Molte polemiche ha suscitato la presentazione ufficiale di “Amoris laetitia” l'8 aprile, l'esortazione post - sinoidale di Papa Francesco che chiude i due anni di lavoro del Sinodo sul ruolo della famiglia nel mondo moderno. Un'assise pastorale del tutto straordinaria si potrebbe affermare. Sono stati necessari due anni di discussioni per definire la pastorale sulla famiglia. Dibattiti e tensioni, delezioni e colpi di scena hanno animato i lavori, segno della confusione in cui versa la Chiesa Cattolica nel rapportarsi al mondo. Non una relazione serena, come è evidente, ma un continuo dibattersi tra conformismo e sano anticonformismo. La Verità del Vangelo è stata oggetto di relativizzazioni e continue deroghe. Papa Francesco con questo documento ha chiarito ufficialmente “cosa ne pensa” il Pontefice, il Vicario di Cristo, sulla missione della famiglia. Le sorprese non sono certamente mancate. Si ribadiscono gli insegnamenti del Magistero sui temi “caldi”: rifiuto dell'aborto, dell'eutanasia e delle tante “diavolerie” fatte passare per diritti insostituibili. Fin qui i cattolici possono star tranquilli: la Chiesa è ancora fedele al Vangelo.
La famiglia cristiana è l'unico
modello familiare accettato, fondamento della Chiesa e della società. Anche qui
non si riscontrano “rivoluzioni” di alcun genere. Le “famiglie omosessuali”
sono “out”, ma, come giusto che sia, gli omosessuali non devono essere
discriminati.
Nel pieno relativismo erotico e affettivo la Chiesa dovrebbe ribadire la forza dell'amore come il Vangelo stesso lo ricorda. Il cattolicesimo non ha bisogno di adattarsi al mondo, essa deve sviluppare le Verità del Vangelo. Sviluppo che non deve portare al conformismo, ma all'esplicitazione degli insegnamenti cristiani. Cristo sulla famiglia nel Vangelo di Marco è stato molto chiaro: “L'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola”, “Quello dunque che Dio ha unito, l'uomo non lo separi”.
Pubblicato il 11 aprile 2016
Eppure queste certezze
cattoliche collidono con i paragrafi 296 – 312 sulla questione dei divorziati
risposati. Le parole d'ordine sono “integrazione” e “discernimento”.
E' chiaro che nessuno deve essere discriminato, ma ciò non toglie che il
“peccato mortale” sia tale e lo sia al di là dei singoli sentimentalismi. Ci
sono vittime e “carnefici” in queste tristi storie. E' bene riconoscere e
consolare gli afflitti e scagliare anatemi contro chi offende. Il cardinale
Giacomo Biffi lo ricordava. La Chiesa ha il dovere di guidare e di biasimare
così come quello di consolare. Non può prescindere da questi ruoli. La
Misericordia non la si concede senza la remissione e la richiesta di perdono.
Il “peccato” però se è “mortale”, non lo si può cancellare con deroghe.
Piuttosto è necessario chiarire come poter affrontare la condizione dei
“divorziati sposati” che oggi non sono casi eccezionali. Equiparare le prime
nozze con le seconde (e le terze?) è un passo controproducente. Va bene fare
“discernimento”, chiarire i toni e le responsabilità del “fattaccio”, ma
integrare con indifferenza è tutto fuorché cattolicità. E' vero che il
documento non indica chiaramente la possibilità dell'Eucarestia per i
divorziati, ma sono tuttavia paragrafi molto labili nel significato. Travisare
non sarà fatto con grandi difficoltà.
Nel pieno relativismo erotico e affettivo la Chiesa dovrebbe ribadire la forza dell'amore come il Vangelo stesso lo ricorda. Il cattolicesimo non ha bisogno di adattarsi al mondo, essa deve sviluppare le Verità del Vangelo. Sviluppo che non deve portare al conformismo, ma all'esplicitazione degli insegnamenti cristiani. Cristo sulla famiglia nel Vangelo di Marco è stato molto chiaro: “L'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola”, “Quello dunque che Dio ha unito, l'uomo non lo separi”.
Il cattolicesimo ha ulteriormente
definito questi insegnamenti nel suo Magistero. Una lunga riflessione che ha
portato nell'XI secolo a stabilire il Sacramento matrimoniale come noi ancora
lo celebriamo. Non è solo un patto civile, verso la società, secondo il diritto
romano, ma un legame d'amore, egualitario, consensuale e santo. Il matrimonio
diviene l'immagine dell'unione mistica tra l'uomo e Dio, tra il fedele e la
Chiesa. L'uomo e la donna divisi divengono nel matrimonio una cosa sola. Il
collante è l'amore e questo non è egoistico e “privato”, ma aperto alla vita,
quindi alla procreazione.
Dunque la Chiesa, invece che
“ergersi in piedi tra le rovine”, come faro di speranza, tende a “trasformarsi
in rovina”?

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