di Francesco Filipazzi
Che i vertici di Comunione e Liberazione siano ormai vittima di una deriva negativa e ben lontana dalle intenzioni del fondatore Don Giussani è assodato da alcuni anni. Nessuno ad esempio si aspettava un comportamento diverso da quello tenuto in occasione del Family Day, quando il nuovo "capo" Carron ha snobbato l'evento e preferito mantenere un profilo governativo, mentre invece i suoi militanti si organizzavano per andare a Roma autonomamente da lui. Di fatto ignorandolo.
Rimane però sconcertante che anche in occasione di avvenimenti meno sensibili, i vertici sentano il bisogno impellente di non schierarsi ufficialmente, per evitare di infastidire il potere. Prendiamo il referendum del 4 dicembre. CL in passato ha saputo elaborare proposte politiche di pregio, negli anni di governo e non. Oggi invece gioca al ribasso e non detta la linea, mentre i suoi esponenti di spicco sono in ordine sparso. Da un lato Maurizio Lupi che sostiene il governo e si schiera per il sì, dall'altro Mario Mauro si schiera per il no.
E i militanti? Ancora una volta sono più coerenti dei vertici e mentre al Meeting il parterre dei relatori al riguardo era in maggioranza per il si, soprattutto nell'area giovanile si registrava una propensione per il no.
D'altronde la linea Carron è questa. Non si deve fare egemonia e quindi, giustamente, se "devo nominare un primario, ne nomino uno bravo e non uno di CL", dice il successore di don Giussani, però non si capisce cosa c'entri con l'assenza totale di un'opinione su tutto.
È evidente che lo shock politico portato dal crollo formigoniano ha inciso moltissimo sulla natura di questo movimento ma sarebbe meglio recuperare un po' di coraggio. Pena la scomparsa.
Pubblicato il 18 ottobre 2016

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