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20 maggio 2016

Trump incontra Kissinger: se il tycoon rompe il tabù neocon


di Alessandro Rico

Mentre i media naufragati nel politicamente corretto discutono animatamente del «sessismo» di Donald Trump, la vera notizia è che il candidato alle primarie repubblicane, che ha ormai scalzato tutti i suoi rivali per la nomination alle presidenziali 2016, questo mercoledì ha incontrato Henry Kissinger. Lo scopo è definire una piattaforma di politica estera più dettagliata e coerente rispetto alle scompigliate dichiarazioni a effetto che Trump ha lanciato negli ultimi mesi: le tirate contro la Cina, il muro con il Messico, le restrizioni sull’immigrazione, l’ammirazione per Putin e, last but non least, l’intenzione di incontrare il leader della Corea del Nord Kim Yong-un. Insomma, il tycoon newyorkese sembra voler infrangere anche l’ultimo tabù dell’establishment repubblicano, che negli ultimi anni (peraltro senza troppa soluzione di continuità con le amministrazioni democratiche), in politica estera aveva sposato l’agenda neocon.
Non è un caso che, nel febbraio di quest’anno, uno dei maggiori esponenti della frangia neoconservatrice nella teoria delle relazioni internazionali, Robert Kagan, abbia pubblicamente espresso il proprio sostegno a Hillary Clinton. L’apparentemente strana alleanza tra un neocon e la candidata democratica alla Casa Bianca ha una ragion d’essere storica e una politica.
Quanto alla ragione storica, ci si ricordi che i neoconservatori erano stati, in origine, membri del Partito Democratico. Cominciarono a distaccarsene in polemica con la New Left, che appoggiava il New Deal del Presidente Franklin D. Roosevelt ed era quindi accusata di filocomunismo. La spaccatura si consumò definitivamente negli anni Sessanta-Settanta, quando prima il leader socialista Michael Harrington e poi il «padrino» del movimento, Irving Kristol, coniarono l’etichetta di «neoconservatorismo». Per di più, nel 1972 Robert L. Bartley scrisse chiaramente che i neoconservatori avrebbero rappresentato «qualcosa come un gruppo oscillante tra i due maggiori partiti». Nel giro di pochi anni, quindi, essi entrarono a far parte di amministrazioni repubblicane, come quella di Nixon e quella di Reagan: Jean Kirkpatrick, ad esempio, fu negli anni Ottanta ambasciatrice statunitense presso le Nazioni Unite e la sua dottrina di politica estera ispirò l’atteggiamento asimmetrico di Reagan nei confronti delle dittature nere (considerate non ostili e recuperabili) e di quelle rosse (considerate invece una minaccia alla sicurezza americana). 
I neoconservatori erano mossi soprattutto da una profonda convinzione nella superiorità etica del sistema di valori liberaldemocratici, sul quale gli Stati Uniti si fondavano. Per questo non potevano accettare l’approccio realista di Kissinger: l’America doveva nutrire l’ambizione di diventare l’unica superpotenza del mondo ed era destinata, in virtù della sua intrinseca moralità, a sbaragliare l’avversario sovietico.
Come consigliere delle amministrazioni di Richard Nixon e Gerald Ford, Kissinger si trovò a gestire una situazione di grave difficoltà per gli USA nel quadro della Guerra Fredda. Il suo operato mirava a cristallizzare un equilibrio di potenze, allora dotate di forza sostanzialmente equipollente, anche con il ricorso alla tecnica del divide et impera (ad esempio, avviando relazioni diplomatiche con la Cina, che era entrata in rotta di collisione con l’Unione Sovietica). La tesi di Kissinger, che concluse con la necessaria spregiudicatezza la tragica avventura del Vietnam, era che alla deterrenza nucleare reciproca dovesse subentrare un infaticabile lavorio diplomatico, che limitasse i conflitti locali e congelasse lo status quo. Agli occhi dei neoconservatori ciò equivaleva a scendere a patti con un nemico non contingente, ma escatologico. Con il senno di poi, la strategia aggressiva che gli USA adottarono nel decennio successivo si rivelò vincente, ma negli anni Settanta sarebbe stato difficile prevedere l’implosione del sistema sovietico, anche a causa della crisi petrolifera e della stagflazione, che misero in ginocchio le economie occidentali.
D’altra parte, se è vero che i neoconservatori vengono da sinistra, è vero pure che la Clinton viene da destra: cresciuta in una famiglia conservatrice, fece campagna elettorale per Barry Goldwater (quello che introdusse l’aggettivo conservative per qualificare i repubblicani). A metà degli anni Sessanta, specialmente sulla scia del movimento per i diritti civili dei neri, iniziò a spostarsi sul fronte liberal. Veniamo così alle ragioni politiche per cui un neocon come Kagan e una democratica come la Clinton possono plausibilmente convergere.
È ovvio che la partita oggi si gioca sul Medio Oriente. E la Clinton è la capofila dei falchi che hanno convinto un riluttante Obama a impegnarsi sul fronte delle primavere arabe, in Siria e soprattutto in Libia. Inoltre, la Clinton è sicuramente la candidata più affidabile per chi abbia a cuore il sostegno incondizionato a Israele (non dimentichiamo che molti neoconsevatori si formarono alla scuola del filosofo e teorico politico ebreo Leo Strauss, quello che aveva accusato il liberalismo di non aver saputo opporre resistenza al nazismo e all’orrore dell’Olocausto, a causa del suo relativismo arrendevole).
Certo, come spiega il Washington Post, l’incontro con Kissinger è già stato una passerella pre-elettorale di diversi candidati repubblicani. C’è da scommettere, però, che Trump, dopo aver demolito tutti i luoghi comuni sulla destra americana, voglia tagliare corto anche con l’imperialismo dissennato che ha alimentato la Guerra in Iraq di Bush e che in fondo caratterizza pure i progetti della Clinton. Nell’attuale fase storica, sarebbe più che auspicabile un Presidente il quale, con un sano approccio realista, riallacci i rapporti con la Russia, ridimensioni l’interventismo americano, rompa con la retorica speciosa dei diritti umani e con le guerre di destabilizzazione, che hanno inferto parecchi danni anche ai Paesi affacciati sul Mediterraneo.
Continueremo ad aggiornarvi. Per chi preferisce discettare di sessismo, tanto, ci sono sempre Repubblica e Corriere.
 

06 marzo 2016

Trump piace all'America profonda, ecco perché


di Alessandro Rico

Il ciclone Trump ha fatto irruzione sulla scena politica americana, mietendo vittime soprattutto a destra. L’establishment del Partito Repubblicano, dopo il trionfo del tycoon nel Supermartedì delle primarie, è in fibrillazione. L’apparato si sta compattando nel disperato tentativo di fermare l’avanzata di questo scomodo outsider, per due ragioni principali: primo, Trump ha scardinato la disciplina di partito e i suoi equilibri gerarchici, trasformando il vento antipolitico in un devastante uragano; secondo, la candidatura del miliardario newyorkese sembrerebbe compromettere la conquista repubblicana della Casa Bianca. Stando ai sondaggi, infatti, l’ascesa di Donald Trump avrebbe un effetto paradossale: non ci sarebbero rivali in grado di tenergli testa nello schieramento di destra, ma nella corsa contro la Clinton sia Rubio che Cruz avrebbero buone possibilità di vincere, mentre Trump verrebbe ampiamente sconfitto.

I sondaggi, si sa, lasciano il tempo che trovano e di qui a novembre la strada è ancora lunga. Lo scenario che si va delineando conferma però i successi strategici guadagnati dai democratici grazie a Obama e le corrispettive difficoltà dei repubblicani. Sia sul fronte economico che su quello dei temi eticamente sensibili, le politiche risolutamente di sinistra dell’amministrazione Obama, unitamente all’egemonia culturale liberal che negli ultimi anni si è consolidata oltremisura, hanno radicalizzato l’elettorato conservatore. C’è una fetta di America che non si riconosce nel politicamente corretto, nel matrimonio gay, nella criminalizzazione della polizia ad opera degli attivisti neri, supportati da esponenti democratici di spicco quali il sindaco di New York De Blasio, nello snobismo delle metropoli emancipate, dove trionfano ideologia gender e cliniche abortiste (per non parlare della California, vera e propria riserva occidentale degli uteri in affitto). In quella fetta di America il malcontento è cresciuto di pari passo alle svolte di Obama: la riforma sanitaria, l’apertura, almeno negli intenti, ai rifugiati siriani, ma anche l’altalenante politica estera, tra successi storici, come l’uccisione di Bin Laden, e clamorosi fallimenti, come le primavere arabe.

Trump è riuscito a canalizzare gli umori bollenti di questa America profonda, che un tempo Nixon avrebbe arringato chiamandola «maggioranza silenziosa». Il tycoon non ha lo stesso profilo da leader confessionale che vanta Ted Cruz, ma il suo messaggio è più efficace. Dallo slogan «Make America great again», che stimola l’orgoglio patriottico di un popolo non disposto al ridimensionamento della potenza statunitense, passando per il pugno duro contro la Cina, le draconiane proposte sui muri anti-immigrati, fino alle promesse di elargizioni a beneficio dei veterani, un classico del repertorio nazionalista di un Paese che in queste sfaccettature ricorda l’ethos civile dell’antica Roma. Nessun altro candidato è riuscito a catturare l’empatia di un elettorato galvanizzato dalle sortite iperboliche di Trump. Il che in fondo è bizzarro, se si considera che l’estremista religioso sostenuto dai liberisti del Tea Party dovrebbe essere Cruz. Dai funzionari di partito come Jeb Bush e il suo delfino Rubio, invece, non ci si poteva aspettare un memorabile successo, in un clima del genere.

Lo scossone anti-sistema assestato dagli elettori repubblicani potrebbe giovare alla Clinton, che dopo aver arrancato un po’ contro il rivale socialista Sanders, sembra lanciata verso la nomination. L’ha già detto all’indomani del Super Tuesday: «All’America serve più dolcezza». Hillary avrà buon gioco nel ridicolizzare l’eccentricità di Trump e nel far leva sul classico repertorio politically correct: le donne, gli immigrati, i poveri, le minoranze, i diritti. D’altronde proprio l’apparente vantaggio potrebbe trasformarsi in un punto debole. Trump ha già brutalizzato gli sfidanti repubblicani con i suoi attacchi frontali,dimostrandosi capacissimo di resistere alla loro martellante propaganda contra personam; l’errore più grande che la Clinton potrebbe commettere sarebbe quello di una campagna elettorale alla Bersani, sotto tono, remissiva, nella malriposta convinzione di vincere a tavolino.
Se ne vedranno delle belle. Intanto, le reazioni scandalizzate dei benpensanti ai toupet di Trump o ai suoi flirt con il duce su Twitter sono già un premio impagabile, per chi vorrebbe castigare la insulsa casta di sacerdoti del progressismo. E poi, se la dobbiamo dire tutta, piuttosto che la Clinton andrebbe bene anche Topo Gigio.
 

03 febbraio 2016

Primarie Usa. Le sorprese dell’Iowa.


di Francesco Filipazzi

Durante la notte italiana si sono svolte le primarie per le presidenziali Usa in Iowa, il primo stato che storicamente le organizza, sotto forma di “caucus” cioè assemblee vere e proprie. Una realtà piccola rispetto ad altre, ma che dà la prima prova di ciò che ci si potrà aspettare nei prossimi mesi, nel lungo percorso che porterà all’elezione del presidente USA.

In ambito repubblicano, c’è stata una sorpresa. Il primo classificato è Ted Cruz con il 27,7% dei consensi, sorprendendo Donald Trump, fermo al 24,3%. Terzo Marco Rubio, incalzato al 23%. La corsa potrebbe quindi essere a tre, mentre pare fuori dai giochi Jeb Bush. Corsa a due invece in campo democratico, dove Hillary Clinton, apparentemente destinata a un trionfo, vince per pochissimo contro Bernie Sanders. 49,89 contro 49,54.

I repubblicani
La destra statunitense sembra orientata quindi su una rosa di tre nomi, fra loro molto diversi, che rappresentano le anime del Gop che si sono definite negli ultimi anni. Ted Cruz è figlio di un pastore protestante, conservatore sulle questioni etiche, quindi contrario ad aborto e matrimonio gay, è ultra liberista in economia e propone una flat tax al 16%.
Donald Trump, famoso per il suo modo di essere, è rigorista sull’immigrazione e propone il protezionismo nei confronti delle merci cinesi. Marco Rubio è invece un candidato più vicino all’establishment, liberista in economia e leggermente aperturista su tematiche come l’aborto. In questo scenario, appare chiaro come l’effetto Tea Party abbia ormai invaso tutto il partito repubblicano. Al momento il candidato preferito dal partito del Tea è Cruz, ma la pasionaria Sarah Palin si è recentemente spostata su Trump.

I democratici
Hillary Clinton è una democratica pura, sostenuta da media ed establishment. Tipicamente liberal e favorevole ad ogni apertura in campo etico, in economia parla di tassazione dei più ricchi, di redistribuzione della ricchezza per aiutare i più poveri, ma è sostanzialmente liberista.
La vera sorpresa è Bernie Sanders, che è sovrapponibile a un socialista europeo. Anti capitalista, vuole nazionalizzare intere fette dell’economia e ha posizioni diametralmente opposte a quelle conservatrici in ambito etico. Inoltre è spiccatamente ambientalista. Possiamo ben dire quindi che lo scenario che esce dall’Iowa è ben definito fra un iper conservatore e un iper progressista. Vedremo se avverrà una polarizzazione dello scenario.

http://www.barbadillo.it/52813-primarieusa-le-sorprese-delliowa-ted-cruz-primo-della-destra-vittoria-di-misura-per-la-clinton/
 

21 febbraio 2012

Primarie Repubblicane: better conservative or libertarian?

Premessa: la redazione rimane per ovvie ragioni pro-Santorum (un tradizionalista alla Casa Bianca? E quando ricapita!), ma volemo fà i libbberali e quindi ospitiamo un pezzo pro-Paul
di Alessandro Rico
Negli Stati Uniti si stanno svolgendo le primarie dei Repubblicani e i simpatizzanti del partito sono chiamati a scegliere il futuro sfidante di Obama. Ormai, si tratta di un confronto a tre: Romney, Gingrich e Santorum; il candidato liberale Ron Paul è fuori dai giochi. La tendenza conservatrice si è imposta ancora sugli esigui libertarians, coerenti a se stessi ma relegati in un una nicchia ideologica. Si ripropone perciò un vecchio quesito: meglio regnare all’Inferno o servire in Paradiso? Meglio accettare un conservative pur di far fuori i democratici, o darla subito vinta a Obama, candidando però un vero liberale?