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05 settembre 2017

Democrazia Regale. Cristianesimo autorità potere


di Paolo Maria Filipazzi

Nel panorama editoriale odierno di rado ci si imbatte in un’opera che appaia destinata ad influire sull’evoluzione culturale futura, a maggior ragione se si guarda il quadro, non proprio entusiasmante della cultura cattolica. Quando ciò accade è quindi doveroso darne conto.
Segnaliamo, quindi con questa recensione, l’interessantissimo saggio di Giorgio Salzano Democrazia Regale. Cristianesimo autorità potere, edito per i tipi di Marsilio nel 2014. Il saggio tratta del tema più sottaciuto dal Cattolicesimo odierno: la Regalità di Cristo. Lo fa, per giunta, in una maniera innovativa e spiazzante, sotto forma di studio comparato fra teologia, filosofia e antropologia, e con un occhio fisso al dibattito contemporaneo ed al rapporto con la democrazia.
Il saggio prende le mosse dalla crisi della conversazione nel dibattito contemporaneo, caratterizzato dalla contrapposizione fra “fede” da una parte e “scienza” e/o “filosofia” dall’altra, che si riflette nella contrapposizione fra Stato e Chiesa, titolari di differenti pretese di “cattolicità”, ovvero di universalità. Una contrapposizione  che si fa ancora più complessa con l’universalizzazione degli scambi, che attira nella comparazione tutte le culture, il che rende necessario ampliare il discorso coinvolgendo, a fianco di teologia e filosofia, le scienze umane e, soprattutto, l’antropologia. Quest’ultimo è, secondo noi, l’aspetto più innovativo ed intrigante dell’opera.
Alla base della riflessione c’è la questione della rappresentanza, vale a dire di chi possa parlare a nome di tutti. Insomma, è in ballo la questione dell’autorità, o, ancora, di chi sia autorizzato a svolgere la funzione di mediazione negli scambi reciproci che formano la comuntà. Vengono quindi in rilievo le culture etnologiche, in cui la funzione di mediazione si concretizza sotto la forma della regalità, quest’ultima caratterizzata da un forte legame con la dimensione del sacrificio. Tuttavia, in tutte queste culture si manifesta un limite: alla pretesa di universalità del regno si contrappone la finitezza geografica del medesimo.
Questa contraddizione si risolve con l’esodo del popolo d’Israele dall’Egitto, che è un’uscita da tutti i possibili Egitto, ovvero da tutte le culture tradizionali. Ad essere in questione, però, non è la regalità, ma la sua titolarità. Quest’ultima passa ad un Signore cosmico ed universale che supera i confini delle varie signorie. Una volta uscito dall’Egitto, il pericolo per Israele è dare vita ad un nuovo Egitto. Questo rischio si concretizza nella storia della monarchia davidica. Con l’esilio a Babilonia e la fine del regno vi è, nel popolo d’Israele, una presa di coscienza della natura universale della regalità divina.
Tutto questo si compie in Gesù Cristo e nel suo sacrificio continuamente riattualizzato nell’Eucarestia. Con Cristo, infatti, il simbolico morire e rinascere del re presente nelle culture antecedenti avviene non più come rito simbolico ma realmente, come fatto storico.
Resta, a questo punto, la necessità di mettere a confronto la pretesa di regalità fondata sull’Incarnazione del Verbo con le pretese di sovranità universale sorte successivamente: la modernità e l’Islam. Si tratta, in realtà, di pretese assai simili. Infatti, la modernità non consiste in nient’altro che nella pretesa di sottomissione dell’individuo allo Stato. Sono, insomma, entrambe, pretese islamiche. L’Autore risolve la questione tramite il confronto fra due modelli di relazioni: triadico e diadico. Una vera relazione si da quando fra due interlocutori si pone un terzo cui fare comune riferimento. Sia nell’Islam che nello Stato moderno si hanno, invece relazioni puramente diadiche: fra Allah ed un Profeta che legittima la propria pretesa in senso tatutologico; fra l’individuo ed uno Stato che pretende il mero “rispetto delle regole” da parte di ciascun consociato. In nessuno dei due casi si crea, quindi, una vera trama di relazioni.
Al contrario, il modello triadico è proprio alla pretesa di regalità di Cristo, manifestandosi nello stesso mistero trinitario in cui, tramite Cristo, ogni battezzato è attirato, diventando egli stesso partecipe della regalità divina. In tal modo la democrazia è legittimata come “regalità diffusa”, previo, però il riconoscimento della Regalità di Cristo.
Il cerchio, dunque, si chiude: “Per eccellenza graziosa è la persona del re, e con Cristo la grazia regale si estende a ogni persona”.

 

28 novembre 2016

Votare No per difendere quel che resta della Patria


di Marco Muscillo

Lungi da me far l’elogio della Costituzione “più bella del mondo”, o gridare al pericolo autoritario che la riforma costituzionale scritta dal PD può costituire. A me personalmente (ma credo anche a voi) le Costituzioni non mi hanno mai fatto né caldo e né freddo, anche se nella mia vita sono stato di tutto, da neofascista, a berlusconiano, a rosso-bruno, a comunista, ad anarchico. Cercavo un’appartenenza, cercavo la Giustizia, cercavo la Verità. Ora che ho trovato Cristo “Via, Verità e Vita”, della Costituzione me ne importa ancor meno di prima: io sono per il Trono e per l’Altare, per la Regalità sociale di Cristo Re dell’Universo.
Tuttavia, vorrei in queste righe dire la mia sul perché è necessario andare a votare No il prossimo 4 dicembre. L’unico motivo per il quale trovo fondamentale che la riforma di Renzi venga stracciata è uno solo: affinché questo Stato italiano non svenda quel briciolo di sovranità che gli è rimasta.
Già nella relazione introduttiva del Disegno di Legge Costituzionale del 8 aprile 2014 si legge che uno dei motivi fondamentali per cui la riforma si rende necessaria è che:

“Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”

Bisogna tenere conto anche che questa riforma costituzionale è la continuazione del processo iniziato con l’approvazione della legge costituzionale 1/2012 durante il governo Monti, la quale legge introdusse in costituzione il principio del “pareggio di bilancio”. Quella modifica, seguiva in toto le indicazioni contenute nella lettera della BCE inviata al governo Berlusconi nel 2011 dove, tra le altre cose, si diceva che: “sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio”. Le legge costituzionale 1/2012 andò già a modificare sensibilmente la Costituzione italiana agli articoli 81, 97, 117 e 119, articoli che nella nuova riforma, riguardo al principio ispiratore, sono rimasti sostanzialmente gli stessi.
Introdurre il principio del pareggio di bilancio significa praticamente andare a scardinare l’impostazione economica della Costituzione italiana del 1948. Come sappiamo, essa fu un compromesso tra la Dottrina Sociale della Chiesa, seguita dalla Democrazia Cristiana e le istanze socialiste del Partito Comunista. Il risultato fu una Costituzione garante dei diritti sociali e dell’intervento statale in economia. Per fare questo, era necessario che lo Stato potesse fare un forte disavanzo di bilancio, coadiuvato da una politica di monetizzazione del debito pubblico da parte della Banca Centrale, che fino al 1981 era sotto il controllo del Ministero del Tesoro.
Ora, le restrizioni alla politica di bilancio vanno ad intaccare anche i cosiddetti “principi fondamentali”, che in teoria non potrebbero essere modificati, ma che di fatto non contano più nulla perché, se già all’art.1 si sancisce che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e quindi si dice in pratica che scopo della Repubblica è il perseguimento dell’obiettivo della piena occupazione, questo obiettivo non può essere perseguito senza il supporto di una politica espansiva dello Stato, che ora invece privilegia il rigore dei conti e la stabilità dei prezzi.
La riforma costituzionale di Renzi aggiunge a tutto ciò la cessione completa della sovranità politica del nostro Paese agli interessi dell’Unione Europea e della finanza internazionale.  Le modifiche più significative sono riscontrabili all’art.55, secondo il quale:
“Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea”
e all’art.70, secondo il quale:
“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere […] per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”

Cosa implica tutto questo? Viene in pratica sancito costituzionalmente il principio del “vincolo esterno”, con uno spostamento della governance dal piano nazionale a quello sovranazionale e europeo. Di fatto è una piena cessione di sovranità.
 Lo spiega meglio il giurista Luciano Barra Caracciolo nel suo blog:
“Come rendersi conto della €uropean connection, ve lo indico in una breve sintesi suddivisa in semplici steps:

a) prendete il testo della riforma costituzionale col raffronto del testo originario della Costituzione del 1948;

b) verificate il testo dei "nuovi" articoli artt. 55 - "Le Camere": cioè conformazione, struttura e "mission" istituzionale delle Camere - e 70 - "La formazione delle leggi": cioè procedure e contenuti generali, ma anche "tipizzati", della funzione legislativa, ripartiti per competenze tra le due "nuove" Camere; e quindi definizione delle procedure in base a cui, certe leggi, con certi contenuti, devono esserci immancabilmente, violandosi altrimenti il dettato costituzionale, sia quanto alla mission che all'oggetto deliberativo delle Camere stesse-;

c) vi accorgerete, dunque, che l'effetto aggiuntivo più eclatante, rispetto alle previsione della Costituzione del 1948 è che "la partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea" è divenuta un contenuto super-tipizzato e dunque, potere-dovere immancabile, della più importante funzione sovrana dello Stato (quella legislativa): ergo, la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l'adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato.

d) Non potrebbe dunque non essere, lo Stato italiano, parte dell'Unione, così com'è (dato che la previsione costituzionale non parla di alcuna iniziativa tesa alla revisione e al dinamico aggiornamento dei trattati stessi), altrimenti il parlamento, cioè il teorico massimo organo di indirizzo politico-democratico, non sarebbe in grado di adempiere al suo dovere costituzionalizzato”.

Anche sul piano giudiziario, i contenziosi tra Unione Europea e Costituzione italiana non potranno che risolversi in favore della prima.
Infine, non meno importante risulta essere la modifica del Titolo V, che riporta in seno allo Stato, molte competenze che prima erano attribuite alle Regioni e agli altri Enti locali. Riaccentrare alcune competenze potrebbe essere visto positivamente perché si risolverebbero alcuni contenziosi tra Stato e Regioni che spesso ne hanno complicato la gestione o hanno rallentato le opere pubbliche. Tuttavia, portare in seno allo Stato la competenza di settori quali ad esempio l’energia e le infrastrutture, potrebbe facilitare la privatizzazione delle cosiddette utilities, finora in mano alle Regioni. Queste privatizzazioni rientrano tra le riforme che la BCE chiese all’Italia del 2011 e a quelle richieste da JP Morgan, grande sponsor della riforma costituzionale, che nel 2013 aveva detto che le Costituzioni europee post-belliche, tra cui quella italiana, sono “troppo socialiste” e che quindi si faceva necessario scardinare il sistema di garanzia dei diritti sociali in esse sancite:
“The political systems in the periphery were established in the aftermath of dictatorship, and were defined by that experience. Constitutions tend to show a strong socialist influence, reflecting the political strength that left wing parties gained after the defeat of fascism. Political systems around the periphery typically display several of the following features: weak executives; weak central states relative to regions; constitutional protection of labor rights; consensus building systems which foster political clientalism; and the right to protest if unwelcome changes are made to the political status quo. The shortcomings of this political legacy have been revealed by the crisis. Countries around the periphery have only been partially successful in producing fiscal and economic reform agendas, with governments constrained by constitutions (Portugal), powerful regions (Spain), and the rise of populist parties (Italy and Greece)”.

Per il resto, ci affidiamo nelle mani di Nostro Signore Gesù Cristo, consapevoli che solo da Lui viene l’autorità e solo Lui permette e decide ogni cosa, anche l’esito di un referendum. In ragione di ciò, non vedo l’ora che arrivi il 5 dicembre per non ascoltare più le chiacchiere che si sentono ogni giorno nelle trasmissioni televisive e nei telegiornali.

 

10 giugno 2016

Dottrina Sociale della Chiesa: un'intervista a Stefano Fontana


a cura della Redazione

Papa Francesco ha contribuito a destare un rinnovato interesse per la Dottrina Sociale della Chiesa, con i suoi richiami alla cura degli emarginati e alla custodia del creato.
Abbiamo intervistato a tal proposito Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân e del settimanale diocesano di Trieste «Vita Nuova».

Può spiegare, in breve, come nasce e di cosa si occupa l’Osservatorio Cardinale Van Thuân?
Si tratta di un Osservatorio sulla Dottrina Sociale della Chiesa. E’ stato fondato nel 2004 ed è presieduto dall’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste. E’ dedicato alla memoria del Cardinale Van Thuân, martire della fede cristiana nelle carceri comuniste del Vietnam. L’Osservatorio pubblica il “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, ogni anno dà alle stampe il “Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo” giunto all’ottava edizione, alimenta un portale web in tre lingue, pubblica testi di Dottrina sociale della Chiesa presso l’editore Cantagalli e organizza scuole di formazione alla Dottrina sociale della Chiesa.
Siccome molti pensano che la Dottrina Sociale della Chiesa sia una serie di buoni e generici consigli, quando non una via di mezzo tra socialismo e liberalcapitalismo, può dirci esattamente di cosa si tratta?
La Dottrina sociale della Chiesa è l’annuncio di Cristo nelle realtà temporali, è strumento di evangelizzazione, è l’incontro tra il Vangelo e i problemi umani della costruzione della società. Il suo scopo è costruire l’ordine sociale secondo il progetto di Dio, organizzare la vita comunitaria degli uomini secondo i suoi fini prossimi che però trovano senso pieno solo nei suoi fini ultimi e il fine ultimo dell’uomo è Dio. La Dottrina sociale della Chiesa è il corpus dottrinale e di azione dei cattolici affinché a Dio sia dato il suo posto nella società politica e alla Chiesa cattolica sia riconosciuto il suo ruolo pubblico quale custode della legge naturale e del vero bene comune.
Può spiegare ai nostri lettori cosa s'intende per "bene comune" e per "regalità sociale di Cristo", principi dottrinali sconosciuti ai più?
Il bene comune ha non solo un senso orizzontale ma soprattutto verticale. Esso comprende il bene naturale, frutto del progetto di Dio nella creazione, e il bene soprannaturale, senza del quale anche il bene naturale si deforma. Il bene comune è la vita buona di una comunità ove i germi di salvezza del Verbo sono fatti crescere e dove le anime trovano il contesto più favorevole per la loro salvezza eterna. Il bene comune non è il benessere, né il bene pubblico, ma è la vita comunitaria corrispondente al vero e al bene, animata dalla legge morale naturale e orientata al Sommo Bene. Non c’è bene comune senza Dio e senza la religione cattolica.
Per regalità sociale di Cristo si intende che la signoria del Verbo Incarnato si estende sulle anime ma anche sulle relazioni sociali, sulle leggi, sull’autorità politica, ha quindi anche una rilevanza storica e pubblica che ogni società ha il dovere di riconoscerGli.
Quali sono le principali incomprensioni riguardo la Dottrina sociale della Chiesa? Perché fa così fatica a diffondersi nonostante l'importanza che molti Pontefici le hanno attribuito?
La Dottrina sociale della Chiesa è nel punto di incontro tra la Chiesa e il mondo. Essa rientra nella missione che la Chiesa ha per la salvezza del mondo. Il soggetto ultimo della Dottrina sociale è la Chiesa stessa, nelle sue articolazioni organiche. La sua valorizzazione o meno dipende quindi da come si intende il rapporto tra la Chiesa e il mondo. Il progetto di Leone XIII, nel licenziare la Rerum novarum nel 1891, presupponeva un quadro filosofico e teologico che in seguito nel corpo ecclesiale si è molto indebolito e quasi dissolto. Se si pensa che Dio si riveli nel mondo e non nella Chiesa allora la Dottrina sociale della Chiesa è inutile, anzi è un appesantimento ideologico della fede cristiana. Se invece si pensa che la fede sia una conoscenza di verità trascendenti entrate nella storia per la salvezza del mondo, allora essa ha un ruolo importantissimo facente parte della missione stessa della Chiesa. Questo è l’equivoco principale, da cui se ne dipartono poi molti altri. Le difficoltà postconciliari della Dottrina sociale della Chiesa sono dovute a due modi diversi e competitivi di vedere il rapporto tra la Chiesa e il mondo.
Fra gli argomenti più discussi all'interno dell'Osservatorio vi sono lo sviluppo del secolarismo (la cosiddetta secolarizzazione) e l'approccio ermeneutico alla teologia (opposto a quello metafisico). Ce li può descrivere brevemente? Quali sono i pericoli di una comprensione errata di queste due realtà?
Stiamo riflettendo su questi due grandi temi.
La secolarizzazione ha espresso un volto demoniaco e insaziabile che non si ferma mai. La speranza, anche di molti pensatori cattolici – pensiamo a Maritain su cui stiamo pubblicando una serie di interventi – che fosse possibile una secolarizzazione cattolica o una cristianità secolare si sono ormai infranti. La secolarizzazione è corrosione di senso. Parte corrodendo il senso religioso ma poi invade quello etico ed antropologico. Se non trattenuta, la secolarizzazione porta al nichilismo. Su questo la riflessione cattolica è in ritardo.
Sul piano filosofico uno strumento principale della secolarizzazione del senso è l’ermeneutica, ormai completamente sostituita alla metafisica anche dentro le istituzioni accademiche cattoliche.  Tutto è interpretazione di interpretazione, perché l’uomo che conosce è sempre situato in un contesto, ha sempre degli occhiali che condizionano la sua vista, è dentro il problema che vuole esaminare e quindi non vede nessuna verità davanti a sé. Ciò è sbagliato ma una miriade di pensatori lo ha in vario modo sostenuto ed ora anche il cattolico medio la pensa così. E’ evidente allora che la rivelazione passa attraverso questo processo storico di conoscenza, come dice per esempio Karl Rahner, e non è un’irruzione nella storia da parte della metastoria. Tutto diventa relativo: il peccato, il bene e il male, la dottrina. Non rimane che la pastorale cieca, intesa come un porsi domande accanto agli altri uomini e accompagnarci vicendevolmente in una ricerca di senso che tuttavia avrà sempre il dubbio al proprio fianco.
Come possono comportarsi i cattolici in un contesto secolarizzato, in cui anche molti cattolici aderiscono a quel "paradigma ermeneutico" che non riconosce un ordine naturale (e soprannaturale) al creato? Devono essere lievito per la società, collaborando con il mondo, oppure distaccarsi da esso, costituendo delle comunità separate? C'è una terza via?
E’ il grande dilemma di oggi. Il mondo è talmente organizzato nel male che oggi è quasi impossibile collaborare con il mondo senza fare il male. Del resto la secolarizzazione del senso è così vorace e istituzionalizzata da meritare una obiezione di coscienza sempre più radicale. Obiezione di coscienza che del resto essa impedisce sempre di più, perché la sua assolutezza di anti-religione ha tutta la forza di una religione. La perversione viene imposta. Non ci si può ritirare dall’impegno nel mondo alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, però bisogna anche vedere con chiarezza quanto si sta preparando davanti a noi e che richiederà sempre di più una obiezione di coscienza non su questo o quel punto ma sull’insieme.

 

03 giugno 2016

Il Sacro Cuore di Gesù e il cuore profano del mondo


di François de Charette

Oggi la Chiesa celebra la Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. Dal 1689 in avanti si è detto e scritto moltissimo su questa sublime devozione cattolica. Essa affonda le radici nell'Antico Testamento, laddove il profeta Isaia invita ad attingere con gaudio le acque dalle fonti del Salvatore: “Hauretis aquas in gaudio de fontibus Salvatoris (Is 12,3)”. Si parla di fonti, al plurale, giacché furono molteplici le sorgenti da cui il Salvatore stillò il proprio sangue, in remissione dei nostri peccati: le innumerevoli ferite sanguinanti causate dalla flagellazione e dalla corona di spine postagli sul capo in segno di deridente umiliazione, le cinque piaghe che i chiodi produssero nella sua carne viva ed infine la ferita ultima, quella che gli squarciò il costato trafiggendogli il cuore. Poche ore prima l'Apostolo Giovanni aveva posato su quel cuore divino il proprio capo reclinandolo sul petto di Gesù (Gv 13, 25).

Moltissimo si potrebbe dire sul sacro cuore di Gesù senza comunque riuscire ad esaurire il mistero di grazia che questo scrigno preziosissimo riserva a chi lo contempli devotamente, ma una cosa balza subito agli occhi: esso fu un cuore vero, pulsante, trafitto realmente e sgorgante sangue ed acqua e così ancora oggi la Chiesa lo celebra nella sua vera immagine di cuore umano. Non è ozioso notarlo in quanto siamo quotidianamente tutti subissati di cuori stilizzati, che del cuore umano non hanno alcunché. Essi non pulsano e non vivono poiché privi di ventricoli e di arterie, in essi non circola sangue e non amano poiché in ultimo non sono cuori. Qualcuno si è preso la briga di studiare la storia della stilizzazione moderna del cuore, poiché questa porzione di carne umana non ha affatto la forma che noi siamo soliti attribuirgli con emoticon e disegnini vari. Ebbene si è visto come la diffusione popolare sia cominciata negli anni '70 con le t-shirt I love NY, dove al posto della parola love campeggiava un cuore stilizzato. Da allora è stato un crescendo fino all'abuso riscontrabile ai nostri giorni. Ancora più interessante però è scoprirne l'origine: essa risale alle carte da gioco e nello specifico a quelle francesi che, come è noto, derivano dai Tarocchi, dunque l'origine della simbolizzazione è gnostico-cabalistica. Il simbolo d'altronde lo conferma, avendo caratteristiche subliminali: esso può alludere nei due archi superiori alle forme rotondeggianti di un seno femminile, mentre capovolto è la rappresentazione evidente di due natiche. Ciò a voler intendere, in perfetta coerenza con il pansessualismo pre-freudiano cabalistico, che l'amore è libido, desiderio, mero principio di fertilità riproduttiva. Per gli scettici, rammento come il gioco delle carte abbia subito negli anni della Rivoluzione Francese un brusco cambiamento: l'asso che fino ad allora era la carte con valore minimo è divenuta anche la carta con valore massimo, a simboleggiare il principio rivoluzionario secondo il quale dal basso il re (la cui carte prima della Rivoluzione Francese era quella con il valore più alto) viene sconfitto, in un processo di disfacimento dell'autorità che dal 1789 non si è mai arrestato fino ad oggi. In un gioco di apparente e innocente intrattenimento è stata racchiusa una dottrina simbolica, cabalistica e persino politica tuttora vigente. Erano ancora lontani i tempi i cui l'umanità si sarebbe potuta pervertire con televisione, film e stampa immonda ma fin d'allora si comprese come l'intrattenimento fosse la via più sicura per istruirla di nuovi e perversi principi. Ciò spiega anche perché un uomo di indubbio acume intellettuale come Pascal sull'intrattenimento scrisse pagine di fuoco, a cui volentieri si rimanda il lettore.

Diremo però ancora qualcosa in merito alla Rivoluzione Francese, vero spartiacque della storia d'Europa. Essa avvenne esattamente cento anni dopo l'inizio della devozione al sacro cuore che Gesù stesso offrì all'umanità per mezzo di Santa Margherita Alacoque, la quale spiegò come al sacro cuore di Gesù dovesse consacrarsi Luigi XIV, meglio noto come “Re Sole” e come il simbolo dovesse essere raffigurato nello stemma nazionale. Ciò era volto a preservare il Regno di Francia difendendolo da future rivoluzioni, epurandolo però da ogni personalistica idolatria verso il suo re e sancendo chiaramente il primato della regalità di Cristo. L'Onnipotente aveva teso una mano a Luigi XIV per mezzo di una sua umilissima santa ma il re aveva glissato. Cento anni dopo, la sua dinastia fu spazzata via, la nobiltà ghigliottinata e migliaia di innocenti consacrati furono martirizzati in un effluvio di sangue d'inusitata barbarie. Da lì principiò l'Europa anticristiana che è sotto i nostri occhi e delle cui utopie il Pontefice regnante inspiegabilmente si compiace. L'umanità, in quei giorni, rifiutò di posare il proprio capo al sicuro sul giaciglio del Sacro Cuore di Gesù ad imitazione del suo apostolo prediletto, preferendo ad esso una corona  inebriata di idolatrica superbia, che cadde miseramente al suolo ghigliottinata e alla quale ne subentrarono molte altre di diversa fattura: l'enciclopedico e puerile sapere umano, l'utopistico e laicista democratismo razionalista, l'ugualitarismo sentimentale, la fratellanza resa orfana di Cristo, senza il quale nulla può essere compiuto (Gv 15, 8). In sintesi l'uomo si sentì pronto per fare da sé e rifiutò al contempo l'aiuto di Dio e dei suoi santi. Scelse la libertà apparente rifiutando quella reale, intessuta della carne e del sangue del Salvatore.
Oggi, dunque, cosa si festeggia? Un cuore divino abbandonato da un'umanità che non sa celebrare che se stessa e ad un cuore di carne trafitto d'amore e sgorgante sangue ne preferisce uno fasullo, purché pulito e colorato: un cuore ideale, simbolo di mostruosità utopiche, di istinti feroci e lascivi che nell'assenza dei suoi battiti, giacché esso è un cuore che non batte, ravvede il rintocco vuoto di un ateismo dei costumi e dei valori, che pur nei suoi disfacimenti quotidiani non brama che se stesso. Dio perdoni la nostra perversione e quella della sua Chiesa militante che ai nostri giorni, anziché porre il capo nella polvere e macerarsi nella penitenza, osa ancora parlare di umanesimo.

In conclusione ricordiamo come la gloriosa artefice del sacro cuore di Gesù, colei che lo ha intessuto della sua carne e irrorato del suo sangue nei nove mesi della portentosa e verginale gravidanza, in questi ultimi tempi sia venuta ad offrire il suo cuore immacolato come ultimo rifugio di salvezza per il genere umano. Ella ha chiesto a Fatima, nel 1917, per mezzo di tre pastorelli la consacrazione - ad opera del papa e di tutti i vescovi - della Russia al suo cuore immacolato. Esattamente come per il Sacro Cuore di Gesù tale richiesta è rimasta inesaudita. Il maggio prossimo sarà il centenario di questa sublime apparizione che sancisce la volontà mariana di trionfare, affinché tutto il mondo conferisca l'onore che spetta a colei che sola e piena di grazia ha meritato all'umanità il Redentore. L'anno venturo si celebreranno al contempo i cinquecento anni della Riforma protestante (1517) e i trecento anni dell'istituzione della prima loggia ufficiale massonica (1717). Sembra, dunque, avvicinarsi l'ennesimo appuntamento della storia dell'umanità al crocevia di un nuova svolta nell'annosa battaglia tra il bene e il male.  In verità, date le premesse, pare apprestarsi un'ulteriore umiliazione per il bene ma ciò non deve scalfire la nostra speranza, che si fonda sull'autorità di Colui che è risorto da morte. Approfittiamo quindi della solennità odierna per innamorarci sempre più di Cristo, umilmente confessando i nostri peccati, digiunando se possibile, battendoci il petto per le nostre mancanze e alzando preghiere all'Altissimo in perenne rendimento di grazia e in riparazione delle offese che l'umanità non cessa di arrecargli. Ciò affinché non siano annoverati i nostri nomi fra coloro che preferirono giocare sotto la croce, anziché pregare e contemplare la magnificenza redentrice dell'unico Salvatore.
 

28 marzo 2015

Gabriel Garcia Moreno, la Politica al servizio di Cristo Re


di Giacomo Catilina


morì vittima della Fede e della Carità cristiana per il suo amato paese” (Papa Pio IX)

Oggi nel nostro paese sembrerebbe essersi in gran parte perso quell’orientamento che ogni cattolico impegnato in politica, qualunque sia il suo partito o schieramento, deve tenere ben presente nel suo operare al governo piuttosto che all’opposizione, orientamento che in passato vide un capo di stato di un continente molto distante dal nostro mantenerlo anche a costo della vita: fu il caso di Gabriel Garcia Moreno, due volte presidente dell’Ecuador nel corso della seconda metà dell’800.

Garcia Moreno nacque la Vigilia di Natale del 1821, figlio di Gabriel Garcia y Gomez, mercante di origine spagnola, e María de las Mercedes Moreno y Morán de Buitrón, aristocratica creola di Guayaquil. Negli anni della sua giovinezza, convinto di avere la vocazione per il sacerdozio, trascorse un periodo in seminario per poi lasciarlo allo scopo di diventare avvocato. Una volta laureatosi in giurisprudenza e teologia, iniziò a lavorare come giornalista, impiego che gli consentì di mostrare pubblicamente la sua opposizione al governo liberale dell’epoca. In seguito ai suoi due viaggi in Europa (rispettivamente nel 1848 e nel 1854) potette rendersi conto degli sconvolgimenti rivoluzionari che infestavano il Vecchio Continente, esperienza che giocò un importante ruolo nello sviluppo delle sue posizioni politiche come riconobbe il giornalista francese Louis Veulliot: “In una terra straniera, solitario e sconosciuto, García Moreno si preparava a governare. Apprese tutto ciò che gli era necessario per governare una nazione, originariamente cristiana ma ora rapidamente decadente verso una condizione quasi selvaggia. Parigi, che è ad un tempo città cristiana e pagana, è precisamente il luogo dove poté meglio imparare la lezione di cui aveva bisogno, giacché i due opposti elementi si affrontano colà in un perpetuo conflitto. Parigi è una scuola per preti e martiri, è anche una manifattura di anticristi e assassini. Il futuro presidente dell'Ecuador fissò il suo sguardo sul bene e sul male, e quando ripartì per la sua patria lontana, la sua scelta era matura.”.

Tornato nel natìo Ecuador nel 1856, decise di intraprendere la carriera politica all’opposizione del governo anti-clericale del periodo, venendo alle elezioni del 1861 eletto presidente per un mandato di quattro anni (pur essendo lui monarchico e sostenitore dell’idea che un principe spagnolo avrebbe dovuto governare il paese).

Fu l’unico capo di stato a protestare formalmente per la presa di Roma del 20 settembre 1870 e l’annessione dello Stato Pontificio nel Regno d’Italia.

Uomo estremamente devoto, andava a Messa e si comunicava tutti i giorni (pratica all’epoca poco comune anche per i cattolici più assidui), oltre che far visita al SS. Sacramento quotidianamente.

Durante la sua presidenza l’Ecuador conobbe uno sviluppo notevolissimo in diversi campi, diventando il primo paese dell’America Latina in quanto a istruzione superiore e sviluppo scientifico, si ricordi a riguardo la fondazione di numerose scuole gratuite, l’obbligatorietà dell’istruzione fino ai 12 anni e l’inaugurazione del Politecnico di Quito, dell’Accademia di Belle Arti e del Conservatorio. Fu sua la decisione di inviare i gesuiti a civilizzare le tribù indigene, e suo il progetto di un imponente sviluppo di rete stradale che consentì al paese di vivere una stagione di intenso sviluppo reso possibile grazie alle infrastrutture da lui create. La sua politica economica permise inoltre di aumentare per un terzo il salario medio e di ridurre sensibilmente la pressione fiscale. Le stime parlano inoltre di un raddoppio delle rendite ecuadoriane avvenuto tra il 1869 e il 1872.

Nel 1873 ottenne l’approvazione parlamentare per consacrare l’Ecuador al Sacro Cuore di Gesù: “Il Congresso, considerato che questo atto, il più efficace per conservare la fede, è nello stesso tempo il miglior mezzo per assicurare il progresso e la prosperità dello Stato, decreta che la Repubblica, consacrata al Cuore di Gesù, lo adotti per suo Patrono e Protettore. La festa del Sacro Cuore, festa civile di prima classe, ci celebrerà in tutte le cattedrali con la più grande solennità. Inoltre verrà eretto in ogni cattedrale un altare al Sacro Cuore, sul quale sarà collocata a spese dello Stato una lapide commemorativa che porterà inciso il presente decreto”.

Dopo la sua seconda elezione del 1875 Garcia Moreno era consapevole che la sua stessa vita si trovasse in pericolo: scrisse per questo a Papa Pio IX, chiedendogli di venire benedetto: “Vorrei ricevere la Vostra benedizione prima di quel giorno, perché io abbia la forza e la luce di cui ho tanto bisogno per essere fino alla fine un figlio fedele del nostro Redentore e un servo leale e obbediente del Suo Infallibile Vicario. Ora che le Logge Massoniche dei paesi vicini, istigate dalla Germania, stanno vomitando contro di me ogni sorta di atroce insulto e di orribile calunnia, ora che le Logge stanno segretamente cospirando per il mio assassinio, ho bisogno più che mai della divina protezione perché possa vivere e morire in difesa della nostra santa religione e dell'amata repubblica che sono chiamato ancora una volta a governare”.


Gabriel Garcia Moreno fu assassinato il 6 agosto del 1875 appena fuori dalla cattedrale di Quito, davanti agli aguzzini che lo colpivano con coltelli e proiettili gridando “muori, assassino della libertà” trovò la forza di pronunciare le sue ultime parole: “¡Dios no muere! (Dio non muore), come a ricordare ai suoi carnefici quella promessa fatta a Pietro da Cristo stesso: “le porte degli inferi non prevarranno su di Essa”.

Il suo assassinio darà il via ad uno dei periodi più bui della storia ecuadoriana, caratterizzato da colpi di stato, dalla confisca dei beni della Chiesa, dall’omicidio di vescovi e da un clima di persecuzione religiosa.


Il giornalista Loius Veulliot, successivamente alla morte di Garcia Moreno, scrisse: “Egli ha dato un esempio unico nel mondo e nei tempi in cui è vissuto; egli è stato il vanto del suo Paese; la sua morte un bene fors’anche più grande, in quanto per essa ha dimostrato a tutto il genere umano quali capi Dio può dargli ed a quali miserabili esso si affida nella sua follia”.
Papa Pio IX fece erigere a Roma un monumento in suo onore nell’Istituto Pio Latino Americano.

 

30 marzo 2014

L’alba di tutto

di Riccardo Zenobi
Se nel 1905 Robert Hugh Benson ha suscitato stupore con il suo libro “Il padrone del mondo”, dove descrive una società del tutto scristianizzata, profetizzando che in futuro il nazionalismo (rampante nel periodo dell’autore) avrebbe lasciato posto al mondialismo (imperante oggi), nel 1907 esce un libro dove si descrive qualcosa di diametralmente opposto: l’utopia di un mondo completamente cristiano. I due libri sono, come affermato dallo stesso autore, il dipinto rispettivamente dello spirito del mondo e dello spirito del Vangelo, messi in pratica ognuno dei due senza mezze misure e senza inibizioni, in un mondo che permette il loro pieno sviluppo.

"L’alba di tutto" è principalmente la presentazione agli occhi dell’uomo moderno (che sia vissuto nel 1907 o nel 2000 poco cambia) di una società che accetta il Vangelo non solo a livello di singoli privati, ma a livello sociale: non solo formalmente, ma completamente. Poiché l’opera è rivolta principalmente ad un pubblico che vive in una società dove Cristo è tollerato solo nel privato, e il cattolicesimo perde così la sua capacità di formare e sviluppare le società umane, questo mondo è presentato attraverso gli occhi di un uomo, un monsignore inglese che nel racconto vive nel 1973, il quale ha subito una perdita di memoria e ritiene che la società sia ancora quella della Belle Epoque, dato che nei giorni precedenti la sua amnesia stava appunto leggendo la storia di quel periodo. Il protagonista si trova quindi del tutto spaesato, e a tratti spiazzato dalla società e dall’organizzazione mondiale, non solo a livello politico o di mentalità delle masse e dei singoli, ma propriamente per il mondo in sé, un mondo dove non solo il cattolicesimo è accettato socialmente per fede, ma anche e soprattutto per ragione. La cosa più sbalorditiva per il protagonista è che il cristianesimo non solo è la fede, ma è anche la ragione, e che i dogmi del cattolicesimo sono visti come i dogmi dell’universo. E’ questo, nella prima parte del libro, l’ostacolo più grande al recupero della memoria da parte di mons. Masterman, il quale viene portato a contatto con la realtà attraverso viaggi in svariate parti d’Europa, per avvezzarsi alla società in cui vive.

Nella seconda parte del libro avviene una variazione nella mente del protagonista, quando viene messo a contatto con una dura realtà: il tribunale inquisitorio. In quanto prelato domestico e assistente del cardinale Bellairs, deve occuparsi di radunare i giudici incaricati di inquisire un uomo che lui stesso aveva incontrato a Lourdes, il benedettino dom Adrian Bennett, accusato di eresia. Se prima di ciò la cosa più difficile da accettare era che il cristianesimo non è solo una questione privata o di fede, ma anche sociale e di ragione, adesso la cosa più abominevole agli occhi del protagonista è che una società cristiana condanni a morte una persona per via di quelle che mons. Masterman reputa ancora opinioni private. Ciò lo porterà quasi sull’orlo dell’esaurimento nervoso, montandogli dentro una rabbia enorme contro “il sistema”, che reputa disumano e castrante l’umanità dei singoli. Sebbene con la ragione possa ammettere che la società deve difendersi da chi ne mina i fondamenti sui quali poggia e sia confortato dal fatto che la pena di morte non viene più ritenuta necessaria da nessun teologo, ciò non diminuisce il sentimento di ripugnanza per questo lato della vicenda. Nel libro sarà dom Adrian stesso, appena dopo la conclusione del processo che lo ha condannato a morte, a difendere la società e la legittimità di un tribunale del genere, pur reputando sé stesso innocente e le sue opinioni del tutto cattoliche, e ad attaccare la visione sentimentalista di Cristo che ha il protagonista, ai cui occhi pare invero che la Croce, che in passato era portata dalla Chiesa, sia stata da questa caricata sulle spalle del mondo. L’occasione che alla fine farà crollare questa sua idea viene data dalla reazione dei socialisti alla conversione al cattolicesimo dell’imperatore tedesco e alla votazione del disegno di ripristino della Chiesa cattolica in Inghilterra. Sentendosi accerchiati, i socialisti (che in passato erano riusciti a creare dei paesi in cui mettere in pratica i loro sistemi, poi crollati) decidono di tentare il tutto per tutto, anche a costo di scatenare una distruttiva guerra aerea contro il resto del mondo. Mons. Masterman, venuto a conoscere in questo frangente il vero volto della società cristiana, è costretto a rivedere il suo sentimento personale di odio nei suoi confronti.

L’autore del libro è ben conscio delle obiezioni che si possono fare – e si fanno – ad una società che ammetta la regalità sociale di Cristo, e per questo tutto il racconto è un susseguirsi di evidenze che incrinano una dopo l’altra le presunzioni di chi ritiene che una società del genere non deve esistere, sapendo che si tratta, alla fin fine, di una resistenza del tutto umana e comprensibile all’intervento di Cristo nel mondo e nel cuore di ogni uomo. L’abilità narrativa di Benson rende il protagonista del racconto lo specchio in cui sono raccolte tutte le obiezioni che un eventuale lettore può muovere, e tutto viene analizzato dal punto di vista sia razionale che esistenziale, lasciando alla fine la scelta tra spirito del mondo e spirito del Vangelo alla persona nuda, senza più paramenti intellettuali o razionalisti che rendano a priori impossibile il confronto tra queste due tendenze, entrambe radicate nel cuore dell’uomo.
 

29 novembre 2013

Fine del mondo o avvento del Regno di Maria? I cattolici di fronte ai segni dell'Apocalisse

di Fabrizio Cannone

Tutti ammettono che il mondo d’oggi si trova in una situazione drammatica. La gente è preoccupata per il crescente accumularsi di sconvolgimenti: non tanto per quelli naturali, come caos climatico, alluvioni, terremoti, epidemie, carestie, quanto per quelli sociali, come crisi politiche, crolli economici, disordini pubblici, invasioni migratorie, prepotere criminale, terrorismi, guerre, genocidi; per non parlare del ritorno dello schiavismo, del fanatismo politico-religioso e delle persecuzioni anticristiane” (p. 6).
 

21 gennaio 2013

La Croce, fondamento della regalità e della vita cristiana

di Franciscus Pentagrammuli

Nell'anniversario dell’assassinio di Luigi XVI, re della più antica dinastia cristiana d’Europa, erede di Carlo Magno, discendente di san Luigi, è inevitabile il meditare sulla caducità della vita e della gloria umana: tutto ciò che è sulla terra, non vi è che per morire, il brigante come il santo, il re come il miserabile, l’onore come la vergogna, l’oscurità come la gloria. Tuttavia, se pure questa meditazione possa, alla luce della ragione naturale, sembrare veritiera, ancorché sconsolante, essa si rivela gravemente incompleta alla luce della religione cattolica, fondata, come disse il cardinal Pie, “interamente sul dogma dell’espiazione, della redenzione attraverso il dolore”. Vediamo dunque se sia possibile, attraverso le dottrine della nostra santa religione, di meglio comprendere i misteri del dolore, della sofferenza, dell’infamia immeritati, i quali sempre ed ovunque sembrano macchiare e rovinare la creazione; ciò, tenendo dinanzi gli occhi l’immagine del Re Luigi.