12 ottobre 2018

Sulla Corte Suprema Usa si combatte una guerra culturale

di Giorgio Salzano
Si è conclusa, a mio giudizio felicemente anche se con un retrogusto amaro, una vicenda che ha agitato l’opinione pubblica americana, ma che da noi ha avuto poca risonanza, se non nella corrispondenza estera di qualche giornale che si faceva eco di giornali e televisioni d’oltre oceano, quasi tutti tesi alla denigrazione, per non dire la distruzione, di Trump e della sua amministrazione. Io invece, dal “patriota americano” che sono (come spiegato in un precedente articolo), l’ho seguita appassionatamente su You Tube: si tratta della conferma della nomina a giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti di Brett Kavanaugh.

Per chi non conoscesse i fatti, li riassumo brevemente.

Tra le prerogative del Presidente degli Stati Uniti rientra anche la nomina dei nove giudici della Corte Suprema: nomina che, una volta confermata del Senato, è a vita. A luglio uno dei giudici anziani si è ritirato, e Trump ha nominato un nuovo giudice, il secondo dall’inizio del suo mandato, che avrebbe dato una maggioranza, cinque a quattro, ai giudici “conservatori” (le virgolette sono d’obbligo, in mancanza di una più lunga spiegazione). L’avversione della minoranza democratica al Senato, e fuori, è stata immediata: la conferma alla nomina doveva essere bloccata a ogni costo. Tra fine agosto e inizi settembre ci sono state le audizioni del giudice nominato da parte dei senatori, con i democratici che invano hanno cercato di metterlo in serie difficoltà. Quando si era ormai prossimi alle votazioni, una senatrice democratica ha dichiarato di avere la lettera di una signora, professoressa di psicologia, la quale dichiarava che circa 36 anni prima, quando Kavanaugh aveva 17 anni e lei 15, durante una festicciola l’aveva aggredita insieme a un amico cercando di stuprarla (senza peraltro riuscirvi perché lei si era chiusa in bagno).

C’è stato un rinvio delle votazioni di circa 10 giorni, e finalmente la professoressa e il giudice vengono chiamati a rendere la loro testimonianza giurata davanti alla commissione giustizia del Senato. Lei è emotiva quanto basta per apparire convincente, salvo che poi, a guardar bene, non è capace di  fornire alcuna convalida del fattaccio: non solo non ricorda la data precisa, ma neanche dove si trovasse la casa in cui ciò sarebbe accaduto, e gli altri ragazzi di allora che lei nomina come presenti alla festicciola dichiarano di non averne ricordo o semplicemente che non c’era mai stata. 
Il giudice si difende con veemenza, suffragando le sue dichiarazioni con un calendario-diario che già dai tempi della sua adolescenza egli ha l’abitudine di tenere. Tutto invano, la partigianeria si scatena e ognuno, dentro e fuori del Senato americano, dà credito a lei o a lui. Dopo un ulteriore rinvio di una settimana affinché l’FBI potesse indagare sulla faccenda, non essendo emerso nulla di nuovo a suffragare l’accusa della professoressa, si è proceduto alla votazione, e sabato 6 finalmente il giudice è confermato alla Corte Suprema, ma con la sua immacolata reputazione precedente tinta (come tendenziosamente fa notare da noi Repubblica) da un’accusa alla quale chi pregiudizialmente vuol credere crede.

Bene, ciò detto mi si potrebbe chiedere perché questa vicenda tutta americana ci dovrebbe interessare. Semplice, perché se è tutta americana nelle sue modalità, non è solo americana. È infatti in gioco in essa l’essenza della democrazia. Questa si concretizza in alcune regole costituzionali, relative alla selezione elettorale della classe dirigente, organi legislativi e di governo, ed all’esercizio della giustizia. La questione che di conseguenza si pone è se la democrazia si risolva tutta nel rispetto di simili regole, di per sé esclusivamente procedurali, o se le procedure così previste presuppongano, ed esigano, un consenso sostanziale sulla natura delle relazioni umane che esse sono chiamate a disciplinare.
Nei primi decenni del dopoguerra gli Stati Uniti rappresentavano una risposta a questa domanda diametralmente opposta a quanto sperimentavamo da noi, con l’idea di America che nella nostra divisione contrapponevamo al quella sovietica rappresentata dalla Russia: da una parte la democrazia liberale, dall’altra la democrazia totalitaria. Beata ingenuità dell’epoca, o almeno mia ignoranza, destinata a essere dissolta dal collasso dell’Unione Sovietica. Qualunque cosa questo collasso abbia rappresentato in Russia e negli altri paesi che la costituivano, in Europa esso ha visto l’affermarsi egemonico di una visione puramente procedurale della democrazia. E abbiamo scoperto in questa affermazione che la pura neutra proceduralità non esiste, perché anche il mantenerla presuppone una visione sostanziale delle relazioni umane: quella che dai suoi oppositori viene designato come il “pensiero unico” (per me non è l’unicità il problema, ma il fatto che è sbagliato), e che Joseph Ratzinger, alla vigilia della sua elezione a Papa, stigmatizzò come “dittatura del relativismo”.

Si combatte negli USA in maniera più virulenta che da noi una guerra, per ora più che altro (se escludiamo la tendenza di una parte all’aggressività) culturale, che è anche la nostra, tra due visioni della democrazia: quella che, per la sua ascendenza nella tradizione europea con tutta la sua convergenza di elementi classici, germanici e biblici, non posso che chiamare cristiana, e quella che matura nelle astrattezze della filosofia con l’auto proclamato Illuminismo, e che dalla Rivoluzione Francese al rivoluzionarismo sessantottino porta alla balzana idea della restaurazione di relazioni puramente naturali tra gli esseri umani, in una innocenza che nessuno in effetti ha mai visto.

Negli Stati Uniti luogo privilegiato di questa guerra – oltre ovviamente l’accademia e i media, dove la seconda visione sembra trionfare – è la Suprema Corte. Teniamo presente infatti che è là che venne legalizzato l’aborto, ed è là che è stato sdoganato il matrimonio omosessuale. Come ho accennato, i due giudici nominati da Trump e confermati dal Senato fanno ribaltare la maggioranza nella Suprema Corte: dai giudici propensi a una interpretazione fantasiosa della costituzione, a quelli che ritengono che la costituzione vada letta e intesa per ciò che i padri costituenti vollero dire. Ciò dovrebbe spiegare l’isteria, tra i senatori di opposizione, le celebrità hollywoodiane, l’MSM (main stream media, giornali e reti televisive), di cui da noi poco è trapelato, ma che si è concretizzato in un gioco sporco negatore di ogni fair play, di quella decency, come dicono in America, che dovrebbe trascendere le divisioni partitiche.

Ora si attendono le elezioni di mezzo termine del 6 novembre, e c’è da sperare che una sconfitta alle urne convinca i democratici che l’infausta strategia di pura avversione, manifestatasi con virulenza in occasione della conferma del giudice Kavanaugh, non paga. E chissà che, distaccandosi dalle frange più radicali, non ritornino a quelle modalità bipartisan che per lo più hanno caratterizzato la storia politica americana.



 

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