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01 settembre 2016

I nuovi gnostici contro la Lorenzin



di Salvatore Cammisuli

Lo sapete già: il Ministero della Salute ha lanciato una campagna a sostegno della natalità. E conoscete anche la reazione dei soliti noti: hanno cominciato a schiumare di rabbia.
Ora, si possono dire tante cose: ad esempio, che alcuni particolari della campagna sono francamente infelici, che per sostenere la natalità sarebbe più utile alleggerire il fardello fiscale imposto alle famiglie, che non ha senso fare le unioni civili per far sposare Carlo e Ubaldo e poi aspettarsi la crescita della natalità, et cetera.
Le reazioni furiose dei mentalmente aperti, però, fanno sospettare che la questione vada ben oltre, che si sia toccato qualche nervo profondo. E guardare cos’è oggetto dell’odio di questi signori è sempre utile, perché, come scriveva il nostro, «non c’è nulla che sia tanto infallibile quanto l’istinto dell’empietà. Osservate ciò ch’essa odia, ciò che la mette in collera e ciò che essa attacca sempre e da per tutto con furore: è la verità».
Per cercare di capire, cominciamo da lontano: i lettori di questo blog sanno che il primo e vero nemico del Cristianesimo non fu e non è il materialismo, ma lo spiritualismo. Che tutto sia materia e che lo spirito non esiste è una teoria bislacca, che quasi nessuno ha mai sostenuto. Molto meno insensata e infatti molto più largamente diffusa nel tempo e nello spazio è sempre stata l’idea secondo cui tutto è spirito, e che la materia non deve esistere.
Contrariamente a quel che fanno credere i romanzi alla Dan Brown, le prime eresie non attaccarono l’idea sublime per cui Gesù è Dio, ma l’idea assurda per cui Dio si è fatto uomo. Questi eretici rifiutarono l’incarnazione di Cristo e la risurrezione dei corpi, negarono che il Matrimonio sia un Sacramento (come poi fece Lutero), bandirono il consumo di carne (come oggi i vegani). Erano divisi in molte sette già nell’antichità, sono scomparsi e ricomparsi più volte nella storia, spesso dal nulla, variando non troppo la loro dottrina.
Il nodo centrale di queste eresie si può ricondurre alla gnosi. Questa dottrina sembra complicata come l’albero genealogico degli dèi olimpici, ma il suo nodo centrale è piuttosto semplice: il mondo è brutto, e la colpa di questo è del Dio che l’ha creato. Tra tutte le cose inventate dal Creatore la più brutta è la materia in cui ci ha intrappolati, e da cui dobbiamo assolutamente scappare. Da qui tutte le iniziative degli gnostici nel corso dei secoli, fino all’ideologia gender e alle campagne per l’estinzione volontaria della specie umana.
Questa gente pensa al corpo come a una trappola e al pancione di una mamma incinta come a una gabbia. La contraccezione è bella, perché evita un’altra incarcerazione. L’eutanasia è bella, perché slega un prigioniero. Il gender è bello, perché divelle tutte le sbarre. Gli “gnostici” odiano la carne perché il padre loro laggiù è puro spirito; odiano i sessi perché il padre loro è asessuato e indifferenziato.
Si è potuto leggere che bisogna essere responsabili, e che quando si concepisce un figlio bisogna ragionarci. Ora, se per concepire un figlio fosse utile ragionare, la natura non avrebbe posto il concepimento nel momento esatto in cui un essere umano è meno ragionatore. Ma questa, semmai, per uno “gnostico” è l’ennesima prova che il mondo è fatto male. Loro hanno sempre pensato che il luogo migliore per concepire, se proprio bisogna farlo, è una provetta in un laboratorio clinico per la procreazione assistita. Gli gnostici del II secolo non avevano i mezzi tecnici per farlo; oggi i loro nipotini stanno ovviando all’inconveniente.
Leggete quel che hanno scritto Roberto Saviano e ancor più Saverio Tommasi: la Lorenzin, anziché occuparsi della natalità, dovrebbe promuovere preservativi, matrimoni gay, ricerca sugli embrioni. Ora, né l’uno né l’altro, probabilmente, si ritiene un novello càtaro. Riflettono lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, e questo purtroppo è sessuofobico anzi, in un qualche modo, gnostico.
Qualche argomento, pur errato, è meno inconsistente: «Ma come? C’è la disoccupazione e il Ministero punta a far crescere la natalità?». Togliete un posto a tavola, ché c’è una porzione in meno… ma sulla connessione tra denatalità e crisi economica ha già risposto Giuliano Guzzo su queste pagine. Altre obiezioni mosse in queste ore sono semplicemente sciocche («è offensivo!»… «fascisti!»…).
I Giuliano Guzzo dell’antichità dovevano replicare a Cerdone e Valentino, che almeno si sforzavano di dire cose intelligenti. Oggi bisogna rispondere a Saverio Tommasi: un altro segno della decadenza dei tempi.
 

10 maggio 2016

Adversus Stephaniam. Una difesa della scuola umanistica


di Salvatore Cammisuli

La flessibilità cioè il precariato diventerà la norma, la famiglia non esisterà più perché tutti dobbiamo spostarci come perpetui migranti, milioni di italiani saranno sostituiti con milioni di stranieri.

Sembra un romanzo distopico o il delirio di un complottista, e invece – stando ai giornali – sono le dichiarazioni delle ministre Stefania Giannini e Johanna Wankae dopo un accordo tra Italia e Germania nell’ambito della formazione professionale. Un passo avanti nella lunga marcia delle «riforme».
Ma Stefania Giannini è innanzitutto ministra dell’Istruzione: «Il Paese deve allontanarsi dall’impronta classica che ha permeato per secoli la società e il sistema d’istruzione, per avvicinarsi al modello tedesco: più pragmatico, precario e orientato al lavoro».

Ora, la nostra scuola ha un’impostazione umanistica non per un ghiribizzo di Croce e Gentile, ma perché un ragazzino di quindici o sedici anni deve innanzitutto formarsi come persona, non come tecnico. Ha ancora tempo perché riceva una formazione professionale pragmatica e precaria, come auspica la ministra; ora ha bisogno di diventare un adulto.

La scuola che si pretende buona punta a formare automi («lavora») in preda ai propri desideri («consuma») e incapaci di opporre una protesta sensata allo sfacelo presente («crepa»). La scuola brutta e cattiva propone in tutte le scuole di ogni ordine e grado lo studio delle lettere perché il ragazzino impari a governare sé stesso, a saper scegliere, a capire cosa è bello e merita la sua stima e cosa invece è brutto e merita la sua disapprovazione.

Non si tratta della vecchia storia per cui le versioni di greco e latino insegnano «a ragionare»: a questo scopo basterebbero gli scacchi e la settimana enigmistica. Le materie umanistiche ci costringono a entrare in rapporto con civiltà diverse dalla nostra perché lontane nel tempo e nello spazio: esercizio utilissimo per capire che non tutte le culture sono uguali, e che non bisogna proiettare le proprie categorie mentali su quelle degli altri (quanti errori si sarebbero evitati e si eviterebbero…).

Le humanae litterae ci insegnano l’arte di far valere le nostre ragioni con la ragione, perché l’alternativa è la legge del più forte. Ci fanno sapere che un tempo la nostra civiltà camminava in modo diverso, smentendo chi ci vorrebbe far credere che il nostro non sarà certo il migliore, ma purtroppo è l’unico mondo possibile. Ci mostrano le cose belle che come uomini abbiamo saputo fare, ma anche il male di cui siamo capaci. Ci propongono qualche ideale per cui valga la pena, se non di morire, quanto meno di vivere.

La scuola pragmatica e precaria sul modello tedesco ci fa credere che la scuola pragmatica e precaria sia una cosa buona. La scuola umanistica sul modello italiano, grazie al cielo, ci libera da questo triste inganno.
 

23 marzo 2016

Immagina un’Europa di gessetti colorati



di Salvatore Cammisuli

Di cosa dobbiamo avere più paura, dopo gli attentati in Belgio? Probabilmente le immagini peggiori non sono quelle dell’aeroporto di Bruxelles devastato, del fumo, delle ambulanze, dei feriti sanguinanti. No, forse la scena più spaventosa sono le campane dell’Università di Lovanio che suonano Imagine di John Lennon.
«Immagina che non esista il paradiso, / è facile se ci provi: / nessun inferno sotto di noi; / sopra di noi, solo il cielo. / Immagina tutte le persone / che vivono solo per l’oggi. / Immagina che non ci siano nazioni, / non è così difficile da fare: / nulla per cui valga la pena vivere o morire, / e più nessuna religione».
Ecco cosa l’intellighenzia culturale sa opporre alla furia dei terroristi: il delirio di un eroinomane che sognava l’avvento della vita senza senso. Basta con le nazioni, le religioni, gli ideali per cui vale la pena non solo morire, ma persino vivere. Sembra di sentirli parlare in coro, questi occidentali sazi e disperati: «perché ci avete fatto tutto questo? volevamo morire placidamente, con una morte lenta e dolce: ci avete disturbato mentre eravamo in seduta di eutanasia». 
Le reazioni popolari sono generalmente improntate all’irenismo più idiota: le scritte coi gessetti, le lucine colorate sui monumenti, le frasette peace & love. Neppure le istituzioni sembrano mostrare troppa lucidità: avremmo bisogno di un Marco d’Aviano o di un Leone Magno, e invece dobbiamo sorbirci l’ingenuo Galantino che ripete: «più integrazione». Ci servirebbe una Giovanna d’Arco o una Isabella di Castiglia, e invece ci ritroviamo ad avere come condottiera la piagnucolante Federica Mogherini.
Medici inetti si raccolgono al capezzale dell’Europa. Da parte nostra, dinanzi a un mondo che muore, possiamo fare solo quello che fecero i Benedettini alla caduta dell’Impero romano: salvare il salvabile per poterlo trasmettere ad auspicabili eredi (e, ovviamente, pregare).
I pacifinti, da parte loro, hanno già trovato il colpevole (le destre «xenofobe») e si sono messi il cuore in pace: ora possono tornare alla mania della laïcité, alle ossessioni ecologiste e ai presunti diritti arcobaleno. Fino a quando non saranno costretti a cercare su Google un’altra bandiera per il loro profilo Facebook.

 

26 febbraio 2016

Perché Alfano cita a sproposito Giovanni Paolo II


di Salvatore Cammisuli

Tra chi ha votato la fiducia al governo sulle unioni civili c’è chi si appunta una medaglia sul petto per aver bloccato una «rivoluzione contro natura», chi si vanta di aver dato voce al popolo del Circo Massimo e chi grida vittoria perché le adozioni saranno introdotte per via giudiziaria e non per via parlamentare. Se credete che per fare tutto questo ci voglia una bella faccia tosta, è evidente che non avete letto le ultime dichiarazioni in cui Alfano cita in sua difesa San Giovanni Paolo II – nientemeno!
Ai giacobini di tutti i partiti che citano a ogni piè sospinto l’«ama e fa’ ciò che vuoi» di Sant’Agostino ci eravamo ormai rassegnati. Angelino, però, punta in alto e non si accontenta della frasetta copiata da Wikiquote: entra direttamente in modalità «teologia morale».
«Vedo cattolici che giudicano il cattolicesimo degli altri, secondo il loro personale metro di Verità e ortodossia» scrive piccato Angelino. «Io, che non amo giudicare, mi ispiro a quanto ci ha insegnato San Giovanni Paolo II nell'enciclica Evangelium vitae del 1995, al numero 73». Ci dà pure il luogo della citazione: filologicamente ineccepibile! Ci andiamo a leggere l’enciclica e scopriamo, innanzitutto, che qui il Papa parla dell’aborto – cosa che Alfano non ci aveva detto, ma non è questo il punto. Il Santo Pontefice analizza un preciso caso di coscienza: un voto parlamentare risulta determinante per approvare una legge più restrittiva, in alternativa a una legge più permissiva già in vigore o messa al voto. Il politico cattolico che deve fare?
«Nel caso ipotizzato, quando non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all'aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge… Così facendo, infatti, non si attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta; piuttosto si compie un legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui». Strabuzziamo gli occhi e ci domandiamo che caspita c’entri questo con il caso di Alfano. Assolutamente nulla: Angelino non si trovava di fronte a due alternative, di cui una cattiva e l’altra peggiore. Alfano aveva davanti a sé un’alternativa cattiva (dare la fiducia) e una buona (non darla): poteva bloccare il ddl Cirinnà, facendo mancare la maggioranza al governo. Non l’ha fatto? Noi prendiamo atto che per Alfano la poltrona vale più del diritto naturale, ma lui non cerchi di tirare San Giovanni Paolo II per il rocchetto.
Qualora il passo citato non fosse sufficientemente chiaro, vengono in nostro soccorso le famose Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, pubblicate nel 2003 dal prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (tale Joseph Ratzinger), ovviamente con l’approvazione di Papa Giovanni Paolo II. Questo stesso documento applica il principio citato da Alfano alle unioni civili, chiarendolo per eventuali politici poco acuti: «Ciò non significa che in questa materia una legge più restrittiva possa essere considerata come una legge giusta o almeno accettabile; bensì si tratta piuttosto del tentativo legittimo e doveroso di procedere all'abrogazione almeno parziale di una legge ingiusta quando l'abrogazione totale non è possibile per il momento».
Avrebbero dovuto precisare: «tra i motivi legittimi di impossibilità non si contempla l’amore irresistibile per la propria poltrona di ministro». Perché l’obbligo di fedeltà non c’è per le coppie unite civilmente; tra il ministro e la sua poltrona, invece, sì.
 

01 febbraio 2016

Lunga vita all’Italia che «tiene famiglia»


di Salvatore Cammisuli

Il Circo Massimo si è svuotato, i partecipanti al «Family Day» sono tornati a casa e alla Cirinnà, presa una bella dose di Gaviscon, sarà già passato il bruciore di stomaco. Aspettando di vedere se il Palazzo deciderà di ascoltare le lobby dei soliti noti o quello che per «la Costituzione più bella del mondo» è il «popolo sovrano», possiamo fare qualche considerazione.
Mettiamo subito da parte la guerra dei numeri, perché a tutti è ormai chiaro che in base alle leggi della fisica le piazze si stringono e si allargano secondo le circostanze, che in base alle leggi della matematica le cifre si arrotondano per eccesso quando manifestano i progressisti e per difetto quando manifestano i bigotti, e che in base alle leggi del giornalismo le redazioni si muniscono di solerti contabili solo quando c’è il Family Day.
Andiamo alle considerazioni. Prima: quella che ieri ha riempito il Circo Massimo, ci sembra di poter dire, è l'Italia genuina, strapaesana, nazionalpopolare; quell'Italia che odia le sveglie, che si commuove ascoltando la canzone della mamma e che sulla bandiera scriverebbe «tengo famiglia» - e sugli striscioni proposte di matrimonio.
Non solo: questa è l'unica Italia che, sul piano delle «battaglie di civiltà», può avere rilievo internazionale. Se anche l'Italia si piegasse ai diktat giacobini, sarebbe una repubblichetta di quart'ordine in mezzo a tante altre. Oggi, invece, per molti, in Europa e nel mondo, l'Italia non è un fanalino di coda, ma un faro luminoso. Per molti nel mondo l'Italia non è l'ultimo residuo del bigottismo ma, tra i Paesi occidentali, l'ultimo baluardo della civiltà e del buon senso, per cui i figli si fanno e non si comprano, e se si fanno si fanno col metodo antico, che tanto disgusta gli gnostici e tanto piace alla gente normale.
Seconda considerazione: a ben vedere, avrebbero ragione di festeggiare i cattolici «adulti», quelli che per decenni ci hanno raccontato la favola dell’autonomia dei laici rispetto alla gerarchia. Bene: al momento di combattere ai cattolici adulti ma non adulterati, al popolo maturato nei tre decenni e mezzo di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI non è servito alcun vescovo pilota per capire che i principi non negoziabili si chiamano così perché non sono negoziabili.
Papa Francesco ha preferito chiarire sobriamente la posizione giusta senza mettersi alla testa dell’esercito, e già da tempo aveva chiarito che questo è il suo stile. Del resto, quale sia il suo pensiero sull’argomento è lampante fin dal giugno 2010, quando da arcivescovo di Buenos Aires, in occasione di un analogo disegno di legge, scrisse parole nette e inequivocabili: «Qui c’è l’invidia del Demonio, attraverso la quale il peccato entrò nel mondo: un’invidia che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio, cioè l’uomo e la donna che ricevono il comando di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra. Non siamo ingenui: questa non è semplicemente una lotta politica, ma è un tentativo distruttivo del disegno di Dio. Non è solo un disegno di legge (questo è solo lo strumento) ma è una “mossa” del padre della menzogna che cerca di confondere e d’ingannare i figli di Dio». La lettera sarebbe da leggere per intero ed è disponibile sul sito della Bussola quotidiana.
E qui saremmo al terzo punto: la contestualizzazione. Aver vinto una battaglia non ci deve far dimenticare la guerra. In quanto contro-rivoluzionari dobbiamo sempre tener presente che la Rivoluzione arcobaleno, fatta di ideologia gender, «matrimoni» gai e uteri in affitto, è solo la fase attuale di un processo più ampio, che nel suo sorgere vide un frate disconoscere il Sacramento del Matrimonio e un re che pretendeva una dichiarazione di nullità delle sue nozze. Anzi, a essere più sinceri, nella primissima fase ci fu un tale che disturbò una coppia di sposi in un giardino – ma questo l’ha già detto il Papa.
 

05 dicembre 2015

“I personaggi del presepe erano tutti arabi”. L’ultima sciocchezza dei mentalmente aperti


di Salvatore Cammisuli

Che l’ignoranza dei “mentalmente aperti” fosse pari alla loro spocchia è cosa risaputa, e di cui più non ci stupiamo. Non ci sorprende più di tanto, allora, imbatterci in pagine che nel mare magnum della Rete propongono la buffa teoria secondo cui i personaggi del presepe sarebbero stati tutti arabi, africani o rifugiati. Tutti: Maria, Giuseppe, il Bambinello, i pastori e forse anche gli angeli.

Che diamine ci facessero degli arabi nel presepe non si riesce proprio a capirlo. Nel I secolo arabi sicuramente non ce n’erano, e non solo nel presepe, ma in tutta la Giudea. Se è vero, infatti, che oggi la Palestina è abitata anche da popolazioni di lingua araba, la situazione non era affatto questa duemila anni fa, al tempo della nascita di Cristo, quando tutta la regione era abitata da giudei, samaritani e galilei, a diverso titolo riconducibili tutti all’ebraismo. Ebrei, dunque, non arabi. Provate a dare dell’ebreo a un arabo. Gli arabi verranno molto tempo dopo: in seguito alla distruzione del Tempio (70 d.C.) e all’occupazione romana di Gerusalemme (divenuta colonia romana sotto l’imperatore Adriano, nel II secolo) gli ebrei si dispersero in altre zone e la regione fu occupata dai romani. L’Impero romano, divenuto cristiano al tempo di Costantino (IV secolo) tenne l’odierna Palestina pressoché ininterrottamente fino all’invasione araba del VII secolo. Dunque, ci pare di capire, parecchio tempo dopo la Natività.

In qualche modo riusciamo a spiegare la genesi dell’errore per cui ci sarebbero stati arabi nel presepe. Non si capisce, invece, da dove siano saltati fuori gli africani. E va bene che questa è gente che scambia gli immigrati neri dell’Africa subsahariana per siriani, ma prendere per africani degli ebrei è davvero troppo! Ma forse i nostri amici hanno una qualche reminiscenza della tradizione per cui uno dei Magi sarebbe stato nero. Opinione citata a sproposito, visto che gli altri due, secondo la stessa tradizione, sarebbero stati rispettivamente un bianco e un orientale, a significare che Cristo si è fatto carne per essere adorato dagli uomini di tutta la terra. Gesù fu adorato da tre re provenienti da tutto il mondo; oggi, il laicismo esonera i re e l’auto-razzismo occidentale impedisce di dire che sia venuto anche per i bianchi: il Bambinello rinunci ai Re Magi e si accontenti di tre richiedenti asilo africani.

Veniamo, infine, ai rifugiati, dolce oggetto di tutte le attenzioni dei mentalmente aperti. I rifugiati nel presepe chi sarebbero? Maria, Giuseppe e il Bambinello? Ci duole spezzarvi il cuoricino, ma non erano affatto rifugiati: si trovavano a Betlemme, infatti, non perché scappavano da qualche guerra o persecuzione, ma perché secondo le disposizioni del censimento voluto da Augusto ciascuno doveva essere registrato nella città da cui proveniva la propria famiglia, e la famiglia di Giuseppe era appunto di Betlemme. Ci tratteniamo dal citare i passi del Vangelo che comprovano queste notizie, perché sono cose che sanno anche i bambini dell’elementare.

Dunque, arabi, africani e rifugiati, lungi dall’avere l’esclusiva all’interno della grotta di Betlemme, nel presepe non c’erano proprio. Ma forse chi scrive una cosa simile segue l’usanza napoletana di inserire nel presepe anche figure contemporanee della politica, dello sport e dello spettacolo, e allora magari possiamo trovare anche arabi, africani e rifugiati. Ma allora tanto varrebbe dire che ci fossero anche argentini, visto che nei presepi di questo tipo i napoletani non mancano mai di inserire Maradona. A questo punto, però, si potrebbe sostenere che nel presepe ci fosse chiunque: da Valentino Rossi a Ruby Rubacuori, da Barack Obama al Califfo, o si potrebbe anche far sedere Erode con i signori di Planned Parenthood. Quest’ultima non sarebbe poi un’idea così stramba.

 

16 novembre 2015

Papa Francesco, don Camillo e don Chichì


di Salvatore Cammisuli

Del discorso con cui papa Francesco ha tracciato le sue linee guida per la Chiesa italiana, il passaggio che ha guadagnato i titoli dei giornali e che ha provocato maggiori polemiche è sicuramente quello in cui ha presentato come modello per il clero italiano il personaggio di Don Camillo, protagonista dei romanzi di Giovannino Guareschi.
Come del resto è già stato osservato, le idee “ecclesiologiche” di don Camillo emergono soprattutto nell’ultimo romanzo della serie, Don Camillo e don Chichì (conosciuto anche come Don Camillo e i giovani d’oggi). Fin dal titolo si capisce che al centro del romanzo è la contrapposizione tra due personaggi, che poi incarnano due idee contrapposte e inconciliabili su cosa sia la Chiesa e quale sia il suo compito.
Don Camillo è un prete massiccio, burbero e addirittura manesco, duramente avverso alla rivoluzione liturgica (paragona l’altare «bugniniano» a una «tavola calda») e celebratore clandestino della Messa tridentina. Nemico acerrimo del comunismo, rifiuta il dialogo e combatte con ogni mezzo il sindaco Peppone. Protegge le tradizioni e porta avanti una fede semplice che ha il suo centro nel Cristo crocifisso dell’altar maggiore.
Don Francesco, che i parrocchiani chiamano con il ridicolo diminutivo di don Chichì, è un giovane prete mandato per aiutare don Camillo ad «aggiornarsi» secondo i dettami post-conciliari (il romanzo è ambientato nel 1966). Don Chichì è un prete progressista, alfiere di istanze sociali, seguace di metodi pastorali avventuristici. Smanioso di riforme, assume posizioni di avanguardia, propugna idee “aperte”, cerca il dialogo con i lontani, bacchetta i devoti, predica contro i ricchi e lotta per i poveri (non ha smanie ecologiste perché negli anni Sessanta non era di moda).
Alessandro Gnocchi e Antonio Socci hanno buon gioco a dire che papa Francesco somiglia più a don Chichì che a don Camillo. Del resto non sfigurerebbero nei suoi discorsi frasi come queste: «Il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La Chiesa sia libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Signori, questi sono stralci del discorso del Papa a Firenze; leggete Guareschi e vedrete che don Chichì dice le stesse cose quasi alla lettera.
Don Camillo e don Chichì hanno due concezioni contrapposte della Chiesa. Chi dei due ha ragione? La Chiesa esiste in primo luogo per rendere gloria a Dio o per «rendere questo mondo un posto migliore e lottare»? Non si dica che le due cose non sono in contraddizione, o almeno chi lo dice non creda di poter citare Guareschi a proprio sostegno. Perché citare Guareschi in un periodo in cui don Camillo sarebbe accusato di pelagianesimo e commissariato per scarsa fedeltà allo spirito del Concilio; in un’epoca in cui Guareschi verrebbe cacciato a pedate da radio e giornali cattolici?
Mistero: alla fine, come ogni volta, il Papa ci lascia perplessi e dubbiosi. La domanda su chi abbia ragione tra don Camillo o don Chichì si aggiunge alle tante altre: il crocifisso di Evo Morales è bello o blasfemo? I resoconti di Scalfari sono fedeli? Se la risposta è no, perché diamine tornare a rilasciargli interviste? «Chi sono io per giudicare» è una frase passibile di interpretazioni eterodosse? Ma allora, perché tornare a ripeterla? Francesco vuol dare la Comunione ai divorziati risposati anche se i vescovi hanno confermato che non si può? Se la risposta è no, perché dirlo al telefono a Scalfari? (e si ritorna al punto di prima; e comunque il dubbio si porrebbe anche se la risposta fosse sì). La cifra fondamentale del pontificato di Bergoglio sembra la confusione in cui ha gettato i fedeli. Del resto, è proprio lui a ripetere sempre che dobbiamo abbandonare le nostre certezze: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze».

«“Signore, cosa possiamo fare noi?”. Il Cristo sorrise.
“Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. […] Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più; ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini d’ogni razza, d’ogni estrazione, d’ogni cultura.”

“Signore” domandò don Camillo: “volete forse dire che tra questi ci sono anche preti?”. “Don Camillo!” lo riproverò sorridendo il Cristo. “Sono appena uscito dai guai del Concilio, vuoi mettermi tu in nuovi guai?”».

 

21 settembre 2015

La Miss Italia del paese reale


di Salvatore Cammisuli

Non sapevo che esistesse ancora «Miss Italia» e probabilmente avrei continuato a vivere serenamente in questa ignoranza se sulle piattaforme sociali (per gli anglofili, social networks) non si fossero scatenate due polemiche dopo l’elezione dell’ultima miss.
La prima polemica riguarda la stessa eletta, una diciottenne della provincia di Viterbo, ragazza bella ma non bellissima, a detta dei detrattori. Ma in fondo questa è una polemica consueta: tutte le ragazze dicono che, dài!, non è poi così bella, e i fidanzati non possono smentire, per la loro incolumità. Diversi hanno notato che la nuova Miss ha i capelli corti e – dicono – questo la fa sembrare un maschio. Da brutto reazionario posso dire che comunque una miss che sembra un maschio è comunque meglio di una miss che è un maschio. En passant: un vecchio articolo del regolamento di Miss Italia prevede che le candidate siano femmine dalla nascita. Non so se la regola è già stata «superata», come si dice in questi casi.

Polemica più interessante è quella sui gusti storici della neoeletta miss. Alla domanda del giurato Claudio Amendola, attore dei Cesaroni (capite già la gravità dell’argomento) su quale fosse l’epoca storica in cui sarebbe voluta vivere, la eligenda miss, nel suo costume da bagno, ha risposto che sarebbe voluta vivere nel 1942 «per vedere realmente la seconda guerra mondiale, visto che i libri parlano pagine e pagine, beh la volevo… vivere». Apriti cielo!
Ora, mettetevi nei panni di questa povera liceale (metaforicamente, intendo dire): i suoi compagni di classe che s’interessano di politica si spaccano tra fascisti e comunisti. L’imprescindibile valore politico gelosamente custodito delle Vestali del politicamente corretto è l’antifascismo. Intorno alla guerra si appuntano tutte le solennità del calendario liturgico civile (25 aprile, 2 giugno) e incivile (10 febbraio). Ogni anno per una settimana la scuola e la televisione di Stato la martellano con le storie degli ebrei e dei partigiani perseguitati dai fascisti.
La stessa parola «fascista» è l’ultimo insulto rimasto nella società del pluralismo e del capriccio elevato a diritto – ed è, del resto, un insulto polifunzionale: si può applicare a tutto. Hitler, uno dei tanti criminali di quel romanzo splatter che è stata l’ultima coppia di secoli, le è stato presentato fin dalle fasce come l’archetipo del Male; il genocidio degli ebrei, una delle tante ecatombi celebrate sugli altari delle ideologie, le è stato spiegato come il Massimo Crimine della Storia; i partigiani le sono stati raccontati come i migliori paladini del Bene mai apparsi sulla terra… permettete che un po’ di curiosità le venga?
E del resto, quale altra epoca avrebbe dovuto scegliere? È esistito qualcosa prima della seconda guerra mondiale? La memoria – a maggior gloria della Rivoluzione – è stata soppressa. Nella mente dei liceali il passato è una piatta brughiera. Un amico m’ha raccontato che, spiegando a uno studente l’editto di Tessalonica (anno di grazia 380), si è sentito domandare: «E dopo che c’è? Hitler?».
Il passato è come il nonno lasciato alla casa di riposo: sappiamo che esiste ma è meglio lasciarlo dov’è perché tanto è noioso e non serve a niente. Sia chiaro, ci sono le eccezioni: quand’è il momento di attaccare i cattolici, ad esempio, tutti si ricordano che i Crociati facevano le guerre per convertire i Mori, che Galileo Galilei è stato torturato e messo al rogo, che l’Inquisizione nel Medio Evo bruciava gli eretici, le streghe e, secondo gli ultimi aggiornamenti, gli omosessuali.
Il resto non esiste: i cattolici a un sondaggio su quali sono stati i due papi del Concilio Vaticano II possono rispondere Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, secondo i partecipanti a un quiz televisivo Ezra Pound ha visitato l’Italia nel 1979 e così di seguito seguitando: a meno che non ci sia da resuscitate Lutero per dedicargli una piazza, tutto è appiattito sulla contemporaneità. Il passato è stato abrogato. Amen.


Post scriptum: a dire la verità, la miss ha aggiunto un dettaglio: «tanto so’ donna: il militare non l’avrei fatto, sarei stata a casa!». Il maschio va alla guerra e la femmina resta a lavare i piatti: limpido esempio di pregiudizio di genere. Urge un piano straordinario del Ministero dell’Istruzione per la rieducazione gender in tutte le scuole di ordine e grado. Per la storia si può aspettare.

 

15 luglio 2015

Ci mancavano solo le comboniane genderiste



di Salvatore Cammisuli

Che cosa fosse il Combonfem, francamente, lo ignoravamo. La sigla sa di agenzia di propaganda per totalitarismi vecchio stampo, tipo il Minculpop o il Cominform, di quelli che a furia di ripetere che due più fa cinque riuscivano a farti abiurare la matematica oscurantista che ti avevano insegnato i preti.Per chi non aveva il piacere di saperlo (e per chi aveva il piacere di non saperlo), il Combonfem è un centro di comunicazione delle suore missionarie comboniane, fondate da San Daniele Comboni. Ora, sul sito del Combonfem è apparso un articolo con cui anche le suore comboniane si sono arruolate con orgoglio tra le file dei genderisti.
Leggo l’articolo e scopro che il Combonfem, oltre al nome, ha anche uno stile che, in maniera inquietante, può ricordare le agenzie di propaganda del Novecento.
Si rasenta, infatti, la vera e propria falsificazione quando si scrivono, ammesso che lo si sia fatto in cattiva fede, cose del tipo: «gli Standard per l’educazione sessuale elaborati dall’Organizzazione mondiale della sanità [vengono presentati da chi li critica] come incitamento alla masturbazione; il che, diciamolo, sembra assurdo solo pensarlo, ma poiché esiste il documento originale, invitiamo a leggerlo e segnalarci il passaggio – se mai lo troviate – dove questo incitamento avviene». Sul fatto che sia assurdo, concordiamo. Però, purtroppo, è perfettamente vero: segnaliamo alle suore distratte che a pag. 38, tra gli argomenti principali che secondo l’OMS devono essere presenti nell’educazione sessuale dei bambini tra gli zero e i quattro anni, fanno bella mostra di sé argomenti come: «gioia e piacere nel toccare il proprio corpo», «masturbazione infantile precoce», «scoperta dei propri genitali», «acquisire consapevolezza dell’identità di genere». Ribadisco: tra gli zero e i quattro anni.
Si può leggere ancora: «Il sindaco di Venezia ha messo al bando 49 libri dedicati all’infanzia, testi che vi sarà di certo capitato di leggere, perché diffusissimi in asili e scuole, biblioteche e case». Leggi una cosa simile e pensi che a Venezia abbiano messo all’Indice Pinocchio e L’isola del tesoro. Ora, non conosco perfettamente cosa si legga dalle parti delle suore comboniane, ma non sapevo che tutti (e in particolare le suore!) tenessero in casa libri come Qual è il segreto di papà? (papà ha il fidanzato), E con Tango siamo in tre (su due pinguini maschi che adottano un figlio), Se io fossi te (sul papà che si traveste da donna), Tizio ha due mamme, Caio ha due papà, Sempronio è nato in provetta etc. “Veri e propri capolavori della letteratura dedicata ai più piccoli, accompagnati spesso da illustrazioni bellissime”, commentano le comboniane. Bontà loro.
L’articolo, ancora, minimizza il gioco «del rispetto» con cui negli asili Trieste si volevano invitare i bambini a scambiarsi i vestiti con le bambine e viceversa (chiamare «del rispetto» un gioco simile è un vero colpo da maestro in stile orwelliano), deplora il famigerato spot della Huggies in cui (horribile dictu!) si diceva che maschietti e femminucce sono diversi, etc. Insomma, a sentire le comboniane, il-gender-non-esiste: «Cos’è questa “benedetta” teoria del gender, pericolosissima per i nostri bambini e bambine, insidiosa nei programmi scolastici tanto da far parlare alcuni di “un’emergenza educativa”». Cari genitori, perché vi preoccupate? Tout va très bien, Madame la Marquise…
Ora, a dire che l’ideologia del gender è una «colonizzazione ideologica», «uno sbaglio della mente umana», «espressione di una frustrazione», «una minaccia per la famiglia» non siamo solo noi reazionari, che abbiamo sempre torto, specialmente quando abbiamo ragione. A dire queste cose è il Papa, e non potrebbe fare altrimenti: per la Santa Chiesa «maschio e femmina Dio li creò», non «maschio e femmina credevano di essere per colpa delle sovrastrutture culturali». In gioco è la fedeltà al deposito della fede, anche se non siamo del tutto sicuri che le suore comboniane a questo tengano poi tanto. 
Alla fine dell’Ottocento, qualche anno dopo la sua morte, la tomba di san Daniele Comboni fu profanata e il suo corpo ridotto in pezzi. I miseri resti furono religiosamente raccolti e portati a Verona, dove vorrebbero riposare, a qualche metro di distanza dalle sue suore che, nate per evangelizzare l’Africa, sembrano essersi convertite a quella che per il Papa è una colonizzazione ideologica.

 

12 giugno 2015

L'Eco degl'imbecilli


di Salvatore Cammisuli

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Così parlò Umberto Eco, almeno secondo i resoconti della stampa.

Le parole di Eco hanno avuto grande risonanza su quei social media che danno voce a legioni di imbecilli, perché evidentemente ciascuno condivide (in senso proprio e feisbucchiano) il pensiero di Eco pensando di applicarlo a qualcun altro. Vale la pena, però, di riflettere sul senso profondo delle frasi dell’esimio professore, perché non accade tutti i giorni che un intellettuale rivendichi solo per la propria categoria il diritto di dire cose imbecilli.

Del resto, dire delle sciocchezze può capitare a tutti; potrà sembrare strano, ma anche a Umberto Eco. Il compianto Marco Tangheroni, direttore del dipartimento di Medievistica dell’Università di Pisa, accusò il romanzo e ancor di più il film su Il nome della rosa di dare del Medio Evo una visione «completamente falsa» e di esasperare «la vecchia, illuministica, menzognera visione del Medio Evo che fu formulata per odio anticristiano tra Sette e Ottocento». Ma Eco è esperto non di storia, bensì di filosofia, e in particolare ammiratore di Guglielmo da Occam, a cui si è ispirato per il monaco investigatore del suo romanzo. Eco, in particolare, ritiene Guglielmo da Occam interessante perché, liberando Dio dal principio di non-contraddizione, ha posto la base del nichilismo. Affermazione che gli ha guadagnato da parte di Alessandro Ghisalberti, docente di filosofia medievale alla Cattolica di Milano, l’accusa di non conoscere Guglielmo da Occam e addirittura di non aver mai letto le sue opere, sfidando Eco a indicare in quale passo dei suoi scritti Guglielmo da Occam dice che Dio può violare il principio di non-contraddizione - senza ottenere risposta (per queste notizie, Vittorio Messori, Inchiesta sul cristianesimo, Torino 1987, pp. 33-35).

Per il resto, Umberto Eco stesso riconosce che i cari vecchi imbecilli del buon tempo andato rilasciavano le loro dichiarazioni davanti a un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. E ci sembra ovvio, perché chi beve in compagnia e dice sciocchezze insieme ai propri amici è una persona felice, e le persone felici non sono pericolose. Pericoloso non è chi dice cose imbecilli da ubriaco, come i sempliciotti, ma chi le dice da sobrio, come gli intellettuali, e peggio ancora i premi Nobel. Ci risulta, infatti, che le firme per l’appello contro il commissario Calabresi o per l’autodenuncia di solidarietà a Lotta Continua siano state raccolte più abbondanti tra le file dei colti che tra i tavoli delle osterie.

Ma forse c’è dell’altro. Perché a Eco non sembra dar fastidio il fatto che chi scrive dice cose imbecilli, ma che anche chi dice cose che a lui sembrano imbecilli possa scrivere. La ragione ci sembra chiara: nel bel tempo che fu, diciamo pure: negli ultimi duecento anni, gli intellettuali potevano spergiurare sui giornali che il popolo voleva la liberté égalité fraternité, la guerra mondiale o la lotta di classe (secondo le epoche), e la casalinga di Agrigento poteva pure contraddirli, ma la sua voce non andava molto oltre il cortile di casa sua. Oggi la stessa casalinga si è comprata uno smartphone e può dire come la pensa senza che solerti intellettuali si prendano la briga di parlare per lei. E di solito, quando può parlare, la casalinga di Agrigento dice cose tremendamente reazionarie.

Un tempo le idee non-allineate con i dogmi del pensiero dominante potevano essere facilmente cacciate nella fogna accusando chi le faceva proprie di essere fascista, bigotto, oscurantista e reazionario (oggi si aggiungerebbe: omofobo). Per colpa di Facebook alle casematte del potere sono cedute le fondamenta, l’egemonia culturale è finita e l’Apertura Mentale e la Superiorità Culturale della Sinistra possono andare a farsi friggere. Sia chiaro: la voce del popolo non è la voce di Dio, ed esistono ancora mezzi potenti per manipolare l’informazione.

È innegabile, però, che oggi chiunque può dire le cose imbecilli che pensa, fosse pure che a Eco preferisce De Maistre.

 

27 novembre 2014

Don Bosco contro-rivoluzionario

di Salvatore Cammisuli


A chi studi la storia sforzandosi di cercare in essa i segni della divina Provvidenza può accadere di imbattersi in piacevoli sorprese. Una di queste è trovare personaggi totalmente estranei alla loro epoca: prendete, ad esempio, san Giovanni Bosco: vive nel secolo del treno a vapore e del socialismo scientifico, eppure la sua vita è intessuta di profezie, miracoli, sogni profetici, visioni, anatemi, senza farsi mancare una miracolosa moltiplicazione di castagne e l'intervento di un angelo custode nelle fattezze di un cane lupo.