di Marco Sambruna
Ci siamo: dopo aver desacralizzato e dissacrato la religione ridotta ormai a deludente sentimentalismo è giunto il momento del salto di qualità: dissacrare la santità, specialmente di coloro che hanno difeso la vita, le radici cristiane d’Europa, la tradizione in senso lato.
Retrocessa
la religione al rango di panteismo naturalistico e la chiesa ormai squalificata
a livello di narcotico di massa e quindi di strumento di potere restava da
desacralizzare la santità dei giganti della fede.
Se ne incarica in qualità di apripista come sempre un giornalone laicista come il New York Times (qui) il quale adombra l’ipotesi che Giovanni Paolo II sia stato canonizzato e santificato con troppa fretta, peraltro da Francesco, per via dei suoi presunti tentativi di coprire - o comunque di non aver voluto indagare troppo - nei confronti degli ipotetici abusi sessuali compiuti del vescovo americano McCarrick. Compito che invece, beninteso, avrebbe successivamente assolto con zelo indefesso Bergoglio che assurge così al ruolo di eroico moralizzatore laddove Giovanni Paolo II avrebbe taciuto: già questa sorta di parallelo che monumentalizza l’uno mentre ridimensiona l’altro fa riflettere.
Il nuovo slogan laicista non ammette esitazioni: bisogna abbattere tutti i monumenti che inceppano il meccanismo volto alla edificazione dell’uomo nuovo. Dunque, anche se finora una simile richiesta non è stata ancora chiaramente formulata non occorre essere dei profeti per immaginare che a breve qualcuno proporrà di “scanonizzare” e di “desantificare” Giovanni Paolo II.
Sia chiaro che un grande papa può anche non essere un santo: in questa prospettiva si possono grossolanamente individuare più categorie di papi: papi magari irreprensibili sul piano morale, ma divulgatori di dottrine errate, eterodosse e financo eretiche; papi con qualche vergogna da nascondere, ma divulgatori di una dottrina assolutamente ortodossa.
Certo compito di un papa non è diventare necessariamente santo, ma confermare, ribadire e rafforzare i credenti nella fede: è ciò che hanno fatto i papi dottrinalmente ortodossi pur con delle debolezze personali (come alcuni papi del Rinascimento) mentre altri papi moralmente irreprensibili e vissuti come asceti hanno sparso errori che anziché ribadire i cristiani nelle fede li hanno destabilizzati, disorientati e in qualche caso avviati verso l’incredulità.
Esiste poi un’altra categoria di papi, la più rara e quindi la più preziosa: quelli moralmente irreprensibili e dottrinalmente ortodossi come Giovanni Paolo II.
Si capisce allora come la sua figura gigantesca dia fastidio ai desacralizzatori di professione appoggiati da una parte del clero progressista: per costoro è semplicemente inammissibile che un papa ortodosso, di orientamento tradizionale e con saldi legami col soprannaturale possa essere santo e quindi assurgere a modello di riferimento per i cristiani.
I quali devono certo avere dei modelli cui ispirarsi a patto però che siano personaggi integerrimi sul piano del comportamento personale per alimentare il mito dei moralizzatori zelanti ansiosi di igienizzare la chiesa e che al contempo declinino la “santità” secondo categorie secolari: dunque servono dei testimonial della povertà, della mondializzazione e di un certo panteismo ecologista.
In altri
termini la “santità” deve essere mediaticamente narrata secondo i modelli
laicisti vigenti e come tale additata alla pubblica ammirazione. Di contro
occorre che il modello opposto, specie se è stato un fiero pro life, difensore
della famiglia e della civiltà cristiana sia oscurato rivestendolo di un’alea
di dubbio tanto più efficace quanto più ha a che fare con questioni che riguardano
presunte omissioni su questioni che riguardano la morale
.
Dunque demolire e su quelle macerie riedificare: ecco dove nasce l’idea di desacralizzare agli occhi dei fedeli Giovanni Paolo II in quanto esempio di santità tradizionale e quindi eversiva e concorrenziale rispetto al modello di “santità” mediaticamente reclamizzato e iconizzato.
Insomma la santità va bene solo se è istituzionalizzata e sterilizzata, abbia delle proprietà sedative e non sollevi troppe inquietudini. Se poi è anche instagrammabile, social friendly, e conforme allo storytelling mass mediatico ancora meglio.
Tuttavia demolire la santità di Giovanni Paolo II è solo un mezzo in vista di due fini: il primo consiste nel trascinare nel ridicolo e nel disprezzo tutte le posizione che lui ha difeso strenuamente e che ancora sono un ostacolo alla secolarizzazione dei credenti: temi pro life, morale sessuale, radici cristiane d’Europa, etc. debbono essere estirpati con la sua santità: si tratta dunque di ricostruire un passato più compatibile con la modernità.
Il secondo fine riguarda lo sdoganamento dell’idea che ciò che stabilisce la chiesa, compresa la canonizzazione di un santo, è rivedibile e può essere corretto: dunque la chiesa può sbagliare, non è più infallibile nemmeno sui dogmi di fede e le sue decisioni sono sottratte alle custodia immutabile dell’eterno per essere consegnate al dibattito profano dove ogni questione è negoziabile mutando di valore col mutare delle contingenze temporali.
E con questo siamo al trionfo di certo “situazionismo” gesuitico.
Pubblicato il 20 novembre 2020
Dunque demolire e su quelle macerie riedificare: ecco dove nasce l’idea di desacralizzare agli occhi dei fedeli Giovanni Paolo II in quanto esempio di santità tradizionale e quindi eversiva e concorrenziale rispetto al modello di “santità” mediaticamente reclamizzato e iconizzato.
Insomma la santità va bene solo se è istituzionalizzata e sterilizzata, abbia delle proprietà sedative e non sollevi troppe inquietudini. Se poi è anche instagrammabile, social friendly, e conforme allo storytelling mass mediatico ancora meglio.
Tuttavia demolire la santità di Giovanni Paolo II è solo un mezzo in vista di due fini: il primo consiste nel trascinare nel ridicolo e nel disprezzo tutte le posizione che lui ha difeso strenuamente e che ancora sono un ostacolo alla secolarizzazione dei credenti: temi pro life, morale sessuale, radici cristiane d’Europa, etc. debbono essere estirpati con la sua santità: si tratta dunque di ricostruire un passato più compatibile con la modernità.
Il secondo fine riguarda lo sdoganamento dell’idea che ciò che stabilisce la chiesa, compresa la canonizzazione di un santo, è rivedibile e può essere corretto: dunque la chiesa può sbagliare, non è più infallibile nemmeno sui dogmi di fede e le sue decisioni sono sottratte alle custodia immutabile dell’eterno per essere consegnate al dibattito profano dove ogni questione è negoziabile mutando di valore col mutare delle contingenze temporali.
E con questo siamo al trionfo di certo “situazionismo” gesuitico.
0 commenti :
Posta un commento