregio della narcisistica ed effimera moda contemporanea. Vuol dire riappropriarsi del passato, delle tradizioni di una volta, anche nel costume. La repulsa della modernità non è solo un discorso intellettuale. La tradizione, come affermava G.K. Chesterton, nasce dal senso comune per le cose e per le persone; nessuno è più pragmatico del contadino rispetto all'egotista moderno, imprigionato nella sua gabbia di concetti astratti: il folle non perde la ragione, ma il contatto con la realtà e la vita stessa.
Camillo Langone ci aveva lasciato una speranza, ovvero la possibilità di recuperare tutto ciò a partire da quei frammenti di tradizione sfuggiti all'industrialismo e alla tragedia moderna. Ne "Il manifesto della destra divina. Difendi, conserva, prega" Langone aveva elaborato un ottimale programma politico e culturale che, come ogni buon conservatore, sfatava le vanaglorie del presente e ci indicava la strada maestra da seguire. Lo aveva fatto recuperando un Pasolini tradizionalista, naturalmente taciuto dalla critica (di sinistra), che invitava un giovane neofascista a conservare quel poco di mondo rurale, genuino e incontaminato, che era sfuggito alla morsa del progresso tecnicistico.
La nostra attesa è stata ripagata con un nuovo, ottimo lavoro di Langone, un saggio eversivo nella critica e reazionario nel costruire, come sempre, una nuova prospettiva esistenziale.
Lo stesso autore aveva sperato, probabilmente, in una svolta, che avrebbe cambiato il nostro tempo, ma tale speranza è stata disattesa o rimandata. "Pensieri del Lambrusco", la nuova creazione di Langone, si apre con questa constatazione: di fronte all'invasione (o alle nuove e vecchie invasioni) non rimane che rifugiarsi nel Lambrusco, non per ubriacarsi, ma per gustare un sapore di casa, un breve ritorno alle origini. E' il contesto ideale per scrivere della propria resistenza ai mali odierni, una sfida fatta di piccole osservazioni, frammenti di una realtà in frantumi, relativista.
Il libro è una summa di riflessioni che Langone sviluppa intorno alle tematiche più urgenti del nostro tempo: ambientalismo, islam, aborto, ecologismo, apostasia e tutti i mali che affliggono l'Italia e la civiltà occidentale. Senza mai scadere nella critica gratuita, l'autore ci fornisce punti di vista originali e ben argomentati, contraddistinguendosi per una vasta cultura che gli permette di affrontare con serenità anche l'argomento più ostico. Per i lettori più accaniti l'autore suggerisce una serie di saggi interessanti, piccole perle di controrivoluzione.
In questo nuovo saggio ritroviamo il Langone che ci piace, lo stesso del "Manifesto della destra divina" e delle "Preghiere" su Il Foglio: tenace, schietto e severo nella giusta misura.
Non resta che recarsi in libreria, quelle meno progressiste e infestate da romanzi di genere, per acquistare un testo che certamente rompe con la monotonia editoriale degli ultimi anni. Pochi testi sono così preziosi come Pensieri del Lambrusco di Camillo Langone.
 

13 aprile 2016

I no-triv radical-chic


di Nicola Tomasso

Eccoci giunti. Il 17 aprile si vota il referendum contro le trivelle a mare. Gli eserciti degli ipocriti sono già tumultuosi, schierati col veleno in corpo verso l’assalto finale a chi la spara più grossa: c’è chi si dipinge color arcobaleno per fermare i “cattivoni trivelloni”, chi si fa ritrarre con paesaggi marittimi incontaminati, chi cerca la posa migliore, quella chic ma non troppo radical; le varie Legambiente, WWF e associazioni ecointegraliste alle prese con volantinaggi, figurine, incontri a scuola (poteva mancare la scuola?), banchetti e sinistrate discorrendo. Insomma, tutta l’intellighenzia disincantata delle ceneri della sinistra, la quale, come fenice, ritrova se stessa tra piazze arcobaleno e acque incontaminate: una platea che, accantonata in un angolo remoto della propria coscienza quell’essenza “di sinistra” che è sempre efficace per un tocco di superiorità e di saccenteria, riscopre l’emozione vibrante del movimento, della “lotta che può ripartire dal basso”, di una strana ideologia che di tanto in tanto si trasforma a seconda di come va la moda, ma che è sempre lì, latente, pronta a venire fuori per qualche indignazione telecomandata o qualche inutile battaglia.
Poi ci sono altri, come i leghisti e i grillini, per i quali tutto fa brodo purché ci si distingua. Per questi non è importante il contenuto del referendum: l’importante è andare contro, cercare di acquistare consenso, arrivare al risultato anche senza coerenza e senza un senso apparente.
Ma veniamo al dunque: cosa andremo (andranno) a votare il 17 Aprile?
I cittadini sono chiamati a rispondere alla seguente domanda: volete che, quando scadranno le concessioni per le piattaforme marine esistenti, vengano fermati i giacimenti in attività al di sotto delle 12 miglia dalla costa, anche se sotto c’è ancora gas o petrolio?
Innanzitutto è bene chiarire che il referendum non riguarda affatto nuove trivellazioni, ma soltanto quelle già esistenti. Attualmente è vietata la ricerca di idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa.
Inoltre il petrolio e il gas oggi prodotti in Italia dovrebbero essere importati, in caso di vittoria del sì, con maggiori rischi per l’ambiente. Tutto questo andando a chiudere giacimenti lasciati a metà  e creando gravi inefficienze in termini energetici ed economici. Scrive il giornalista Piercamillo Falasca: «Sono le petroliere, se vogliamo dirla tutta, la causa del catrame che purtroppo a volte arriva sulle nostre coste danneggiandole, non i giacimenti nei mari italiani. Il petrolio e il gas “a kilometro zero”, come qualcuno li ha definiti, sono più sicuri e meno impattanti per l’ambiente. Nulla viene scaricato a mare e i detriti di perforazione vengono raccolti e inviati a terra in centri autorizzati per lo smaltimento».
Dobbiamo aggiungere che l’interruzione degli investimenti – a scadenza di concessione – avrebbe delle ripercussioni gravissime sia a livello occupazionale che a livello ambientale. Scrive Marco Bardazzi (Eni): un eventuale ‘sì’ comporterebbe «aumento della dipendenza energetica dall’estero fino ad oltre l’81% rispetto all’attuale 76% (ovvero un aumento dell’import di gas dal 90% al 95% e dell’import di olio e prodotti petroliferi dal 90% attuale al 91.3%). Riduzione del volume del fatturato dell’indotto per circa 0,9 mld € anno e ricadute occupazionali su 5.500 risorse impiegate. Infine, da un punto di vista di efficienza energetica ed ambientale è importante evidenziare come per rimpiazzare un metro cubo di gas prodotto in Italia occorre importarlo tramite gasdotti o LNG, con un consumo di energia mediamente pari al 10% del volume importato, e quindi un maggiore impatto ambientale: l’import addizionale porterebbe ad un aggravio delle emissioni di circa un milione di tonnellate di CO2 per anno. Per non parlare dell’aumento del traffico di petroliere nei nostri mari, con relativi rischi annessi».
Dunque si va a sostituire ad energie non impattanti per l’ambiente, importazioni molto rischiose per le nostre acque: alla faccia della tutela dell’ambiente! In più i dati dell’Emilia Romagna dimostrano quanto sia falsa anche l’idea secondo cui le trivelle incidano negativamente sul turismo.
I comitati per il sì giustificano la loro azione disinformatrice in nome di una riconversione della società alle energie alternative. Senza addentrarmi troppo in questo tema (sono sufficienti gli articoli della stragrande maggioranza del mondo scientifico), appare a dir poco assurdo immaginare un mondo da qui a dieci anni che non fa più uso di petrolio (ci si sposterà in deltaplano forse) e che magari si riscalda con decine di stufette elettriche alimentate ad energia fotovoltaica…
È chiaro che si tratta di un referendum-bufala, tutto impregnato di ideologismo fanatico figlio della nuova religione panteista che vede nel mondo la realizzazione del ‘Regno’: un’etica possibilista circa l’annientamento del peccato dalla storia dell’uomo e la redenzione tramite moniti eco-ambientalisti, una nuova coscienza fremente negli inviti alle iniziative collettive per la salvezza del mondo e persistente negli appelli alle varie indignazioni pubbliche. Ognuno può così serenamente raggiungere l’espiazione del senso di colpa ancestrale tramite il lauto e luciferino riscatto eco-idolatra.
A parte tutto, i veri vincitori di questo referendum saranno i soliti salottieri vanitosi: i soliti radical chic.

 

16 luglio 2015

Teoria gender: cosa dicono gli ambientalisti?



di Federico Catani

La teoria gender è una forma di violenza, perché attua una vera e propria manipolazione della psiche umana.

Insegnare ai bambini l’inesistenza della differenza naturale tra maschile e femminile e l’assoluta insignificanza del dato biologico per definire la propria identità sessuale, tanto da lasciare libertà di scelta circa il tipo di genere da adottare da grandi (e sappiamo che l’elenco è assai lungo…), non è altro che un attacco volto a destrutturare e modificare la stessa natura umana. L’obiettivo è la creazione di un uomo e di un mondo nuovi, così come profetizzati da Aldous Huxley ottant’anni fa. 

Di fronte a questo vento di follia i primi a ribellarsi dovrebbero essere gli ambientalisti. E invece da quel mondo arriva solo un assordante silenzio. È vero che, come diceva Andreotti, i cosiddetti “verdi” sono sempre stati come le angurie, ovvero verdi fuori e rossi dentro. Eppure, qualche decennio fa, alcuni di loro, in tema di vita umana, hanno assunto posizioni coraggiose e controcorrente, improntate al buon senso, alla ragione e al rispetto della legge naturale.
Nel 1987, ad esempio, 22 esponenti del mondo ecologista (in maggioranza non cattolici) firmarono un manifesto di sostegno all’Istruzione Donum vitae, con cui la Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata dall’allora cardinale Ratzinger, si occupò del rispetto della vita umana nascente e della dignità della procreazione, ribadendo la tradizionale dottrina cattolica in campo bioetico.
In questa “Dichiarazione di un gruppo di esponenti ecologisti sulla ‘Istruzione Ratzinger’ relativa ai problemi morali connessi alla fecondazione artificiale e sperimentazione su embrioni”, i firmatari dichiaravano di essere d’accordo con la Chiesa su quattro punti: «Il rifiuto della neutralità morale della scienza e della tecnica e perciò l’affermazione dell’immoralità “in sé” di alcuni mezzi tecnici, indipendentemente dai fini. Il rifiuto della delega a esperti (biologi, medici, ecc.), alla tecnica o all’uomo come soggetti donatori di vita e di morte su comando, perché “nessun uomo può pretendere di decidere l’origine e il destino degli uomini”. Il riconoscimento che “attraverso il corpo viene raggiunta la persona stessa” e perciò quello che tocca il corpo tocca anche la persona. L’implicita affermazione del senso del limite come essenziale a uno sviluppo non distruttivo ma equilibrato delle possibilità umane».
Ovviamente nel mondo progressista e radical-chic scoppiò la polemica. La comunista Rossanda fu tra le principali critiche del manifesto. Alla giornalista e politica del PCI rispose Alexander Langer, di cui il 3 luglio sono ricorsi i vent’anni dal suicidio.
Militante di Lotta Continua prima e poi fondatore dei Verdi, consigliere provinciale di Bolzano e poi consigliere regionale del Trentino-Alto Adige e infine europarlamentare, in un articolo sul Manifesto (“Cara Rossanda, e se Ratzinger avesse qualche ragione?”), il laicissimo Langer spiegò perché aveva firmato quella dichiarazione. Sono passati poco meno di trent’anni da allora e la situazione odierna è di gran lunga peggiore.
Pur continuando a sostenere posizioni inaccettabili come la bontà della legge 194 e un sostanziale consenso alle tecniche di fecondazione artificiale (consenso poco coerente con quanto affermava nello stesso pezzo), Langer riconosceva però che, ad esempio, «non è possibile non definire spaventoso il numero di aborti praticati e cercarvi rimedi, e non riconoscere un dovere etico di prevenire ed evitare la scelta dell’aborto». E non esitava a chiedersi: «C’è qualcuno che si sente abortista? Non posso crederlo». Per questo sottolineava pure come, anche tra i sostenitori della depenalizzazione dell’aborto, «è stato sempre ribadito che ciò non significava certamente accettazione dell’interruzione di gravidanza come valore positivo o come scelta eticamente indifferente». Affermazioni che non arrivano alle ultime e logiche conclusioni. Ma che oggi suonano quasi come una boccata d’aria fresca, visto come l’aborto sia ormai ritenuto un diritto sacrosanto da difendere e promuovere in nome dei “diritti femminili”…
Il punto forte dell’articolo di Langer, comunque, è l’attacco alla manipolazione genetica, giudicata pratica aberrante dalle conseguenze disastrose e tragiche. Si tratta di righe molto più attuali adesso che non trent’anni fa. Ecco cosa scriveva: «Nel caso della manipolazione genetica siamo alle soglie di (e probabilmente già oltre) una pericolosissima e forse irreversibile violazione di equilibri naturali e biologici. Paragonabile, mi sembra, a quella della bomba atomica, e forse oltre. L’idea della illimitata “perfettibilità” tecnologica delle specie viventi, quella umana compresa, e dell’emergere di un nuovo e spaventoso potere di predeterminazione e di costruzione artificiale di esseri viventi su misura dei desideri dei committenti (industriali, militari, politici…) è oggi assai vicina alla sua concreta realizzazione su scala prima sperimentale e poi industriale. Se vogliamo, come credo si debba volere, fermare la violazione inconsulta di quella soglia – ed è anche un problema di democrazia! – e contrastare un’avanzata ormai pressante di potenti nuovi padroni del “bios”, della vita, bisognerà unire tutte le forze che vogliono e possono perseguire quest’obiettivo».
La manipolazione e la soppressione degli embrioni umani continua come prima e più di prima e la si ritiene un diritto e un progresso. La fecondazione artificiale ne è uno dei tanti esempi. A tutto ciò, ora si aggiungono manipolazioni anche peggiori, come la compravendita dei figli attraverso la pratica dell’utero in affitto, la pretesa delle coppie omosessuali di ricorrere ad essa per possedere dei bambini e l’insegnamento della teoria gender nelle scuole.Ecco, se Langer fosse ancora vivo, cosa scriverebbe oggi? Ci sono ancora ambientalisti con il coraggio di scrivere un nuovo manifesto per ribellarsi a questi attacchi alla natura e alla dignità umana?
 

26 maggio 2015

Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri


di Federico Catani

«È importante tenere presente che quello che si cerca, oltre o, meglio, mediante la lotta contro la miseria, l’ingiustizia e lo sfruttamento, è la creazione di un uomo nuovo». Così scriveva nel 1971 Gustavo Gutiérrez, uno tra i massimi esponenti della teologia della liberazione. Questa corrente teologica, da cui la Chiesa ha preso le distanze per volontà di S. Giovanni Paolo II e dell’allora card. Ratzinger, è celebre per la commistione che ha realizzato in America Latina tra cattolicesimo e marxismo. Note al grande pubblico sono la sua presunta attenzione ai poveri e il suo sostegno alla prassi rivoluzionaria. Forse però non molti conoscono i suoi più recenti sviluppi. La teologia della liberazione, infatti, non è morta e non è rimasta affatto circoscritta al Sudamerica. Oggi, anzi, sembra tornata in auge e in diversi ambienti continua ad essere punto di riferimento, seppur in maniera velata. Ma quel che più conta è la sua evoluzione, che ci riguarda tutti, in un modo o nell’altro, perché attiene alla rivoluzione culturale e antropologica cui stiamo assistendo.

In effetti, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e il fallimento generale del comunismo, i teologi della liberazione, che hanno sempre fatto proprie le categorie filosofiche, politiche ed economiche del marxismo, sono stati costretti a reinventarsi. In pratica, hanno ampliato i concetti di “povero” e “povertà”. Se negli anni Settanta e Ottanta i poveri erano i proletari sfruttati e alienati da un sistema economico che prevedeva la proprietà privata dei mezzi di produzione, oggi sono anche altre categorie di persone, sempre oppresse, ma in maniere e per ragioni diverse. Ecco allora che i nuovi poveri sono gli omosessuali, i transgender, le donne e persino la natura. Tale passaggio all’interno della teologia della liberazione è avvenuto senza contraddizioni. Leonardo Boff, altro personaggio di spicco di questo mondo, già nel 1985 scriveva infatti che la teologia della liberazione andava strettamente legata ai vari processi di liberazione caratteristici della storia moderna, come ad esempio il freudismo e il pensiero di Nietzsche riguardo la liberazione psicologica e quella degli istinti. Questi teologi hanno poi fatto ricorso senza problemi all’ideologia del gender per lottare contro la discriminazione di sesso, al femminismo per contrastare il dominio maschilista e all’ambientalismo estremo per difendere il pianeta Terra.  

Gli attuali attacchi alla vita, alla famiglia e all’educazione dei nostri figli, pertanto, sono in qualche modo sostenuti anche da certi ambienti che si rifanno proprio alla teologia della liberazione, seppur con un’ampia varietà di sfumature. L’obiettivo è quello dichiarato da Gutiérrez e da altri: creare un uomo nuovo, completamente liberato da ogni tipo di oppressione, persino dalla morale e dalle leggi di natura. Un uomo ben diverso, quindi, da quello rinnovato e ricreato dalla grazia di Dio.

Chi volesse approfondire questi temi può leggere il documentato libro di Julio Loredo, “Teologia della Liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri” (Cantagalli, Siena 2014), in cui l’autore analizza dettagliatamente il nucleo dottrinale della teologia della liberazione, mettendo ben in evidenza tutti gli errori che la allontanano dalla verità insegnata dalla Chiesa: immanentismo, storicismo, manipolazione della Sacra Scrittura, distorsione dell’immagine di Dio, del concetto di Redenzione, di peccato, una nuova e rivoluzionaria visione di Chiesa, primato della prassi, e così via. «Il concetto fondamentale della Tdl, che la percorre da cima a fondo, è quello di “liberazione” – scrive Loredo - cioè un movimento, interiore ed esteriore, tendente ad emancipare individui e società da certe situazioni ritenute oppressive o discriminanti». Ma, per l’appunto, non sempre ciò che sembra oppressivo in realtà lo è. Prendiamo per esempio il caso dell’omosessualità. Dimenticando che la Chiesa da sempre insegna l’amore per il peccatore e la condanna del peccato, la teologia della liberazione gay, lesbica e queer parla di oppressione secolare verso il mondo omosessuale. In questo modo però, di fatto si legittima la ribellione non ad un’ingiusta autorità umana, bensì alla legge naturale e morale, voluta da Dio. È lo stesso ordine del creato che viene pensato come struttura oppressiva e dunque contestato. 

Stesso discorso vale per la cosiddetta teologia femminista. Con il pretesto della pari dignità tra maschio e femmina, in realtà essa diffonde lo scontro tra i sessi, distorce il concetto di maternità e legittima ogni orrore in nome dell’autodeterminazione femminile. L’aborto ne è l’esempio più eclatante. Non solo. L’attacco al “patriarcalismo” mette in discussione persino l’immagine di Dio in cui i cristiani hanno sempre creduto e che hanno sempre accettato. E così come è necessario liberarsi da ogni forma di oppressione tra esseri umani, bisogna pure liberare la natura dal dominio dell’uomo. Di qui il mito del pianeta Terra considerato un organismo vivo di nome Gaia. Scrive Leonardo Boff: «Al grido dei poveri dobbiamo aggiungere il grido della Terra». Ancora una volta, si sovverte l’ordine del cosmo, perché la flora e la fauna hanno la priorità rispetto all’uomo, l’unico essere creato a immagine e somiglianza di Dio.

Sotto l’apparenza di buoni princìpi la teologia della liberazione cela pertanto delle vere e proprie aberrazioni. Come scrive Loredo, «proclamandosi in favore dei poveri, essa tuttavia difende sistemi che generano povertà. Sembra quasi che la Tdl abbia fatto non tanto un’opzione preferenziale per i poveri, quanto per la povertà stessa». Una povertà, lo diciamo a scanso di equivoci, ideologica, che nulla a che vedere con quella consigliata dal Vangelo e vissuta da Gesù e dai santi, né con una giusta sobrietà di vita. I teologi della liberazione, in effetti, hanno posto al centro del loro pensiero la prassi rivoluzionaria, spalleggiando regimi comunisti criminali, in cui i poveri erano solo strumentalizzati. Vengono in mente le parole che Don Camillo dice al pretino progressista don Chichì: «La povertà è una disgrazia, non un merito. Non basta essere poveri per essere giusti. E non è vero che tutti i poveri abbiano solo diritti e i ricchi solo doveri: davanti a Dio tutti gli uomini hanno esclusivamente dei doveri». Lo stesso discorso vale per le cosiddette nuove categorie di poveri, ugualmente strumentalizzate per costruire un’umanità nuova, liquida, slegata da ogni riferimento certo. D’altra parte, è ben difficile considerare oppressi i membri di quelle potentissime lobby, ricche e influenti, che mirano a imporre la dittatura del pensiero unico, con buona pace della tolleranza e della libertà. 

(La Croce quotidiano, 29 aprile 2015)
 

04 settembre 2012

Il Batman di Nolan vota Tea Party

di Alessandro Rico

Otto anni dopo la morte di Harvey Dent/Due Facce, Bruce Wayne è un uomo trasandato, malconcio, depresso e solitario. E al maggiordomo Alfred, purché il suo pupillo non rischi la vita, tutto sommato sta bene così. Le carte cambiano, quando la ladra professionista Selina Kyle/Catwoman ruba le impronte digitali del miliardario, per venderle a un infido membro del Cda della sua azienda: il progetto è quello di convertire in un’arma distruttiva un reattore nucleare che la Wayne Enterprise aveva costruito per produrre energia pulita e gratuita. Con il prezioso contributo del perfido e fortissimo Bane.

 

14 dicembre 2011

Il Grande Fratello verde

di Federico Catani
Si è concluso da poco l'ennesimo summit internazionale sul clima, quest'anno tenutosi a Durban, in Sudafrica. Così come era accaduto con gli altri incontri mondiali, anche questo si è rivelato un fallimento. Prima di essere inaugurato, i mass media e i politici di ogni dove avevano naturalmente gonfiato l'evento, presentandolo, in maniera abbastanza ridicola, come l'ultima occasione per salvare il pianeta Terra dal riscaldamento globale. Insomma, abbiamo assistito alla solita recita. 

 

31 ottobre 2011

Ecologia dell'uomo II - Lezioni pratiche

di Saba Giulia Zecchi 
Sulle pagine di Campari e De Maistre si è già potuto commentare la sentenza della Corte di Giustizia europea sul brevetto di medicinali e cure ricavate da cellule staminali embrionali. Nel post di Federico Catani si è valutata l'implicazione giuridica di una sentenza valida e apprezzabile, ma pur sempre parziale e su questi aspetti non mi addentro oltre. Voglio valutare l'aspetto legato all' ecologia dell'uomo di cui ho scritto proprio su questo blog. Non è secondario, infatti, che a perorare la causa sia stata Greenpeace.
 

24 settembre 2011

Ecologia dell'uomo

Con questo articolo inizia la sua collaborazione con noi l'amica Saba Giulia Zecchi. Classe '83, laureata in Scienze per i Beni Culturali, orgogliosa dei suoi studi scientifici (sì, il suo corso è sotto Scienze Matematiche Fisiche e Naturali) non si lascia spiegare dagli scettici cosa sia una cellula, l'effetto serra o l'accanimento terapeutico. Mentre cerca lavoro, si diverte a diffondere il Tea Party in Italia (e dice che se non c'è abbastanza di lavoro, è anche perchè non c'è abbastanza Tea Party)

Da tempo va per la maggiore essere attivi difensori dell'ambiente. E' fuori discussione che le cartacce non si buttano per terra, che la differenziata va fatta in tutti gli ambienti -domestico, lavorativo, scolastico- e nonostante le differenti indicazioni da comune a comune, tutti hanno capito colore-busta-giorno della settimana giusti per buttare anche i materiali più complessi. Addirittura sopportiamo le nuove buste di plastica biodegradabile, che si spaccano guardandole (a qualcuno ancora non se ne è spaccata una?) e che per di più hanno un odore di cartone masticato poco simpatico. Questo riguarda il sostenitore medio, ma chi si volesse impegnare di più potrà scegliere tra coltivare e promuovere biologico e filiera corta, opporsi agli ogm, diffondere le energie rinnovabili o attivarsi in mille altri canali. Si tratta di una sensibilità -non voglio dire ideologia perché non ne conosco le teorie- che ha radice nella custodia del mondo, nel non rovinare quello che ci è stato affidato. Prevede quindi il non manipolare la natura per usi consumistici, per necessità di produzione o egoismi, e tutelare così l'ambiente e la temperatura globale, alcuni ecosistemi e specie di animali più delicate, l'idrosfera (l'acqua non si vende!) e l'atmosfera. 

La riflessione sull'ecologia esiste da anni, però non è ancora arrivata alla maturazione di un dato importante, e non capisco perchè debbano essere solo i cattolici a ricordarlo - lo ha fatto di recente il Papa a Berlino in un intervento magistrale -, che dovrebbero (dovremmo) piuttosto occuparsi di custodire la fede, prima di verità scientifiche di semplice portata: l'uomo è parte integrante di quel mondo che si vuole proteggere e tutelare. I cicli produttivi naturali e biologici delle carote non sono più importanti dei cicli produttivi della persona che quelle carote coltiva, mangia e ne protegge le varietà, questo ve lo dico da scienziata. Da cristiana poi la riflessione porterebbe a dire anche quale ruolo esatto ha l'uomo nel mondo, ma è evidente che il problema nasce ancora prima e riguarda l'ecologia dell'uomo.

Che l'uomo venga manipolato e considerato alla stregua della carta riciclata è un dato vero, anche se non immediato. Il ciclo biologico della donna ormai è interrotto e riprodotto a piacere con la stessa chimica vituperata per curare un mal di testa,  c'è da chiedersi quante siano le donne giovani davvero fertili a giro per le nostre città. Alle critiche poste verso le famiglie omosessuali: "Geometricamente e biologicamente un figlio non lo possono fare, inutile che mi dici il contrario", si risponde: "invece oggi con la tecnica li possono fare". No. Le parole esistono per usarle bene: "con la tecnica e un utero in prestito (pagato), gli scienziati possono fare figli a chi gli porta il seme", la natura e la tecnica prima di tutto vanno conosciute, non esistono per "sciacquare" la coscienza con l'ecopelle e il fotovoltaico (sovvenzionato da soldi di altri, ovviamente) o lavarsi le mani grazie alla 'non invasiva' RU486, che equivale più o meno al pesticida da evitare su carote e insalata. Mi aspetterei che un ipotetico laboratorio venga osteggiato se usa ancora le lampade a incandescenza, ma non se pratica selezione embrionale. Devo entrare nel merito della catena del freddo? D'accordo, probabilmente chi surgela embrioncini -in Italia no, ma altrove si fa- non è la stessa persona che accuratamente preferisce il cibo fresco a quello surgelato, e il vegano non è necessariamente lo stesso che affitta gli uteri, ma nel complesso la confusione regna sovrana e l'ignoranza gli fa da trono.  Il messaggio che ne esce suona più o meno così: "le carote comprale dalla filiera corta, ma il bambino, pur di averlo, ordinalo in Connecticut! "
 

02 settembre 2011

La bufala del riscaldamento globale

di Federico Catani

La Conferenza episcopale italiana, tanto per non farsi mancare niente e tanto per seguire la moda ecologista, dedica il 1° Settembre di ogni anno alla riflessione sulla salvaguardia del creato. Difendere la natura e rispettare l’ambiente in sé sono cose buone e giuste, per carità! Ma spesso, anche in ambito ecclesiale, si cede troppo all’ideologia ambientalista. Il che non è affatto cristiano e ragionevole.

Quest’anno, sarà che vi sono problemi più grandi, sarà che l’estate non è stata poi così africana, sarà quel che vi pare, in gran parte abbiamo evitato quei monotoni servizi giornalistici incentrati sui comportamenti da tenere in casi di eccessiva calura: bere molto, stare in casa nelle ore più calde e altre banalità del genere. Non ci hanno neppure riferito con troppo insistenza che (ma guarda un po’!) d’estate non fa freddo, ma si gira in maniche corte!

Probabilmente i profeti di sventura, quegli ambientalisti che parlano da anni di riscaldamento globale, di effetto serra e di desertificazione si staranno rodendo il fegato. C’è da capirli, poveracci. Hanno dedicato tutta la vita all’ideologia ecologista e ora che nessuno ne parla e nessuno è terrorizzato, è naturale che provino un po’ di rabbia. Un esempio di tale stizza è stato documentato questi giorni dal Foglio:leggetevi l’articolo del mitico Piero Vietti di oggi.

Gli ecologisti di professione ci hanno assillato per anni con la storia del global warming, dello scioglimento dei ghiacciai e di tutte le loro possibili catastrofiche conseguenze. Per lungo e lungo tempo ci hanno sempre ripetuto che saremmo andati incontro alla siccità, che la temperatura sarebbe aumentata chissà quanto e che occorreva ridurre le emissioni di anidride carbonica unitamente alla produttività industriale. E noi ci preoccupavamo, cercavamo di non andare in macchina, tentavamo di fare pressione sui governi affinché agissero in qualche modo, magari sostenendo la soluzione a tutti i mali, il Protocollo di Kyoto. Ogni volta che il termometro oltrepassava i 30° avevamo un mancamento e davvero temevamo che la fine fosse vicina: saremmo tutti morti abbrustoliti e soffocati.

Poi, da qualche anno a questa parte, ci siamo accorti che durante l’estate c’era si qualche giorno davvero caldo (quel caldo immancabilmente “torrido” o “africano”, come dicono i tg), ma poi, tutto sommato, si stava bene, pioveva pure e a volte anche molto. E allora l’uomo della strada, quello che non ha visto il documentario di Al Gore (dunque un ignorante, un abietto, un deficiente) e che non conosce gli “attendibilissimi” dati dell’Ipcc (l’organismo dell’Onu chiamato a monitorare i cambiamenti climatici) ha iniziato a domandarsi se davvero bisogna credere agli ambientalisti. L’uomo della strada è portato, con buon senso, a sostenere che il pericolo del riscaldamento globale non c’è, perché non fa poi così caldo (e addirittura l’anno scorso è nevicato persino a Roma). Ecco però che gli ecologisti di professione, vedendo messa in dubbio la loro autorità, rispondono prontamente che l’uomo della strada non capisce. Se abbiamo un’estate fresca è sempre colpa delle fabbriche, dell’uomo, dell’effetto serra. Insomma, sia che faccia caldo, sia che faccia freddo, sia che piova, sia che ci sia il sole, il global warming c’è, perché così loro hanno deciso e perché su quello hanno costruito le proprie carriere e le proprie fortune.

La verità è che i vari ambientalisti mentono. I cambiamenti climatici ci sono, su questo non c’è dubbio. Ma è altrettanto innegabile che ci sono sempre stati. Anche quando non c’era l’uomo ad inquinare. Tra l’altro, gli stessi che oggi parlano di surriscaldamento, fino a trenta, quaranta anni fa annunciavano l’arrivo imminente di una nuova era glaciale. Quale può essere la loro credibilità? Quale può essere inoltre l’affidabilità dell’Ipcc, più volte pescato con le mani nel sacco mentre falsificava i dati per piegarli ai suoi scopi politici? Come possiamo fidarci di chi definisce l’uomo “il cancro del pianeta”? Perché gli adoratori della dea “Gaia”, questi signori pseudoamanti della natura non scrivono che in passato la Terra è stata anche molto più calda (Annibale attraversò le Alpi con gli elefanti!)? Perché non dicono che, in fondo, quand’anche davvero la temperatura aumentasse un po’, non sarebbe per niente la fine del mondo? Perché non riconoscono che il clima è influenzato solo in minima parte dall’uomo, mentre lo è di gran lunga di più da altri fattori come i movimenti degli oceani, il Sole, la traiettoria che la Terra percorre in seno alla galassia o la composizione chimica dell’atmosfera? Perché, infine, questi “benefattori” non vogliono far sapere a tutti che il mondo scientifico non è per nulla allineato all’unanimità alle loro teorie bislacche? Si tratta ovviamente di domande retoriche.

Il vero obiettivo degli ambientalisti è cambiare gli stili di vita, dettare l’agenda politica ai governi e imporre la propria visione del mondo attraverso i mass media: diventare, insomma, i padroni del pianeta. Con i loro falsi allarmismi, gli ecologisti sono persino riusciti a far firmare l’inutile Protocollo di Kyoto che, come da alcuni scienziati è stato dimostrato, ha contribuito a una riduzione delle emissioni di CO2 risibile, ma ha avuto delle ricadute pesanti sull’economia dei Paesi sottoscrittori. Ha raggiunto però lo scopo principale per il quale è stato promosso: attuare il primo passo verso una forma di governo globale in cui pochi “illuminati” stabiliscono i valori comuni dell’umanità.
Sarebbe quindi ora scossa di affrancarci da simili loschi figuri, cercando di perseguire piuttosto un autentico rispetto dell’ambiente, che non si concretizzi a scapito dell’uomo e che non impedisca, specie di questi tempi, la crescita economica. Coniugare sviluppo e amore per la natura si può. Anzi, il primo accresce il secondo. Non è un caso, infatti, che laddove c’è povertà è maggiore anche il degrado ambientale. Ma questo gli ecologisti sembrano ignorarlo.