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29 settembre 2017

Se demolizione deve essere, che sia


di Mattia Spanò

Desidero rispondere all'articolo di Manlio Rossi “La demolizione di Comunione e Liberazione”. Mi sembra che Rossi dica cose giuste, o quanto meno plausibili, corredandole di argomenti imprecisi e talvolta volatili. Intanto segnalo quello che mi sembra un errore di metodo analitico descrivibile in questi termini: l'identificazione di un carisma con il suo fondatore e i suoi leader.

Storicamente i carismi nella Chiesa hanno riguardato la fondazione di ordini religiosi a vocazione sacerdotale o almeno consacrata (benedettini, francescani, domenicani, gesuiti etc.) che hanno dato un impulso straordinario alla vita della Chiesa, sovente riformatore pur non avendone in nuce il programma – la stolida fissazione ideologica per le “riforme” è amenità recente. Dal Concilio Vaticano II è stato un proliferare vigoroso di movimenti laici a marcata vocazione pastorale, atta a innestare i non consacrati nella vita della Chiesa alle condizioni particolari di ognuno. Il sorgere più o meno spontaneo – al netto dell'Azione Cattolica e spesso da costole della medesima, come Gioventù Studentesca – di movimenti laicali (giustamente Rossi ricorda la Fraternità San Carlo e in forma diversa i Memores Domini, forme più tradizionali di apostolato e vita professa) può far supporre uno sfilacciamento del rapporto fra la leadership – parola orripilante per la quale faccio ammenda – consacrata e il popolo non consacrato, e quindi una risposta magari mal data, magari incompleta ad un problema gravissimo e reale. Questo elemento Giussani, la carenza educativa, il non saper nulla della Chiesa, lo aveva colto con straordinaria lucidità e in larghissimo anticipo sui tempi. Quale che sia il punto di vista di ognuno al riguardo, va riconosciuta una costante con il passato: il contributo dei non consacrati alla vita della Chiesa, che non va mai confuso in toto con la guida spirituale perché necessariamente più ampio e spontaneo, pur soggetto a naturali oscillazioni del contesto storico: parliamo di ordini con storie pluricentenarie alle spalle, e nel loro piccolo di movimenti che prosperano da decenni.

Di per sé lo stesso metro di giudizio andrebbe applicato all'interno degli ordini stessi: seguendo il ragionamento di De Mattei – che Rossi debolmente a mio avviso contesta, chiamando in causa la devozione di Giussani per la Madonna – possiamo supporre che il magistero ignaziano contenga in origine i prodromi dei vari Rahner, Arrupe, Sosa, Spataro e last but not least Sua Santità. O almeno possiamo essere confidenti che, sfrucugliando ben bene e interpretando alla luce delle successive conoscenze e sensibilità stratificate, sia possibile documentare tutto e il suo contrario, anche il sostanziale scollamento di Sant'Ignazio dalla Retta Dottrina. Se invece postualiamo che l'intenzione di Giussani, della Lubich, di Arguello ed altri sia quello di innestarsi nel solco del Magistero e della Tradizione – fattore certificato dai vari riconoscimenti canonici – allora la critica di De Mattei possiamo derubricarla a campanello d'allarme, beninteso prezioso, piuttosto che un'accusa compiuta di modernismo, termine che rischia di portarsi bene tanto quanto “fariseo”, “cattolico gommista” o “pipistrello”. È forse superfluo precisare che tale riconoscimento canonico non va visto né come irreversibile – l'idea dell'irreversibilità dei fenomeni la lasciamo volentieri a Sua Santità – né come esente da critiche. Tuttavia la vita di un movimento o di un ordine religioso è epifania troppo vasta e complessa per essere ridotta alla sensibilità del fondatore, e andrebbe forse trattata meno speditamente.

Anche l'espressione “vacuità intellettuale” riferita a Don Giussani mi pare ingenerosa. Ma non voglio eludere la radice della critica di Rossi perdendomi nei meandri della polemica, critica che mi sento di sintetizzare in questo modo: la gente, i cattolici della comune specie per citare Pegùy, non segue più (o non dovrebbe seguire) le guide che tradiscono il Magistero e perdono tempo ad attaccare la base critica (di questo passo, comincerò a provare una sorda simpatia per questi farisei tanto bistrattati). Non perdo un minuto di tempo nel sostenere se quello riportato sia o meno il pensiero di Carròn – diciamo che lo è – né se Carròn sia o meno il degno successore di Giussani – diciamo che lo é – né se lui o altri capintesta ciellini meritino di essere definiti cristiani: ricordo soltanto che Bergoglio accusò Trump di non essere cristiano per la ben nota vicenda del muro messicano, e la cosa urtò non poco le sensibilità più attente alla tradizione come quella di De Mattei e, in sedicesimo, anche la mia.

Se il bersaglio di Rossi è quello che ho malamente sintetizzato, non vedo il problema. Precisamente non lo vedo per quello che lui stesso rimarca lodevolmente quando afferma "il movimento non è la Chiesa", quindi è possibile essere cristiani anche fuori di esso? Carron, consapevolmente o meno, demolisce CL? Pazienza, ce ne faremo una ragione. Intende traghettare CL nell'alveo di questa "nuova Chiesa" di cui molti vaneggiano? Molta gente gli terrà dietro? Segnaleremo il pericolo, ne discuteremo anche animatamente, ma lasciando a Dio gli adempimenti. Fa parte del gioco dai tempi di Sant'Atanasio. Come disse S.S. Benedetto XVI, la barca appartiene a Cristo, "Lui che la guida".

Con ciò non voglio ovviamente significare che Rossi abbia del tutto torto. Le perplessità siamo generosi nel definirle tali, avviluppano molti, lui e il sottoscritto compresi. Solo lo invito a non arrendersi a queste. Il discernimento è stato "inventato" da San Paolo, quel "vagliate tutto e trattenete ciò che vale" che ha illuminato la vita di Giussani e per debole riflesso anche la mia. Se CL deve finire in un cumulo di macerie, il tempo dirà e ognuno se ne assumerà le responsabilità che gli spettano come crede e come può. Per conto mio, don Giussani mi ha educato all'amore a Cristo e alla sua Chiesa, e di questo gli sarò sempre grato.


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22 settembre 2017

La demolizione di Comunione e Liberazione



di Manlio Rossi

Cosa sta accadendo dentro Comunione e Liberazione? Sono in molti a chiederselo e purtroppo è difficile fare una analisi accurata, perché gli elementi pubblici a disposizione sono assai pochi. Chi scrive è convinto che (a) Comunione e Liberazione fosse un movimento sano, che ha portato molte persone a vivere da buoni cristiani ma che (b) l’attuale leadership del Movimento (in particolare, don Julian Carron) si stia adoperando per distruggere quanto di buono don Giussani aveva fondato e (c) nonostante rimangano tanti buoni cristiani tra i ciellini (probabilmente la maggioranza, perché i buoni non fanno rumore) i vertici di Comunione e Liberazione non sono più cristiani. A questa analisi segue una domanda: è ancora ragionevole continuare a frequentare il movimento, sempre più infetto di idee moderniste, sperando che i buoni prendano il sopravvento? A questa domanda, purtroppo, non ho risposta. Il movimento non è la Chiesa, quindi è possibile essere cristiani anche fuori di esso. Eppure in molte parti del mondo e d’Italia i ciellini sono gli unici cristiani praticanti con meno di 70 anni. Che fare allora?

Ma prima di pensare a che fare devo sostanziare la mia accusa, che è senz’altro forte e richiede una spiegazione.
Alcuni intellettuali cattolici, come il professor De Mattei, hanno sostenuto che il movimento non fosse sano già dall’inizio. È noto che don Giussani flirtasse intellettualmente con autori della nouvelle théologie e da ciò De Mattei deduce che le radici del modernismo carroniano possono già essere rintracciate negli scritti del fondatore, che parla sempre della fede come di “incontro” che risponde alle “esigenze del cuore”. Chiunque leggesse la Pascendi dominici gregis di san Pio X – lettura attualissima per i tempi (ultimi?) che stiamo vivendo – si accorgerebbe che è proprio del modernismo ridurre la fede e il suo contenuto alla risposta a una esigenza e a una pulsione spirituale dell’uomo. Ne segue che tutti i contenuti (dogmatici e morali) che sono superiori alle forze della capacità umana – es., i dogmi della SS. Trinità, i miracoli di Nostro Signore ecc. – non sono provabili perché non deducibili dalla mia apertura esistenziale all’autocomunicazione di Dio (per usare un linguaggio poi introdotto dal neo-modernista Karl Rahner).
A chi scrive, che ha letto il Senso religioso di don Giussani, sembra che lo stimato professor De Mattei abbia preso un abbaglio. De Mattei non sbaglia nel sottolineare la vacuità intellettuale degli scritti giussaniani, ma Giussani era un prete davvero innamorato della Madonna – fatto che stride con ogni forma di modernismo. E quindi i suoi flirts con la nouvelle théologie ad altro non si devono ridurre che alla incapacità di Giussani (che fu anche la incapacità di Giovanni Paolo II) di vedere le affinità tra le tesi di Surnaturel, che fanno a pezzi la assoluta libertà divina nel donare la Grazia, e il modernismo più sfacciato, che riduce la grazia a esigenza della natura.
Dentro CL sono nate famiglie cristiane, vocazioni al sacerdozio (molti sono partiti missionari con la Congregazione San Carlo di mons. Camisasca), vocazioni alla vita monastica, alla vita religiosa, alla verginità nel mondo (i Memores Domini). Tanto bene non può che venire da Dio e sia resa lode a Lui per questo bene che si è degnato di darci mediante don Giussani e chi lo seguì.
Ora però la musica è cambiata.
Carron non partecipa alle manifestazioni della famiglia contro il matrimonio omosessuale. Il meeting di Rimini si è imborghesito. Gli elementi più religiosi (vita liturgica, preghiera alla Madonna) sembrano annacquati e hanno perso di centralità.
Ma soprattutto, Carron si è travestito in cantore di papa Bergoglio. La sua intervista rilasciata a Crux la scorsa estate dovrebbe aver aperto gli occhi a chiunque non li avesse ancora aperti (conto me stesso fra costoro).
Lì Carron ci parla di un’altra religione, il kasperismo, che poco ha a che vedere con la religione fondata da Nostro Signore. L’accusa è pesantissima e i miei quattro lettori mi perdoneranno se mi dilungo nella analisi del testo.
Una lunga citazione è d’obbligo:
«Vedo che molte persone sono turbate e imbarazzate dal Papa, proprio come le persone lo erano da Gesù nel suo tempo – e in particolare, ricordiamolo, le persone più “religiose”», dichiara. «Per esempio i Farisei, che non vedevano tutto il dramma della situazione degli uomini che avevano davanti, volevano un predicatore che semplicemente dicesse agli uomini cosa dovevano fare, imponendo loro dei pesanti fardelli».
«Tutto ciò non bastava a far ripartire l’umanità, poi venne Gesù, che entrò in casa di Zaccheo senza chiamarlo ladro e peccatore; questo avrebbe potuto sembrare una debolezza. Invece nessuno sfidò Zaccheo come fece Gesù», ha detto Carrón.
Don Carron, prima di assurgere alla guida di CL, era un biblista – almeno, così mi hanno detto. Quindi mente sapendo di mentire. Gesù, con la Sua delicatezza, ha sempre chiamato le cose con il suo nome. Non ha condannato Zaccheo, ma lo ha convertito. E non poteva convertirlo se Zaccheo non sapeva da cosa doveva convertirsi. Gesù SA che Zaccheo era peccatore ed è esplicito, ma delicato, nel far presente la cosa a Zaccheo stesso. Leggiamo il vangelo di Luca (c. 19):
“9 Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d'Abramo; 10 perché il Figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto».”

Gesù, dicendo questo, rende noto che Zaccheo “era perduto”, ossia – la traduzione è d’obbligo in questi tempi in cui il catechismo non si legge più – sarebbe stato condannato alle fiamme eterne dell’inferno se fosse morto prima della conversione. Quindi non è vero che Gesù non ha chiamato Zaccheo ladro e peccatore. Lo ha fatto. E lo ha guarito. Ma lo ha guarito perché Zaccheo voleva essere guarito. E come poteva volerlo, se non sapeva di essere malato?

La conversione suppone infatti una serie di tappe: 1) prendere conoscenza del proprio peccato; 2) pentirsene (ossia, provare dolore per il male fatto, che ha offeso Nostro Signore, provocandone la morte in croce); 3) cambiare vita (ossia, avere una volontà ferma di non cadere più nel peccato) e 4) confessare il proprio peccato nel confessionale, perché, come ha detto Gesù, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.
Cosa propone don Carron? Il semplice incontro, un fraternizzare bonario con i lontani, che si guarda bene dal rimproverare loro le loro colpe. La speranza satanica è quindi di fermare il processo di conversione proprio al punto 1, il momento in cui ci si accorge che la propria vita non è in linea con i dettami del vangelo.
È per questo che le scuole di comunità sono oggi vuote, non si parla di nulla sia relato al Vangelo, ma solo di sentimenti, di emozioni di fronte alle banalità della vita. Da scuola di vita Cristiana, esse sono divenute sessioni di terapia di gruppo o “safe spaces” in cui tanti snowflakes, sempre di meno di numero e sempre più vecchi, si ripetono l’un l’altro che sono buoni cristiani e che han fatto esperienza dell’incontro con Cristo (leggi: hanno provato emozioni buone).
L’idea di misericordia e di prassi pastorale raccomandata da Carron è la stessa proposta dal card. Kasper nel suo famigerato libro Misericordia – ossia una presunta misericordia che non richiede alcun pentimento o conversione da parte del peccatore per essere ricevuta.
Carron e i ciellini di oggi dovrebbero chiudere i libretti degli Esercizi, in cui il nuovo leader fa elogi del nuovo papa misericordioso a ogni pagina, ed aprire invece la Bibbia. Troverebbero che il profeta Ezechiele ha scritto queste parole:
 “[8]Se io dico all'empio: Empio tu morirai, e tu non parli per distoglier l'empio dalla sua condotta, egli, l'empio, morirà per la sua iniquità; ma della sua morte chiederò conto a te.
[9]Ma se tu avrai ammonito l'empio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte, egli morirà per la sua iniquità. Tu invece sarai salvo”. (Ez. 33)

Ed ancora:
“[12]Figlio dell'uomo, dì ancora ai figli del tuo popolo: La giustizia del giusto non lo salva se pecca, e l'empio non cade per la sua iniquità se desiste dall'iniquità, come il giusto non potrà vivere per la sua giustizia se pecca. [13]Se io dico al giusto: Vivrai, ed egli, confidando sulla sua giustizia commette l'iniquità, nessuna delle sue azioni buone sarà più ricordata e morirà nella malvagità che egli ha commesso. [14]Se dico all'empio: Morirai, ed egli desiste dalla sua iniquità e compie ciò che è retto e giusto, [15]rende il pegno, restituisce ciò che ha rubato, osserva le leggi della vita, senza commettere il male, egli vivrà e non morirà; [16]nessuno dei peccati che ha commessi sarà più ricordato: egli ha praticato ciò che è retto e giusto e certamente vivrà.
[17]Eppure, i figli del tuo popolo vanno dicendo: Il modo di agire del Signore non è retto. E' invece il loro modo di agire che non è retto! [18]Se il giusto desiste dalla giustizia e fa il male, per questo certo morirà. [19]Se l'empio desiste dall'empietà e compie ciò che è retto e giusto, per questo vivrà. [20]Voi andate dicendo: Non è retto il modo di agire del Signore. Giudicherò ciascuno di voi secondo il suo modo di agire, Israeliti»”. (Ez. 33)



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05 settembre 2017

Né abbandonare la barca di Luigi, né permettere che affondi


di Daniele Laganà

Negli ultimi anni della mia avventura liceale salesiana, pur coinvolto intensamente nelle attività di un’associazione missionaria di matrice cattolica, sentii sempre più l’esigenza di una compagnia nella fede, dove l’amicizia potesse essere illuminata dal comune amore per il Signore e dove fosse possibile trarre un concreto ausilio per scorgere la presenza di Cristo in ogni granello del reale; contestualmente principiai ad appassionarmi a Tempi, una testata giornalistica che aveva la dote di offrire una costante lettura dell’attualità alla luce della Verità incarnata, e diedi vita ad un sodalizio apologetico in difesa della famiglia con due mie compagne di liceo, arrivando a proporre insieme ad una di loro l’iniziativa delle Sentinelle in Piedi dinnanzi all’intera comunità discente. Attratto sia dall’avventura culturale di Tempi, allora diretto da Luigi Amicone, sia dall’amicizia che era sorta con queste due fanciulle, decisi di assaporare la sorgente da cui scaturiva questa bellezza e chiesi di poter iniziare a partecipare al raggio, l’incontro settimanale di Gioventù Studentesca, la dimensione di Comunione e Liberazione presso le scuole superiori; a cagione della preparazione della maturità, presi parte con incostanza ai raggi, con il proposito di vivere la proposta del movimento nella sua interezza nel tempo dell’università e così è stato. Trasferitomi da Milano a Roma per studiare odontoiatria presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ho trovato nella piccola, ma appassionata comunità del movimento non sono una “seconda famiglia”, bensì anche il luogo ideale per permettere alla mia fede di spiccare il volo, con i gesti propri del carisma giussaniano (la Scuola di Comunità, la caritativa, gli Esercizi Spirituali, le assemblee, il Banco Alimentare, …), ma anche con il semplice invito a prendere parte alla celebrazione eucaristica mattutina, a cui ho risposto con generosa costanza, traendo un incommensurabile giovamento.
Nel contesto universitario, una proposta che il movimento rivolge a tutta la comunità è costituita dall’implicarsi nella rappresentanza studentesca, sottolineando il guadagno innanzitutto personale di tale impegno, ma, al contempo, offrendo all’ateneo la possibilità che una prospettiva evangelica possa illuminare le scelte didattiche; la rappresentanza è una delle forme con cui il movimento si propone di offrire al consorzio umano una presenza originale, scaturita dall’incontro personale con Cristo, e questa stessa presenza, contraddistinta da un giudizio chiaro sulla realtà, è stata oggetto, negli anni Settanta, degli attacchi trasversali della violenza atea sia rossa che nera, culminati negli attentati delle Brigate Rosse a Mario Perlini e Carlo Arienti: l’autenticità della testimonianza cristiana offerta da CL fu “convalidata” dall’aggressività della persecuzione di cui fu vittima e il Servo di Dio Luigi Giussani commentò quella situazione: «Di fronte al ricomporsi dell’unità [fra quanti riconoscono nella fede cristiana il punto di riferimento della loro vita] si sta oggi aggravando l’influenza che il laicismo radical-borghese esercita sulla nostra società. Questa ideologia, assunta anche dal “progressismo socialista”, sta diventando a livello culturale e politico un fatto dominante. Ci sembra ormai possibile un nuovo “totalitarismo ideologico” che, se tollera ancora la fede come fatto della coscienza privata, cerca, anche con la violenza, di impedire ogni emergenza pubblica e ogni incidenza politica
In queste ultime parole si ravvisa qual è la posizione di Comunione e Liberazione sulla natura della testimonianza cristiana, cioè una presenza che coinvolge l’integralità della realtà e che non riconosce alcuno spazio che non possa essere illuminato dalla luce di Cristo, mentre la posizione della quasi totalità dell’associazionismo cattolico viene più volte categorizzata da Giussani come “scelta religiosa”, formula per la quale «di fronte a tutti i problemi politici – diretti e indiretti: indiretti come l'aborto, come il divorzio; diretti come la scelta del partito –, tutte le associazioni cattoliche – tutte! – hanno  detto: “Noi siamo qui per educare il senso religioso degli uomini, perciò noi guardiamo soltanto la religiosità. Queste cose non ci interessano”», mentre CL ha avuto l’ardire di affermare che «tutto c’entra con la religiosità» e si è dimostrata fattualmente uno degli attori più tenaci in difesa dell’indissolubilità nuziale e della vita umana, pur avendo inizialmente criticato la scelta della forma referendaria. Questa diversità di vedute tra il movimento e la gran parte del resto del mondo cattolico si evidenzierà anche nella distanza tra Lazzati e Giussani, il primo impegnato nel dialogo con la modernità costruendo una civitas humana dove possa venir meno il riferimento a Dio, pur di trovare un consenso intorno a valori condivisi, il secondo convinto che non si possa che proporre la fede come esperienza che realizza ogni uomo, in una prospettiva per cui nell’agone socio-politico si agisca “in quanto cristiani” e non semplicemente “da cristiani”; tuttavia, oggigiorno, in alcune opere scaturite dal movimento, le quali non lo identificano interamente, ma ne sono comunque un frutto diretto, come ad esempio il Meeting per l’Amicizia dei Popoli (evento che ha l’intento di proporre al mondo lo sguardo che CL ha sulla realtà, pur invitando molte personalità provenienti da contesti alquanto differenti), si scorge una grande fatica nel concretizzare l’audacia del metodo insegnato dal Gius con cui porsi dinanzi alla realtà, facendo quasi apparire un cedimento verso la “scelta religiosa” e l’atteggiamento lazzatiano. Cosa potrà aver scaturito un tale (quanto meno apparente) indebolimento del carisma e quali sono i consigli che la storia del movimento può offrire per raddrizzare il cammino di questa straordinaria compagnia che sembra mostrare qualche segno di stanchezza?
Molteplici chiavi di lettura sono legittime e forse alcune possono rivelarsi complementari, in ogni caso credo che l’oggettività possa essere mantenuta se si conferisce la dovuta rilevanza al dato storico: a partire dal 2005 il presbitero iberico Julián Carrón succede a Luigi Giussani nella guida del movimento e, giusto per fare un esempio, nel 2007 il movimento prende parte con convinzione alla manifestazione in difesa della famiglia svoltasi davanti a San Giovanni in Laterano promossa dalla CEI, per cui mi sento di escludere che si possa attribuire alla successione una svolta sostanziale, mentre due dati interessanti sono la lettera datata 2 maggio 2012 a firma di Carrón dove viene manifestato il dolore di CL nel vedere calunniata la sua proposta in seguito al fumoso impianto accusatorio che viene costruito ai danni di Roberto Formigoni, eletto dal popolo lombardo come proprio governatore per ben quattro mandati consecutivi, e la scelta di non prendere parte alla manifestazione in difesa della famiglia del 2015, in seguito alla decisione della CEI di non sostenerla ufficialmente. Se il primo di questi due ultimi eventi è di poco antecedente all’elezione pontificia di Jorge Mario Bergoglio, il secondo si situa pienamente nell’“era di Francesco”, la cui influenza non può che pesare sulla conferenza episcopale del Belpaese, e il movimento, nella sua storia, ha sempre cercato, pur mantenendo l’originalità del proprio carisma, di essere in sintonia sia con la sensibilità del Santo Padre sia con le indicazioni vescovili, tuttavia se i precedenti papi mostravano una marcata simpatia per il carisma giussaniano, l’impostazione bergogliana ha reso più difficile il lavoro di sintesi tra l’insegnamento del fondatore e gli impulsi papali, con il rischio, più volte concretizzatosi, di fare proprio uno stile apertamente diverso dal proprio, arrivando a snaturare l’identità del movimento, basti pensare allo iato tra la chiarezza del volantino diffuso in occasione dell’assassinio di Eluana Englaro, avvenuto nel 2009, e la timidezza che si è palesata per quanto concerne l’omicidio di Charlie Gard.
Sicuramente persone che da molto tempo più vivono l’esperienza di Comunione e Liberazione hanno maggiore voce in capitolo del sottoscritto e il mio relativamente recente ingresso in questa compagnia mi rende compartecipe dei sentimenti di San Paolo, quando si sentiva come l’ultimo degli apostoli, a cui Cristo è apparso «come un aborto» (con la non secondaria differenza che in precedenza non ho mai perseguitato il cristianesimo), però non percepisco l’esigenza di non poter tacere: nell’analizzare queste dinamiche interne, spesso sembra come che da una parte ci sia una falange di duri e puri che per mantenere la fedeltà a Giussani scelgono di abbandonare il movimento e dall’altra una coorte di pretoriani pronti a difendere qualsiasi scelta intrapresa dalla dirigenza senza se e senza ma, mentre io non mi riconosco in nessuna di queste due posizioni, perché per me appare imprescindibile che non si debba né abbandonare la barca di Luigi, né permettere che affondi.
Fuor di metafora nautica, penso che l’unico vero modo per accettare la sfida che il metodo del Gius ci propone sia vagliare con attenzione e con sincerità in che condizione versi CL oggi, non curandosi tanto delle statistiche che pare non siano poi così rosee, ma piuttosto di quanto profonda sia la distanza (che, entro un certo limite, è anche fisiologica) tra il carisma autentico e ciò che stiamo vivendo; nella mia esperienza personale non posso che essere estremamente grato per i gesti insegnati da Giussani che compongono la proposta del movimento nella sua quotidianità e credo che essi, tutto sommato, siano stati tutelati sufficientemente bene dalla corrosione del tempo, mentre la dimensione pubblica del movimento abbia assunto un assetto che esiga un onesto ripensamento.
Nella storiografia di CL scritta magistralmente da monsignor Camisasca, si individuano due snodi, due crisi principali che il movimento ha attraversato: la prima investì l’embrionale esperienza di Gioventù Studentesca durante gli anni della contestazione sessantottina e divise la realtà formatasi in un gruppo innamorato del Fatto cristiano ed un altro più dedito ad una forma di impegno morale e sociale, mentre la seconda interessò un movimento più consolidato, fu meno traumatica, ma non meno reale, indentificata da Giussani con le parole di Laura Cioni: «Una grande fioritura, le cui radici si sono inaridite». Se nella “seconda crisi” il problema riscontrato era stato un'eccessiva politicizzazione che aveva portato a smarrire l’esigenza di riandare costantemente a Cristo, si potrebbe dire che nella circostanza presente ci troviamo di fronte all’estremo opposto, dove l’elemento religioso e il rapporto personale con Cristo non si è perso, ma si prova una timidezza ingiustificata nel porre all’interno della società lo sguardo sulla realtà che questo incontro ci consegna; a mio umile parere, quest’ultima consapevolezza potrebbe essere davvero il punto di partenza per una nuova ripresa del movimento, una realtà che ha segnato il Novecento cattolico italiano, un tempo dove il compromesso con il mondo è stato implicitamente o esplicitamente e in forme diverse uno degli orientamenti più diffusi nell’ambiente ecclesiale, e che speriamo possa essere uno strumento che lo Spirito possa continuare ancora adoperare per far innamorare sempre più l’uomo di Cristo e fargli accorgere che solo vivendo tutta l’esistenza insieme a Lui può essere veramente felice.

 

30 agosto 2017

Vittadini e il parroco di montagna


di Paolo Spaziani

Sono passati alcuni giorni dalla chiusura dell'edizione 2017 del Meeting di Rimini, ma non si sono ancora placate le polemiche per quella che molti hanno definito l'edizione della svolta definitiva di CL. Il primo e più convinto sostenitore di questo autentico abbraccio al politicamente corretto è stato il Corriere della Sera che ha “benedetto” l'opera di “normalizzazione”, voluta fortemente dagli organizzatori del Meeting. Uno degli incontri che ha suscitato più scalpore (in alcuni vero e proprio sconcerto) è stato quello sul tema dell'educazione, già citato nell'articolo dell'Amicizia San Benedetto Brixia. In chiusura dell'incontro Giorgio Vittadini è intervenuto precisando, con un certo vigore polemico, quale sia la priorità del nuovo corso ciellino: dialogo e “contaminazione” con le altre culture. In particolare, al termine del suo intervento, Vittadini ha precisato di voler essere un “apolide”, di non voler più avere una identità precisa. Vittadini ha arringato il pubblico presente, invitandolo ad andare avanti in questo “mischiare” di culture, perché, alla fine dell'anno non si deve capire chi è l'insegnante cattolico e quello comunista. Il tempo dell'ideologia secondo Vittadini è finito, il cattolico deve diventare un po' comunista e il comunista un po' cattolico. Perentorio il giudizio di Vittadini sulle battaglie per la libertà di educazione che, a suo avviso, “hanno ammorbato”, segno evidente di una insofferenza covata da tempo e ora esplosa in tutta la sua forza. Il video con il discorso di Vittadini è stato rilanciato sul web tra lo sconcerto di chi non riesce ancora a credere a questo rinnegamento del passato ciellino e chi invece strenuamente difende l'indifendibile. Quando ho sentito Vittadini definirsi un “apolide” la mia mente è andata immediatamente alle parole di Don Francesco Rezzola, parroco di Ossimo, Borno e Lozio, comuni della Valle Camonica (BS), che, sull'ultima edizione del periodico parrocchiale “Cüntòmela”, in risposta all'articolo di Franco Peci, offre un giudizio molto chiaro sul “nomade cattolico”. Franco Peci nel suo articolo dal titolo “Sempre nomadi” scrive che “il cristiano deve essere sempre in movimento, saper guardare avanti, tendere alle cose nuove che la grazia e la fantasia di Dio creano ogni giorno. Il cristiano non può aver le radici piantate in terra, bensì rivolte verso il cielo”. Nell'articolo Peci non fa mancare la classica stilettata a coloro che criticano Papa Francesco precisando che: “...è anche in nome di questo continuo rimpianto di un mitico passato che, accanto ad una certa “papolatria” tornata di moda dopo quella tributata a Giovanni Paolo II, specialmente in Internet si trovano un sacco di critiche, a volte non prive di accenti astiosi, nei confronti di Papa Francesco e del suo voler guardare avanti e portare davanti gli ultimi”. La risposta di Don Rezzola non si è fatta attendere, il parroco ha infatti vergato un articolo dal titolo “Nomadi, ma verso dove?” in cui emerge un giudizio chiarissimo sull'attuale crisi della Chiesa. Scrive Don Rezzola: “la categoria “nomadi” non mi piace perché per me esprime quasi un senso costante di irrequietezza, di insoddisfazione, di delusione del passato e del presente e bisogno di evadere da qualcosa che si sente troppo stretto. Non mi piace questa categoria, ma posso capire chi la sente propria. Nomadi, dunque, ma per andare dove? Verso quale meta? Per incontrare chi? Per trovare cosa? Nomadi sì, ma queste comunque sono domande che bisogna porsi per non vagare nella propria insoddisfazione senza trovare nulla”. A questo punto Don Rezzola, rispondendo idealmente a Vittadini, spiega quali siano le conseguenze di questo insignificante nomadismo, arrivando alla logica conseguenza che: “nulla allora è più certo e tutto diventa opinione. Anche il diventare nomadi si trasforma in un cercare senza trovare alcunché, se non il Dio che uno si è costruito nella sua mente e desidera incontrare. È il relativismo religioso e morale, dove ognuno si fa il suo Dio e la sua legge, dove il discernimento diventa la parola magica per far emergere la decisione che la propria coscienza ritiene per quel momento “giusta”, dove ciò che ieri era dottrina cattolica universale oggi è diventata opinione e ciò che ieri era considerato oscuramente proibito (dai dieci comandamenti) oggi può diventare perfino virtù. Si veda in proposito quanto accade intorno all’esortazione apostolica “Amoris Laetitiae” dopo il doppio sinodo sulla famiglia, dove cardinali, vescovi, preti e teologi danno interpretazioni che si oppongono le une alle altre, soprattutto riguardo alle due noticine che nell’intenzione del Papa, volutamente lasciano aperta la porta alla possibilità che gli adulteri divorziati e risposati, anche senza pentimento e senza volontà di conversione, siano ammessi alla ricezione dell’Eucarestia come tutti gli altri, cosa mai ammessa nella bimillenaria storia della Chiesa”. “Dove porterà questo “nomade” ricercare un posticino nella mentalità del mondo?” si chiede Don Rezzola. “Alla insignificanza della fede cristiana, per alcuni, perché ognuno farà comunque come vuole; a rifiutare Gesù Cristo, per altri, perché è ormai vecchio anche lui di almeno duemila anni; a negare Dio e molti già lo hanno fatto per crearsene uno a loro misura, tanto che perfino l’ateo miscredente Scalfari se ne sta costruendo uno anche lui mediante le interviste che gli concede il Papa”. In un momento in cui la barca di Pietro sembra sempre in procinto di rovesciarsi sapere che esistono sacerdoti coraggiosi e chiari come Don Rezzola è veramente un conforto. Avremo anche “perso” l'apolide Vittadini, ma abbiamo “scoperto” un sacerdote ben radicato nella verità e nella fede. E scusate se è poco.

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29 agosto 2017

CL: hegelismo al capolinea


di Amicizia San Benedetto Brixia

Il 23 agosto scorso ho avuto modo di partecipare al Meeting dei Popoli a Rimini. Un'occasione interessante, anche per l'opportunità di toccare con mano l'inarrestabile declino di CL o almeno delle sue gerarchie.
Parlo da persona esterna al movimento eppur interessata alla proposta di fede e cultura da esso incarnata.
Già l'anno scorso mi aveva profondamente stupito il discorso di don Carron, specialmente per la nonchalance con cui andava strumentalizzando frasi del fondatore, Giussani, allo scopo di imporre un new deal scandito dai mantra retorici dei muri da abbattere e dei ponti da costruire. Praticamente un Anti-Giussani di gusto grottescamente ciellinapocalittico.
Quest'anno invece ho ascoltato Vittadini in una conferenza dedicata al tema della scuola, Una scuola da grandi. L'intervento del fondatore della Compagnia Delle Opere è stato semplice e diretto, con la perentorietà e i toni un po' trasandati che gli sono propri Vittadini ha sentenziato - cito a memoria - "non voglio essere un muro, ma un materasso". Una maniera curiosa di fare muro contro i muri. E continuando ha illustrato il suo ideale di scuola: una scuola in cui il professore agnostico a fine anno si scopre un po' credente e il cattolico un po' comunista, con l'auspicio che ogni posizione si contamini e ogni ideale si scolori - una specie di transgender culturale insomma. Addio identità, benvenuto relativismo. C'è poco da commentare e, se non vi fidate della mia ricostruzione, potete trovare on line il discorso, Vittadini delira nei minuti di chiusura (il clou da 1h.39’ ca).

Tre osservazioni. La prima a mo' di boutade: CL ha davvero perso la bussola o ha solo bisogno dei soldi dei vescovi e del loro appoggio, ragione per cui si svende inneggiando al peggio franceschismo?
La seconda inevitabilmente ironica. Quasi commovente la performance di questo Vittadini in perfetto stile Vattimo: più deboli si fanno l'identità e il pensiero e più arroganti si fanno i toni del discorso. Non abbiamo nulla da invidiare ai miscredenti rivoluzionari!
Terza considerazione filosofeggiante circa le sorgenti e il futuro dei ciellini: CL nasce imbevuta di idealismo, un caso pulito pulito di idealismo cristiano iniettato nella tradizione cattolica. Più precisamente, ho sempre avuto l'impressione che, come il marxismo è stato il rovesciamento secolarista del sistema hegeliano, così CL è il contro-rovesciamento cristiano-immanentista del sistema marxiano. Il che non è un male assoluto, di buono c'è che mentre il Concilio non ha osato esprimersi sul comunismo, CL almeno ha provato a rispondergli potentemente sul piano tanto politico quanto culturale. Interessante ma non ineccepibile, l'impianto idealista di fondo infatti non promette nulla di buono. Esso si presenta per definizione gravido di mostri e pieno di lacune. Il primato della libertà e del desiderio mina l'ancoraggio alla verità oggettiva, lo priva di argini fissi e indiscutibili, lo espone al rischio dell'irrazionalismo: CL è infarcito di slogan e di spirito di corpo: se esso smette di essere ammansito da un governo saggio le conseguenze possono essere infelici. E infatti oggi lo sono. Questa la mia diagnosi breviter su CL. Così appunto mi spiego come mai stia avvenendo la deriva incontrastata. Il germe irrazionale che cova nel seno del movimento impedisce una reazione opportuna.
Siano queste o altre le ragioni del disastro, resta palese il deragliamento di prepotenza imposto dai capoccia, così sicuri nel loro autoritarismo da non accorgersi nemmeno del fatto di essere andati ben oltre l'affermazione della pluralità, e di trovarsi ormai in guazzetto nel marasma della contraddizione e della rivoluzione. Se pure la CL delle origini ha retto alla calata bolscevica, ora il barcone di Carron pare soffocare tra le spire degli eredi arcobaleno & Co., siano essi dentro o fuori la Catholica.

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18 ottobre 2016

Se CL non si schiera più


di Francesco Filipazzi

Che i vertici di Comunione e Liberazione siano ormai vittima di una deriva negativa e ben lontana dalle intenzioni del fondatore Don Giussani è assodato da alcuni anni. Nessuno ad esempio si aspettava un comportamento diverso da quello tenuto in occasione del Family Day, quando il nuovo "capo" Carron ha snobbato l'evento e preferito mantenere un profilo governativo, mentre invece i suoi militanti si organizzavano per andare a Roma autonomamente da lui. Di fatto ignorandolo.

Rimane però sconcertante che anche in occasione di avvenimenti meno sensibili, i vertici sentano il bisogno impellente di non schierarsi ufficialmente, per evitare di infastidire il potere. Prendiamo il referendum del 4 dicembre. CL in passato ha saputo elaborare proposte politiche di pregio, negli anni di governo e non. Oggi invece gioca al ribasso e non detta la linea, mentre i suoi esponenti di spicco sono in ordine sparso. Da un lato Maurizio Lupi che sostiene il governo e si schiera per il sì, dall'altro Mario Mauro si schiera per il no.

E i militanti? Ancora una volta sono più coerenti dei vertici e mentre al Meeting il parterre dei relatori al riguardo era in maggioranza per il si, soprattutto nell'area giovanile si registrava una propensione per il no.

D'altronde la linea Carron è questa. Non si deve fare egemonia e quindi, giustamente, se "devo nominare un primario, ne nomino uno bravo e non uno di CL", dice il successore di don Giussani, però non si capisce cosa c'entri con l'assenza totale di un'opinione su tutto.

È evidente che lo shock politico portato dal crollo formigoniano ha inciso moltissimo sulla natura di questo movimento ma sarebbe meglio recuperare un po' di coraggio. Pena la scomparsa.


 

09 settembre 2016

Supplica agli amici di CL


di labaionetta.blogspot.com

Venerdì 19 agosto, il giorno dell’apertura dei padiglioni fieristici che ospitano il Meeting di Rimini per l’Amicizia fra i Popoli, secondo una impiegata dello stand della casa editrice Shalom, intervistata da Repubblica, veniva nascosta la statua della Madonna e rimosse le immagini religiose appese nello stand. La richiesta di rimuovere i simboli religiosi sarebbe arrivata appena prima dell’arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, poi passato di fronte allo stand collocato all’ingresso principale della fiera. La casa editrice ha smentito, mentre la direzione del Meeting ha negato la propria responsabilità nell’aver richiesto la rimozione della statua. Resta il fatto che l'impiegata è scomparsa e né la statua né le immagini sacre sono state rimesse al loro posto (il video di Repubblica mostra chiaramente la Madonna, poi scomparsa, in un angolo) e che nessuno ha invitato a ricollocarla dov'era.

Chiediamo dunque preghiera e sacrifici perché si rinnovi l’amore alla verità indebolito dalle luci del potere, che in cambio di qualche briciola ottiene la progressiva scomparsa di una Chiesa fedele alla tradizione. Il nascondere la Madonna è infatti simbolo della sempre più frequente messa da parte della ragione per cui Cl esiste e quindi della sua debolezza: l’affermazione del fatto di Cristo e delle sue conseguenze scandalose nella società entrato nel mondo proprio grazie al "sì" di Sua Madre. In mezzo alla grande positività di molte mostre e testimoni (anche se spesso non compresi come padre Rebwar di Aiuto Alla Chiesa che Soffre, contestato per le sue posizioni sull'Isis) presenti al Meeting di Rimini, si assiste al rinnegamento di cui l'episodio è emblematico. Un rinnegamento che è la causa di tutti i conseguenti tentennamenti (vedi posizioni sulle unioni civili e sull’islam), le mezze verità (vedi mostra sull’immigrazione in cui si dice che gli immigrati sono nell’80 per cento cristiani e il 20 di altre fedi, omettendo il fenomeno dell’immigrazione clandestina) le bugie (la politica è solo compromesso, vedi mostra sulla storia della Repubblica) e i tradimenti (nel 2000 Cl ha lottato per una riforma costituzionale in senso sussidiario opposta a quella attuale, oggi valorizzata da più voci interne alla kermesse sebbene si sostenga che Cl non prende posizione in merito) offerti al popolo del Meeting.

A questa lontananza e timore del giudizio controcorrente di Cristo, troppo spesso affermato come un pensiero disincarnato, che affievolisce l’impeto missionario, la libertà e quindi l'amicizia e la letizia, a questo piattume che genera formalismo e stanca, si deve rispondere innanzitutto tornando alla fonte del giudizio nuovo sul mondo, all'incarnazione attraverso Maria. Perciò, mentre Le chiediamo perdono per i nostri tradimenti, domandiamo il suo "sì" incondizionato a Cristo, affinché Egli si comunichi attraverso il Suo corpo storico, la Chiesa portatrice della verità nella tradizione.

Come disse all’inizio degli anni Novanta lo stesso don Luigi Giussani agli universitari: “Pregate, pregate la Madonna di Loreto, fate il pellegrinaggio. Grazie! All’atteggiamento irrazionale dell’uomo può supplire soltanto il miracolo di Dio”. E ancora parlando della lontananza di Cristo dal cuore (esercizi della Fraternità, 1982): "Alla demoralizzazione la nostra compagnia deve sostituire un aiuto affinché la nostra vita porti, nel tempo e nello spazio, la speranza... La speranza è una idea dominante, un sentimento - se volete - dominante più di tutti gli altri, che attraversa tutti gli altri, che qualifica tutti gli altri: «A Dio nulla è impossibile»; non al Dio dei nostri pensieri, ripeto, ma al Dio che si è reso uomo, al Dio vivente che si è reso presenza tra di noi...Com’è bambino, povero di spirito, questo grande maestro dello spirito, la grande figura della storia cristiana dei primissimi secoli che è Efrem il Siro!...: «Ecco che la mia vita declina di giorno in giorno e crescono i miei peccati. O Signore, Dio delle anime e dei corpi, Tu conosci la mia debolezza. Concedimi, Signore, la Tua forza, sostienimi nella mia miseria […]. O Signore, non disdegnare la mia preghiera […] e conservami la Tua benevolenza fino alla fine».

Ricordando l’amore per la Vergine, attraverso cui Dio si fa continuamente carne, del fondatore di Comunione e Liberazione, esperienza da cui la kermesse prende origine, invitiamo alla recita del Rosario e all'offerta di sacrifici in riparazione dei fatti accaduti. E domandiamo la conversione del cuore con la preghiera di Efrem il Siro, affinché il movimento torni alle sue origini riaffermando la propria identità, anche quando ciò significhi derisione, rifiuto o persecuzione da parte del mondo.
 

22 agosto 2016

Chi rinnega la Madre di Dio?

di Giuliano Guzzo
I fatti, anzitutto. Sul sito internet del quotidiano Repubblica viene diffuso un filmato girato al Meeting di Rimini, precisamente allo stand della casa editrice Shalom, nel quale si vede e si ascolta una signora intenta a rimuovere dalla sua posizione, originariamente in bella vista, una statua della Madonna obbedendo ad una indicazione – afferma – ricevuta allo scopo di non offendere eventuali visitatori islamici, i quali coltiverebbero «un odio» tale, verso la Madre di Gesù, da consigliare appunto quella rimozione allo scopo di «non mettere a rischio nessuno». Quel video, com’era prevedibile, diventa virale facendo esplodere un caso, con non pochi cattolici che – comprensibilmente – gridano allo scandalo e i vertici del Meeting che, invece, tentano di minimizzare l’accaduto spiegando che loro, con quella censura, non c’entrano nulla. Una censura comunque singolare dal momento che, va detto, allo stand della Shalom non mancano, anzi abbondano pubblicazioni e testi riguardanti la Madonna. A chi credere allora? E, soprattutto, da chi ha preso ordini la signora immortalata nel filmato? E’ stato tutto e solo – viene da chiedersi – un trappolone di quei diavoli di Repubblica?

Ora, per quanto male si possa pensare di quanti lavorano per il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, riesce difficile pensare – se non si simpatizza per il sentiero controverso del complottismo – che il video diffuso da Repubblica sia un falso. Allo stesso tempo, sarebbe sbagliato addossare a tutto il movimento di Comunione e Liberazione le responsabilità di un episodio dai contorni tutt’ora poco chiari. Per quel che vale propenderei dunque per un’altra ipotesi prima di esporre la quale, urge una premessa: con l’oscuramento di Maria il mondo islamico c’entra poco. Anzi, il solo considerare una simile ipotesi denota una certa ignoranza. Scrive Vittorio Messori: «Maria è il “luogo” dove musulmani e cristiani (quelli, almeno, cattolici e quelli ortodossi) sono vicini più che ovunque altrove. Sino ad arrivare al paradosso: mentre oggi si susseguono, fra biblisti e teologi cristiani, le “riletture” riduttive e ambigue di alcuni dogmi mariani, a cominciare proprio dalla verginità di Maria, l’Islàm non tollera ne dubbi né esitazioni al proposito. Anzi, è pronto a lapidare sul posto chi non osasse attentare all’onore di colei che è la “Vergine che ha preservato intatto il suo seno”» (Ipotesi su Maria, Ares, Milano 2005, pp. 191-192). Scartata dunque l’ipotesi filo islamica, quanto accaduto al Meeting può essere letto solo alla luce di una tendenza altra.

La tendenza è quella che, da anni, vede il mondo cattolico in forte crisi, quasi ostile nei confronti di Maria e del Suo culto, guardato con scetticismo e sufficienza, quando non irriso quale devozione a base di processioni e vocine in falsetto. Si va così da sacerdoti e accademici rispettati come John P. Meier che negano la verginità perpetua di Maria – cosa della quale persino Lutero riteneva che solo i «pazzi e i villani» potessero dubitare – a Padre Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, che ha bacchettato quanti riservano attenzione alla Madre di Gesù, «onorandola in modo talvolta esagerato e sconsiderato», dalla Madonna “oscurata” a Rimini alla “Medaglia miracolosa” portata al collo dal celebratissimo Usain Bolt della quale i media che contano si guardano bene del parlare. A questi episodi, per chi abbia familiarità con certe prediche domenicali – in cui la Vergine viene presentata poco più che come una “brava donna” -, se ne potrebbero sommare altri. Unico comune denominatore: la sistematica offesa verso Maria.

Un fenomeno molto triste di eclissi della fede che, per chi crede, non ha giustificazione. Diceva infatti san Massimiliano Kolbe: «Non temete di amare troppo la Madonna, perché non arriverete mai ad amarla come l’ha amata Gesù».

 

26 agosto 2013

Legge anti-omofobia: se i capi di CL servono Mammona

di Marco Mancini

«L’unica raccolta di firme che il Meeting di Rimini sta facendo è quella contro la persecuzione dei cristiani nel mondo. La raccolta di firme sull’omofobia è una iniziativa del settimanale “Tempi”». Con queste parole i vertici ciellini si sono dissociati dalla donchisciottesca battaglia della rivista diretta da Luigi Amicone contro il ddl sull’omofobia: infatti, spiegano ancora i responsabili della kermesse romagnola, «che il Meeting non abbia paura dell’altro o della diversità, qualunque essa sia, lo documentano le decine di migliaia di persone che affollano in questi giorni la fiera di Rimini, visitatori, relatori o ospiti, che vivono il Meeting come fosse casa propria».

Poche righe ma confuse, verrebbe da commentare. Gli estensori del comunicato sembrano non accorgersi della portata liberticida del ddl Scalfarotto, delle conseguenze che progetti normativi come questo potranno avere in termini di persecuzione, magari non violenta ma strisciante, proprio dei “cristiani” che ci si propone di difendere in altre parti del mondo. I grandi capi del Meeting, dunque, non raccolgono firme contro la legge sull’omofobia, perché non hanno paura della “diversità”; ne segue logicamente che chi lo fa sia invece intollerante, insomma un tipaccio da cui prendere opportunamente le distanze. Una conferma implicita proprio del falso teorema messo in campo dai sostenitori della legge, uno sconcertante segno di subalternità culturale che non ci si aspetterebbe dai presunti eredi di don Giussani.

Sembrano lontani i tempi in cui il Fondatore accusava la modernità illuminista e secolarizzata di aver prodotto una vera e propria “scomunica”, ben più violenta di quelle comminate in passato dalla Chiesa, contro il cattolicesimo. Lontanissimi i tempi in cui CL e il Movimento Popolare erano attraversati da pulsioni anticapitaliste, antiamericane e anche un po’ terzomondiste. Oggi trionfa il “politicamente corretto”, come confermato dall’imbarazzante e sibillina chiusa del comunicato, laddove si afferma che, nel merito della questione omofobia, «possiamo solo auspicare che le sedi parlamentari affrontino la vicenda secondo quello spirito di responsabilità auspicato dal Presidente Napolitano che ha invitato a “parlare il linguaggio della verità” nell’interesse di tutti e di ciascuno». Ecco, non pretendevamo certo che si nominasse il Catechismo, ma almeno una citazione da don Gius. Dal Fondatore a Re Giorgio, il passo è stato più breve del previsto: la sete di “Assoluto” ha forse prodotto qualche volo pindarico di troppo.

Nessuna battaglia contro la legge sull’omofobia, dunque: sia mai che qualche ricco sponsor – che so, Legacoop – ritiri il suo contributo finanziario al prossimo Meeting, come suggerito con mentalità mafiosetta da Franco Grillini. Eppure Qualcuno aveva messo in guardia: “Nessuno può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e Mammona!”. Un invito sempre attuale, sul quale i signori del Meeting farebbero bene a riflettere.

da barbadillo.it