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04 gennaio 2022

L'amore per la Verità. Da Giussani a Luigi Negri

di Samuele Pinna

Sono sempre più persuaso del fatto che il male più grande del nostro tempo, definito postmodernità, si chiama “individualismo”. Ciò comporta un relativismo filosofico e, soprattutto, etico in cui il soggetto diviene “padrone del senso” – per dirla alla Edmund Husserl –, ossia colui che stabilisce (o meno) la verità. Questo risultato è stato possibile grazie all’idealismo di stampo illuministico con la sua consacrazione della “Ragione” quale somma verità (misconoscendone gli evidenti limiti), oggi probabilmente sostituita dalla “Scienza”. Sì, perché si definisce “scienza” soltanto ciò che riguarda l’ambito della “tecnica” e non le cosiddette discipline umanistiche o, meglio sarebbe dire, dello spirito. La filosofia – sembra affermare la “vulgata” – non è scienza o, se lo è (comunque di livello più infimo) è utile solamente per fare graziose conversazioni. Nel nostro contesto, la teologia non è neppure contemplata, ridotta a non si sa bene cosa (e un grazie lo si deve anche ai teologi di professione), nonostante, quando nascevano le Università, fosse definita la “Regina delle scienze”.

L’individuo è ormai un numero tra gli altri, spersonalizzato, che si nutre di diritti e rifiuta i doveri, a meno che non sia lui a imporseli o qualcun altro in una strana logica che egli stesso giustifica, come quando si confonde “legge” con verità. Quest’ultima oggi sbiadisce e si costringe a parere: nel panorama attuale (ma è pratica antica, basta riferirsi ai sofisti) la “verità” è, infatti, ridotta a “opinione”. Tuttavia, tante opinioni non portano a una verità, ma rimangono tali: elidendosi tra loro consentono a quella più forte, che sa cioè usare a suo vantaggio il potere, di predominare sulle altre. Nulla è più certo, ma il vero è scambiato, se non trasformato, in mode temporanee, a gusti e piaceri, a discorsi e tesi senza fondamento. Si stabilizzano pseudo-verità fintanto che riescono a durare nel magmatico cambiamento delle prassi, che scalzano vecchie pseudo-verità per altre più (pre)potenti. È ciò che – ribadiamo – Benedetto XVI, nel suo pontificato, stigmatizzava come relativismo: non esiste la verità, ma esiste solo la transitoria verità del soggetto (che è opinione e, quindi, opinabile).

Il dramma di una società individualistica è il sacrificio della Verità che non interessa più e che si traveste con i suoi surrogati, come – per esempio – l’“informazione”, l’“inchiesta” o altro che hanno la prerogativa di partire da un’idea che si deve poi inevitabilmente dimostrare nella realtà come vera (ecco l’idealismo!). Quando più nulla è vero, tutto lo è. E il discorso veritativo (esiste la verità?), di per sé ineludibile (negare la verità è già affermarla: la mia verità sarà che non esiste verità) è trascurato, perché porterebbe l’uomo a elevarsi e non sarebbe più “controllabile” (soprattutto nel mercimonio del libero scambio o dalle ideologie preconfezionate). L’idealismo, de facto, conduce – oserei dire – in modo inevitabile all’esistenzialismo e al nichilismo. Davanti al “nulla” che rimane da offrire? La nostra società propone un metodo antico e molto semplice: “Panem et circenses”. Mi ha molto colpito la lettura del romanzo “Hunger Games” – scritto in modo magistrale dalla Collins – in cui la capitale che sfrutta gli altri distretti del paese (chiamato appunto “Panem”) riesce a mantenere il potere offrendo proprio benessere (benavere?) e giochi (fino all’impensabile per atrocità). “Circenses”, insomma.

Il nostro periodo storico ha terrificanti tratti di somiglianza con la succitata opera distopica, dove si promette uno stare bene, una salute, una salvezza (biologica) così da non pensare ad altro. Si promette, perché per raggiungere il “paradiso in terra” si devono fare nel presente inevitabili sacrifici. La verità in tutto ciò deve essere zittita, a meno di ridurla a “pensiero dominante”. Ma come si può definire la verità che sfugge da tutte le ideologie di segno opposto? Il più alto pensiero cattolico ha definito la verità «adaequatio intellectus et rei (corrispondenza tra intelletto e realtà)» (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, 21, 2c). E «con questa formula – spiega Benedetto XVI – siamo vicini a ciò che Gesù intende dire quando parla della verità, quando dice che è venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità. Nel mondo, verità e opinione errata, verità e menzogna sono continuamente mescolate in modo quasi inestricabile. La verità in tutta la sua grandezza e purezza non appare. Il mondo è “vero” nella misura in cui rispecchia Dio, il senso della creazione, la Ragione eterna da cui è scaturito. E diventa tanto più vero quanto più si avvicina a Dio. L’uomo diventa vero, diventa se stesso se diventa conforme a Dio. Allora egli raggiunge la sua vera natura. Dio è la realtà che dona l’essere e il senso. “Dare testimonianza alla verità” significa mettere in risalto Dio e la sua volontà di fronte agli interessi del mondo e alle sue potenze. Dio è la misura dell’essere» ( Liberare la libertà, p. 32). Detto altrimenti, afferma Giacomo Biffi: «La “verità” (ἀλήθεια - alétheia) è la “realtà” – percepita nella sua solidità, consistenza, inoppugnabilità – in quanto si offre alla nostra capacità conoscitiva e alla comunione esistenziale di tutto il nostro essere: l’uomo nuovo è chiamato a ravvisarla, a onorarla, ad accoglierla come dato certo, indiscutibile, necessario per la normale vicenda del nostro spirito» ( L’enigma dell’uomo e la realtà battesimale, p. 67). L’uomo, cioè, non può negare la realtà: davanti alle cose avvenute non c’è nessuna forza al mondo che può far sì che non lo siano, neanche Dio. Questo non significa che Dio sia soggetto al tempo, essendone al di là, ma che il tempo è assunto in Lui.

Qui si trova con vigore la lezione di don Giussani: è il reale che ci parla, che ci provoca, non l’idea, anzi l’idea prende forma (concetto) a partire dalla realtà, che tutti – tutti! – possono cogliere: «il vero problema per ciò che concerne la ricerca della verità sui significati ultimi della vita non è quello di una particolare intelligenza che occorra o di uno speciale sforzo o di eccezionali mezzi necessari da usarsi per raggiungerla. La verità ultima è come trovare una bella cosa sul proprio cammino: la si vede e si riconosce, se si è attenti» (Il senso religioso, p. 45). Sono, dunque, una falsità gli slogan: “immagina, puoi” o “tutto gira intorno a te”. Ma sono anche sicuramente più comodi per vivere tranquilli, curando solo i propri interessi e accontentandosi di una vita superficiale. In un racconto di Guareschi intitolato La paura continua, don Camillo si scopre solo perché ha denunciato un crimine, una sporcheria bella grossa: oltre alla paura la gente provava per lui anche odio.

«“Vivevano caldi e tranquilli – spiega il Crocifisso al suo sacerdote – dentro il bozzolo della loro viltà. Sapevano la verità ma nessuno poteva obbligarli a sapere, perché nessuno aveva detto pubblicamente questa verità. Tu hai agito e parlato in modo tale che essi ora debbono saperla, la verità. E perciò ti odiano e hanno paura di te. Tu vedi i fratelli che, quali pecore, obbediscono agli ordini del tiranno e gridi: ‘Svegliatevi dal vostro letargo, guardate le genti libere […]’. Ed essi non ti saranno riconoscenti, ma ti odieranno e, se potranno, ti uccideranno perché tu li costringi ad accorgersi di quello che essi già sapevano ma, per amor di quieto vivere, fingevano di non sapere. Essi hanno occhi ma non vogliono vedere. Essi hanno orecchie ma non vogliono sentire. Sono vili ma non vogliono che nessuno dica loro che son vili. Tu hai resa pubblica una ingiustizia e hai messo la gente in questo grave dilemma: se taci, tu accetti il sopruso, se non lo accetti devi parlare. Era tanto più comodo poterlo ignorare, il sopruso. Ti stupisce tutto questo?” […]

“No” disse. “Mi stupirei se non sapessi che, per aver voluto dire la verità agli uomini, Voi siete stato messo in croce. Me ne dolgo semplicemente”» ( 45, p. 330).

Ecco, allora, come nel libro “ Con Giussani. La storia & il presente di un incontro”, don Negri racconta com’era rimasto colpito dalla personalità del “Gius” quando lo aveva conosciuto nel 1957 come insegnante al “Berchet”: «Rispetto agli altri professori, per lui l’insegnamento non era qualcosa di marginale rispetto alla propria vita, in quanto era evidente che lo concepiva come qualcosa di vitale. Non perché, come poteva accadere a molti, avesse riposto il senso della propria vita nell’insegnare, ma perché attraverso l’insegnamento intendeva comunicare ciò che riconosceva come essenziale per l’esistenza: la ricerca della verità».

Per superare l’impasse del nostro tempo altro non c’è se non tornare alla Verità, servendosi di tutto (come strumento e non come fine, che deve rimanere la conoscenza dell’Essere), evitando – quale grave peccato di idolatria – di creare divinità che non conducono a una esistenza sensata ma a illusioni che si nutrono di vuoto e di qualunquismo.

Don Luigi Negri – pare – ha accolto l’insegnamento di don Giussani che si è manifestato in un incontro. Ancora una volta il “fatto cristiano” che principia dalla realtà.


 

16 febbraio 2018

Cattolici, chi votare/2. La disunità è una ferita

Mentre si avvicinano le elezioni politiche, i cattolici tornano a porsi l’eterno dilemma: chi votare? Campari e de Maistre, ovviamente, non fa campagna per nessuno, tuttavia riteniamo opportuno aprire una seria riflessione in proposito. L’articolo presente  fa parte di una serie a cui chi vorrà potrà partecipare, specificando sin da ora che quella esposta è solo la personale posizione dello scrivente. Lo stesso varrà per tutti contributi.

di Daniele Laganà
Il Magistero della Chiesa ci regala uno stupendo patrimonio per agire rettamente nell’arena pubblica che prende il nome di dottrina sociale, la quale non ha come destinatari esclusivi i fedeli, bensì essa è «un insegnamento espressamente rivolto a tutti gli uomini di buona volontà», pertanto è assolutamente possibile che questo «cantiere sempre aperto, in cui la verità perenne penetra e permea la novità contingente, tracciando vie di giustizia e di pace» possa essere la comune fonte da cui credenti e non credenti possono attingere per costruire una proposta politica che sia in assoluta continuità con il messaggio evangelico e che, al contempo, incarni un’attenzione all’integralità della realtà che può essere colta anche da chi non ha ancora riconosciuto la divinità di Cristo.

Compito ineliminabile del laicato cattolico è l’attuazione della dottrina sociale in tutte le dimensioni del vivere comune, dall’economia sino alla politica, e in quest’ultimo campo, negli ultimi tempi, sembra emergere sempre di più una grande difficoltà, a causa della crescente irrilevanza del cattolicesimo in seno all’alveo politico italiano; gli uni sostengono che la causa è da ascriversi alla secolarizzazione galoppante della nostra nazione, gli altri criticano la tragica frammentazione dei politici cattolici nelle diverse formazioni partitiche: molto probabilmente l’attuale ininfluenza è dovuta alla somma dei due fattori, per cui risulta oltremodo urgente agire su ambedue.
Nella Prima Repubblica l’unità politica dei cattolici è stato assolta dalla Democrazia Cristiana, un grande partito che ha permesso la convergenza di una moltitudine di sensibilità all’interno del mondo cattolico per strutturare una proposta politica comune: nonostante i gravi errori che nel tempo sono stati commessi, non posso che provare nostalgia dello Scudo Crociato scorgendo l’attuale drammatica disunità dove non vi è vergogna a dirsi cattolici e contemporaneamente votare partiti e schieramenti che promuovono e approvano politiche che contraddicono apertamente la dottrina cattolica. Chiaramente la dottrina sociale mette in guardia dal ridurre la capacità di giudizio del laico credente all’adesione ad una formazioni che si dichiari di ispirarsi al Magistero, in quanto «pretendere che un partito o uno schieramento politico corrispondano completamente alle esigenze della fede e della vita cristiana ingenera pericolosi equivoci», pertanto «la sua adesione ad uno schieramento politico non sarà mai ideologica, ma sempre critica»; inoltre, interessante è la sottolineatura che la scelta elettorale debba essere sia personale sia comunitaria, poiché «spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del Vangelo, attingere ai principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive d’azione nell’insegnamento sociale della Chiesa».

In una recente intervista rilascia a Il Corriere della Sera, il cardinal Camillo Ruini ha rinnovato la sua preoccupazione dinnanzi al rischio per i cattolici di «essere sempre meno rilevanti, nonostante il loro grande contributo nella vita sociale», evidenziando quanto sia «indispensabile potenziare la capacità di tradurre la fede in cultura e in azione politica», in piena continuità con le parole che aveva consegnato al medesimo quotidiano nel 2007: «È preferibile essere contestati che essere irrilevanti!».

Sulla necessità dell’unità politica dei cattolici per garantire la rilevanza della visione cristiana e l’attuazione della dottrina sociale, è paradigmatica la distanza di vedute tra il Servo di Dio Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, ed il “presbitero” David Maria Turoldo: quest’ultimo, reso celebre dalla sua contrarietà ai referendum abrogativi sul divorzio e sull’aborto, accusava Giussani di disattendere il Concilio, in quanto esso prevedeva la possibilità per i cattolici di impegnarsi in partiti politici diversi tra di loro; la risposta acuta e diretta a quest’accusa non può che rispondere ad una lettura limpida del rapporto tra fede e politica: «Noi di Comunione e liberazione non gridiamo all'untore se c'è chi, nel mondo cattolico, pensa di prendere vie diverse dalla Democrazia cristiana, noi abbiamo anzi un rispetto doloroso e dolente per chi tenta altre vie. Però pretendiamo che non si dia dell'untore a noi, se crediamo che la tensione all'unità, anche politica, derivi naturalmente dal fatto cristiano vissuto o, per dirla con le nostre parole, se questa tensione è un «segno» della realtà del popolo cristiano.». Saggiamente Giussani non disgiunge la tensione all’unità del popolo cristiano anche nell’agone politico alla dimensione critica dell’adesione ad una formazione unitaria: «È vero, noi critichiamo la DC e, ci sia dato atto, anche duramente, durissimamente.  Però io non vedo in questo, fra la critica e il voto, proprio nessuna contraddizione. Io credo che il dovere di un cristiano sia innanzi tutto quello di collaborare con altri cristiani, prima che con qualsiasi altra forza. Perché con costoro io avrò un punto di vista, antropologico o, se si vuole, storico più vicino, «a priori». Non vedo quindi i motivi dello scandalo. […] Il cosiddetto «dissenso cattolico» è nato da un rilievo giusto, da un grido contro certe forme dispotiche della Chiesa, da un'opposizione, in sostanza, a una vita non ecclesiale della Chiesa. L'errore sta nel fatto che per urlare questo grido il «dissenso» si pone, psicologicamente e metodologicamente, fuori dalla Chiesa. E accusa. E, per quanto riguarda il temporale, mutua la sua saggezza da altre ideologie diverse da quella cristiana. Distingue fra la propria religiosità e il proprio credo politico. Per noi invece ogni dualità è mortale per la fede. Il grande insegnamento di Cristo in croce è che «morendo dentro la Chiesa» si possono cambiare le cose, non al di fuori.»

Tra le pagine di L’io, il potere e le opere ancor più splendidamente Giussani esorta a «tendere all’unità anche in politica, perché i cristiani debbono tendere all’unità in tutto, dato che sono un corpo solo. Perciò è un dolore non trovarsi dello stesso parere, non un diritto conclamato sconsideratamente. È dolorosa, anche se tante volte inevitabile, la diversità, e bisogna essere tutti tesi a scoprire il perché il fratello la pensa diversamente e comunicargli nel modo migliore i motivi della propria convinzione, nella ricerca dell’unità», mentre in un’intervista rilasciata a Il Sabato difendeva il cardinal Ruini violentemente attaccato da Il Corriere della Sera: «Ho in mente quel titolo: “Cardinale, lasci stare”. Quasi un ordine insolente a un servo. Ruini difende l’incarnazione, il centro dell’esperienza cristiana, oggi minacciato più che mai. È tanto semplice: Cristo con il battesimo ti assume, così che siamo membra gli uni degli altri. È una cosa dell’altro mondo, ma questa è l’unità cristiana. Se tutti siamo una cosa sola non possiamo non cercare di esprimerci concordemente. E perciò ci raduniamo in azione unitaria. Se uno non se la sente o non ci fossero le condizioni, è un dolore non poterlo fare, non un diritto da sbandierare! C’è un altro criterio che viene oltraggiato, ed è invece così umano: l’obbedienza. È il criterio supremo dell’azione cristiana. Il criterio della verità è ultimamente fuori di noi – e questo fa imbestialire i nemici del cristianesimo. Sì: obbediamo! Ci toglie dalla balìa del potere che occupa e dirige le coscienze illudendole della loro autonomia e invece, credendo di essere liberi, obbediscono a uomini. 
 L’obbedienza cristiana pesca nel mistero. E invece chi si dipinge come autonomo obbedisce a quella ridicola menzogna che ha come criterio di base la valutazione morale dell’altra persona. Una cosa atroce, disumana.»

In questa drammatica situazione in cui versiamo non possiamo non gridare il dolore per questa disunità che cagione una lancinante ferita alla comunione ecclesiale e calpesta manifestamente la difesa dei valori non negoziabili e l’attuazione della dottrina sociale; solo un cieco potrebbe affermare che la disgregazione politica dei cattolici italiani abbia contribuito positivamente alla concretizzazione della dottrina sociale, solo un vile potrebbe affermare che la tensione all’unità politica sia un obiettivo irrealizzabile e obsoleto: curiamo questa ferita, rinsaldiamo il nostro legame fraterno e combattiamo a tutela della verità e del valore insopprimibile della persona umana!



 

29 settembre 2017

Se demolizione deve essere, che sia


di Mattia Spanò

Desidero rispondere all'articolo di Manlio Rossi “La demolizione di Comunione e Liberazione”. Mi sembra che Rossi dica cose giuste, o quanto meno plausibili, corredandole di argomenti imprecisi e talvolta volatili. Intanto segnalo quello che mi sembra un errore di metodo analitico descrivibile in questi termini: l'identificazione di un carisma con il suo fondatore e i suoi leader.

Storicamente i carismi nella Chiesa hanno riguardato la fondazione di ordini religiosi a vocazione sacerdotale o almeno consacrata (benedettini, francescani, domenicani, gesuiti etc.) che hanno dato un impulso straordinario alla vita della Chiesa, sovente riformatore pur non avendone in nuce il programma – la stolida fissazione ideologica per le “riforme” è amenità recente. Dal Concilio Vaticano II è stato un proliferare vigoroso di movimenti laici a marcata vocazione pastorale, atta a innestare i non consacrati nella vita della Chiesa alle condizioni particolari di ognuno. Il sorgere più o meno spontaneo – al netto dell'Azione Cattolica e spesso da costole della medesima, come Gioventù Studentesca – di movimenti laicali (giustamente Rossi ricorda la Fraternità San Carlo e in forma diversa i Memores Domini, forme più tradizionali di apostolato e vita professa) può far supporre uno sfilacciamento del rapporto fra la leadership – parola orripilante per la quale faccio ammenda – consacrata e il popolo non consacrato, e quindi una risposta magari mal data, magari incompleta ad un problema gravissimo e reale. Questo elemento Giussani, la carenza educativa, il non saper nulla della Chiesa, lo aveva colto con straordinaria lucidità e in larghissimo anticipo sui tempi. Quale che sia il punto di vista di ognuno al riguardo, va riconosciuta una costante con il passato: il contributo dei non consacrati alla vita della Chiesa, che non va mai confuso in toto con la guida spirituale perché necessariamente più ampio e spontaneo, pur soggetto a naturali oscillazioni del contesto storico: parliamo di ordini con storie pluricentenarie alle spalle, e nel loro piccolo di movimenti che prosperano da decenni.

Di per sé lo stesso metro di giudizio andrebbe applicato all'interno degli ordini stessi: seguendo il ragionamento di De Mattei – che Rossi debolmente a mio avviso contesta, chiamando in causa la devozione di Giussani per la Madonna – possiamo supporre che il magistero ignaziano contenga in origine i prodromi dei vari Rahner, Arrupe, Sosa, Spataro e last but not least Sua Santità. O almeno possiamo essere confidenti che, sfrucugliando ben bene e interpretando alla luce delle successive conoscenze e sensibilità stratificate, sia possibile documentare tutto e il suo contrario, anche il sostanziale scollamento di Sant'Ignazio dalla Retta Dottrina. Se invece postualiamo che l'intenzione di Giussani, della Lubich, di Arguello ed altri sia quello di innestarsi nel solco del Magistero e della Tradizione – fattore certificato dai vari riconoscimenti canonici – allora la critica di De Mattei possiamo derubricarla a campanello d'allarme, beninteso prezioso, piuttosto che un'accusa compiuta di modernismo, termine che rischia di portarsi bene tanto quanto “fariseo”, “cattolico gommista” o “pipistrello”. È forse superfluo precisare che tale riconoscimento canonico non va visto né come irreversibile – l'idea dell'irreversibilità dei fenomeni la lasciamo volentieri a Sua Santità – né come esente da critiche. Tuttavia la vita di un movimento o di un ordine religioso è epifania troppo vasta e complessa per essere ridotta alla sensibilità del fondatore, e andrebbe forse trattata meno speditamente.

Anche l'espressione “vacuità intellettuale” riferita a Don Giussani mi pare ingenerosa. Ma non voglio eludere la radice della critica di Rossi perdendomi nei meandri della polemica, critica che mi sento di sintetizzare in questo modo: la gente, i cattolici della comune specie per citare Pegùy, non segue più (o non dovrebbe seguire) le guide che tradiscono il Magistero e perdono tempo ad attaccare la base critica (di questo passo, comincerò a provare una sorda simpatia per questi farisei tanto bistrattati). Non perdo un minuto di tempo nel sostenere se quello riportato sia o meno il pensiero di Carròn – diciamo che lo è – né se Carròn sia o meno il degno successore di Giussani – diciamo che lo é – né se lui o altri capintesta ciellini meritino di essere definiti cristiani: ricordo soltanto che Bergoglio accusò Trump di non essere cristiano per la ben nota vicenda del muro messicano, e la cosa urtò non poco le sensibilità più attente alla tradizione come quella di De Mattei e, in sedicesimo, anche la mia.

Se il bersaglio di Rossi è quello che ho malamente sintetizzato, non vedo il problema. Precisamente non lo vedo per quello che lui stesso rimarca lodevolmente quando afferma "il movimento non è la Chiesa", quindi è possibile essere cristiani anche fuori di esso? Carron, consapevolmente o meno, demolisce CL? Pazienza, ce ne faremo una ragione. Intende traghettare CL nell'alveo di questa "nuova Chiesa" di cui molti vaneggiano? Molta gente gli terrà dietro? Segnaleremo il pericolo, ne discuteremo anche animatamente, ma lasciando a Dio gli adempimenti. Fa parte del gioco dai tempi di Sant'Atanasio. Come disse S.S. Benedetto XVI, la barca appartiene a Cristo, "Lui che la guida".

Con ciò non voglio ovviamente significare che Rossi abbia del tutto torto. Le perplessità siamo generosi nel definirle tali, avviluppano molti, lui e il sottoscritto compresi. Solo lo invito a non arrendersi a queste. Il discernimento è stato "inventato" da San Paolo, quel "vagliate tutto e trattenete ciò che vale" che ha illuminato la vita di Giussani e per debole riflesso anche la mia. Se CL deve finire in un cumulo di macerie, il tempo dirà e ognuno se ne assumerà le responsabilità che gli spettano come crede e come può. Per conto mio, don Giussani mi ha educato all'amore a Cristo e alla sua Chiesa, e di questo gli sarò sempre grato.


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05 settembre 2017

Né abbandonare la barca di Luigi, né permettere che affondi


di Daniele Laganà

Negli ultimi anni della mia avventura liceale salesiana, pur coinvolto intensamente nelle attività di un’associazione missionaria di matrice cattolica, sentii sempre più l’esigenza di una compagnia nella fede, dove l’amicizia potesse essere illuminata dal comune amore per il Signore e dove fosse possibile trarre un concreto ausilio per scorgere la presenza di Cristo in ogni granello del reale; contestualmente principiai ad appassionarmi a Tempi, una testata giornalistica che aveva la dote di offrire una costante lettura dell’attualità alla luce della Verità incarnata, e diedi vita ad un sodalizio apologetico in difesa della famiglia con due mie compagne di liceo, arrivando a proporre insieme ad una di loro l’iniziativa delle Sentinelle in Piedi dinnanzi all’intera comunità discente. Attratto sia dall’avventura culturale di Tempi, allora diretto da Luigi Amicone, sia dall’amicizia che era sorta con queste due fanciulle, decisi di assaporare la sorgente da cui scaturiva questa bellezza e chiesi di poter iniziare a partecipare al raggio, l’incontro settimanale di Gioventù Studentesca, la dimensione di Comunione e Liberazione presso le scuole superiori; a cagione della preparazione della maturità, presi parte con incostanza ai raggi, con il proposito di vivere la proposta del movimento nella sua interezza nel tempo dell’università e così è stato. Trasferitomi da Milano a Roma per studiare odontoiatria presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ho trovato nella piccola, ma appassionata comunità del movimento non sono una “seconda famiglia”, bensì anche il luogo ideale per permettere alla mia fede di spiccare il volo, con i gesti propri del carisma giussaniano (la Scuola di Comunità, la caritativa, gli Esercizi Spirituali, le assemblee, il Banco Alimentare, …), ma anche con il semplice invito a prendere parte alla celebrazione eucaristica mattutina, a cui ho risposto con generosa costanza, traendo un incommensurabile giovamento.
Nel contesto universitario, una proposta che il movimento rivolge a tutta la comunità è costituita dall’implicarsi nella rappresentanza studentesca, sottolineando il guadagno innanzitutto personale di tale impegno, ma, al contempo, offrendo all’ateneo la possibilità che una prospettiva evangelica possa illuminare le scelte didattiche; la rappresentanza è una delle forme con cui il movimento si propone di offrire al consorzio umano una presenza originale, scaturita dall’incontro personale con Cristo, e questa stessa presenza, contraddistinta da un giudizio chiaro sulla realtà, è stata oggetto, negli anni Settanta, degli attacchi trasversali della violenza atea sia rossa che nera, culminati negli attentati delle Brigate Rosse a Mario Perlini e Carlo Arienti: l’autenticità della testimonianza cristiana offerta da CL fu “convalidata” dall’aggressività della persecuzione di cui fu vittima e il Servo di Dio Luigi Giussani commentò quella situazione: «Di fronte al ricomporsi dell’unità [fra quanti riconoscono nella fede cristiana il punto di riferimento della loro vita] si sta oggi aggravando l’influenza che il laicismo radical-borghese esercita sulla nostra società. Questa ideologia, assunta anche dal “progressismo socialista”, sta diventando a livello culturale e politico un fatto dominante. Ci sembra ormai possibile un nuovo “totalitarismo ideologico” che, se tollera ancora la fede come fatto della coscienza privata, cerca, anche con la violenza, di impedire ogni emergenza pubblica e ogni incidenza politica
In queste ultime parole si ravvisa qual è la posizione di Comunione e Liberazione sulla natura della testimonianza cristiana, cioè una presenza che coinvolge l’integralità della realtà e che non riconosce alcuno spazio che non possa essere illuminato dalla luce di Cristo, mentre la posizione della quasi totalità dell’associazionismo cattolico viene più volte categorizzata da Giussani come “scelta religiosa”, formula per la quale «di fronte a tutti i problemi politici – diretti e indiretti: indiretti come l'aborto, come il divorzio; diretti come la scelta del partito –, tutte le associazioni cattoliche – tutte! – hanno  detto: “Noi siamo qui per educare il senso religioso degli uomini, perciò noi guardiamo soltanto la religiosità. Queste cose non ci interessano”», mentre CL ha avuto l’ardire di affermare che «tutto c’entra con la religiosità» e si è dimostrata fattualmente uno degli attori più tenaci in difesa dell’indissolubilità nuziale e della vita umana, pur avendo inizialmente criticato la scelta della forma referendaria. Questa diversità di vedute tra il movimento e la gran parte del resto del mondo cattolico si evidenzierà anche nella distanza tra Lazzati e Giussani, il primo impegnato nel dialogo con la modernità costruendo una civitas humana dove possa venir meno il riferimento a Dio, pur di trovare un consenso intorno a valori condivisi, il secondo convinto che non si possa che proporre la fede come esperienza che realizza ogni uomo, in una prospettiva per cui nell’agone socio-politico si agisca “in quanto cristiani” e non semplicemente “da cristiani”; tuttavia, oggigiorno, in alcune opere scaturite dal movimento, le quali non lo identificano interamente, ma ne sono comunque un frutto diretto, come ad esempio il Meeting per l’Amicizia dei Popoli (evento che ha l’intento di proporre al mondo lo sguardo che CL ha sulla realtà, pur invitando molte personalità provenienti da contesti alquanto differenti), si scorge una grande fatica nel concretizzare l’audacia del metodo insegnato dal Gius con cui porsi dinanzi alla realtà, facendo quasi apparire un cedimento verso la “scelta religiosa” e l’atteggiamento lazzatiano. Cosa potrà aver scaturito un tale (quanto meno apparente) indebolimento del carisma e quali sono i consigli che la storia del movimento può offrire per raddrizzare il cammino di questa straordinaria compagnia che sembra mostrare qualche segno di stanchezza?
Molteplici chiavi di lettura sono legittime e forse alcune possono rivelarsi complementari, in ogni caso credo che l’oggettività possa essere mantenuta se si conferisce la dovuta rilevanza al dato storico: a partire dal 2005 il presbitero iberico Julián Carrón succede a Luigi Giussani nella guida del movimento e, giusto per fare un esempio, nel 2007 il movimento prende parte con convinzione alla manifestazione in difesa della famiglia svoltasi davanti a San Giovanni in Laterano promossa dalla CEI, per cui mi sento di escludere che si possa attribuire alla successione una svolta sostanziale, mentre due dati interessanti sono la lettera datata 2 maggio 2012 a firma di Carrón dove viene manifestato il dolore di CL nel vedere calunniata la sua proposta in seguito al fumoso impianto accusatorio che viene costruito ai danni di Roberto Formigoni, eletto dal popolo lombardo come proprio governatore per ben quattro mandati consecutivi, e la scelta di non prendere parte alla manifestazione in difesa della famiglia del 2015, in seguito alla decisione della CEI di non sostenerla ufficialmente. Se il primo di questi due ultimi eventi è di poco antecedente all’elezione pontificia di Jorge Mario Bergoglio, il secondo si situa pienamente nell’“era di Francesco”, la cui influenza non può che pesare sulla conferenza episcopale del Belpaese, e il movimento, nella sua storia, ha sempre cercato, pur mantenendo l’originalità del proprio carisma, di essere in sintonia sia con la sensibilità del Santo Padre sia con le indicazioni vescovili, tuttavia se i precedenti papi mostravano una marcata simpatia per il carisma giussaniano, l’impostazione bergogliana ha reso più difficile il lavoro di sintesi tra l’insegnamento del fondatore e gli impulsi papali, con il rischio, più volte concretizzatosi, di fare proprio uno stile apertamente diverso dal proprio, arrivando a snaturare l’identità del movimento, basti pensare allo iato tra la chiarezza del volantino diffuso in occasione dell’assassinio di Eluana Englaro, avvenuto nel 2009, e la timidezza che si è palesata per quanto concerne l’omicidio di Charlie Gard.
Sicuramente persone che da molto tempo più vivono l’esperienza di Comunione e Liberazione hanno maggiore voce in capitolo del sottoscritto e il mio relativamente recente ingresso in questa compagnia mi rende compartecipe dei sentimenti di San Paolo, quando si sentiva come l’ultimo degli apostoli, a cui Cristo è apparso «come un aborto» (con la non secondaria differenza che in precedenza non ho mai perseguitato il cristianesimo), però non percepisco l’esigenza di non poter tacere: nell’analizzare queste dinamiche interne, spesso sembra come che da una parte ci sia una falange di duri e puri che per mantenere la fedeltà a Giussani scelgono di abbandonare il movimento e dall’altra una coorte di pretoriani pronti a difendere qualsiasi scelta intrapresa dalla dirigenza senza se e senza ma, mentre io non mi riconosco in nessuna di queste due posizioni, perché per me appare imprescindibile che non si debba né abbandonare la barca di Luigi, né permettere che affondi.
Fuor di metafora nautica, penso che l’unico vero modo per accettare la sfida che il metodo del Gius ci propone sia vagliare con attenzione e con sincerità in che condizione versi CL oggi, non curandosi tanto delle statistiche che pare non siano poi così rosee, ma piuttosto di quanto profonda sia la distanza (che, entro un certo limite, è anche fisiologica) tra il carisma autentico e ciò che stiamo vivendo; nella mia esperienza personale non posso che essere estremamente grato per i gesti insegnati da Giussani che compongono la proposta del movimento nella sua quotidianità e credo che essi, tutto sommato, siano stati tutelati sufficientemente bene dalla corrosione del tempo, mentre la dimensione pubblica del movimento abbia assunto un assetto che esiga un onesto ripensamento.
Nella storiografia di CL scritta magistralmente da monsignor Camisasca, si individuano due snodi, due crisi principali che il movimento ha attraversato: la prima investì l’embrionale esperienza di Gioventù Studentesca durante gli anni della contestazione sessantottina e divise la realtà formatasi in un gruppo innamorato del Fatto cristiano ed un altro più dedito ad una forma di impegno morale e sociale, mentre la seconda interessò un movimento più consolidato, fu meno traumatica, ma non meno reale, indentificata da Giussani con le parole di Laura Cioni: «Una grande fioritura, le cui radici si sono inaridite». Se nella “seconda crisi” il problema riscontrato era stato un'eccessiva politicizzazione che aveva portato a smarrire l’esigenza di riandare costantemente a Cristo, si potrebbe dire che nella circostanza presente ci troviamo di fronte all’estremo opposto, dove l’elemento religioso e il rapporto personale con Cristo non si è perso, ma si prova una timidezza ingiustificata nel porre all’interno della società lo sguardo sulla realtà che questo incontro ci consegna; a mio umile parere, quest’ultima consapevolezza potrebbe essere davvero il punto di partenza per una nuova ripresa del movimento, una realtà che ha segnato il Novecento cattolico italiano, un tempo dove il compromesso con il mondo è stato implicitamente o esplicitamente e in forme diverse uno degli orientamenti più diffusi nell’ambiente ecclesiale, e che speriamo possa essere uno strumento che lo Spirito possa continuare ancora adoperare per far innamorare sempre più l’uomo di Cristo e fargli accorgere che solo vivendo tutta l’esistenza insieme a Lui può essere veramente felice.

 

30 agosto 2017

Vittadini e il parroco di montagna


di Paolo Spaziani

Sono passati alcuni giorni dalla chiusura dell'edizione 2017 del Meeting di Rimini, ma non si sono ancora placate le polemiche per quella che molti hanno definito l'edizione della svolta definitiva di CL. Il primo e più convinto sostenitore di questo autentico abbraccio al politicamente corretto è stato il Corriere della Sera che ha “benedetto” l'opera di “normalizzazione”, voluta fortemente dagli organizzatori del Meeting. Uno degli incontri che ha suscitato più scalpore (in alcuni vero e proprio sconcerto) è stato quello sul tema dell'educazione, già citato nell'articolo dell'Amicizia San Benedetto Brixia. In chiusura dell'incontro Giorgio Vittadini è intervenuto precisando, con un certo vigore polemico, quale sia la priorità del nuovo corso ciellino: dialogo e “contaminazione” con le altre culture. In particolare, al termine del suo intervento, Vittadini ha precisato di voler essere un “apolide”, di non voler più avere una identità precisa. Vittadini ha arringato il pubblico presente, invitandolo ad andare avanti in questo “mischiare” di culture, perché, alla fine dell'anno non si deve capire chi è l'insegnante cattolico e quello comunista. Il tempo dell'ideologia secondo Vittadini è finito, il cattolico deve diventare un po' comunista e il comunista un po' cattolico. Perentorio il giudizio di Vittadini sulle battaglie per la libertà di educazione che, a suo avviso, “hanno ammorbato”, segno evidente di una insofferenza covata da tempo e ora esplosa in tutta la sua forza. Il video con il discorso di Vittadini è stato rilanciato sul web tra lo sconcerto di chi non riesce ancora a credere a questo rinnegamento del passato ciellino e chi invece strenuamente difende l'indifendibile. Quando ho sentito Vittadini definirsi un “apolide” la mia mente è andata immediatamente alle parole di Don Francesco Rezzola, parroco di Ossimo, Borno e Lozio, comuni della Valle Camonica (BS), che, sull'ultima edizione del periodico parrocchiale “Cüntòmela”, in risposta all'articolo di Franco Peci, offre un giudizio molto chiaro sul “nomade cattolico”. Franco Peci nel suo articolo dal titolo “Sempre nomadi” scrive che “il cristiano deve essere sempre in movimento, saper guardare avanti, tendere alle cose nuove che la grazia e la fantasia di Dio creano ogni giorno. Il cristiano non può aver le radici piantate in terra, bensì rivolte verso il cielo”. Nell'articolo Peci non fa mancare la classica stilettata a coloro che criticano Papa Francesco precisando che: “...è anche in nome di questo continuo rimpianto di un mitico passato che, accanto ad una certa “papolatria” tornata di moda dopo quella tributata a Giovanni Paolo II, specialmente in Internet si trovano un sacco di critiche, a volte non prive di accenti astiosi, nei confronti di Papa Francesco e del suo voler guardare avanti e portare davanti gli ultimi”. La risposta di Don Rezzola non si è fatta attendere, il parroco ha infatti vergato un articolo dal titolo “Nomadi, ma verso dove?” in cui emerge un giudizio chiarissimo sull'attuale crisi della Chiesa. Scrive Don Rezzola: “la categoria “nomadi” non mi piace perché per me esprime quasi un senso costante di irrequietezza, di insoddisfazione, di delusione del passato e del presente e bisogno di evadere da qualcosa che si sente troppo stretto. Non mi piace questa categoria, ma posso capire chi la sente propria. Nomadi, dunque, ma per andare dove? Verso quale meta? Per incontrare chi? Per trovare cosa? Nomadi sì, ma queste comunque sono domande che bisogna porsi per non vagare nella propria insoddisfazione senza trovare nulla”. A questo punto Don Rezzola, rispondendo idealmente a Vittadini, spiega quali siano le conseguenze di questo insignificante nomadismo, arrivando alla logica conseguenza che: “nulla allora è più certo e tutto diventa opinione. Anche il diventare nomadi si trasforma in un cercare senza trovare alcunché, se non il Dio che uno si è costruito nella sua mente e desidera incontrare. È il relativismo religioso e morale, dove ognuno si fa il suo Dio e la sua legge, dove il discernimento diventa la parola magica per far emergere la decisione che la propria coscienza ritiene per quel momento “giusta”, dove ciò che ieri era dottrina cattolica universale oggi è diventata opinione e ciò che ieri era considerato oscuramente proibito (dai dieci comandamenti) oggi può diventare perfino virtù. Si veda in proposito quanto accade intorno all’esortazione apostolica “Amoris Laetitiae” dopo il doppio sinodo sulla famiglia, dove cardinali, vescovi, preti e teologi danno interpretazioni che si oppongono le une alle altre, soprattutto riguardo alle due noticine che nell’intenzione del Papa, volutamente lasciano aperta la porta alla possibilità che gli adulteri divorziati e risposati, anche senza pentimento e senza volontà di conversione, siano ammessi alla ricezione dell’Eucarestia come tutti gli altri, cosa mai ammessa nella bimillenaria storia della Chiesa”. “Dove porterà questo “nomade” ricercare un posticino nella mentalità del mondo?” si chiede Don Rezzola. “Alla insignificanza della fede cristiana, per alcuni, perché ognuno farà comunque come vuole; a rifiutare Gesù Cristo, per altri, perché è ormai vecchio anche lui di almeno duemila anni; a negare Dio e molti già lo hanno fatto per crearsene uno a loro misura, tanto che perfino l’ateo miscredente Scalfari se ne sta costruendo uno anche lui mediante le interviste che gli concede il Papa”. In un momento in cui la barca di Pietro sembra sempre in procinto di rovesciarsi sapere che esistono sacerdoti coraggiosi e chiari come Don Rezzola è veramente un conforto. Avremo anche “perso” l'apolide Vittadini, ma abbiamo “scoperto” un sacerdote ben radicato nella verità e nella fede. E scusate se è poco.

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29 agosto 2017

CL: hegelismo al capolinea


di Amicizia San Benedetto Brixia

Il 23 agosto scorso ho avuto modo di partecipare al Meeting dei Popoli a Rimini. Un'occasione interessante, anche per l'opportunità di toccare con mano l'inarrestabile declino di CL o almeno delle sue gerarchie.
Parlo da persona esterna al movimento eppur interessata alla proposta di fede e cultura da esso incarnata.
Già l'anno scorso mi aveva profondamente stupito il discorso di don Carron, specialmente per la nonchalance con cui andava strumentalizzando frasi del fondatore, Giussani, allo scopo di imporre un new deal scandito dai mantra retorici dei muri da abbattere e dei ponti da costruire. Praticamente un Anti-Giussani di gusto grottescamente ciellinapocalittico.
Quest'anno invece ho ascoltato Vittadini in una conferenza dedicata al tema della scuola, Una scuola da grandi. L'intervento del fondatore della Compagnia Delle Opere è stato semplice e diretto, con la perentorietà e i toni un po' trasandati che gli sono propri Vittadini ha sentenziato - cito a memoria - "non voglio essere un muro, ma un materasso". Una maniera curiosa di fare muro contro i muri. E continuando ha illustrato il suo ideale di scuola: una scuola in cui il professore agnostico a fine anno si scopre un po' credente e il cattolico un po' comunista, con l'auspicio che ogni posizione si contamini e ogni ideale si scolori - una specie di transgender culturale insomma. Addio identità, benvenuto relativismo. C'è poco da commentare e, se non vi fidate della mia ricostruzione, potete trovare on line il discorso, Vittadini delira nei minuti di chiusura (il clou da 1h.39’ ca).

Tre osservazioni. La prima a mo' di boutade: CL ha davvero perso la bussola o ha solo bisogno dei soldi dei vescovi e del loro appoggio, ragione per cui si svende inneggiando al peggio franceschismo?
La seconda inevitabilmente ironica. Quasi commovente la performance di questo Vittadini in perfetto stile Vattimo: più deboli si fanno l'identità e il pensiero e più arroganti si fanno i toni del discorso. Non abbiamo nulla da invidiare ai miscredenti rivoluzionari!
Terza considerazione filosofeggiante circa le sorgenti e il futuro dei ciellini: CL nasce imbevuta di idealismo, un caso pulito pulito di idealismo cristiano iniettato nella tradizione cattolica. Più precisamente, ho sempre avuto l'impressione che, come il marxismo è stato il rovesciamento secolarista del sistema hegeliano, così CL è il contro-rovesciamento cristiano-immanentista del sistema marxiano. Il che non è un male assoluto, di buono c'è che mentre il Concilio non ha osato esprimersi sul comunismo, CL almeno ha provato a rispondergli potentemente sul piano tanto politico quanto culturale. Interessante ma non ineccepibile, l'impianto idealista di fondo infatti non promette nulla di buono. Esso si presenta per definizione gravido di mostri e pieno di lacune. Il primato della libertà e del desiderio mina l'ancoraggio alla verità oggettiva, lo priva di argini fissi e indiscutibili, lo espone al rischio dell'irrazionalismo: CL è infarcito di slogan e di spirito di corpo: se esso smette di essere ammansito da un governo saggio le conseguenze possono essere infelici. E infatti oggi lo sono. Questa la mia diagnosi breviter su CL. Così appunto mi spiego come mai stia avvenendo la deriva incontrastata. Il germe irrazionale che cova nel seno del movimento impedisce una reazione opportuna.
Siano queste o altre le ragioni del disastro, resta palese il deragliamento di prepotenza imposto dai capoccia, così sicuri nel loro autoritarismo da non accorgersi nemmeno del fatto di essere andati ben oltre l'affermazione della pluralità, e di trovarsi ormai in guazzetto nel marasma della contraddizione e della rivoluzione. Se pure la CL delle origini ha retto alla calata bolscevica, ora il barcone di Carron pare soffocare tra le spire degli eredi arcobaleno & Co., siano essi dentro o fuori la Catholica.

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09 settembre 2016

Supplica agli amici di CL


di labaionetta.blogspot.com

Venerdì 19 agosto, il giorno dell’apertura dei padiglioni fieristici che ospitano il Meeting di Rimini per l’Amicizia fra i Popoli, secondo una impiegata dello stand della casa editrice Shalom, intervistata da Repubblica, veniva nascosta la statua della Madonna e rimosse le immagini religiose appese nello stand. La richiesta di rimuovere i simboli religiosi sarebbe arrivata appena prima dell’arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, poi passato di fronte allo stand collocato all’ingresso principale della fiera. La casa editrice ha smentito, mentre la direzione del Meeting ha negato la propria responsabilità nell’aver richiesto la rimozione della statua. Resta il fatto che l'impiegata è scomparsa e né la statua né le immagini sacre sono state rimesse al loro posto (il video di Repubblica mostra chiaramente la Madonna, poi scomparsa, in un angolo) e che nessuno ha invitato a ricollocarla dov'era.

Chiediamo dunque preghiera e sacrifici perché si rinnovi l’amore alla verità indebolito dalle luci del potere, che in cambio di qualche briciola ottiene la progressiva scomparsa di una Chiesa fedele alla tradizione. Il nascondere la Madonna è infatti simbolo della sempre più frequente messa da parte della ragione per cui Cl esiste e quindi della sua debolezza: l’affermazione del fatto di Cristo e delle sue conseguenze scandalose nella società entrato nel mondo proprio grazie al "sì" di Sua Madre. In mezzo alla grande positività di molte mostre e testimoni (anche se spesso non compresi come padre Rebwar di Aiuto Alla Chiesa che Soffre, contestato per le sue posizioni sull'Isis) presenti al Meeting di Rimini, si assiste al rinnegamento di cui l'episodio è emblematico. Un rinnegamento che è la causa di tutti i conseguenti tentennamenti (vedi posizioni sulle unioni civili e sull’islam), le mezze verità (vedi mostra sull’immigrazione in cui si dice che gli immigrati sono nell’80 per cento cristiani e il 20 di altre fedi, omettendo il fenomeno dell’immigrazione clandestina) le bugie (la politica è solo compromesso, vedi mostra sulla storia della Repubblica) e i tradimenti (nel 2000 Cl ha lottato per una riforma costituzionale in senso sussidiario opposta a quella attuale, oggi valorizzata da più voci interne alla kermesse sebbene si sostenga che Cl non prende posizione in merito) offerti al popolo del Meeting.

A questa lontananza e timore del giudizio controcorrente di Cristo, troppo spesso affermato come un pensiero disincarnato, che affievolisce l’impeto missionario, la libertà e quindi l'amicizia e la letizia, a questo piattume che genera formalismo e stanca, si deve rispondere innanzitutto tornando alla fonte del giudizio nuovo sul mondo, all'incarnazione attraverso Maria. Perciò, mentre Le chiediamo perdono per i nostri tradimenti, domandiamo il suo "sì" incondizionato a Cristo, affinché Egli si comunichi attraverso il Suo corpo storico, la Chiesa portatrice della verità nella tradizione.

Come disse all’inizio degli anni Novanta lo stesso don Luigi Giussani agli universitari: “Pregate, pregate la Madonna di Loreto, fate il pellegrinaggio. Grazie! All’atteggiamento irrazionale dell’uomo può supplire soltanto il miracolo di Dio”. E ancora parlando della lontananza di Cristo dal cuore (esercizi della Fraternità, 1982): "Alla demoralizzazione la nostra compagnia deve sostituire un aiuto affinché la nostra vita porti, nel tempo e nello spazio, la speranza... La speranza è una idea dominante, un sentimento - se volete - dominante più di tutti gli altri, che attraversa tutti gli altri, che qualifica tutti gli altri: «A Dio nulla è impossibile»; non al Dio dei nostri pensieri, ripeto, ma al Dio che si è reso uomo, al Dio vivente che si è reso presenza tra di noi...Com’è bambino, povero di spirito, questo grande maestro dello spirito, la grande figura della storia cristiana dei primissimi secoli che è Efrem il Siro!...: «Ecco che la mia vita declina di giorno in giorno e crescono i miei peccati. O Signore, Dio delle anime e dei corpi, Tu conosci la mia debolezza. Concedimi, Signore, la Tua forza, sostienimi nella mia miseria […]. O Signore, non disdegnare la mia preghiera […] e conservami la Tua benevolenza fino alla fine».

Ricordando l’amore per la Vergine, attraverso cui Dio si fa continuamente carne, del fondatore di Comunione e Liberazione, esperienza da cui la kermesse prende origine, invitiamo alla recita del Rosario e all'offerta di sacrifici in riparazione dei fatti accaduti. E domandiamo la conversione del cuore con la preghiera di Efrem il Siro, affinché il movimento torni alle sue origini riaffermando la propria identità, anche quando ciò significhi derisione, rifiuto o persecuzione da parte del mondo.