29 gennaio 2026

Cattolici per il SI



di Paolo Maria Filipazzi

Si avvicina la data del 22 marzo, giorno in cui si voterà per il referendum confermativo della riforma costituzionale che modifica la nostra carta fondamentale negli articoli 102-106, ridisegnando gli assetti della magistratura e in particolare introducendo la “separazione delle carriere”.

Si tratta di un tema che non va a toccare direttamente aspetti di etica e di morale: insomma, è lecito per un cattolico, in materia, votare come più gli aggrada.

Ovviamente, però, le voci “ufficiali” del mondo cattolico italiano, non potevano esimersi dall’inopportuno che da anni contraddistingue la loro azione pubblica. E così il cardinal Zuppi, accompagnato da Avvenire, Famiglia Cristiana e tutta la compagnia, ha ovviamente fatto il suo endorsement per il NO, vale a dire ha sposato la linea del PD, partito di cui la Conferenza Episcopale Italiana, ormai da diversi anni, con poche lodevoli eccezioni, è poco più che una sigla fiancheggiatrice.

Ovviamente Zuppi, in quanto cittadino italiano con diritto di voto, ha il diritto di pensare ciò che vuole e di dire ciò che pensa, così come l’hanno i redattori della stampa fu cattolica. Tuttavia, questa entrata a gamba tesa laddove sarebbe stata saggia la terzietà finisce, per l’ennesima volta, per creare un equivoco, facendo passare l’idea fasulla che la posizione di costoro sia “la posizione della Chiesa” e che quella per il no sia una “battaglia cattolica”, cosa che non è.

Altrettanto ovviamente, Campari&de Maistre invita tutti a votare a costo di farsi portare in barella e di votare SI.

A tal proposito, segnaliamo la costituzione del “Comitato cattolici per il SI”, le cui argomentazioni sono tali da fare emergere ancora di più come le uscite del cattolicesimo “istituzionale” siano da rispedire al mittente.

L’avvocato Domenico Menorello, membro del comitato, così spiega: “Nell’approfondire in questi anni il tratto del “cambio d’epoca” (Francesco) abbiamo varie volte individuato nella magistratura ideologizzata, non certo in tutta la magistratura, la ricorrente fonte creativa di atti che hanno sospinto una vera e propria trasformazione antropologica in tanti temi sensibili, dal gender alla maternità e alla genitorialità fino alle questioni del c.d. ‘fine-vita’. 
Si tratta di pretese di certa magistratura che, al di là dal merito, si collocano oltre la legge e sostituiscono la volontà popolare rappresentata dal parlamento, condizionando la mentalità di tutti. Va allora riparato il vulnus alla libertà del popolo italiano e alla libertà di ciascuna persona. Spesso parte della magistratura ha preteso e pretende che un potere dello Stato venga finalizzato non alla funzione che gli è propria, cioè ‘il dare a ciascuno il suo’, bensì a obiettivi ideologici che si sono diretti contro una tutela integrale della vita fragile.
È una concezione errata della giustizia, che ha avuto bisogno di un CSM a guida politica per supportare determinate linee interpretative della giurisdizione, che ha avuto necessità di ritenere ‘sovrani’ i magistrati, dando avvio a una larga autoreferenzialità e alla confusione fra carriere di giudici e PM. La riforma costituzionale votata dal Parlamento il 30 ottobre 2025 va sostenuta non tanto per i dettagli della proposta, ma perché viene affrontato di petto il grave problema strutturale di questa sbagliata idea di Giustizia, contestando la pretesa di finalizzazione ideologica della stessa e di prevaricazione sugli altri poteri democratici e dunque sul popolo.
In questo senso, vanno nella giusta direzione il superamento di un CSM appannaggio delle correnti, la separazione costituzionale delle carriere giudicanti e inquirenti, la liberazione del giudice da influenze improprie provenienti anche dall’interno della stessa magistratura, sottoponendo a responsabilità ogni magistrato attraverso il giudizio di una alta corte autonoma e indipendente, perché nessuno sia al di sopra della legge. Vorremmo dare un contributo costruttivo, perché l’occasione del referendum non coincida con nessun’altra logica di contrapposizione politica, ma sia una vera occasione di dialogo solo sui contenuti e sul significato della Riforma nel Paese, dunque sul senso stesso della Giustizia, ma anche per sottolineare la necessità di magistrati dediti esclusivamente alla loro vocazione istituzionale, senza la quale non si dà nemmeno alcuna società civile.”

In prossimi articoli approfondiremo ulteriormente il tema, ma crediamo che questo sia già sufficiente per iniziare a rendersi conto che la battaglia per il SI rappresenti un passaggio strategicamente decisivo anche per la buona battaglia.

 

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