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06 maggio 2020

Gaudete, ci perseguitano!


È tornato Razzulo e mo' sono razzi per tutti

di Razzullo
Cristiani, esultate. Basta con questi musi lunghi: siete perseguitati, dunque siete nel giusto. Pensate: non fanno più celebrare le messe per paura del morbo, dicono. Non si può stare nelle antiche e gloriose basiliche, si può stare dentro piccoli e male illuminati supermercati. Del resto è già da prima dell’epidemia che disarmano chiese per farci bazar commerciali. E vi arrabbiate. Ora basta farsi alzare la pressione: vi renderete conto che miglior destino non poteva capitarvi, a voi tocca non solo portare avanti le ragioni della fede ma anche quelle della bellezza, dello spirito contro il buio distopico della  (sedicente) ragione. 
Ma gioite di gioia vera, vi prego: basta con quelle idiozie che dal ’68 in poi hanno contrabbandato per felicità cristiana. Ricordo ancora, dai tempi dell’obbligo infantile all’azione cattolica, la melensaggine della spirito inteso come condivisione materiale: se ho una mela, devo darla a chi è più sfortunato di me, così la caricatura hippy di Gesù sarebbe stata contenta. In pratica basta fare la beneficenza per guadagnarsi il Paradiso. E come gli piacerebbe, a quei borghesucci viziosi! 
La gioia cristiana, mi pare di aver letto e talora accarezzato, è estasi. Se la si vive in comunità si moltiplica, se la si vive da soli la si elabora. E dato che i mezzi della ragione umana sono più limitati del campionario degli illuministi fuori tempo massimo, finisce sempre a schifìo quando si è isolati. Dunque, basta con questi musi lunghi: da soli non siete, e anche se sarete in tre è sempre meglio che essere piccole monadi spaurite che, come i gatti bagnati, si ingrossano sproloquiando scemità su Twitter. 
C’è un’altra cosa che mi rode da un po’. Elemire Zolla lo ha scritto proprio mentre la Chiesa si rinnovava, come cantava Jannacci. Bisognerebbe ritorcere contro i negatori della tradizioni le loro stesse armi dell’ironia e della satira. E farlo, aggiunge modestamente il vostro scrivanello anonimo, invece di arrabbiarvi con loro, facendo la figura dei protestanti oltranzisti e permalosi; prendeteli in giro i vostri nemici. Perché bisogna essere coglionazzi a preferire le lezioni di teologia della signora Emma Marrone a quelle di Sant’Agostino.   
Vedrete come si incazzeranno quando quei borghesini scopriranno la loro vera natura, una scimmiottatura ridicola: vorrebbero essere quello che siete voi ma non hanno il coraggio di esserlo. Vi chiamano bigotti ma, se li guardate più da vicino, scoprirete che i veri bizzuochi sono loro, con le loro buone maniere, la loro beneficenza refugium peccatorum, i loro idoli imbecilli e fasulli. E vedrete che aveva ragione Chesterton, ma sul serio: questi sedicenti atei che negano la verginità della Madre di Cristo davvero sono arrivati a credere al karma. 
Se Dio vorrà, e gli amici di Campari saranno d’accordo, potremo provare a metterli tutti in fila i tic dei wannabe. Con un solo patto: non vi dovete più arrabbiare, non dovete più essere musoni, basta coi fariseismi. E basta con l’indulgenza, con le invidie più o meno inconfessabili: non sono fighi per niente, sono dei tristoni che odiano il genere umano e che rendono infelice la vita agli altri.  Basta con questi musi lunghi, dunque: siete perseguitati, gioite. E facciamo strame delle (presunte) ragioni degli avversari.


 

03 aprile 2018

La Cantata. Il Re dei re

di Razzullo
Nessuno crede più sul serio a tutto il messaggio dei Vangeli e della Bibbia. Fatevi un giro tra gli amici, chiedete loro se credono sic et simpliciter alla risurrezione della carne, al Giudizio Universale, alla Parusia.
Ne troverete più di uno che vi parlerà di “fede ragionata”, che tenterà di far coesistere il Credo con le personali convinzioni. Vi imbastirà raffinati sofismi o tenterà di apparecchiarvi una bella tavola di luoghi comuni pseudo razionalistici.

Voi buttategli appresso un credo quia absurdum e pensate a quanti danni abbia fatto l’aver cominciato a credere che Gesù Cristo, Re dei Re, sia in realtà un amicone ridanciano e sensibilissimo, una specie di Dawson.

Il ragionamento è lapalissiano. Se Gesù non è più Re ma diventa “il mio migliore amico” , che bisogno ho di frequentare la Messa, di andare in Chiesa, di farmi indicare la strada da uno dei suoi ministri? Se il rapporto non è più verticale, bensì orizzontale, non c’è più alcun bisogno di mediazione. Basta che, tra me me, quando e se mi ricordo, recito una preghierina. 

Magari me la invento sul momento e lui, che è amico mio, la apprezzerà anche di più perché è originale e quindi sincera perché “mi viene dal cuore”, e non fa niente se gli ho rivolto un pensierino scialbo e banale.

Stando così le cose, a che serve imparare giaculatorie e preghiere a memoria, che bisogno c’è di andare a spifferare i casi miei al prete? Gesù, con cui ho un rapporto da pari (sic!), sa già tutto e mi perdona perché è amico mio. La forma è inutile orpello mi basta la bontà (che, dopo il buon senso secondo Cartesio e per lo stesso identico ragionamento, è la cosa più diffusa in natura). Basta con la messa, basta con la chiesa, basta con la croce, basta con i simboli. Basta con i riti, tutto inutile. A Gesù – che arroganza mettergli le parole in bocca, credere di sapere cosa voglia davvero in barba alla sua legge evangelica – basto così come sono. Cioé pigro, indolente e presuntuoso.

Quando Lui tornerà (se non ci credete e vi dite lo stesso cristiani, datevi all’ippica), ci accorgeremo che in testa non c’ha il cappellino da baseball ma la Corona. E saranno guai, perché ogni ipocrisia sarà spazzata via dalla Sua Luce.


 

27 marzo 2018

La cantata. Ricordati che devi morire

di Razzullo
Chi non ricorda il povero Massimo Troisi, in “Non ci resta che piangere”, che – già atterrito dalla sommaria esecuzione del povero Remigio, si imbatte (lui pensieroso sul balcone) nel monaco che gli rivolge il più ferale degli avvisi: “Ricordati che devi morire”?

Ne abbiamo riso tutti, continuiamo a farlo. Giustamente. La scena è divertentissima, magistrale. Perché – soprattutto – racconta di uno scontro di civiltà. Il bidello Mario (interpretato dall’attore napoletano) è l’uomo della modernità che, complice un destino cinico e baro, finisce catapultato nell’immaginaria Frittole del 1492 (“quasi-mille-e-cinque”). Il Medioevo, in quegli anni, volge alla fine. Eppure sopravvivono usi, costumi, modi di intendere la vita che la contemporaneità ha spazzato via.

Quel monaco, un po’ svagato e iettatore, gli ricorda l’ovvio. Iettatore, appunto. È così che oggi può essere inteso chi parla a ogni piè sospinto di morte, anche se la nostra (con ogni probabilità) è l’era più terrorizzata di tutte. Per l’uomo di oggi (e anche per molti cattolici è così) la morte è un tabù. Perché è la fine di ogni cosa, almeno terrena. Ricordarsene è turbarsi, invitare alla tristezza e al contemplare la propria finitezza, cosa che l’homo oeconomicus non può nemmeno ammettere senza deprimersi. Quante pubblicità, quanti film, quanti spot ci invitano invece a “vivere senza limiti”? Quante volte, credendo che limiti non ce ne siano, finiamo invece ingabbiati in una cella angusta, prigionieri di sbarre scintillanti e all’ultima moda, a foggia di bisogni indotti, sempre nuovi, che non credevamo di avere?

Il “Ricordati che devi morire” non è un invito all’angoscia, come lo interpreta l’uomo di oggi. E nemmeno lo sprone a vivere alla giornata, al passa-oggi-che-vien-domani. Tutt’altro. E’ un concetto, altissimo, che dovremmo (ri)fare nostro per vivere, finalmente, senza paura e senza ansie. Capace di spazzare via, in un colpo, la fugacità e l’inconsistenza del mondano attuale.

Sembra un paradosso, ma non lo è. Se almeno una volta al giorno ci ricordassimo della nostra pochezza, del nostro essere finiti, del nostro essere in definitiva uomini e donne, riusciremmo a zittire molte di quelle paturnie che l’instancabile voce di dentro, quella che frulla in ogni cervello, ci ripete in continuazione. Riusciremmo ad azzerrare, con una piccola meditazione, le frustrazioni, i rimbrotti e i rimpianti. Sapendo e interiorizzando il fatto che la morte è in noi e non fuori, capiremmo che la nostra vita è un dono e come tale va vissuta fino in fondo, fino al massimo delle nostre potenzialità. Darsi sempre, senza aspettare, senza delegare, senza lasciar passare una sola ora del nostro tempo nell’ozio, padre di tutti i vizi. Saremmo in grado di stabilire, ogni giorno, le autentiche priorità del tempo finito che ci è dato in sorte di vivere.

Ci accetteremmo e ci compiremmo, così come siamo – finalmente – e non come il mondo vorrebbe che fossimo: sempre affamati, sempre angosciati, all’eterna ricerca di un bisogno nuovo e inedito da soddisfare.



 

20 marzo 2018

La danza delle streghe

di Razzullo
(I titoletti sono tratti dalla canzone di Gabry Ponte ed Enrico Ruggeri, non stiamo evocando nulla)

Spiriti Potenti, vi invochiamo: vegliate su Noi che stanotte balliamo.
Stiamo ballando da un anno e passa, in verità. Viviamo in tempi difficili per fare i genitori. Le trappole sono sempre in agguato, epperò un po’ di furbizia bisogna pure imparare a conoscerla e adoperarla. Il primo sbaglio che mamma e papà possono fare è quello di credere di vivere nel migliore dei mondi possibili, che nient’altro aspettava se non l’avvento del loro prezioso fagottello. Va e viene dalle homepage dei giornali internazionali un altro caso aveva ciclicamente aveva già smosso le coscienze. Dice che Elsa di Frozen diventerà lesbica. Un oceano di clic indignati ha scosso il web e le buone coscienze dei globalisti che altro non aspettano per avvalorare ogni loro fesseria. Con somma umiltà, io vi dico: lasciate che Elsa indulga all’amor saffico, lasciate che si strusci con somma voluttà attorno a un pupazzo di neve, che incanti gli orsi polari e insegni loro a bere té e sgranocchiare pasticcini. Più strillate, più farete il gioco. Se non vi piace il cartone, non portateci i vostri figli. Se non siete in grado di negare ai bambini il compimento del loro capriccio, fatevi una domanda e datevi una risposta. Il problema, allora, sareste voi.

Quando è notte il lupo grida all’ombra della Luna: la danza delle streghe non porta mai fortuna. 
 Le fortune di un prodotto culturale si dimostrano, oltre a quanto incassano al botteghino, anche dal clamore che riescono a suscitare. C’è poco da sfasciarsi il cervello; finché le provocazioni avranno successo, state pur certi che si continuerà ad aver a che fare con dibattiti così cretini. Anzi, più sono melensi e stupidi quei dibattiti, più ci fate la figura dei bacchettoni scemi. È un cul de sac, non se ne esce. Vale al cinema quanto a scuola, ovunque. Voi vi giocate le transaminasi, loro incassano. E va a finire pure che diventate i loro più affezionati clienti. Vi accendono e vi spengono a loro piacimento, perché sanno dove andare a parare per fare un po’ di casino. Appena scema la notorietà, la fama, l’attenzione su un film, su un cartone, su un’azienda ecco che arriva il bailamme mediatico pronto a riportare in auge il buon nome perduto. Nel bene o nel male, purché se ne parli, purché si diventi trend topic, purché ci si indicizzi ottimamente su Google. Però, direte voi, quelli che rischiano di rincretinirsi sono i nostri figli. Giusto, e qui entrate in gioco voi. E dovete smetterla, una volta e per tutte, di delegare agli altri i compiti vostri.

Fuochi e spiriti ballate, dentro al cerchio della Luce. Tramontate stelle, anime sorelle!
Quello del genitore è l’unico mestiere in cui l’essere omaggia il fare. Non si è genitori – piuttosto facile, in teoria, sarebbe l’ottenere meccanicamente una gravidanza -, si fa il genitore. E in quest’ottica, che educazione volete dare ai vostri figli? Come impostare la loro crescita, a quali stelle polari ancorarla? È una domanda fatale, non una sciocchezza a cui rispondere in venti righe. Pensateci: volete farne dei piccoli Einstein cosicché il mercato del lavoro si accorga di loro e ne faccia dipendenti meno precari degli altri oppure volete farne degli aperti mentali in grado di tollerare tutto? Volete che imparino subito l’inglese, che siano da subito membri produttivi della comunità oppure che siano dei buoni cristiani, dei consumatori integerrimi o degli ottimi padri e madri? Comunque la pensiate, smettete di affidare ad altri il compito che invece tocca a voi. Non affidatevi alle babysitter con le fregole umanitarie e lo stipendio statale: se darete ai vostri figli gli anticorpi giusti non avrete nulla da temere. Spegnete la tv dei cartoni didattici, bruciate i libri di favolette d’ammore e di auto aiuto psicologico. Iniziate a studiare voi, imparate – prima di loro, voi – a riconoscere e amare la Bellezza.

Dodici rintocchi squarciano la notte scura, la danza delle streghe signore di paure.
 Riaprite i vecchi libri di fiabe, quelli dei fratelli Grimm per esempio. Oppure il Pentamerone di Basile. Leggetegliele, anche (anzi, soprattutto!) quando parlano di morte e quando dicono parolacce. Rispondete a ogni loro perché, tutti. Non abbiate paura di traumatizzarli: se le cose non gliele dite voi, prima o poi lo farà qualcun altro. Non indulgete a nessun luogo comune. Non vi azzardate ad accostare Cenerentola alla resilienza. Insegnate loro a cercare la Bellezza e fatelo abbracciando la tradizione. Portateli al museo, non credete che non ci sia alternativa agli studios, alle favolette globalizzate, alle storie delle multinazionali. Invece che al cinema a far la gara con le altre mamme a chi ha l’amore più grande, prendetevi una domenica in campagna, insegnate ai vostri figli il nome degli alberi. Ricordatevi di spiegar loro da dove venite. E che c’è più vita in un verso di Tirteo che nell’opera omnia della Rowling.

Dalle tenebre sorgete, lento il fuoco nero brucia. Spettri nel castello fate il vostro ballo.
 Considerate che il vero pericolo di Frozen, per esempio, sta nel rifiuto di sé, nelle fantasticherie patetiche e non nelle eventuali sue tresche amorose. Cresceteli magari nella poesia, nell’epica, insegnategli la pietas con Virgilio, il valore con Omero. Insegnate loro che gli animali sono importanti, ma non sono più importanti di Dio. Tocca a questa generazione di genitori il compito di riparare alle scemenze morenti di quelle che l’hanno preceduta. Lasciate che i pallidi fantasmi di una civiltà eterna si materializzino e, finalmente, mettano in fuga le streghette e tutte le loro sciocche malìe. Insegnate loro, ai vostri marmocchi, che non è vero che tutto sia giusto perché lo dice una maestra, lo dice la tv o internet. E che l’unico modo che riconoscere il Vero sia nell’ammaestramento al Bello. Così ne farete uomini e donne.

 

06 marzo 2018

La cantata. Viaggio a Trinqueballe

di Razzullo
Di fesserie, in giro, se ne sentono tante. Il problema è che stanno iniziando ad avere, loro, diritto di cittadinanza. Se tu le contesti, se tu il cretino senza cuore. Solo qualche esempio, qua e là, raccattato sul web.
C’è un tizio che scrive ai domenicani chiedendogli lumi: l’Eucaristia, secondo lui, è un rito violento; mangiare il Cristo è qualcosa di estremamente cruento. Scrive così: “Se penso a questo mi fa impressione ricevere in bocca una parte del mio Dio. Lui che ha abolito i sacrifici cruenti di animali e di altro tipo non capisco perché ci permette di mangiare il Corpo di Lui fatto uomo”. E poi aggiunge, con la presunzione tipica di chi si permette di dare consigli non richiesti niente di meno che a Nostro Signore: “Intendo dire che, se avesse voluto, avrebbe potuto farci commemorare il Suo sacrificio per noi con una pratica meno cruenta [...] mi rimane difficile concentrarmi nella preghiera quando La ricevo perché penso che sia non giusto mangiare e masticare un pezzo del mio Creatore che ha già fatto tanto per me”. 

Altrove, c’è chi si preoccupa di poter consumare l’ostia senza glutine e chi si infervora e protesta per consentire ai cani di poter assistere alla Santa Messa. Non sono più fenomeni di sparuta minoranza, mattane di buontemponi, stranezze da illuministi fuori tempo massimo. È la quotidianità, ormai. Il dibattito, sempre più scemo, che piglia in considerazione le panzane dei tantissimi invece che rigettarle senza remore. Per strappare uno spettatore in più a messa, perché questi tutto sono men che fedeli, dal momento che la loro egotica bontà ha bisogno di far scuola persino alla Chiesa, sposa di Cristo. 

Spero che il lettore stia sorridendo di tutto questo, temo che invece si sia messo a pensare, magari pensa che sono troppo duro, che nulla mi costerebbe un’apertura piccola piccola: massì, che male può fare tutto ciò, dimostrarsi aperti alla sensibilità contemporanea? 

Ce lo dice Anatole France. Il grande scrittore francese, ignominiosamente “schiaffeggiato da morto”, ebbe a scrivere pagine grandiose, profetiche. Nel racconto “Il miracolo del Gran Santo Nicola”, immagina il destino dei tre bimbi salvati dal salatoio dell’oste infame grazie alla preghiera del Vescovo (che nel racconto non è più il santo di Licia ma un altro e favolistico personaggio), intrecciato a quello della bella e virtuosa Miranda, nipote orfana del Santo, cresciuta negli ottimi insegnamenti della Fede da una buona vedova. 

Dei tre bambini, uno, Massimo, diventa un militare tanto feroce quanto imbecille che violenterà Miranda. Un altro, Robin, diventa un truffaldino, strozzino al soldo dei grandi usurai internazionali che detengono il (vero) potere, lui a Miranda strapperà via persino l’ultima collanina, l’ultima veste. L’ultimo, Sulpicio, si fa prete. E a Miranda la farà ancora più sporca:
“Un giorno che l’uomo di Dio (Nicola ndr) piangeva sul chiostro della cattedrale sul deplorevole stato della Chiesa di Vervignole, fu distratto nelle sue meditazioni da strane urla e vide una donna interamente nuda che camminava a quattro zampe, con una piuma di pavone piantata a guisa di coda. Ella s’avvicinava abbaiando, leccando la terra e sbuffando. I suoi capelli biondi erano coperti di fango e tutto il corpo sudicio di immondizie. Il santo vescovo Nicola riconobbe in quell’infelice creature la nipote Miranda”. 
Miranda, interrogata da San Nicola suo zio, risponde:
“No, zio mio, non ho affatto vergogna. Avrei, anzi, vergogna d’un altro contegno e d’un’altra andatura. Così bisogna mettersi e tenersi se si vuol piacere a Dio. Il santo fratello Sulpicio m’ha insegnato a rassomigliare alle bestie, che sono più vicine a Dio degli uomini, perché non hanno peccato”.
Solo lei? Macché: “Ben presto la città di Trinqueballe fu piena di uomini e donne nudi che camminavano a quattro zampe abbaiando; si chiamavano gli Edenici e volevano ricondurre il mondo ai tempi della perfetta innocenza, prima della sventurata creazione di Adamo ed Eva”.
Ecco, adesso ditemi se nell’era delle libertà sempre più compresse, nell’epoca del primato assoluto della finanza e nel tempo del fraintedimento più totale del cristianesimo, non vi pare d’essere finiti anche voi a Trinqueballe.


 

27 febbraio 2018

La cantata. Tracollano le mitiche ONG!

di Razzullo
Pensate un po’che figata sarebbe se, su un maxischermo gigante magari in mondovisione, qualche buontempone proiettasse il faccione di bronzo di Carmelo Bene che urla il gelido requiem: “Me ne fotto del Rwanda. Io lo dico, voi no”.
Il tracollo del mito delle Ong è inevitabile. I buoni borghesi, i bravi ragazzotti del Wyoming, le sensibili squinzie dell’Essex e di Roma Nord non possono dare lezioni di superiorità morale proprio a nessuno. Come se non bastasse il caso Oxfam , il Sole 24 Ore riporta la notizia dello scandalo che ha travolto Plan International mentre nei giorni scorsi, come rivela tra gli altri Il Giornale , è venuto a galla che uno degli uomini più buoni del pianeta, tale Peter Newell, già consulente all’Unicef, che alla difesa dell’infanzia (avrebbe) dedicato la vita, in realtà sarebbe invischiato in un vomitevole giro di pedofilia.
Finita qui? Manco per sogno. In Uganda sta venendo fuori uno scandalo che al confronto la nostra vecchia Tangentopoli è una barzelletta perché l’Ong Acnur è accusata di aver rastrellato fondi di cui non s’è saputo più niente, a fronte di un’emergenza umanitaria dichiarata per un numero di rifugiati superiore a quello reale. Al conto, secondo la Bussola Quotidiana , ne mancherebbero poco meno di 20mila. Insomma, ce n’è da far stramazzare un toro.

Pensate che figata sarebbe se, a ruota, su quel maxischermo un altro buontempone lanciasse a loop “Io fossi Dio” di Giorgio Gaber: “Infatti non è mica normale che un comune mortale/ per le cazzate tipo compassione e fame in India,/ c'ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna,/ che viene da dire:"Ma dopo come fa a essere così carogna?").
Non ne parla nessuno, però. Perché tutti questi scandali al sole arrostiscono (insieme alla credibilità delle singole associazioni coinvolte) la pseudospiritualità petalosa e decadente dell’Occidente. Quello che, per capirsi, è diventato così pigro da associare alla salvezza dell’anima, la donazione di qualche spicciolo.
Immaginate cosa accadrebbe se, d’incanto, scoprissimo tutti il bluff che è la religione piccolo borghese del pietismo, il culto pseudospirituale. Chissà che succederebbe se, di punto in bianco, dovremmo essere costretti a rinsavire e a sostituire il santino del superbuono internazionale Bob Geldof con quello del supercafone pugliese Padre Pio (non a caso, odiatissimo dalle lobby della bontà arcobaleniste che tentano da tempo di screditarne l’immagine).
Si gelerebbero i salotti buoni, quelli mediocri e quelli piccini picciò della borghesia d’ogni provincia mondiale. Che terrore, per la buona sciura, venire a sapere che non sarà dando due euro al ragazzotto di colore al supermercato che eviterà qualche annetto di purgatorio. Che sgomento, per i suoi figli, quando scopriranno che per nulla si sono sorbiti ore e ore di concertacci coi mai abbastanza maledetti bonghi, che sono andati in giro vestiti di robaccia equa e solidale quando non serviva praticamente a niente.
Il terrore che proveranno quando scopriranno che Gesù Cristo non è quella sottospecie di Dawson, ma ancora più fesso, che si erano immaginati. Che è “venuto a portare la spada”. E che aveva ragione quando urlò che il Regno dei Cieli sarebbe stato dei poveri di spirito. Degli umili, di chi ha creduto senza seguire i falsi idoli e le assurde superstizioni del tempo sciagurato che c’è toccato in sorte di vivere.
Pensate che figata sarebbe se, tra tanta musicaccia pseudo impegnata, tra tanta fuffa gentile e sensibile, tra tanta robaccia compassionevole e autocompiaciuta, un glorioso squinternato alzasse il dito sul Re Borghese nudo nella sua boria di chiffon e facesse risuonare altissimo l’antica canzone: 

“A lu suono de grancascia\ viva viva lu populo bascio\ A lu suono 're tammurrielli\ so' risurte li puverielli \ A lu suono 're campane \ viva viva li pupulane\ A lu suono 're viulini\ morte alli giacubbine”. 

 

20 febbraio 2018

Ci siamo giocati le Ong!

OVVERO: CHI È SENZA PECCATO SCAGLI LA PRIMA SCUSA
di Razzullo
Chi è senza peccato, scagli la prima scusa. Ci siamo giocati anche le Ong. Dio sia lodato!
Sono settimane convulse, in cui è uscito fuori che le associazioni internazionali dei più buoni si sono macchiate di peccati orgiastici e libidinosi. L’aristocrazia dei buoni sentimenti che avrebbe sfogato la sua lussuria su poveri terremotati, su gente che aveva bisogno d’aiuto, su quelle persone che a noi – in quegli spot del terrore – chiedono continuamente di aiutare.

È di qualche giorno fa l’intervista al Guardian rilasciata da tale Mark Goldring, capo dei capi di Oxfam, l’organizzazione non governativa inglese finita nello scandalo delle orge ad Haiti. Ha detto, citazione testuale dal sito Rai che riporta la notizia, che “gli attacchi contro l’Ong per gli scandali sessuali ad Haiti e in altri Paesi sono sproporzionati rispetto al livello delle colpe”.
Ma quali sono queste colpe? Libero Quotidiano ha rivelato che ad Haiti si celebravano festini a cui partecipavano prostitute minorenni che, poi, venivano gratificate con regalie, pigliate proprio dai soldi già stanziati per aiutare la popolazione. Praticamente, fossero vere le accuse, i nobili d’animo e d’intenzioni pretendevano sesso in cambio di cose che altri, i poveri minchioni desiderosi di alleviare le pene di quei poveri disperati, avevano ordinato loro di consegnare, gratuitamente. Uno schifo. Ma non si può dire.

Se uno fosse povero di spirito cederebbe immediatamente alla tentazione di chiedersi cosa sarebbe mai accaduto se, invece delle anime belle e pietose del volontariato laico e politico, ci si fosse imbattuti in una congrega di missionari cattolici. Se fossero stati i preti, anziché quelli delle Ong, chi avrebbe mai avuto il coraggio di dire – urbi et orbi – che “gli attacchi sono sproporzionati alle accuse”?

La Chiesa, negli ultimi decenni, s’è ritrovata a dover chiedere scusa di tutto. Dallo scempio vergognoso dei preti pedofili fino alla Caccia alle Streghe a presunte complicità (mai provate) nei peggiori crimini della storia dell’umanità. Una Quaresima che dura da cinquant’anni. Da quando s’è messa in mano alle squinzie schitarrose, lasciando Pergolesi a marcire nella polvere.

Dalla sua perdita di credibilità, innegabile e incontrovertibile, hanno tratto vantaggio le associazioni internazionali di marca globalista intrise di protestantesimo a intermittenza. Il primato spirituale della bontà – complici anche gli insegnamenti di certi laici cretini messi ad ammaestrare, senza averne titolo né capacità, i più giovani, come già vi ho raccontato – appartiene a loro. Che adesso amministrano il culto laico della carità, della bontà.

Se non ci credete che siano le Ong ad avere il primato spirituale considerate che da qualche tempo diverse sigle chiedono ai vecchietti di inserirli nei loro testamenti. Chissà, donare qualcosa a uno sperduto villaggio africano magari salverà l’anima. Eppure era stato questo l’attacco principe alla Chiesa di Roma: arricchirsi sulle spalle dei gonzi preoccupati dal bruciacchiarsi le natiche all’Inferno. E poi, i preti usano quei soldi per fare la bella vita. A questo punto, uno che è davvero cattivo potrebbe gigioneggiare chiedendosi se non abbiano fatto così anche quegli operatori umanitari che ad Haiti hanno speso i denari dati loro dai gonzi con la superstizione di lavarsi la coscienza davanti a Dio e davanti agli uomini mandando soldi al terzo mondo.

Chi è senza peccato, scagli la prima scusa. E comprenda che, forse, è arrivato il caso di ripensarla questa spiritualità contemporanea, tutta sciocchezze e darsi (pelosamente e petalosamente) agli altri. Basta, con l’inglese, basta con le chitarre, basta con la spiritualità imbecille da indignados in servizio permanente effettivo. Si torni al latino, alla grandezza, al Sacro.


 

13 febbraio 2018

Fra alieni e demoni. La Chiesa reagisca contro i ciarlatani

di Razzullo
Molte religioni per esser tali, abbisognano d’un impalco esoterico che funga da anima all’edificio essoterico di regole, dogmi e visione del mondo.
Anche il più incarognito degli “ufologi” (sia detto così per semplicità e brevità e nessuno si offenda), non sfugge a quello che Amleto sentenziò dopo aver visto lo spettro del padre. “Ci sono più cose tra cielo e terra, Orazio, di quante la tua filosofia immagini”.
Ci sarebbe da ridere a passare in rassegna le fandonie a cui i (sedicenti) cultori della ragione e del progresso finiscono per credere. Roba che manco l’ultimo liberto di Sabaudia riuscirebbe a immaginare. Gente che postula la piattezza della Terra, per dirne una.
C’è da tremare, però, quando ci si addentra nelle pratiche esoteriche ispirate all’ufologia o, quantomeno, a essa culturalmente collegate. È terribile costatare il ribaltamento di riti fondamentali, importantissimi e potenti. Primo fra tutti, l’esorcismo.

Prendete Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, fondetelo con l’Esorcista e impastate tutto con l’olio spiritista di marca post ottocentesca e un po’ di psicologia spinta. Otterrete il mondo esoterico in cui ci si muove nell’ambito della religione del web. C’è gente che si sente disturbata da forze antagoniste. La quasi totalità di loro presenta i sintomi che la demonologia classifica nella categoria delle ossessioni diaboliche. In tanti si rivolgono a personaggi che giurano di essere in grado di sollevarli dalle loro ambasce ultrafisiche.
Sono in molti a muoversi in questa dimensione e nemmeno troppo invisibili. Utilizzano il web per farsi pubblicità, non si nascondono – però – dietro le inserzioni di Google Adsense. Spesso postano le loro sessioni (così le chiamano) su YouTube. Ne troverete centinaia, tutte registrate e offerte al pubblico. La privacy vagamente coperta da qualche accorgimento.

Il “rito” in sé prevede l’ipnosi del soggetto e il dialogo tra l’operante e le entità che si sprigionano mentre la coscienza dorme. Le variazioni sul tema, anche qui, sono decine e decine. C’è uno di loro che, addirittura, ipnotizza terze persone affinché scavino nella vita dei clienti (già, perché hanno pure un tariffario). Tornando agli aspetti generali, la preghiera e la Grazia di Dio sono (ovviamente) messi da parte. L’ipnotista parla a ruota libera con le entità (o presunte tali) che gli rispondono. Contravvenendo all’ennesimo caposaldo dell’esorcismo, quello vero: i diavoli mentono, dicono solo bugie e mai e poi mai l’officiante deve iniziare a ragionare con loro.
Il mondo che ne vien fuori è illogico e spesso nelle dichiarazioni dei soggetti emerge la fallacia della pratica: le ipnosi regressive, infatti, raccontano sempre vite precedenti straordinarie. Dando per buona la pratica, che buona proprio non è, nessuno ammette di aver vissuto una vita ordinaria, di essere stato un quisque de populo. No. Tutte principesse, principi, soldati, militari, in lotta contro la morale imperante di ogni epoca (tranne che la nostra).

Non ci vuole uno scienziato per capire che questi tizi raccontano solo la proiezione di sé, quello che vorrebbero essere alla luce dei dogmi della morale borghese di cui sono intrisi.

Non va per nulla meglio a catalogare le creature di cui parlano. Polli giganti che pretendono d’essere dèi, lucertoloni famelici, piccoli tizi grigi smanettoni, “nordici” razzisti con gli altri popoli intergalattici, mostri con la testa troppo grossa; astronavi di ogni forma e dimensione che corrono ovunque, su e giù per lo spazio, per il tempo, per tutte le nove (sic!) dimensioni. Si tenta di esorcizzare ogni dimensione spirituale concretizzandola in materia sottile e invisibile; gli alieni, materialmente, rubano qualcosa di fisico, per quanto impalpabile, alla loro vittima. Foss’anche un vago concetto di “energia”, immaginato qui come la barra di vita dei personaggi dei videogiochi.

Chi davvero lo vuole, secondo loro, può liberarsi con un suo proprio sforzo di volontà. Basta centrare la “consapevolezza” – parola magica del post new age -, per vivere la propria esistenza appieno. Liberandosi, una volta e per sempre, di quelle che (se fossero vere) sarebbero delle vere e proprie ossessioni diaboliche. Gli officianti, scimmiottando i sacerdoti, dicono di essere dei tramiti. Se i secondi lo sono della Grazia di Dio, i primi giurano d’esserlo dell’io, della volontà personale, dell’Anima del soggetto ipnotizzato.
In realtà, si libera solo chi non ha nulla e magari aveva bisogno di una scossa per riprendere in mano la sua vita.
Chi davvero ha qualche problema, invece, non ha fatto altro che peggiore la sua condizione. Sulla rete, di questi “esorcismi”, ne trovate a bizzeffe. E forse è questa una chiave per una nuova evangelizzazione, quella che s’è resa ormai improcrastinabile nel terzo millennio.
Perché è vero quello che Amleto rinfacciava all’amico Orazio ed è giunto il momento che la Chiesa, dall’alto del suo magistero, metta ordine e faccia chiarezza, con serietà e serenità, sottraendo ai ciarlatani il monopolio dello Spirito, evitando sofferenze a tante anime.

 

06 febbraio 2018

Il dio alieno. Risposta piccolo borghese al vuoto pneumatico dell'oggi

di Razzullo
L’ultimo di una lunga serie è stato Marco Columbro. Strani, magari, sì. Ma nemmeno troppo, dato che diventano sempre più numerosi quelli giunti al punto che, piuttosto che confidare nel Cristo e nella sua rivelazione, preferiscono credere agli extraterrestri. Cartesio, gigioneggiando, spifferò che se c’è una cosa davvero diffusa al mondo, questa è il buonsenso. Non si sbagliava, perché ognuno se ne ritiene dotatissimo. E così finisce per minimizzare o mistificare la realtà che lo circonda.

Negli ultimi anni s’è sviluppato un inconsueto accostamento, una specie di matrimonio incestuoso fra la divulgazione scientifica e quella fantascientifica. Alla prima s’affida la pars destruens, quella che nega recisamente il sacro; alla seconda tocca la pars costruens, il dipingere un nuovo mondo mitico e religioso che sia funzionale all’epoca in cui ci è toccato in sorte di vivere. Chi ha letto La Nascita della Tragedia, di Nietzsche, mi perdonerà una superficiale suggestione. L’apollineo è irraggiungibile e perciò imbrattato (quanti sono i classici “riletti” in chiave piccoloborghese, quanti i canti potenti dell’umanità ridotti a spumeggiante esalazione di ormoni?). Il dionisiaco è tabù: Sileno che maledice la vita (o, almeno, una certa visione di essa) è – come il diavolo del folklore russo - cosa di cui non si deve parlare, per non averne guai. Resta il socratico, cioé il mondo a misura di sé stessi e del proprio (supposto) buonsenso.

I capisaldi della religione Ufo, che a tutti i costi vuol farsi rivelata, sono custoditi in alcuni sillogismi parascientifici da brivido. Se è pur accettabile pensare che “Dio esiste, perciò è onnipotente, quindi ha potuto creare gli alieni” (ragionamento su cui da qualche decennio la Chiesa Cattolica sta pure lavorando), lo è molto meno ritenere che “Non intervenendo nelle vicende umane che mi stanno a cuore, Dio non esiste o quantomeno è cattivo. Se non esiste o è cattivo, non è Dio. Però esistono delle cose inspiegabili che, senza Dio, non hanno senso”. A questo alambicco di pensieri, fanno seguito due possibili soluzioni: non c’è altro che la legge del Caso (facendo di questo una divinità assoluta, spietata), oppure esistono degli esseri, finiti come noi epperò a noi superiori per tecnologia (mai per altro) che magari c’hanno inventato in un giardino incantato, giocando con le provette. Esiliare Dio per incoronare, al suo posto, delle patetiche imitazioni. I seguaci del Caso sono i più numerosi. Spesso e volentieri, si ritengono in dovere di umanizzare – almeno un po’ – il Moloch strafottente che la loro ragione induce ad adorare. Ecco che spunta l’inafferrabile concetto di “Universo”: un tutto confuso e confusionario, sporcato di induismo (il famigerato “karma”), una legge che tutto impermea di sé, un panteismo legalitario, insopportabilmente borghese, o, se preferite, stupidamente quacchero.
Dio ridotto alla più elementare delle leggi, l’occhio per occhio. Nulla a che vedere – sia detto chiaramente – con la Divina Provvidenza. Non c’è cittadinanza per Alessandro Manzoni, nella spiritualità globalizzata che fonde protestantesimo arrabbiato, iconoclastia e fraintendimenti buddistomorfi. Grazie al Cielo.

I fedeli degli Alieni creatori, invece, pretendono di spiegare tutto nella scienza. E così facendo altro non fanno che allontanare la “questione” principale. Pur ammettendo per vere le teorie partorite dall’immaginazione di Zacharia Stitchin, e cioé che gli extraterrestri hanno creato con l’ingegneria genetica i primi uomini, ebbene non si fa altro che spostare i termini del problema. Se l’uomo è nato in provetta aliena, chi ha creato gli extraterrestri? Chi li ha dotati della ragione per riuscire a fare tutto ciò? E chi, invece, ha creato gli animali che questi hanno trovato sulla Terra? Non è difficile notare che le due confessioni della nuova religioncina nerd si basano su interpretazioni letterali di testi, miti e racconti antichi (dalla Bibbia fino a Gilgamesh e a ritroso) e sulla nomolatria imperante, sul culto ultraconservatore, anzi bigotto, del positivismo giuridico. Tutto, ovviamente, raccontato da gente priva di mezzi, disarmata dal ritenere – dall’alto della propria invincibile ignoranza scolpita in pergamene pigliate a rate – che il latino sia un’affezione noiosa, da estirpare.

Insomma, roba che c’ha il fiato corto, cortissimo. Ma che nel vuoto pneumatico del presente, riempie – per le leggi della fisica – gli spazi che vengono lasciati vuoti da chi è troppo impegnato a pensare ad altro.

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30 gennaio 2018

La difesa di Montevergine

di Razzullo
Il due febbraio si rinnoverà la tradizione della juta dei femminielli al santuario di Montervergine. Si tratta di uno dei riti più antichi e interessanti che la cristianità celebri e che abbia inculturato in sé già dall’Alto Medioevo. I giornali, forse per pigrizia, ne parlano come di un curioso rito Lgbt. Sbagliando completamente tiro e racconto. La banalizzazione mortifica il senso profondo della juta e di tutte le celebrazioni rituali legate ai diversi pellegrinaggi devozionali sulla colla del Partenio, Montevergine deve morire.

Non ricordo più dove ho sentito una frase che ha valore d’epifania. “Gli Usa hanno colonizzato il nostro subconscio”. Dal punto di vista culturale è perfettamente così. Il tempo ha dimostrato come, il fatidico (?) ’68, sia letteralmente crollato, disfatto. Delle istanze, dei temi, delle suggestioni del tempo non rimane altro che un vago e sciapo sozial. La fantasia che avrebbe dovuto prendere il potere, s’è accontentata di un miserabile posticino da passacarte al Ministero della Verità. L’unica Verità che (questo) Occidente riconosce è quella del mondo, di una pelosa visione solidaristica che si regge su due imbattibili pilastri: il senso di colpa e la paura. Bisogna spendere la propria esistenza a rimediare ai danni fatti da altri, magari millenni fa e tremare, tremare, di fronte alle inedite emergenze che, a turno, porteranno la nostra civiltà di fronte a un’Apocalisse mondana che non arriva mai. La stessa religione viene ridotta a pie opere di bene, cassato completamente ogni afflato spirituale e devozionale.

Così, lacerati da terrore e vergogna, morsi dalla paura di perdere tutto e rosi da un senso di colpa perenne, ci dicono che viviamo nell’era più libera, più consapevole e più felice. Il migliore dei mondi possibili e devi pure sorridere, ringraziare di avere la possibilità di vivacchiare mendicando un lavoro da duecento euro al mese, sperando di ingarrare la bolletta al centro scommesse e sfangarla anche stavolta. Unica valvola di sfogo, l’indignazione. Magari a comando. Contro categorie per intero, contro tutti e quindi contro nessuno. Non è mica un caso che il termine “linciaggio” sia nato proprio negli Stati Uniti. La cultura post-illuminista, borghese e razionale, è feroce. Vive di un doppio standard: da una parte le promesse messianiche, dall’altra la crudele realtà degli ultimi e invisibili (individuati sempre in un altro lontano, lontanissimo e carico di colpe sue) come programma politico perenne. Tertium non datur. Nulla al di fuori della morale imperante, della Kultura di regime. Guai a mettere in discussione il dogma delle magnifiche sorti e progressive, anatema a chi osa svelare che dietro al tremulo lume della (loro) presunta ragione altro non c’è che il caos, il vuoto, il nulla. Non c’è speranza, quindi, di uscirne. Ci hanno resi tutti borghesi, dicono. Volenti o nolenti. Ci hanno regalato il progresso, giurano. Ma il migliore dei mondi possibile è quello in cui il governo, a Londra, s’inventa il Ministero alla Solitudine perché siamo tutti così felici e liberi da marcire, solitari e immoti, nei nostri appartamenti.
A credere di essere vivi perché acquistiamo compulsivamente robaccia fabbricata chissà dove, a credere di essere buoni perché mandiamo spiccioli a chissà chi.

Ecco perché Montevergine, come già fu per Piedigrotta, deve morire. Il rito che ne accompagna il culto, è rito di fertilità, anche di lascivia; ma soprattutto è una comunità che vive, respira finalmente libera dal corsetto delle regole, ossessione autentica di ogni razionalista. Una sorta di Carnevale (per quanto ancora possa avere senso questo termine nella nostra società) dove gli uomini e le donne si uniscono e fondono, si ribaltano ruoli e cliché, si suona, si beve, si balla fino a stordirsi, ci si sfida a duello (con i canti a figliola, almeno una volta). Sacrificare l’io in una perdita di coscienza collettiva tributata al sacro è peccato il più mortale I femminielli, figli della sacertas rurale (così diversi dai gay “militanti”, figli invece del perbenismo culturale borghese) rendevano accoratissimo omaggio a Mamma Schiavona perché lei, patrona degli ultimi, sotto il suo manto protegge gli oppressi e i disperati dalla furia di coloro che benpensano; è la loro rivincita, la promessa di un’apocatastasi, di un ritorno al Divino indigeribile ai piani alti di ogni gerarchia (e perciò Origene fu bollato d’eresia?).
È l’umile trappanella che con la tammorra e la sua freschezza si fa beffe dell’usuraio presuntuoso e arrogante che non ardisce di danzare, è il contadino che sputa in faccia al borghese la limitatezza della sua boria: troppo piccolo per essere davvero aristocratico, troppo pieno di sé per avere il coraggio di scendere a far parte di una comunità.

Ritornare alla Terra, per dirla filosoficamente. Ritornare e difendere Montevergine, perché questo non è il migliore dei mondi possibili e s’abbisogna che lo sguardo incantevole, potente e dolcissimo della Madonna Nera del Partenio, avvocata nostra, dissolva, una volta e per sempre, le illusioni sulfuree della colonizzazione culturale della perfida Sister Act.

 

23 gennaio 2018

Dannato a nove anni dalla chiesa petalosa

di Razzullo
Lo ricordo ancora, come se fosse ieri. La maestra s’era ammalata e così venne la Supplente. Poiché non aveva completamente niente da insegnare a una classe di terza elementare, la signora – buona borghese, carré biondo, maglioncino beige – pensò bene di farci passare quell’oretta in allegria. Iniziammo a raccontarci le barzellette. Toccò a me. Mi alzai e dissi: “Gesù prese il pane e lo spezzò.

Lo diede a suoi discepoli e disse: Pietro, dove hai messo la Nutella?”.

La dolce insegnante spense il sorrisino di cellophane, quello che hanno le maestrine felici di poter vantarsi con le vicine di casa della loro superiorità morale perché lavorano con i bimbi. Gli occhi lanciarono un lampo, mi trafisse più veloce della sua lingua velenosa: “Devi solo vergognarti di quello che hai detto. Lo sai che hai appena commesso un peccato mortale? Sai, vero, che ora andrai all’inferno?”. I compagnucci distolsero, in atto di pietà, gli occhi da me. Avrei preferito che ridessero di me. Invece tacquero, terrorizzati. E trassero un inconfessabile sospiro di sollievo, come lo spettatore del naufragio di Lucrezio: la dannazione eterna era toccata a me, non a loro. Another day in Paradise, per tutta la classe tranne uno. Io ebbi così contezza del guaio che avevo combinato.

Se hai avuto la pazienza di seguirmi fin qui, caro lettore, ti debbo delle spiegazioni. Oggi non ho più nove anni, ma vado a compierne trentaquattro. Dalla Chiesa sono lontano, e fu colpa (o merito?) di quel trauma. Ho vissuto per anni nella convinzione che per me non ci fosse più alcuna speranza. Lo penso ancora e non lo nascondo. Ho temuto epifanie sataniche in ogni manifestazione della realtà, ogni accadimento attorno a me l’ho interpretato come la rivendicazione di Satana su un’anima a lui assegnata dall’insindacabile giudizio di una maestra fin troppo zelante. Che – questo me lo dissero dopo – insegnava (impunemente, dico io) religione in una scuola pubblica.

Frequentavo, bambino, la parrocchia. Era l’inizio degli anni ’90 e c’erano tante attività. Tutte, irrimediabilmente, noiose. C’erano le educatrici, anzi le animatrici, che ti imponevano di voler bene al mondo e di dimostrarlo concretamente. Dovevi – per esempio – stare mano nella mano con chiunque. Mi si fece, un pomeriggio di novembre, una cazziata terrificante poiché, timido e anche discretamente da lei attratto, non volli abbracciare una ragazzina nuova. Di quegli anni ricordo tutte le parole d’ordine. Tipo “Condivisione”, “Pace”, “Uguaglianza”.

Col senno di poi, pareva di stare a un convegno di Amnesty International, a un incontro di Ong e radicali (quelli di adesso, senza manco la distrazione dei guizzi e delle provocazioni di Pannella). Gesù c’era, sì. Lo disegnavano, nei catechismi e nei cartelloni, come i piccoli indios del lungometraggio Disney dei Tre Caballeros. Il “loro” Gesù era una specie di hippy (sempre con il senno di poi), un piacione, un amicone. Sostenitore della Fao. Che ti ordina di perdonare, accogliere, abbracciare tutto l’universo creato. Tutti sono bravi, tutti sono importanti, tutti sono speciali, tutti sono uguali. Maschietti e femminucce; uomini, cani, gatti. Tutti amici del cuore di Gesù. Tutti, tranne me. Io, per quella battuta da terza elementare, ero già finito irrimediabilmente a cuocere nella brace eterna dell’Orco. “Sinite parvulos venire ad me”, per me non poteva avere alcun senso. Se non quello di un’atroce beffa.

Anche perché il “capo” di quello stuolo di animatrici era proprio lei, la famigerata Supplente. Esprimeva la sua fede (sic!) imponendoci girotondi per la pace in cui dovevamo, noi maschietti, consegnare le nostre armi giocattolo alle fiamme di un rogo immane da cui s’alzavano al cielo volute nerissime di fumi (tossici) di plastica. Il mese dopo, iniziativa contro l’inquinamento. Per essere bravi e migliorissimi amici di Gesù, dovevamo spillare a mamma e papà una diecimila lire, ora per i bimbi poveri, adesso per gli ammalati. E poi gli abbonamenti obbligatori ai giornalini che volevano essere simpatici ma non facevano ridere. Sotto il consueto faccione indio di Gesù laicizzato, ci volevano insegnare quanto merde di viziati fossimo. A sentirci in colpa per essere dei bambini, con tutti i loro dubbi, i loro capricci, le loro paturnie. E pure le loro barzellette ingenue. La salvezza, m’insegnò un fumetto, stava nel preferire una mela a una pizzetta. E mentre leggevo, confusi un brivido di solenne indignazione con la carezza rapace del Demonio. Non capivo, sapevo solo di essere un reietto, una bestia indegna d’amore, di quello stesso amore che invece a me si chiedeva di regalare – indiscriminatamente –a tutti (e quindi a nessuno, ma questo l’ho capito solo tanti anni dopo).

Fui dannato a nove anni non ancora compiuti. Senza aver avuto manco il tempo di imparare a declinare (almeno) rosa, rosae. A me m’ha dannato quella Chiesa delle braccia aperte, della petalosità laicizzante che dietro un mantello di peonie, margheritine, garofanielli e belle paroline, nasconde un’intransigenza giacobina, più attenta a uno stolto politicamente corretto che alla fede, allo spirito, alla religione stessa. Non furono i preti. Ma un’anima (presunta) bella che, poiché volontaria, ha sempre ragione. 

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