15 settembre 2018

La riscoperta dell'America

di Giorgio Salzano
Europa e USA appaiono oggi molto più simili di quanto non fossero ancora una cinquantina di anni fa, quando all’inizio degli anni settanta mi recai a studiare negli Stati Uniti, dove rimasi diversi anni pensando perfino a un certo punto di rimanervi (poi le cose sono andate diversamente). Si agitano le stesse questioni, in primis l’immigrazione e il senso della sessualità nel suo complesso, dall’essere cioè maschi e femmine al diritto di disporre con l’aborto dell’eventuale frutto della loro unione; e su di esse si determinano le stesse divisioni ideologiche che rendono difficile ragionare, con una parte in effetti che prova a dare ragioni delle proprie posizioni e l’altra che risponde con insulti.

Le divisioni ideologiche si traducono in divisioni partitiche ed istituzionali che anch’esse andrebbero discusse per una visione d’insieme dell’assimilazione delle due parti dell’Atlantico, ma basta quanto detto per suscitare la domanda: è l’Europa che si è americanizzata, o è l’America che si è europeizzata? C’è del vero in entrambe le proposizioni, ma per rispondere bisogna innanzitutto identificare le parti, in ciò che precedentemente le differenziava.

Nella divisione del dopoguerra tra americanofili e sovietofili (tralascio per brevità gli anti-americani di destra), io rientravo decisamente tra i primi. Ma, nel corso degli anni sessanta le voci critiche nei confronti degli USA si fecero, con il proseguire della guerra del Vietnam, sempre più forti, cambiandone l’immagine da una sorta di “paradiso” in una sorta di “inferno”. Colsi perciò l’occasione di andarvi a studiare per constatare di persona come fossero, e sperimentai quella che mi piace chiamare la mia “riscoperta dell’America”.

C’erano state le grandi marce per i diritti civili guidate da Martin Luther King, la rivolta di Berkeley e Woodstock, i figli dei fiori e tutti quei fatti salutati da un autore di cui non ricordo più il nome come “The greening of America”. Era in corso la rivoluzione sessuale; i “gay” si venivano proclamando orgogliosamente tali. Eppure, se leggiamo le cronache di quegli anni nei primi libri di quel dandy di Tom Wolfe, avvertiamo uno sguardo smaliziato e critico sul quel che accadeva. Quello stesso  “inverdire” poteva essere descritto in seguito, in un libro di Allen Bloom del 1987, come “The closing of the American mind”. Un altro protagonista intellettuale di quegli anni, quel bizzarro storico e filosofo della scienza che fu Paul Feyerabend, osservava, rievocandoli nella sua bellissima autobiografia “Ammazzando il tempo”, che la scoperta liberatoria del fatto che “ci sono molti modi di pensare e di vivere” è stata immediatamente mutata dai suoi difensori, incapaci di accettare la semplice promessa di “un po’ di più di libertà, di felicità e di luce”, in qualcosa di accademico, foriero di “una Nuova Era di ignoranza, oscurità e schiavitù”.

Una nuova censura della libertà di pensare e di parlare si viene imponendo, che bandisce come non politically correct qualunque discorso basato sul senso di un giusto ordine delle cose che contrasta con i nuovi diritti del desiderio indiscriminato. Già feroce negli Stati Uniti, essa mostra il suo carattere totalitario in Canada … ed in Europa. Negli Stati Uniti, infatti, la resistenza nei confronti della correttezza politica è rimasta forte, e ciò ha permesso a un intuitivo costruttore e conduttore televisivo di farsi eleggere presidente, avendo come parola d’ordine “M(ake) A(merica) G(reat) A(gain)”, tra lo scetticismo prima, e l’avversione isterica dopo, dell’elite accademico-mediatica, che del politically correct è portatrice. Questi sviluppi erano ovviamente ancora da venire nella mia pristina esperienza americana degli anni settanta, quando sopravviveva ancora abbastanza dell’idea di America antecedente la correttezza politica.

Tornato dunque in Italia alla fine degli anni settanta (dopo essermi risparmiato grazie a Dio il suo periodo più buio che conosciamo come “anni di piombo”), sentendomi quasi più americano che italiano, non potevo evitare l’impressione che gli USA restassero nel complesso per gli europei un oggetto misterioso, e che siano poi diventati tali anche per le elite accademico-mediatiche non dico “americane” ma “statunitensi”, che non posso non definire europeizzanti. Se, infatti, alcuni vedono nella correttezza politica un’americanizzazione dell’Europa, autori come Allen Bloom hanno mostrato che essa matura nel contesto accademico determinato dalla grande emigrazione intellettuale dall’Europa agli Stati Uniti seguita all’avvento del nazismo. Invece l’esperienza da me vissuta negli Stati Uniti si trasformò appunto, grazie alla guida dei maestri che vi trovai, in una “riscoperta dell’America”. 

Intendo, così parlando di “riscoperta”, della scoperta di qualcosa che dovrebbe essere già noto, qualcosa che in effetti tutti già conoscono ma di cui non si rendono conto. Se chiamiamo questo qualcosa “America”, la scoperta fu che essa è una terra di immigrazione. Non c’è chi non lo sappia, ma pochi lo pongono al centro della riflessione. Anche oggi che i fenomeni migratori sono al centro delle preoccupazioni, tanto da noi in Italia ed in Europa, sottoposti come siamo alla pressione dall’Africa e dal Medio Oriente, quanto negli Stati Uniti, con la pressione alla frontiera meridionale con il Messico, il suo significato nel formare in passato l’esperienza americana sfugge.

Negli Stati Uniti feci amicizia all’università con un ebreo di Newark, un norvegese di Brooklyn, un nordirlandese venuto per non sottostare all’uccidere o essere ucciso della guerra civile, ed un coreano venuto come me a studiare. I professori che mi furono maestri erano un ebreo americano di seconda generazione e un tedesco, emigrato però solo dopo la seconda guerra mondiale. Ma non fu solo questo, fu scoprire che tutto il tessuto socio-culturale americano era determinato dalla consapevolezza delle differenze etniche, anche quando questa rimaneva solo nella forma di barzellette su irlandesi italiani polacchi ecc.. Ciò portò a un’altra osservazione: che le appartenenze etniche erano appartenenze religiose, in una popolazione che in larga maggioranza frequentava una chiesa, o sinagoga che sia.
Fu importante per comprendere il senso di questa scoperta il mio professore ebreo, Will Herberg, che aveva scritto negli anni cinquanta un libro sulla religione americana intitolato “Protestant Catholic and Jew”: mi faceva riflettere sul fatto che gli immigrati originari erano in gran parte europei, che nel giro di tre generazioni arrivavano a concepirsi come partecipi, con la loro tradizione religiosa, dell’unica religione americana, di matrice essenzialmente giudaico-cristiana. Vi rientrano anche quegli immigrati involontari, spina nel fianco dell’esperienza americana, che erano i “negri” (si può ancora dire?), anch’essi per lo più convertiti al cristianesimo).

La mia “riscoperta dell’America” non si ferma però qui. Essa si estende alla comprensione dell’esperimento di nation building effettuato con grande realismo e incredibile sapienza istituzionale dai padri della costituzione degli Stati Uniti d’America. Negli Stati Uniti la confluenza di popoli diversi non appartiene a un tempo remoto, ormai conosciuto solo dai libri, ma è avvenuta quasi, diciamo, sotto i nostri occhi. Con la costituzione i padri fondatori vollero stabilire le condizioni giuridico-politiche necessarie affinché si perpetuasse la possibilità di fare “e pluribus unum”. A differenza che altrove nel continente americano, negli Stati Uniti il nome “America” cessa di essere una semplice designazione geografica, per diventare l’idea di un luogo in cui popoli diversi potessero incontrarsi diventando un unico popolo. Solo in una simile idea, e non negli astratti discorsi sulla democrazia, l’America può assumere una valenza esemplare anche per altri.

La “riscoperta dell’America” si fa dunque scienza quando quel venire da … per convergere in … un luogo chiamato America, che io avevo sperimentato con i miei amici, viene riconosciuto nella riflessione come universalmente costitutivo delle relazioni sociali a ogni livello, variamente attestato nelle diverse tradizioni culturali. Il luogo in cui perveniamo non è costituito in fondo che dal riconoscerci accomunati dalla stessa esperienza che ci ha portati a convergere: esperienza che è descritta biblicamente come “esodo”, al termine del quale c’è la “terra promessa” del “regno di Dio”. La chiesa, luogo del convenire dei popoli, aveva formato in Europa la cristianità, purtroppo infranta a seguito della riforma protestante in una serie di nazioni disgiunte, ciascuna con la sua versione della tradizione cristiana. L’Europa si è trovata da allora a oscillare tra il richiamo alle tradizioni nazionali, pur sempre di matrice cristiana, e l’astratto universalismo di un indifferenziato umanesimo. Negli Stati Uniti, invece, si è cercato di riprendere la tradizione europea nel suo complesso, con l’esperimento di uno spazio pubblico, l’America, in cui il convergere di popoli diversi fosse ancora possibile: non facile né automatico, si badi, ma possibile. Questo esperimento è infatti sempre percorso al suo interno dalla tentazione dell’altra Europa, quella dell’indifferenziato umanesimo, che ha minacciato recentemente, con la scusa della lotta a ogni forma di discriminazione, di richiudere quello spazio: di risolvere, in altre parole, l’America negli Stati Uniti. Grazie al cielo per il momento non c’è riuscita.


 

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