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26 giugno 2020

Shot. I fatti della Bonino

L'Italia è in preda ad una grave crisi economica, dovuta ai postumi delle chiusure generalizzate di aziende ed esercizi commerciali.
Per riuscire a riemergere dal baratro servono dunque i fatti.
La Bonino però deve aver male interpretato questo concetto, perché sta riproponendo in questi giorni la legalizzazione della cannabis.
Sempre di fatti si parla.


 

28 novembre 2019

Ufficiale. La cannabis legale è una sòla

di Giuliano Guzzo
Il pensiero dominante, che pure ama dichiararsi razionale, vive di miti. Di leggende metropolitane che prima o poi, inevitabilmente, vanno a schiantarsi con una realtà ben diversa. Una di queste favole contemporanee è quella secondo cui, legalizzando le cosiddette «droghe leggere» – un ossimoro, ovviamente –, il mercato nero e la criminalità organizzata arretrano o si danno ad altri affari. Balle, diceva già decenni or sono un certo Paolo Borsellino, che di crimine se ne intendeva. E balle, è costretto oggi a dire nientemeno che il Corriere della Sera che, in un articolo a firma di Massimo Gaggi, a partire dall’esperienza di ben 11 Stati americani del Canada, definisce la legalizzazione un vero e proprio «fallimento», con un mercato illegale prospero come se non più di prima. «Perché questo quadro fallimentare del mercato?».


Lasciamo la parola direttamente a Gaggi: «Tanto in Canada quanto negli Stati Uniti il principale fallimento riguarda quella che era stata la principale motivazione alla base della campagna per la legalizzazione: eliminare il mercato nero. Spazzare via un intero settore dell’economia criminale creando al tempo stesso un nuovo settore economico legale che produce lavoro ed entrate fiscali. Non è andata così: tanto in Canada quanto negli Usa la marijuana illegale continua a prevalere su quella che transita per i canali regolari. In sostanza il racket della droga si è dimostrato abile e reattivo nell’abbassare i costi del suo prodotto importato illegalmente» (23.11.2019). Chiaro? Legalizzare non uccide affatto le mafie. Ma non ditelo ai Saviano, ai radicali e ai tanti affezionati a questa favoletta, mi raccomando. Il Natale si avvicina si deve esser tutti più buoni.

 

11 novembre 2018

Monsignor Maggiolini, un vescovo che parlava chiaro

L'11 novembre 2008 concludeva l'esistenza terrena monsignor Alessandro Maggiolini, grande vescovo di Como dal 1989 al 2006. Durante il suo ministero episcopale si è contraddistinto per aver denunciato senza tregua le storture della società contemporanea, oltre ad aver segnalato alcune derive della stessa Chiesa. Nella sua prolifica pubblicistica, contestava ad esempio eutanasia, droga, anticoncezionali, apertura all'Islam,  Egli scriveva su riviste e quotidiani e i suoi articoli lo portarono a subire critiche di ogni tipo. Sul sito alessandromaggiolini.it sono reperibili omelie e articoli.
Questo vescovo, forse uno degli ultimi grandi dell'episcopato italiano, parlava chiaro, soprattutto sui temi dell'attualità. Inutile dire che figure del genere mancano.
Abbiamo tratto qualche citazione interessante.

Sulla deriva dei politici cattolici:
Non hanno sbagliato, e di grosso, schierandosi con chi propone eutanasia, spienllo libero, Pacs e via dicendo? Decenni fa l’Unione dei cattolici era semplicemente l’Associazione di Azione Cattolica. Oggi ignoro se molti credenti si siano “venduti” per interessi politici. Certo è che diversi di essi si proclamano cattolici apostolici romani e si scostano da ciò che il Magistero afferma: soprattutto il Papa. Forse più che venduti, sono stati comprati dalle formazioni politiche, culturali eccetera che fanno opinione e assicurano i maggiori profitti economici e non solo. Più che disgregazione dei valori veritativi e morali direi che è avvenuta una separazione dalla Chiesa. Si pensi alla famiglia che è stata abbattuta in poco più di un’ora di notte quando un manipolo di politici ha voluto mandare all’aria il disegno di salvezza progettato e attuato da Dio dall’eternità. Si pensi alla famiglia con annesso il divorzio: e quante volte è possibile divorziare? E quanti coniugi è possibile cambiare? Così si dica per i pacs che sono l’anticamera del libero amore, cioè della prigione dell’autentica libertà di chi si lega per la vita e per la morte a una persona di sesso diverso. (E come compiere un atto coniugale omosessuale?). V’è poi l’eutanasia che può essere la porta di ingresso di una morte legalmente inflitta. Quanto allo spinello è come invitare – di fatto – a distruggersi nell’intelligenza, nella volontà e nel sentimento. Che stanno a fare i cattolici in questo marasma? Non sarebbe meglio se si facessero da parte e lasciassero che la Chiesa continuasse per la sua strada seguendo il Signore Gesù con il suo esempio e il suo insegnamento?(da intervista:"A parole stanno con il Papa, poi distruggono il matrimonio")


Sulle derive etiche:

Un gruppetto sparuto di parlamentari o di aspiranti tali. Articolo 11 del disegno di legge: “Se un bambino è in condizioni terminali, non reversibili e in coma vegetativo persistente, la mamma o il papà possono rinunciare al sostegno di trattamenti artificiali, scegliendo di far staccare la spina”. E così i minori sono meno tutelati degli adulti. Quando si perde di vista la preziosità assoluta della persona. Guarda caso, l’esponente radicale Silvio Viale, ginecologo, lascia che durante la lezione venga distribuito un dépliant di spiegazione sulla pillola abortiva RU486. Come denominare queste e simili iniziative? Passi di un cammino verso la libertà? Conquiste civili? Il fatto è che si tratta di morte nei due casi. E il medico, che dovrebbe curare la salute del malato, si trasforma in becchino, per non dire altro. Va’ a capire la logica radicale. Lascia la libertà di morire. Ma quella di vivere? (da articolo: Il diritto di morire? A scuola si parli del diritto di vivere)

Sulla liturgia:
Ancora. I canti. Che spesso sono lagne o ballabili che poco han da spartire con la preghiera. Qualche eccezione non guasta.
Ancora. Gli attori del rito. Laici talvolta improvvisati che ignorano teologia e catechismo. O, più frequentemente, preti che, dopo aver tanto perorato la promozione del laicato, si comportano da padroni del rito. Macché norme ecclesiali. Ciò che importa è la spontaneità. E una Messa cambia molto se il celebrante ha digerito bene o no, se è euforico o depresso, se è in vena di lisciate o di invettive ecc. Qualcosa come degli happening. I praticanti hanno il diritto di sapere quanto duri una cerimonia e che cosa li attenda, se vi partecipano. Ancora. Il silenzio. Si riesce a creare un clima di mistero – e a pregare -  se l’accavallarsi delle didascalie, dei gesti, delle formule recitate al galoppo non lasciano un istante di silenzio in cui uno che vuole sia se stesso davanti al suo Signore? Si potrebbe analizzare a lungo. Avendo anche un poco di pietà per noi sacerdoti che abbiamo dovuto improvvisarci attori, registi, direttori di cappella ecc. quasi da un giorno all’altro. Ma i “semplici” fedeli sanno di avere, anche in liturgia, diritti da far valere? Meglio se con garbo.  (da articolo: La nuova liturgia: una lieta sorpresa?)

Contro lo spinello libero:
Non c’è bisogno di stendere un trattato sugli effetti deleteri della droga. Non c’è bisogno neppure di notare che una legalizzazione di sostanze stupefacenti si pone come un implicito invito ad aumentare ancor più le dosi per uso personale o per distribuzione attraverso vendita. Statistiche anche serie e perfino restrittive assicurano che pure i ragazzi e i giovani fanno uso di queste materie deleterie. E, quando ci si avvia all’uso di tali sostanze, risulta difficilissimo arrestarsi o arretrarsi. La logica che presiede a questo consumo – come ad altri che danneggiano la persona magari euforizzandola – è che, una volta presa la strada di una qualche autodistruzione, si procede fin dove non si sa. Una domanda seria è se tocca al ministro della salute – al solo ministro della salute – decidere su questi argomenti. La famiglia non ha davvero nulla da dire? La scuola deve stare soltanto a osservare? E il commercio di questi veleni deve trovare strada libera, senza alcuna riserva e senza alcun paletto normativo? Certo, occorre impegnarsi in uno sforzo educativo di prevenzione. Ma, quando la prevenzione è ormai sorpassata, che si fa? Proibito proibire? Dopo di che, si hanno di fronte persone sfatte, incapaci di scelte motivate, abbandonate a una istintualità che non conosce fedeltà e fatica. Cioè, persone pronte a essere manipolate come si vuole dopo averle sfruttate per svuotarle di serietà morale. Già. Perché alla fine il problema non è soltanto legislativo. E’ anche educativo e richiede l’assunzione di valori etici assimilati e attuati.(da articolo: Spinello"libero"? Fermata la legge, tocca all'educazione)


 

12 febbraio 2018

Femminicidi. C'è chi può

di Giuliano Guzzo
Neppure adesso, che l’ipotesi del decesso per overdose pare definitivamente tramontata, per la povera Pamela Mastropietro – fateci caso – si parla di “femminicidio”. Come mai tanta, irrituale prudenza? “Femminicidio” è solo quando una donna viene accoppata dal proprio ex, altrimenti il delitto è trascurabile? O forse in si è autorizzati a impiegare il termine “femminicidio” solamente se il sospetto è di nazionalità italiana? Un dubbio, il secondo, che sembra suffragato da precedenti. Come quello di Ashley Olsen, statunitense trovata nel suo appartamento a Firenze il 9 gennaio 2016: il suo assassino, un senegalese con precedenti per spaccio di droga, è stato individuato e condannato a 30 anni.

Ciò nonostante allora, come per il caso della diciottenne romana uccisa e poi smembrata, il “femminicidio” fu tirato in ballo cautamente, solo en passant. Il che rafforza seriamente il sospetto non solo che vi siano vittime di serie A e di serie B, ma che l’impegno contro la violenza di genere, per com’è portato avanti da molti, si basi su un identikit aprioristico del colpevole: il cittadino italiano o, per essere precisi, l’«uomo bianco» (copyright Rula Jebreal). Si spiegherebbe così come mai tra le personalità più impegnate nella prevenzione e nella condanna del “femminicidio” figuri sovente – non serve che faccia nomi – chi è già entusiasta sostenitore dell’accoglienza e della retorica immigrazionista.

Dopodiché è ovvio che la gran parte delle donne uccise da uomini, da noi, abbia un assassino italiano (ma dài) ma il ragionamento, qui, verte su altro: il salvacondotto mediatico di cui godono, a parità di accuse e responsabilità, alcuni e non altri. Un doppiopesismo spiegabile con una miscela di ipocrisia e di politicamente corretto, che se da un lato smaschera l’ennesima contraddizione del femminismo 2.0 – lo stesso che mai ha speso parole contro gli aborti selettivi delle nasciture ree solo di essere femmine, pratica diffusa in diverse comunità straniere in Italia -, dall’altro deve farci riflettere su un’informazione che di fatto, pur non eseguendo ordini (mi risparmierei l’accusa di complottismo, almeno quella), sposa l’agenda politica progressista.

 

16 febbraio 2017

Il narcofilo e la madre proibizionista


di Giuliano Guzzo

Chi è vittima di una tragedia, di solito, è temporaneamente privo della lucidità necessaria a formularne un giudizio equilibrato. Lucidità che invece non dovrebbe mancare a chi, estraneo a coinvolgimenti emotivi, può invece commentare l’accaduto in modo ragionevole, condivisibile, pacato. Accade però che, a volte, i ruoli s’invertano e le parole più illuminanti possano venire, inaspettatamente, da chi ancora il cuore soffocato dal dolore. E’ raro, ma non impossibile. E’ per esempio successo con il suicidio del sedicenne di Lavagna, che si è tolto la vita in seguito ad una perquisizione per droga. Un fatto tristissimo subito divenuto oggetto di una strumentalizzazione, se possibile, ancora più avvilente da parte di coloro che hanno colto la palla al balzo per rilanciare il teorema narcofilo.

Lo scrittore Roberto Saviano, per esempio, ieri ha confezionato su Facebook due post consecutivi, il primo con domande dalla logica claudicante («È più accettabile che un sedicenne possa acquistare fumo in un coffee-shop o da spacciatori che hanno anche altro da vendere e soprattutto hanno a che fare con un sottobosco criminale dal quale sarebbe consigliabile tenersi alla larga?»), il secondo ancora più esplicito («Legalizzate, per favore. Legalizzate, dannazione»), pur di portare acqua al mulino antiproibizionista. Senza neppure considerare, evidentemente, che davanti alla tragedia di un giovane suicida si dovrebbe avere il buon gusto di deporre, almeno per un momento, il mitragliatore delle fesserie. Nulla da fare: l’ideologo si ferma. Ignorando la realtà, seguita a piegarla al proprio punto di vista.

Chi invece, nonostante l’enorme sofferenza di chi perde un figlio, ha saputo condividere un pensiero di spessore è stata proprio lei, la madre del giovane. La quale, in chiesa, ha trovato la forza e il coraggio di lanciare un appello che è anche un invito, a tutti i giovani, a tenersi alla larga dalle droghe: «Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi […] Diventate protagonisti della vostra vita, cercate lo straordinario». Sono parole che, a ben vedere, colgono nel segno. Perché smascherano sia l’inganno della tossicodipendenza, sia quello di chi, servendosi del paravento filantropico, intende far credere che uno Stato che lascia la libertà di farsi del male sia, dopotutto, uno Stato fa del bene. Non c’è nulla da fare: c’è proprio un abisso, tra un ideologo e una madre.


 

21 settembre 2016

Schiavi della droga? Al potere conviene

di Paolo Inselvini

É approdata in questi giorni in Parlamento la proposta di legge che tratta la legalizzazione della cannabis ad uso ludico-ricreativo. La sua eventuale approvazione rappresenterebbe, soprattutto se inserita in questo contesto storico, una vera e propria catastrofe per la nostra Nazione, per la nostra gente ed in particolare per i più giovani. I media di regime ed i politici in malafede spacciano, è proprio il caso di dirlo, questa proposta come una vittoria della libertà, come una grande fonte di guadagno per le casse dello stato e come sicuro e duro colpo inferto alla criminalità organizzata.

Tuttavia, per persone che ancora possedessero qualche tipo di ideale o semplicemente del sano buon senso, è doveroso analizzare le gravi conseguenze che avrebbe l'approvazione di questo disegno di legge.

Soffermandoci, innanzitutto, su quello che rappresenta un pilastro della propaganda antiproibizionista, è opportuno quantomeno dubitare della tesi secondo cui un mercato della cannabis gestito direttamente dallo stato indebolirebbe la criminalità organizzata. Coloro che producono tali falsità dovrebbero ascoltare e seguire gli insegnamenti di esempi come Paolo Borsellino, il quale ha donato la propria vita per la lotta alla criminalità e la difesa della Giustizia. Egli fu chiaro su questo argomento, sottolineando tutti i limiti della legalizzazione della cannabis come opposizione alle mafie. É un grande peccato, però, che moltissime persone si ricordino di Eroi come Borsellino solo il giorno della morte, giusto il tempo di scrivere un post, per poi dimenticarseli fino all'anno successivo.

Ad una persona in buona fede, inoltre, risultano abbastanza pacifiche anche le conseguenze negative che la cannabis ha sul corpo, sulla psiche e sulle relazioni delle persone. Pochi giorni fa un ragazzo americano ha ucciso i propri genitori perché colpevoli di aver chiamato la polizia a seguito del marijuana-party da lui organizzato. Questo rappresenta un caso emblematico dei tanti casi in cui si sono commessi atti inconsulti dovuti direttamente o indirettamente all'uso di droga. Come se non bastasse, come affermano la maggior parte degli operatori del settore, coloro che fanno uso di droghe più letali della cannabis hanno molto spesso iniziato da essa che, sociologicamente e psicologicamente, rappresenta una porta d'ingresso al mondo delle droghe. 

Già queste semplici motivazioni basterebbero per ritenere quantomeno una grande sciocchezza la legalizzazione della cannabis. La questione centrale, però, è ancora una volta di tipo culturale. Qual è il modello di vita che vogliamo offrire ai giovani? Vogliamo che passino le proprie giornate a farsi le canne estraniati dalla realtà o vogliamo che lucidi, interessati e liberi lottino per il proprio futuro? La legalizzazione incentiverebbe uno stile di vita assai discutibile se non inaccettabile spingendo i giovani più fragili a rifugiarsi nella droga, una demoniaca compagna che cerca di ammaliare coloro che non sanno resisterle.

Uno stato serio avrebbe il compito di difendere i più deboli, mentre questa proposta di legge, se approvata, spingerebbe i più deboli ad arrendersi scegliendo la strada più facile quanto sbagliata. Il mondo in cui viviamo è complicato, spesso crudele e ingiusto e coloro che si trovano in situazioni di degrado sociale e di malessere psicologico andrebbero allontanati da comportamenti negativi come l'uso di droga.

Dall'altro lato, differentemente alle situazioni di degrado, vi sono anche coloro che fanno uso di droghe ed in particolare di cannabis solamente perché hanno bisogno di trasgredire e provare emozioni diverse e nuove in un mondo che può dargli già tutto, in un mondo senza più regole ne divieti, se non il divieto di avere divieti. La cosa più grave è che, se fosse approvato il disegno di legge, tutto questo sarebbe avvallato dalle istituzioni.

In questa realtà sarebbe necessario, invece, proporre un modello di vita differente. Davanti ad una realtà ingiusta ed omologante i giovani dovrebbero combattere per riprendersi il futuro e la propria libertà.

A qualcuno, però, conviene che i giovani siano schiavi della droga. Di fronte al consumismo, all'individualismo ed al capitalismo sfrenato sarebbe vitale per i giovani riscoprire una dimensione spirituale, la bellezza della comunità e del sano rapporto con la natura. Purtroppo, anche da questo punto di vista, a qualcuno conviene maggiormente che i giovani continuino ad ignorare tutto ciò che di bello e di vero vi è nella vita.

Qualcuno vuole che i giovani perdano la propria libertà perché questo, che lo si ammetta o meno, è quello che succede a coloro che fanno uso e diventano dipendenti dalla cannabis o da altre droghe. L' approvazione di questa folle proposta sarebbe un ulteriore passo verso la realizzazione di un mondo composto da una massa di individui controllabili e manipolabili. Questo è ciò che il potere vuole. Se, invece, vogliamo che i giovani siano liberi, indipendenti e capaci di prendersi il proprio domani dobbiamo proporre modelli di vita alternativi e pregare, pregare molto, che i parlamentari non barattino il futuro delle prossime generazioni in cambio di qualche milione in più nelle casse dello stato ed in cambio della possibilità di fumarsi qualche canna libera che gli permetterebbe di partorire altre leggi inaccettabili come questa.
 

26 luglio 2016

Perché legalizzare la cannabis è un errore


di Giuliano Guzzo

Il Disegno di legge sulla legalizzazione della cannabis, da ieri all’esame del Parlamento, pare destinato a non giungere alla votazione finale prima di settembre eppure le polemiche che sta scatenando risultano già piuttosto accese. Personalmente, seguo ormai da anni il dibattito su questo argomento e non posso fare a meno di constatare, ogni volta che l’attenzione si focalizzata sul tema delle cosiddette “droghe leggere”, il diffondersi di un atteggiamento irrazionale specie da parte di quanti si riconoscono in una posizione, per così dire, antiproibizionista, i quali non fanno che riproporre argomenti a prima vista molto convincenti, con l’efficacia dello slogan, ma che però esaminati da vicino rivelano una debolezza spesso imbarazzante. Una rapida rassegna critica di queste tesi – in particolare, delle cinque più popolari – aiuterà a capire quanto avventato siano taluni entusiasmi.

Si dice che il proibizionismo sia perdente, che vietare non serve a niente. Ora, anche se ripetuta fino alla noia, trattasi di tesi di dubbia correttezza poiché non si capisce bene quando il fallimento del proibizionismo si sarebbe verificato: di certo non negli Anni Venti americani – quando la lotta agli alcolici portò fra il 1921 ed il 1934, al calo dei consumi, degli arresti per guida in stato di ebbrezza nonché delle ospedalizzazioni per patologie alcol correlate, quali la cirrosi (cfr. Harvard’s Kennedy School of Government, 1989) – e neppure ai giorni nostri con l’Italia che, senza legalizzare nulla, dal 2010 registra un calo di uso di droghe nella popolazione generale. Ergo, il tonfo proibizionista rimane misterioso a meno che, ovvio, non si voglia asserire che nessun divieto di un fenomeno non l’ha mai estinto; ma allora dovremmo legalizzare pure omicidio, furto, stupro, vendita di organi…

Si dice che la Direzione Nazionale Antimafia sia favorevole alla legalizzazione della cannabis: vero. Quel che però non si dice – o si preferisce tacere – è l’estrema debolezza degli argomenti che portano la DIA su queste posizioni; una debolezza facilmente riscontrabile leggendoli (cfr. Relazione Annuale 2014, pp. 355-359) e vedendo come, in costanza, se da un lato la DIA si spinge a denunciare «il totale fallimento dell’azione repressiva», dall’altro lo fa proponendo un esame dei dati solamente per il periodo compreso tra l’1/07/2013 e il 30/06/2014, vale a dire un arco temporale di neppure un anno. Un po’ poco, davvero, per trarre conclusioni tanto sentenziose che sarebbe molto più saggio affidare ad analisi che possano consentire cioè un confronto di più ampio respiro e non a valutazioni, sia detto col massimo rispetto, prive di quella solidità che la serietà dell’argomento imporrebbe.

Si dice che legalizzare le “droghe leggere” strozzerebbe la criminalità organizzata, che perderebbe quote imponenti del suo business. Popolare e rilanciata con insistenza, anche questa posizione – che già il giudice Paolo Borsellino (1940-1992), che alla criminalità non faceva sconti, liquidò come «tesi semplicistica e peregrina», tipica di quanti hanno «fantasie sprovvedute» (Droga libera o uomini liberi? in Oltre il muro dell’omertà. Scritti su verità, giustizia e impegno civile, Rcs, Milano 2011, p. 96) – è stata recentemente demolita anche da Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro da una vita in prima fila nella lotta alla `ndrangheta, il quale da un lato ha evidenziato come oltre il 90% dei tossici faccia uso di droghe pesanti, il cui traffico rimarrebbe nelle mani del crimine, e, dall’altro, ha spiegato come la coltivazione legale di canapa costerebbe tre volte in più di quella illegale, che quindi rimarrebbe – tanto più in una fase di crisi economica – padrona del mercato.

Si dice che la legalizzazione della cannabis non ne aumenterebbe il consumo. Una tesi, questa, particolarmente singolare dato che porta a chiedersi se sia davvero «verosimile che la messa a disposizione di una sostanza già di amplissima e, praticamente anche se non legalmente, libera diffusione possa contribuire alla riduzione del suo uso, o non sia piuttosto ben più probabile, o inevitabile, il contrario» (Rivista di Psichiatria, 2015). La stessa esperienza del Colorado, spesso citata come modello, non è proprio confortante: i negozi autorizzati a vendere marijuana aprirono nel gennaio 2014, mentre la legge per consumo, coltivazione e vendita della marijuana risale invece al dicembre 2012. Ebbene, se tra il 2011 ed il 2012 la percentuale di coloro oltre i dodici anni che dichiaravano di aver consumato marijuana risultava del 16,2%, fra il 2012 ed il 2013 era già del 18,9%. Se la matematica non è un’opinione, non solo non c’è stata alcuna riduzione, ma si è verificato addirittura un aumento del consumo.

Si dice che vietare la cannabis sia assurdo perché «una canna non ha mai ucciso nessuno». In risposta ad una simile affermazione, si deve rammentare come il consumo di questa sostanza – oltre a tradursi, per alcuni, nel rischio di passare ad altre droghe (Journal of Drug Issues, 2008) – risulta correlato al rischio di psicosi (Psychological Medicine, 2011), di crisi depressive (Journal of Psychiatry, 2010) e problemi al cuore (International Journal of Cardiology, 2007), nonché al pericolo d’incidenti automobilisti, come accertato da numerosi esperimenti in laboratorio e simulazioni di guida (Emergency Medicine, 2002; Epidemiologic Reviews 1999), metanalisi che hanno considerato centinaia di studi precedenti (BMJ, 2011), nonché dall’esperienza di diversi Stati (American Journal of Epidemiology, 2014), e come ricordato nelle stesse relazioni ufficiali (Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dati anno 2012 e primo semestre 2013 – elaborazioni 2013, p. 223).

Siamo pertanto nelle condizioni, a questo punto, di affermare serenamente come non esista un solo vero argomento – neppure uno – a supporto della convenienza e dell’utilità di legalizzare il consumo delle “droghe leggere”. Ma anche se così non fosse, anche se le tesi a favore della cannabis libera fossero meno traballanti di quanto non siano, rimarrebbe comunque numerosi interrogativi con i quali fare i conti: quale credibilità avrebbe domani, nel contrasto alle droghe, uno Stato che oggi si arrendesse alla loro legalizzazione? Che ne sarebbe del diritto nel momento in cui la sensatezza dei divieti di un ordinamento iniziasse ad avere fondamento statistico e demoscopico? E soprattutto: viene prima la tutela della salute pubblica, in particolare quella dei giovani, oppure la necessità di uno Stato già elefantiaco e sprecone, come il nostro, d’arricchirsi tassando il consumo di droga?
Se queste domande sono ancora lecite, data la posta in gioco, direi che è il caso di non evitarle. Anche perché, appunto, la sola certezza, il solo dato sul quale tutti non possiamo non convergere è il denaro: legalizzare le “droghe leggere” non vibrerebbe alcun colpo mortale alle mafie (che sul mercato di cose legali, si pensi all’edilizia, speculano allegramente da una vita), ma garantirebbe allo Stato entrate. Così, lo stesso Stato che qualcosa (poco) investe per combattere le piaghe dell’alcolismo e del tabagismo, si troverebbe ad arricchirsi sulla pelle dei contribuenti ai quali sta già infliggendo pesanti tagli sulla sanità. E la stessa generazione – la mia – alla quale è stato già sottratto molto futuro, si vedrebbe servito su un piatto d’argento la possibilità di fumarsi quello che resta. Chiamatelo pure progresso: a me pare solo una presa in giro nella quale, quel che è peggio, molti confidano. Pure l’autodistruzione, maledizione, ci stanno vendendo.

https://giulianoguzzo.com/2016/07/26/cannabis-perche-legalizzare-sarebbe-un-grave-errore/

 

19 maggio 2016

Marco Pannella, una vita contro la Vita.


di Francesco Filipazzi

Marco Pannella è morto poco fa, dopo aver lottato contro due tumori. La stampa è già in procinto di santificarlo e non è detto che qualcun altro possa prendere la proposta sul serio (anche in Vaticano). Da cattolici, non possiamo fare altro che sperare che si sia convertito in punto di morte, e pregare che Dio lo accolga al suo cospetto.

Il suo impegno per i “diritti civili”, a parte quello per le condizioni nelle carceri, ha contribuito a creare gravi ferite nella società italiana, poiché le sue battaglie sono traducibili in droga, divorzio, aborto ed eutanasia, ma noi vogliamo sottolineare che non si può certo addossare tutta la colpa di ciò che è accaduto negli ultimi 50 anni ad un uomo solo. E’ vero, Pannella ha condotto molte battaglie, ma in Parlamento non c’era, o aveva un peso irrisorio.

Per questo, pensiamo che nonostante tutto, nonostante si sia battuto a favore di tutto ciò contro cui noi ci battiamo, il leader radicale almeno è stato coerente, mentre dietro di lui si sono trincerati molti incoerenti, traditori e infami. Per questo, la morte di Pannella può essere un buon motivo per ricordare che mentre lui si batteva per certe “conquiste”, altri lo hanno usato come testa di ponte, si pensi a vasti settori della Democrazia Cristiana, mentre altri ancora - soprattutto negli ultimi anni - hanno deciso di abbandonare la battaglia a favore della vita, preferendo accomodarsi sull’ideologia pannelliana, che ormai è diventata ideologia di riferimento, nell’Italia del 2016.

Ma la colpa, diciamo noi, è di chi vince la battaglia o di chi, senza valide motivazioni, per starsene tranquillo, rinuncia a combattere? La colpa che in Italia vengano praticati milioni di aborti è colpa di Pannella o di chi li pratica? Il divorzio non è forse stato in qualche modo approvato anche da chi diceva di stare dalla parte della famiglia? E la Chiesa oggi dov'è?

Facile, diciamo noi, dare tutte le colpe ad un uomo solo. E’ vero, ha vissuto tutta la sua vita a battersi contro la vita, ma la colpa, signori miei, è collettiva. Nell’Italia del 2016 ben pochi possono dirsi innocenti. La foglia di fico che si chiamava Pannella è caduta ed oggi tutta la nazione, sempre più dannata, è nuda davanti a Dio con i suoi orribili peccati.
 

25 giugno 2014

I Radicali bacchettano Papa Francesco

di Giuliano Guzzo

Sembra già passato un secolo da quando Papa Francesco, lo scorso mese di aprile, ha telefonato a Marco Pannella mentre costui era impegnato nel suo ennesimo digiuno. Ora però tutto è cambiato ed i rapporti fra Santa Sede e Radicali sono decisamente più freddi, o almeno così sembra a giudicare dalle parole arroventate che Marco Perduca, rappresentante all’Onu del Partito Radicale, ha riservato al Santo Padre reo, nei giorni scorsi, d’essersi apertamente schierato contro ogni regolamentazione delle cosiddette droghe “leggere”, una delle battaglie radicali per eccellenza.
 

13 febbraio 2014

Le bufale sulla Fini-Giovanardi

di Giuliano Guzzo
La Consulta ha bocciato la Fini-Giovanardi. La notizia era tutta qui, poi sono fioccati i commenti, le dichiarazioni o meglio le divagazioni per non dire le stupidaggini tipiche di un sistema, quello politico, dove vince chi la spara più grossa. In effetti, la notizia dell’incostituzionalità di questa legge, oltre a sollevare prevedibile entusiasmo, ha fatto sì che più si qualcuno si sia lasciato prendere la mano e le abbia sparate grosse. Dato che però non tutti, comprensibilmente, hanno tempo e voglia di verificare la fondatezza di certe uscite, chiamiamole così, ecco una sintesi delle tre bufale peggiori circolate ieri a commento del verdetto della Consulta.
 

10 gennaio 2014

Dio benedica la Santa Madre Russia!

di Isacco Tacconi
L’ex agente del KGB Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa dal 2000, comincia a collezionare numerosi meriti tra i quali l’aver introdotto il divieto di diffondere pubblicità che sostengono l’aborto e l’uso di sostanze stupefacenti. Grazie a lui la Duma (la camera bassa dell'Assemblea Federale) ha approvato una legge che vieta l’adozione di bambini russi da parte di cittadini di Stati in cui è consentito il matrimonio tra omosessuali e in cui i bambini posso essere affidati a dei semplici single. Lo stesso Putin ha presieduto ad una cerimonia di premiazione delle famiglie numerose russe assegnando a dieci famiglie russe l’“Ordine al Merito dei Genitori”. In particolare, è stata data questa importante riconoscenza civile a una famiglia della regione di Rostov, che ha ben dodici figli. Intervenendo durante la cerimonia di premiazione, Putin ha promesso di lavorare per garantire che le famiglie numerose in Russia siano sempre di più e trovino le condizioni adatte per formarsi.

Sembrano discorsi d’altri tempi, e realmente lo sono. Nel perverso scenario che vede l’Unione Europea profondere i propri sforzi economici e culturali nel costruire una civiltà della morte che si esprime nella “teoria del gender”, nell’omosessualismo di Stato, nel rendere l’accesso all’aborto sempre più semplice e precoce, nel provvedere all’eliminazione eugenetica degli esemplari più deboli, malati o indesiderati tramite l’eutanasia (tutto a spese dei contribuenti), Putin rappresenta lo schiaffo morale al liberalismo relativista e nichilista. La decisione della Russia di tornare sui propri passi appare come una pubblica accusa del regime antiumano europeo e statunitense che trova insopportabile qualsiasi forma di morale tradizionale forte e indomabile. Putin, infatti, ha messo mano ad un progetto patriottico su vasta scala che guarda al futuro della nazione e alle reali esigenze non solo economiche ma soprattutto morali del popolo russo, possiamo dire profondamente antropologiche. Lo stesso presidente russo è stato, infatti, protagonista della fine del regime comunista sperimentando sulla propria pelle le tragiche conseguenze di un sistema ateista, materialista e oppressivo che lungi dal cercare il bene dei popoli, li ha sprofondati nel più grande vuoto esistenziale. L’essenza del marxismo, infatti, è la sovversione dell’ordine tradizionale e la fondazione di una società “nuova”, di un mondo “nuovo”, di un “uomo nuovo”. Sfortunatamente l’esito del comunismo, e del socialismo in genere, dal sud-America alla Cina, passando per l’Europa dell’Est, non ha portato a quel paradiso in terra che gli uomini si ostinano a voler affermare liberandosi di Dio. A tal proposito la mossa realmente rivoluzionaria di Putin è stata quella di capire che la resurrezione di un popolo, ancor prima che economica, dev’essere morale e spirituale. Ed è da questo presupposto che nasce l’alleanza del governo russo con le “religioni tradizionali russe” ovvero, in primis, con quella Chiesa Ortodossa senza la quale è impossibile anche solo parlare di un’anima russa.

Interessante è anche un recente sondaggio dal quale emerge che in Russia la democrazia è vista sostanzialmente come una frode e che solo il 22% dei cittadini esprime consenso verso questa forma di governo, mentre il 53% è espressamente contrario e il 78% ritiene che sia solo una facciata per mascherare il potere dei ricchi e dei clan più forti (come dargli torto!). Chiamati a scegliere tra «libertà» e «ordine» l’88% degli intervistati sceglie l’ordine. Un altro sondaggio conferma che il 76% dei russi è favorevole a ristabilire la censura sui mass media.

Interpretando rettamente l’anima russa Putin sta guidando il Paese più vasto del pianeta ad una radicale svolta conservatrice tesa al ritorno all’ordine e alla “tradizione”, recuperando tutti quei valori umani e culturali che settant’anni di regime comunista avevano sradicato dal cuore dei russi a suon di purghe. Ovviamente nel rafforzamento dei valori comuni il nazionalismo e il patriottismo risultano essere collanti molto efficaci soprattutto se l’avversario è uno sfrontato americanismo liberale che si pone quale moralizzatore planetario. Putin protegge i figli dei russi, del suo popolo, e aiuta le madri in difficoltà investendo, contrariamente agli abortisti eurocrati, nell’assistenza delle donne e delle famiglie. Il “Principe” russo incentiva le nascite, investe sulla famiglia, moralizza la società attraverso una lotta serrata alla tossicodipendenza, alla volgarità, alle oligarchie e alla corruzione di stato, sferzando un colpo netto alla cultura lassista e liberale che sta infettando e incancrenendo l’Occidente. Non esita a punire severamente gruppi insolenti e dissacranti quali le tristissime Pussy Riot.

L’estate scorsa in occasione dei 1025 anni dalla conversione del popolo russo Putin ha coraggiosamente affermato: «Se la Russia è diventata una grande potenza non è per uno zar, per una guerra o per un partito politico: il merito, semmai, è del cristianesimo». A tal proposito dichiara il prof. Matteo d’Amico: «nella visione cattolica è chiaro che l’ordine politico ha lo scopo di frenare il male, impedirlo per quanto è possibile, operare come supremo Kathécon. Viceversa, nell’ordine liberale moderno, poiché l’uomo è un quid di buono in sé, scopo del politico sarà proprio l’opposto, sarà liberare l’uomo da qualunque struttura organizzativa che può frenare la libera espansione della sua natura stessa». In definitiva quello che Putin vuole, e noi con lui, è evitare alla radice la perniciosa deriva liberale che si insinua laddove è assente una coscienza umana solida e radicata nella tradizione morale e religiosa.


Ѐ proprio il caso di transitare dal “God bless America” a “Dio benedica la Santa Madre Russia!”, tanto più se il dio degli Stati Uniti è il G.A.D.U., il massonico grande architetto dell’universo. C’è poco da scherzare, con la svolta conservatrice del premier Putin: la Russia sta dando una solenne lezione alle mortifere democrazie liberali occidentali e filo-americane. Che sia proprio Putin il nuovo Catéchon o più in generale la Russia stessa alla quale sono legate le profezie di Fatima? Le premesse sembrano avallare questa tesi. Ad ogni modo, se mi fermo a considerare la figura di Putin sento vieppiù di potermi unire al vecchio nano Balin il quale, indicando il valoroso Thorin Scudodiquercia, dichiara con orgoglio: «Là c'è uno che potrei seguire. Là c'è uno che potrei chiamare Re».
 

15 ottobre 2013

Il primo Festival per la Vita


Sabato 12 ottobre si è svolto presso il Collegio Arcivescovile di Trento il primo Festival per la Vita, organizzato dall'Associazione Libertà & Persona e dal Movimento per la Vita di Trento.