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19 aprile 2017

Sulla Turchia aveva ragione Ratzinger: con l’Europa non c’entra nulla

di Alessandro Rico

Alla fine, anche se di misura, Recep Tayyip Erdogan ha vinto la sua battaglia. Al referendum costituzionale sul presidenzialismo i “sì” hanno raggiunto quota 51,3% e i “no” si sono fermati al 48,7%. Il sultanato è tornato: la Turchia sta ultimando la propria trasformazione in un autoritarismo islamista che ricorda i trascorsi dell’Impero Ottomano.
Molti commentatori notano che la vittoria di Erdogan è dimidiata. In collegi dal valore simbolico come la capitale Ankara e Istanbul è stato il “no” a spuntarla e la percentuale totale ottenuta dal leader turco, con un’affluenza fiume all’86% degli aventi diritto al voto, è ben lontana da un plebiscito. Ma tanto basta a portare a casa il risultato, mentre le opposizioni gridano ai brogli. L’HDP, partito della sinistra filo-curda, ha denunciato irregolarità su un terzo delle schede scrutinate e ha invocato il riconteggio; il CHP, partito kemalista, ha invece sostenuto che nei seggi sarebbe stato distribuito un milione e mezzo di schede non timbrate, incluse tuttavia nel computo finale. Dal canto suo Erdogan, dopo aver liquidato con disprezzo gli osservatori internazionali, a vittoria incassata si è concesso un bagno di folla e ha annunciato di voler indire un altro referendum per il ripristino della pena di morte. La reintroduzione della pena capitale dovrebbe precludere definitivamente l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, anche se evidentemente Erdogan sente di poter negoziare da una posizione di forza, in virtù dell’accordo (che fa comodo soprattutto ai tedeschi) sul controllo dei flussi migratori, che ha portato miliardi di euro nelle casse turche, insieme all’impegno dell’Europa ad accogliere i cittadini turchi senza bisogno del visto.

Ma come cambia il Paese con la riforma presidenzialista? Erdogan porta a compimento sul piano del diritto quella svolta autoritaria che ormai aveva intrapreso nei fatti e cui aveva impresso una forte accelerazione dopo il fallito golpe del luglio 2016. Il presidente, che sarà eletto direttamente dal popolo, assumerà su di sé anche le funzioni del premier, potrà nominare i ministri, gli alti comandi militari (una prerogativa strategica, visto il ruolo di alcuni settori dell’esercito nel tentativo di colpo di Stato), i giudici della Corte Costituzionale, persino i rettori delle università (proprio gli atenei erano stati uno dei bersagli delle purghe seguite al golpe). Il Parlamento, svuotato di molte competenze, non potrà più votare mozioni di sfiducia, anche se con una maggioranza dei due terzi potrà ottenere l’impeachment del presidente. Poiché può candidarsi per altri due mandati della durata di cinque anni l’uno, Erdogan conta di rimanere al potere fino al 2029.

L’Europa ragionieristica, che dimentica il valore di storia e cultura e costruisce le proprie politiche solo su motivazioni contabili, colleziona così l’ennesimo smacco. Il referendum turco pare confermare il giudizio che, nel 2004, l’allora cardinale Ratzinger dispensò durante un convegno pastorale a Velletri: «Credo che l’Europa non sia un concetto geografico», affermò il futuro papa Benedetto XVI, per il quale «contrapposta all’Europa cristiana era la Turchia, meglio, l’Impero Ottomano. […] I nostri mondi culturali sono diversi e, con tutto il rispetto che si può e deve avere per l’altro, sarebbe antistorico e anche contro l’anima di questi due mondi pensare di unirli solo per ragioni economiche». Considerazioni ancora più attuali viste le posizioni dei turchi residenti in Europa: dopo le provocazioni di Erdogan ad Angela Merkel e Mark Rutte, i turchi di Germania e Olanda hanno votato in larghissima parte per il “sì”.

Il consolidamento dell’autoritarismo di Erdogan rappresenta un nuovo tassello nella partita internazionale che l’Islam politico sta giocando, visto anche il ruolo ambiguo che la Turchia ha ricoperto nella lotta all’Isis. Ma c’è un altro dato con il quale l’Occidente deve confrontarsi senza ipocrisie.
Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, che aveva addirittura fatto pensare a una “fine della Storia” e alla definitiva affermazione del capitalismo democratico, la Storia si è rimessa in moto e il mondo ha conosciuto una recrudescenza degli autoritarismi: la Russia di Vladimir Putin, la Cina e il suo connubio di capitalismo e totalitarismo, la tecnocrazia finanziaria di Singapore, quello che ormai si va configurando come un assolutismo di marca islamista in Turchia. Colpisce in particolare che alla diffusione della libertà economica, o almeno del modo di produzione capitalistico, in molte parti del mondo non sia corrisposta un’analoga apertura politica; anzi, lo sviluppo di un’economia avanzata ha spesso rafforzato i regimi, dimostrando che la liberal-democrazia è una tecnologia del potere tutta occidentale. Il modello fondato su capitalismo, eguaglianza formale, rappresentanza popolare, redistribuzione e diritti umani non è universalizzabile. E se non vuole essere fagocitato dal dinamismo delle tigri asiatiche o dal rinnovato impulso imperialista dell’Islam politico, questo Occidente comatoso deve fronteggiare con pragmatismo e senso della realtà lo scenario multipolare contemporaneo.

(uscito con modifiche su La Verità del 18 aprile 2017)

 

20 luglio 2016

Il golpe fallito: tra purghe neo-ottomane e i fallimenti di USA e UE


di Alessandro Rico

Non è facile orientarsi nel caos politico seguito al tentativo di colpo di Stato in Turchia. Innanzitutto: golpe fallito o golpe fasullo? Non sono stati pochi gli analisti che hanno ipotizzato un coinvolgimento diretto di Erdogan nei fatti di venerdì notte. Stretto sul fronte interno da un’opposizione sempre più indignata, anche se abile nel barcamenarsi in mezzo ai Paesi europei, che lo hanno finanziato in cambio della chiusura della rotta migratoria balcanica, il Presidente turco avrebbe allestito una commedia, per procurarsi un pretesto che giustificasse una stretta repressiva, un rinvigorimento del suo rapporto carismatico con l’elettorato e quindi l’agognato sostegno popolare alla riforma costituzionale presidenzialista, con la quale Erdogan vorrebbe consolidare definitivamente il suo primato. Il pegno di sangue che gli eventuali “attori” dell’inscenato golpe hanno dovuto pagare parrebbe confutare tale ipotesi; certo, si potrebbe pensare che – come nel caso dei numerosi attentati avvenuti negli ultimi mesi in Turchia e per i quali l’opposizione aveva additato proprio Erdogan – il “sultano” possa aver appreso in anticipo della congiura e averla piegata a suo favore. D’altronde, sebbene si fossero susseguite le voci di una sua richiesta di asilo politico prima in Germania e poi a Londra, fonti autorevoli assicurano che il Presidente, al momento del golpe, era in villeggiatura e che non avrebbe mai lasciato il Paese.
Sia come sia, quel che è certo è che l’unico ad aver tratto vantaggio dal fallito colpo di Stato è proprio Erdogan. Invece, ne escono con le ossa rotte l’Unione Europea, gli USA e la NATO. Durante le concitate ore di quella che alla fine si è rivelata una maldestra sollevazione di una frangia minoritaria dell’esercito, il Presidente Obama auspicava che fosse rispettata la leadership legittima del Presidente democraticamente eletto. Oggi, quel Presidente democraticamente eletto promette di ripristinare la pena di morte con effetto retroattivo e ha provveduto a organizzare veri e propri rastrellamenti, anche a danno della magistratura, con sospette torture ed esecuzioni sommarie tra gli insorti e licenziamenti di massa tra i burocrati considerati infedeli (il che lascia supporre che le liste di proscrizione fossero già pronte da tempo e che si attendesse solo l’occasione propizia per tirarle fuori). Inoltre, chiedendo l’estradizione di Gülen, il milionario predicatore islamico, un tempo alleato di Erdogan, poi entrato in rotta con il regime e fuggito negli Stati Uniti, il “sultano” ha messo in serio imbarazzo gli americani, proprio nelle ore in cui faceva assediare la base NATO di Incirlik, dalla quale partivano le operazioni anti-ISIS della coalizione (non ci scordiamo, tra l’altro, che quello turco è per dimensioni il secondo esercito dell’Alleanza Atlantica). Anche qui, Erdogan potrebbe aver giocato d’anticipo: a fine giugno aveva inviato a Putin una lettera di scuse formali per l’abbattimento del jet militare russo, avvenuta a novembre, siglando così una tregua col Cremlino e forse gettando le premesse, come congettura La Stampa, per un inedito asse euroasiatico dal considerevole potenziale bellico. L’ambiguità strategica di Erdogan ha insomma sorpreso la presidenza USA, che d’altronde in questi anni ci ha abituato a una politica estera disastrosa.
Inerme anche l’Unione Europea. Al solito, evanescente la posizione dell’Alto rappresentante per gli affari esteri Mogherini (né si può pretendere che questa signora, che un tempo si occupava delle campagne antirazziste della FAO, detti la linea di politica estera di un’organizzazione sovranazionale, che una politica estera non ce l’ha). Ma la peggior figura è quella della Merkel. Quando le stesse testate tedesche riportavano che la Germania aveva rifiutato l’atterraggio all’aereo di Erdogan in fuga, la Cancelliera era apparsa una voltagabbana, visto che proprio il suo Paese era stato il maggior beneficiario dell’accordo anti-immigrazione, stipulato con la Turchia a suon di miliardi. Adesso, mentre i media rilanciano le dichiarazioni di Erdogan sulla pena di morte, la Merkel minaccia di impedire alla Turchia l’ingresso nell’Unione Europea. Al che ci si domanda se, qualora si limitasse alle feroci purghe da regime neo-ottomano, a Erdogan sarebbe consentito di sedere tranquillamente al tavolo con gli altri membri UE, quella UE che intimidisce la Polonia per i suoi progetti di legge anti-abortisti, ma pare pronta ad accogliere uno Stato confessionale islamico, in cui il governo abusa dei magistrati, dei giornalisti, della popolazione civile – e in cui gli omosessuali sono impunemente discriminati, quando non esposti a pericolo di morte: altro che matrimonio gay e utero in affitto, CEDU e Elton John.
Alla fine, come voleva Obama, il leader democraticamente eletto ha trionfato. Ma mai come ora, riprendendo la scena di un cult di Roberto Benigni, è il caso di dire: «Vaffanculo alla maggioranza!».
 

26 novembre 2015

Russi e turchi ai ferri corti: l’Europa con chi sta?


di Fabio Petrucci 

Nella giornata di martedì i cieli al confine tra la Siria e la Turchia sono stati il teatro di un episodio dalle conseguenze in parte ancora imprevedibili. L'aviazione turca ha abbattuto un “Sukhoi Su-24” russo impegnato nelle operazioni militari contro l'ISIS. Nonostante i due piloti siano riusciti a paracadutarsi fuori dal velivolo, il colonnello Oleg Peškov ha trovato la morte per mano di miliziani siro-turkmeni anti-Assad, mentre il capitano Konstantin Murachtin – dato inizialmente per morto – è stato liberato nel corso di una complessa operazione dell'esercito di Damasco. Oleg Peškov è quindi ufficialmente il primo soldato russo a cadere in Siria dall'avvio della campagna militare del Cremlino contro l'ISIS e le altre formazioni jihadiste. Un evento imprevisto che – a poco più di una settimana dalla strage di Parigi, dal G20 di Antalya e dall'abbozzo di collaborazione russo-francese contro il “califfato” – compromette il già difficile negoziato tra Stati Uniti e Russia per una gestione condivisa della crisi siriana, ma soprattutto rivela la fatale pericolosità delle ambizioni neottomane di Erdoğan e Davutoğlu. A chiarire l'eccezionalità dell'evento basta una semplice osservazione storica: nemmeno all'epoca della “guerra fredda” un paese della NATO si era spinto al punto di abbattere un velivolo militare dell'Unione Sovietica. E ciò che è grave è che non si è trattato di uno spiacevole incidente dovuto all'assenza di un coordinamento NATO-Russia, quanto piuttosto di un'azione premeditata e decisa dai vertici dello Stato turco, come sottolineato dal ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. Un'azione politica che il presidente Vladimir Putin, dalla vicina Giordania dove era in visita dopo la trasferta in Iran, non ha esitato a definire «pugnalata alla schiena».

La cinica strumentalità del comportamento turco risulta lampante se si considera l'inconsistenza della giustificazione data all'abbattimento del Sukhoi: un presunto sconfinamento nello spazio aereo turco da parte del velivolo russo. Se da un lato il pilota superstite e le autorità russe hanno negato esplicitamente l'ipotesi della violazione dello spazio aereo, dall'altro fonti NATO hanno invece riferito di un brevissimo sconfinamento di due chilometri e della durata di 17 secondi: in ogni caso tutto fuorché una minaccia diretta alla sicurezza della Turchia, le cui autorità hanno quindi presumibilmente mentito circa le tempistiche e le modalità dell'operazione. La giustificazione turca si rivela inconsistente se si fa riferimento alle circostanze tecniche che possono condurre a sconfinamenti di carattere meramente logistico e non ostile, ma soprattutto se si tiene conto della doppiezza della strategia di Ankara: nel 2012, per bocca di Erdoğan, la Turchia aveva accusato il governo siriano dell'abbattimento di un aereo da guerra turco, affermando che «una violazione del confine di breve durata non può essere pretesto per un attacco» (in quel caso le autorità di Damasco avevano però la scusante della dichiarata ostilità della Turchia e del suo appoggio materiale ai ribelli antigovernativi). In quell'occasione, dai vertici militari turchi, fu anche aggiunto che le «violazioni dello spazio aereo sono incidenti che capitano quasi ogni giorno e che sono risolti in pochi minuti attraverso il diritto internazionale». Basterebbero queste dichiarazioni per mettere la Turchia dinanzi alle proprie gravi responsabilità, ma c'è di più: stando ai dati forniti dal ministero della difesa greco, nel 2014 i già numerosi sconfinamenti turchi nello spazio aereo della Grecia hanno raggiunto l'impressionante cifra di 2244. Quindi l'abbattimento del Sukhoi non ha nulla a che vedere con il rispetto del diritto internazionale, ma si palesa come un atto provocatoriamente politico che se da un lato rivela l'acceso nervosismo della dirigenza turca, dall'altro trasforma il sospetto in certezza circa le strane relazioni intercorrenti tra Ankara e il “califfato”.

Dopo l'abbattimento dell’aereo il presidente russo Putin ed il primo ministro Medvedev hanno apertamente accusato la Turchia di fiancheggiare e proteggere l'ISIS. In particolare, hanno fatto riferimento ai traffici di petrolio che legherebbero la Turchia al “califfato” e che rappresenterebbero la principale fonte di finanziamento di quest'ultimo. Infatti, secondo la dirigenza russa e vari esperti indipendenti, da mesi la Turchia comprerebbe petrolio dall'ISIS per poi rivenderlo ad un prezzo doppio rispetto a quello d'acquisto. Ad occuparsi dell'affare sarebbe addirittura il figlio di Erdoğan, Bilal. Ma le contiguità tra Turchia e ISIS non si fermano alla compravendita di petrolio. Al di là dei proclami ufficiali, infatti, per la Turchia l'ISIS continua a rappresentare un elemento cinicamente utile nel contrasto a quelli che vengono percepiti come i reali nemici: gli indipendentisti curdi, la Siria di Assad e l'Iran sciita. In pratica, nell'ottica turca – che è in parte corrispondente a quella dei sauditi e degli USA – pare che il “califfato” vada semplicemente “contenuto”, non abbattuto. Ma gli strani rapporti con l'ISIS rappresentano solo uno dei vari elementi di contiguità turca al jihadismo, divenuto strumento politico internazionale di Ankara – oltre che delle petromonarchie del golfo – in un vasto orizzonte di terre che va dalla Libia alla Siria, dalla Crimea allo Xinjang.

Per la Turchia episodi come l'accordo sul nucleare iraniano, l'alleanza anti-ISIS tra Mosca e Teheran e la prospettiva di un coordinamento NATO-Russia in Siria segnalano il rischio di un proprio ridimensionamento – ipotesi tragica per chi ha scommesso per anni su di una strategia imperiale “neottomana”. Ed è per questo che anche la tempistica dell'incidente desta sospetti: il giorno prima Vladimir Putin era stato ricevuto in pompa magna dall'Ayatollah Khamenei, mentre negli USA era atteso l'incontro tra i presidenti di Stati Uniti e Francia, Obama e Hollande. E mentre il presidente statunitense ha pubblicamente difeso le ragioni della Turchia, tra i membri europei della NATO cresce l'imbarazzo per l'alleato turco, sempre più imprevedibile e incontrollabile. Si palesa anche in questo caso la sostanziale differenza di interessi strategici in seno all'Alleanza Atlantica tra gli USA e paesi come la Francia, la Germania e l'Italia. Infatti, mentre per gli USA quest'episodio ha il vantaggio di deteriorare le già difficili ma lucrose relazioni russo-turche – spingendo magari ad un congelamento del progetto del gasdotto “Turkish Stream” –, per la debole Europa, agitata da correnti favorevoli a cercare un canale di collaborazione con la Russia nella lotta al terrorismo, l'abbattimento del jet segna un nuovo ostacolo ad un percorso già in salita.

La risposta russa all'incidente sembra caratterizzata dalla proverbiale astuzia diplomatica del Cremlino: nessuna reazione impulsiva, ma una strategia a base di bastone e carota. Da un lato la Russia mostra i muscoli – spostando l'incrociatore “Moskva” nella zona costiera di Latakia, predisponendo l'invio di sistemi di difesa anti-missilistica “s-400” ed avvertendo che d'ora in poi i bersagli che rappresentano un pericolo potenziale saranno distrutti. Dall'altro, per bocca dell'ambasciatore russo in Francia, Aleksandr Orlov, il Cremlino fa sapere di essere ancora disponibile ad un coordinamento delle operazioni militari anti-ISIS non solo con gli Stati Uniti e l'Europa, ma persino con la stessa Turchia. In tal modo resteranno delusi coloro i quali attendevano una reazione sconsiderata da parte di Mosca, paventando addirittura il rischio di un imminente avvio della terza guerra mondiale. Resta invece sul tavolo la possibilità che i russi aumentino il sostegno politico e militare ai curdi in lotta contro l'ISIS e la stessa Turchia: strategia però non scevra da rischi e pericoli, dal momento che Erdoğan – memore della storica alleanza tra i sultani ottomani e i khan crimeani – potrebbe a sua volta incrementare il sostegno alle fazioni anti-russe dei tatari di Crimea, inquadrate nella “Brigata Internazionale Musulmana”, la cui fondazione è stata annunciata in agosto ad Ankara.

Al di là delle incertezze sui prossimi sviluppi, quel che è certo è che l'incidente di martedì ha reso più evidenti due conclusioni già note a molti. La prima è che in seno all'alleanza occidentale vi sono paesi che, anziché combattere il terrorismo, lo hanno fomentato e continuano a garantirgli la sopravvivenza. La seconda è che l'intervento russo – il più importante all'estero dai tempi della guerra sovietica in Afghanistan – sta assestando colpi importanti alla galassia jihadista ed ai paesi che la sostengono. All'Europa l'arduo compito di decidere da che parte stare.

 

05 novembre 2015

La Turchia dopo la vittoria di Erdoğan



di Fabio Petrucci


L’esito delle elezioni generali turche ha sancito un netto successo per il duo Erdoğan-Davutoğlu ed il loro partito governativo, AKP. In un clima di esasperazione e violenza giunto ad altissimi livelli, le ragioni della vittoria di Erdoğan vanno ricercate principalmente nel sentimento di paura dell’elettorato turco, angosciato dal rischio - peraltro amplificato dalla propaganda dell’AKP - di una caduta del paese nel caos. Tuttavia, se apparentemente la netta affermazione dell’uomo forte di Ankara sembra aver scongiurato tale pericolo, in realtà la possibilità che per costui il successo elettorale possa rivelarsi solo una “vittoria di Pirro” non può essere scartata. Infatti, l’ulteriore svolta verticistica che il presidente sembra determinato a completare, unita alla fallimentare gestione della politica estera nel Vicino Oriente a partire dalla stagione delle “primavere arabe”, sono elementi potenzialmente in grado di innescare una radicalizzazione dello scontro politico interno ed una definitiva sconfitta della strategia “neo-ottomana” nello scacchiere internazionale.

Per Erdoğan le elezioni hanno rappresentato un importante banco di prova dopo lo smacco del giugno scorso, quando per la prima volta dal 2002 l’AKP si era ritrovato senza maggioranza assoluta ed impossibilitato a formare sia un governo di coalizione con la destra nazionalista del MNP (braccio politico dei famigerati “lupi grigi”) che un governo di larghe intese con i kemalisti laici del CHP. La successiva esplosione di violenze ed attentati, l’acutizzarsi della crisi curda ed il caos al confine con Siria ed Iraq hanno reso ancora più incandescente la vigilia del voto. La campagna propagandistica del duo Erdoğan-Davutoğlu, basata sulla paura e su quella che più di un analista ha definito addirittura “strategia della tensione”, ha avuto la meglio. L’AKP è passato dal deludente 40,9% di giugno ad un ben più consistente 49,5% (in termini di seggi da 258 a 317). Al successo dell’AKP hanno fatto da contraltare la staticità del risultato del CHP kemalista, attestatosi ad una percentuale (25,3%) di poco superiore a quella della precedente tornata elettorale, ed il tonfo dei nazionalisti del MNP e del partito filo-curdo di sinistra HDP, vera rivelazione delle elezioni di giugno, che ha peraltro denunciato irregolarità nella fase del voto e dello spoglio.

L’impressione è che la campagna elettorale di Erdoğan e Davutoğlu, particolarmente incentrata sul nazionalismo e sull’esigenza di restaurare l’ordine, abbia intercettato da un lato una parte dell’elettorato storico dei “lupi grigi” (forse addirittura due milioni di voti), mentre per altro verso sembra persino riuscita a recuperare una parte del voto dei curdi di tendenza conservatrice ed ostile al separatismo del PKK. Peraltro, con questo risultato, Erdoğan potrebbe riuscire a portare a compimento una riforma costituzionale volta ad accentrare ulteriormente i poteri nelle mani del presidente. Una mossa desiderata da anni, ma che si presta al rischio di tramutarsi in un pericoloso boomerang, dal momento che la polarizzazione politica nella società turca finirebbe per accentuarsi ed anche le già difficili relazioni internazionali con gli alleati euro-atlantici subirebbero un ulteriore deterioramento (con un regime sempre più mediaticamente indifendibile dagli USA e dalle cancellerie europee).

Ma probabilmente è proprio sul versante internazionale che Erdoğan si gioca il suo futuro politico. Ed è su questo versante che la sua strategia si è rivelata fino ad oggi fallimentare. Da circa cinque anni la Turchia si trova invischiata nel caos generato della rinnovata fitna che agita il mondo musulmano e che vede contrapposti l'asse sciita composto da Iran, Siria, Iraq ed Hezbollah libanese alla galassia sunnita di cui fanno parte le petromonarchie dell'Arabia Saudita e del Qatar e la stessa Turchia. All'epoca dell'esplosione delle "primavere arabe" Erdoğan tentò di accreditare per il suo paese il ruolo di "protettore" delle rivolte capeggiate dai Fratelli Musulmani nel Maghreb e nel Vicino Oriente. Contestualmente al totale ridimensionamento di questi ultimi in Egitto e Tunisia il presidente turco si è poi imbarcato in una strana e momentanea alleanza con le petromonarchie wahabite, le cui conseguenze hanno riguardato principalmente lo scenario siriano. In Siria i turchi sono stati in prima linea, al fianco dei sauditi, nel sostegno ai "ribelli" islamisti impegnati contro il governo laico di Assad. Anzi non è nemmeno campata in aria l'idea che la Turchia abbia volutamente fatto poco o nulla contro l'ISIS - fino anche a favorirlo - al fine di abbattere il governo di Assad ed indebolire i curdi della Siria settentrionale, circostanza che rappresenta un grosso elemento d’imbarazzo per l’amministrazione statunitense, dal momento che la Turchia è comunque uno dei paesi militarmente e strategicamente più importanti della NATO.

Il conflitto siriano è stato anche alla base del logoramento delle relazioni russo-turche, sulle quali Erdogan aveva in precedenza puntato come alternativa alla freddezza dimostrata dai tradizionali alleati europei. Le tensioni tra i due paesi eurasiatici sono ulteriormente aumentate dopo la discesa in campo dell’aviazione di Mosca, impegnata ormai da un mese nei raid contro l’ISIS ed altre formazioni jihadiste attive in Siria. Ciò ha condotto le autorità turche a minacciare persino ritorsioni in campo economico, come l’annullamento del progetto del gasdotto “Turkish Stream”, esacerbando in tal modo i già difficili rapporti tra Mosca e Ankara. Evidentemente, come ha affermato Kemal Kılıçdaroğlu, leader del principale partito laico di opposizione a Erdoğan, il governo turco non ha compreso l’importanza della Siria per la Russia. Ma del resto il duo Erdoğan-Davutoğlu, in nome di un rinnovato panturchismo, è riuscito persino ad inimicarsi la lontana Cina mediante il sostegno al separatismo uiguro nello Xinjang. E, come già anticipato, le cose non vanno meglio sul fronte occidentale, vista l’insofferenza degli americani - consapevoli di non poter fare a meno della Turchia ma preoccupati dall’autoritarismo di Erdoğan e dalla sua nota ostilità ad Israele - e degli europei, che temono il cinico ricatto turco rappresentato da milioni di profughi siriani che dalla Turchia potrebbero essere spinti o costretti a partire per l’Europa.

La spregiudicatezza della politica estera turca è un fattore innegabile, ma che già adesso sembra rivoltarsi contro la Turchia stessa, anziché avvantaggiarla. La crisi dei rifugiati siriani, l’ISIS al confine, il riacutizzarsi degli scontri con i curdi del PKK e la diffidenza dei principali attori dello scacchiere globale sono già di per sé un indice dei madornali errori di Erdoğan. Resta da capire se il nuovo “sultano” turco avrà la capacità di tornare al realismo o preferirà protrarre una politica di potenza destinata al fallimento.

 

17 aprile 2015

Erdogan, il Papa e la fine della Turchia laica


di Francesco Filipazzi
Le polemiche di questi giorni sollevate da Erdogan e dal governo turco contro Papa Francesco, per la commemorazione da parte di quest’ultimo del “genocidio” degli armeni, hanno colto impreparati molti osservatori e lo stesso ministro degli esteri italiano, Gentiloni, ha espresso perplessità, in quanto anche Giovanni Paolo II usò parole analoghe.
Molti si chiedono quindi perché i turchi stiano alzando i toni della polemica in questo modo, quando già molti stati hanno riconosciuto il genocidio degli armeni come realtà storica. La soluzione del quesito è però più semplice di quanto si pensi e sta tutta nel nuovo volto che il longevo premier Erdogan vuole dare alla Turchia dei prossimi decenni.
La Turchia all’interno del mondo islamico ha rappresentato per molti versi una novità, in quanto è una repubblica democratica e laica. Il padre della patria, Kemal Ataturk, è stato colui che, abolendo il califfato, ha creato un paese nuovo, pensando che il crollo dell’Impero ottomano fosse dovuto dall’arretratezza imposta dall’Islam, che sembrava fosse un impedimento alle riforme. Cancellò i riferimenti alla Sharia nel codice civile, proibì la poligamia, istituì il calendario europeo, impose i riti religiosi in turco e non in arabo e successivamente fece molte altre riforme in senso laicista. Eliminò i riferimenti all’Islam come religione di stato e nel 1937 scrisse nella Costituzione che “Lo Stato turco è repubblicano, nazionalista, popolare, statalista, laico e rivoluzionario”.
Oggi la situazione è molto cambiata ed Erdogan sta procedendo con una serie di contro misure che lentamente sembrano riportare la Turchia ad essere un paese islamico a tutti gli effetti. Ha reintrodotto nel 2013 la possibilità di indossare il velo per le donne in uffici pubblici, cosa che sua moglie fa spesso in pubblico, il permesso di portare la barba islamica per gli uomini. La svolta anti laicista è chiaramente più profonda dell’esteriorità e sembra funzionale ad un progetto che vuole porre la capitale dell’ex impero ottomano come punto di riferimento di un mondo islamico ormai destrutturato, in cui i rais laici e baathisti sono stati rovesciati e dove quindi la religione ha assunto un ruolo di primo piano, rispetto a anche solo un decennio fa. Da governanto laico però Erdogan non può essere punto di riferimento per nessuno e quindi è obbligatorio per lui proporsi come leader di natura politica e religiosa.
Lo scontro con Papa Francesco è quindi da leggere in questa logica, soprattutto perché il Pontefice non si è limitato a ricordare il genocidio degli Armeni, ma ha dato una lettura incentrata sul fatto che gli Armeni sono stati massacrati in quanto cristiani. Tesi difficile da accettare per chi vuole reintrodurre l’Islam nella vita pubblica e non può permettersi di darne un’immagine violenta e assimilabile a quella di un Isis qualsiasi. Erdogan quindi è salito sugli scudi per negare una verità storica, non tanto perché si è parlato di un fatto che vuole nascondere, ma perché il rischio, anche interno, di presentare il passato profondamente mussulmano del paese come un passato negativo non può essere corso. A questi elementi va aggiunto che le elezioni sono imminenti e l’appoggio dei nazionalisti sarà sostanziale per permettere a Erdogan vincere.
 

04 giugno 2013

Cosa succede a Istanbul?

di Andrea Virga
Visti i miei interessi in ambito geopolitico, ho seguito fin dall’inizio le notizie provenienti dalla Turchia. Una breve intervista [link: www.granews.info/content/turkish-revolution-interview-andrea-virga ] chiestami da Natella Speranskaya, del sito Global Revolutionary Alliance, mi ha costretto ad approfondire e analizzare la situazione. Va premesso che è ancora presto per trarne delle indicazioni certe, specie per quanto riguarda il futuro. Tuttavia, ci sono già dati sufficienti per tracciare, almeno a grandi linee, gli scenari possibili. Mi sento quindi di poter ribadire quanto già affermato nella suddetta occasione.