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18 gennaio 2017

Il Cielo è dei violenti

(OVVERO LA REDENZIONE DELLA VITTIMA)

«Chi sarà risparmiato quando la misericordia di Dio colpirà?»
(F. O’Connor, Il cielo è dei violenti)

di Matteo Donadoni

CONNORIANA II – «Il Regno di Dio è nell’al-di-qua, non nell’aldilà». Così ama spiegare a volte il pastore che il vescovo di Bergamo ha mandato per sostituire il prete che aveva a suo tempo inviato in sostituzione del mio anziano parroco. Sarebbe un discorso consono al succo del pensiero magistrale del maestro Rayber, personaggio del classico attualissimo “Il cielo è dei violenti” di Flannery O’Connor.

Operatori di carità, va bene. Ma perché? Non perché ci sentiamo frutto amato dell’amore divino, non perché primariamente amiamo Dio, nostro Alto Fattore, e in conseguenza di ciò amiamo il nostro prossimo che, come noi, è a Sua immagine; non per avere il centuplo oggi e un tesoro nel Regno dei Cieli. Ma a giovamento della solita tiritera della teologia della liberazione. Ennesima metamorfosi della gnosi intrecciata all’antica volontà d’indipendenza da Dio, da Cristo, dal suo Vicario e dalla Chiesa, con tutti i suoi riti. Una ribellione intellettualoide, magari in buona fede, come quella del maestro del racconto, il quale ritiene che sia assolutamente necessario «rimanere nel mondo reale, dove non ci sono redentori, al di fuori di te stesso». Un uomo per il quale i riti, tutti i riti cristiani, sono solo inutili superstizioni tanto che, perfino di fronte al dolore, guardando il suo bambino disgraziato, questo personaggio ha la disperazione di dire: «Lui è quello che è, e non c’è nuova vita cui possa rinascere».

La storia in questione è una storia del Sud, agrario e protestante, per cui tutto ruota intorno a quella tradizione che riconosce come unico il rito cristiano del battesimo (vero protagonista del racconto, nell’acqua e nel fuoco, e ossessione del vecchio prozio), che per Rayber è un atto privo di significato, perché rinascere a nuova vita equivale a conoscere se stessi (una sorta di socratismo blasfemo) e non qualcosa che «si compra dal cielo versando un po’ d’acqua e pronunziando quattro parolette». Ovvero la cifra finale di un percorso immanentista che, privando progressivamente l’uomo del soprannaturale come se fosse un catechismo olandese, finisce per sostituire la Redenzione con l’illusione di un umanesimo ateo capace di autotrascendersi tramite riforme (rivoluzioni?) tecniche e sociali. Lo vediamo nelle nuove ideologie vegan per cui dei battezzati precedentemente refrattari a qualsiasi azione di mortificazione della carne, si scoprono ora seguaci fervidi di ferree diete prive di qualsiasi cosa che sembri lontanamente gustosa. Lo stesso maestro Rayber conduce una vita quasi ascetica, dormendo su un letto di ferro e consumando pasti frugali – “trucioli” per colazione anziché il buon vecchio lardo.

Per quanto io sia convinto che gli atei puri siano rari, ha ragione la O’Connor quando dice che l’ateismo è un frutto secco privo di semi, incapace anche di marcire. Perché è il carapace delle anime disperate: «Potresti tenerlo a mollo nell’acqua per il resto dei tuoi giorni e rimarrebbe sempre un idiota. Un bambino di cinque anni per l’eternità, inutile per sempre».
Tremendo. Il tremendo desiderio nichilista di Rayber: non provare più nulla sarebbe pace.
Per quanto sia sempre difficile trattare la materia connoriana, “inutile” è l’aggettivo adatto al mio stato d’animo quando devo scrivere riguardo un pezzo di sconvolgente intensità emotiva al limite del mal di stomaco come “Il cielo è dei violenti”. Subito le «parole si affollano come se facessero a spintoni per uscire» ed ecco che istantaneamente sono il corrispettivo letterario di un rettile al sole con «un’espressione fissa come la facciata di un penitenziario». Ma, dato che «di solito le cose che si fanno si rivelano giuste o sbagliate prima che il sole tramonti», proseguo senza troppo indugiare, giacché troppo scavare porta melma.

Il vecchio eremita dei boschi, Mason, ha imparato abbastanza dai propri errori da odiare la distruzione e non tutto quello che doveva essere distrutto, abbastanza da cercare la salvezza e non la distruzione. «La gente del Sud è di solito tollerante verso quelle debolezze che procedono dall’innocenza e sa che attitudine all’autoconservazione e spirito missionario vanno spesso e volentieri insieme». In ciò credo conservino inconsciamente uno spirito originariamente cattolico. Lo zio è un vero e proprio “stregato da Dio”, si sente inviato dall’Altissimo per una missione: annunciare che il giudizio è vicino e battezzare, soprattutto battezzare i propri nipoti. Farne profeti. Il profeta domestico, un profeta con una distilleria («E’ il solo profeta, ch’io sappia, che fabbricava liquori per campare» lo descrive il ragazzo), oltre ad essere simpatico, “intossicato di Dio” e con ogni probabilità completamente pazzo, divide il tetto della baracca con il ragazzo, una giacca lisa e con il mandato divino, gravido di una domanda drammaticamente attuale: «chi sarà salvato quando la misericordia di Dio colpirà?». Il Signore, infatti, ci ha tratti dalla polvere per sanguinare, piangere e pensare, e pensando, unica attività che l’uomo può compiere ventiquattr’ore su ventiquattro, sapere che la verità passa per il dolore. E che, come il vecchio sapeva perfettamente, la nostra ricompensa è un pesce spezzato e un pane moltiplicato. Questo dice la Bibbia, i libri ispirati da Dio ai profeti di Israele, storie divine e così pervicacemente umane, spirito e fango, come Adamo, e proprio perciò tanto importanti. Qualsiasi cialtrone potrebbe improvvisarsi a scrivere un libro pieno di incredulità cronica, asini e donnacce, ma solo la Bibbia è la Parola di Dio, per questo abbiamo bisogno del Magistero perenne della Chiesa. Perché è una questione mortale. Ne va della nostra anima, della vita vera, in fin dei conti.

Il ragazzo, il giovane Tarwater, nato da un incidente automobilistico mortale, si ritiene un po’ speciale, crede che Dio abbia progetti speciali per lui, ma poi quella voce interiore che sente, l’estraneo, il male gentile, lo convince a rinnegare se stesso e quanto è previsto per lui. D’altra parte però è consapevole (chi non lo è?), come lo era stato il maestro, che «i bambini hanno questa maledizione, la credulità». Gli uteri generano santi, poi i maestri manipolandoli per anni, plasmano atei. Così, si dibatte, al di là delle proprie capacità intellettuali, incastrato fra due modelli poli opposti, di fronte a quegli occhi annegati nel silenzio del cuginetto Bishop. Devo contemplare il fatto che il racconto della O’Connor è uno scrivere che, a leggerlo, sente sempre di un sotteso sapore sinestetico.
Secondo la concezione letteraria di Flannery O’Connor, nella narrativa il significato non è astratto ma deve essere vissuto. «Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO. Bisogna dimostrare le cose. Bisogna dimostrare che si fa sul serio. Bisogna dimostrare che una cosa non la si fa facendone un’altra. Bisogna giungere ad una decisione. In un modo o nell’altro». Così non solo la Grazia si rivela, ma opera. Così dice, il giovane Tarwater. Un uccello che canta i propri dispiaceri sopra un lago vetroso, un bambino nei panni di un cupo barcaiolo che traghetta un innocente attraverso il mistero della morte. Un innocente che «se ne stava là, impreciso e antico, come un bambino che è bambino da secoli». «La violenza è una cosa che si può usare a fin di bene o a fin di male e tra le cose che conquista c’è il regno dei cieli». La violenza – a volte il furore – prepara i personaggi ad affrontare la grazia.

Il lettore viene invece preparato dal filo del racconto, il presagio di ciò che accadrà. Il presagio che tiene insieme l’intero racconto. Il presagio si risolve in un qualche gesto o azione che sia coerente col personaggio ma insieme lo trascenda, questo cuore pulsante del racconto ha una valenza anagogica, che attiene alla vita divina e al nostro parteciparvi. «Dovrebbe essere un gesto che in qualche modo stabilisca il contatto con il mistero» spiega la O’Connor altrove. Il mistero è atavico, come l’odio, come l’amore. L’odio, come l’amore, è antico quanto il cuore dell’uomo, quanto il volto tenero del bambino che si tramutò nel viso ruvido di un ammutinato. Sentimenti che attraversano i personaggi come la barca sul lago, fino a rimanere immobile, come congelata in un lago ghiacciato. Come l’amore vero, quello nei confronti di un figlio malato, sentimento totalmente abnorme, travolgente, instancabile e fine a se stesso, un amore che ti può ridurre a un idiota nel giro di un secondo. Così l’odio. Ma la soluzione per le paure del passato non è il rifiuto, sta, invece, nella riflessione e nella fede, o anche in qualcosa di simile all’abbraccio di un amico. Tarwater non lo sa.

In questo modo, nelle ultime pagine, come «una luna rosa tremante a picco sul tetto» sboccia la tragedia a lungo coltivata durante tutto il racconto, se possibile, in modo ben più grave e violento di quanto si potesse mai intuire. In quel lago fattosi viscido (i due Tarwater, prozio e pronipote, condividono un cognome che significa letteralmente «acqua catramata») avviene il battesimo-omicidio di Bishop (nell’acqua), al termine del quale lo stupro nei pressi di Powderhead, la terra patria, l’incendio dei boschi (battesimo del fuoco) e la rivelazione del roveto ardente, la Redenzione. La Redenzione arriva come la morte a Samarra.

Almeno come la descrive un altro scrittore statunitense di origine irlandese: «Parla la morte: “C’era a Baghdad un mercante che mandò il suo servo al mercato per far provviste. E il servo ritornò ben presto, pallido e tremante, e disse: “Padrone, poco fa, mentre ero al mercato, fui urtato da una donna nella folla, e quando mi volsi mi accorsi che era stata la Morte a urtarmi. Mi guardò e fece un gesto minaccioso. Te ne supplico, prestami il tuo cavallo ed io abbandonerò questa città per sfuggire al mio destino. E andrò a Samarra, dove la Morte non potrà trovarmi”. Il mercante gli prestò il suo cavallo e il servo montò in sella e, spronando a sangue l’animale, partì al galoppo. Allora il mercante si recò alla piazza del mercato e mi scorse tra la folla. “Perché hai fatto un gesto minaccioso al mio servo, stamane?” mi chiese, avvicinandosi. “Il mio gesto non era di minaccia, bensì di sorpresa” risposi. “Fui stupita di vederlo a Baghdad poiché avevo un appuntamento con lui questa notte a Samarra”» (Appuntamento a Samarra, John Henry O’Hara).

Con la differenza che la morte non possiamo rifiutarla, ma «bisognerebbe essere porcellini di maiolica per non accorgersi che il nero non è bianco».

Leggi Connoriana I
 
 

26 novembre 2016

Diecimila occhi di bronzo perché, alla fine, l'ultima parola è dei pavoni

(SULLE TRACCE DI FLANNERY O’CONNOR)

di Matteo Donadoni

«Se qualcuno ci chiede di cosa tratti una storia, l’unica è rispondergli di leggerla» 
(Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo)

CONNORIANA I - Inutile negarlo: adoro le pollastre con le calze. Però, fatto all’occhio decisamente più appagante, ancor di più amo i maschi con le calze. Ma prima di giungere a conclusioni affrettate, affretto la conclusione: tutto ebbe inizio nel pollaio.

Nonostante io sia un grande estimatore della maestosa razza Brahma gigante bianca ed ex pollicoltore amatoriale della Cocincina gigante fulva (sono ambedue calzate), devo ammettere che non mi è mai capitato di impartire un qualsivoglia comando a nessun volatile, tanto meno di riuscire a far camminare una gallina all’indietro. Anzi, a dirla tutta, non mi è mai nemmeno passato per la mente di poter insegnare alcunché ad un pennuto. Forse potremmo risolvere semplicemente così il discrimine fra una mente geniale e una dozzinale. Per questo scrivere di Flannery O’Connor è, per me, spaventoso. Una donna quasi santificata. Un’icona della narrativa. Una scrittrice scrigno di metafore, la cui opera è tutto oro, con la quale prima o poi chiunque voglia scrivere deve fare i conti.
Tutto ebbe inizio nel pollaio, dunque. Non per me ovviamente, ma per la O’Connor, che aveva la passione dei pavoni, pur allevando oche, quaglie, polli di diverse razze, fagiani, tacchini, e che divenne famosa in America per una particolare Bantam Cocincina marrone chiaro con la particolarità di camminare sia avanti che indietro. Per fotografarla mandarono nella placida Savannah dalla caotica New York perfino un fotografo della rivista “Pathé News”.
Nata a Savannah, in Georgia, nel 1925, all’età di dodici anni si era trasferita con la famiglia nella tipica casa di campagna del Sud, a Midgeville, proprietà della famiglia materna, i Cline, fin da prima della Guerra di Secessione. È una fattoria di duecento ettari, che ovviamente ha una produzione diversificata, come tradizione voleva, quindi allevamento ed anche caseificio. Nel 1950 si manifesta la malattia, ereditata dal padre, che ne farebbe la scrittrice preferita dal dottor House. La cura cortisonica è devastante per il suo corpo, un vero calvario. Sofferenza, passione per la scrittura e per i pavoni riempiono le giornate di questa tenace scrittrice del Sud. Scriverà fino agli ultimi giorni di vita, costretta in un letto, dove le capiterà di tornare con la memoria alla breve esperienza nella Grande Mela, scrivendo: «Il vecchio Dudley si chiedeva perché mai la gente si desse la pena di uscire di casa» (“Il geranio”, in “Tutti i racconti”, Bompiani). Nelle grandi città la vita è così diversa. In metropolitana la gente che scende spinge la gente che sale. Ogni uomo va di fretta, mangia di fretta, dorme di fretta, incontra una donna di fretta, nell’anonimato totale. Tutti corrono, così che i treni, in città, si fa sempre appena in tempo a prenderli. Tutti. A Savannah avrà avuto certamente anche il tempo di contemplare la peculiarità del Sud – che non è la schiavitù, ma la bellezza –, dove le case possono essere tra i più pittoreschi esemplari di architettura d’anteguerra andata in malora. “La bellezza è il nostro capitale”, fa dire al bisnonno di Calhoun, personaggio de “La festa delle azalee”. Ed è proprio una bellezza “da azalee”, non un “callimorfismo” (Eurip.) metafisico o lessicale, ma una bellezza naturalistica ed umana, una luminosità rurale del quotidiano, che filtra con tinte shakespeariane quando il racconto vive di una giornata tetra. È il mistero stesso della vita a rimescolare, a volte con violenza, gli elementi del reale, ed è proprio il mistero il fulcrum rotationis delle opere della O’Connor.
«Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero. Naturalmente può essere che lo riveli a se stesso, oltre che al suo pubblico. E può anche essere che non riesca a rivelarlo nemmeno a se stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza» (“Conversations with Flannery O’Connor”, M. Magee, University Press of Mississippi, 1987).
Inutile dire che è un mistero sconvolgente per il lettore. È impossibile identificarsi nei suoi personaggi senza superare l’iniziale repulsione, scaturita dalla rappresentazione di una realtà disarmata, come è, grezza e nuda, insieme carnale e spirituale, l’essere umano come luogo dell’eterna lotta fra bene e male, nessun soggetto escluso.
Flannery O’Connor choca il lettore. Questo choc è veicolato dal simbolismo. L’importanza dei simboli sta nel trascendere la scissione fra l’insulso del quotidiano e l’accadimento improvviso che rompe la scena. «I simboli sono degli affari enormi che ti sbattono in faccia» (Conversations with Flannery O’Connor).
Simbolo è, ad esempio, la gamba di legno della dottoressa Joy/Hulga di “Brava gente di campagna”: simbolo della sua menomazione spirituale (l’unica cosa in cui crede è che non crede a niente), oltre che essere proprio una gamba di legno e cioè l’evidenza stessa della propria menomazione corporale.
Simbolo concreto ed onnipresente nella vita dell’autrice è il pavone, animale la cui carne nel Medioevo si riteneva non potesse decomporsi, perciò, unitamente al perpetuo rigenerarsi della magnifica coda, simbolo d’eccellenza di Nostro Signore Gesù Cristo.
La verità è che il mistero è la radice dell’esistenza. Forse questo il significato dell’opera connoriana.
«Il significato è ciò che impedisce al racconto di essere breve, pur nella sua brevità. Preferisco parlare del significato di un racconto, piuttosto che del suo tema. La gente parla del tema di una storia come se si trattasse dello spago con cui è legato un sacco di mangime per i polli: se riesci ad acchiappare il tema come se fosse il capo giusto dello spago, la storia ti si riverserà addosso e potrai dar da mangiare ai polli. Ma non è questo il modo in cui il significato agisce nella narrativa. […] Il significato deve essere incorporato nella storia, calato nel concreto. Il racconto è un modo per dire qualcosa che non può essere detto in nessun altro modo. […] Nella narrativa il significato non è astratto ma vissuto…». Essa è un’arte che richiede un’attenzione scrupolosa al reale. Il narratore deve mostrare il reale, non parlare: il tipico problema «è come far sì che l’azione descritta riveli quanto più possibile del mistero dell’esistenza».
Si tratta di saper vedere, più che di saper scrivere. Dopo tutto. Scrivere è mostrare. In ciò Flannery rimane la bambina che sa mostrare una gallina che cammina all’indietro, perché primariamente ha pensato in modo inconsueto, perché ha saputo osservare una gallina e notarla. La sua narrativa ha una persistenza pittorica cogente incarnata in una scrittura ricca e brutale. Niente a che vedere con i più diffusi prodotti di consumo, ai quali la scrittrice non nega la dignità commerciale, ma preferirebbe che certi “spiriti artistici” venissero stroncati sul nascere. Magari già a scuola. «In realtà se, per natura o per esercizio, costoro imparano a scrivere abbastanza male, potranno fare un sacco di soldi, e in un certo senso sembra un peccato negare loro l’opportunità; ma, a meno che il college non sia diventato un istituto commerciale, ha ancora delle responsabilità nei confronti della verità; per conto mio ritengo che certe persone vadano soffocate con tutta la rapidità del caso». (“Natura e scopo della narrativa”, ne “Il territorio del diavolo”). E non crediate che io non sappia di essere fra i candidati all’annegamento precoce nel trogolo dei maiali connoriano. Ad ogni buon conto, se è vero che “Il vero genio riesce ad istillare un’idea anche in una mente inferiore” (Brava gente di campagna), forse possiamo almeno occuparci delle idee, del quid, se non del come.
Il fatto è che scrivere è un affaraccio brutto. Soprattutto se vivi dalle mie parti, dove spesso si usa la roncola al posto del coltello. In ogni caso è fondamentale sapere che l’ultima parola è sempre dei pavoni.

Post scriptum.
Meno male che non scrivo. Altrimenti sarebbe davvero grave l’aver scritto un pezzo che parla di Gesù, dimenticandosi del protagonista.