“Cuba, cura le tue famiglie
per conservare sano il tuo cuore”
(B. Giovanni Paolo II)
“Solo la moralità degli
individui conserva lo splendore delle nazioni”
(José Martí)
Qui all’Avana, si è recentemente tenuto,
il 10 luglio, nella casa sacerdotale “S. Giovanni Maria Vianney”, l’Incontro
Nazionale della Pastorale Famigliare, organizzato dalla Commissione Nazionale
per la Famiglia della Conferenza dei Vescovi Cattolici Cubani (COCC). Sono
intervenuti il Vescovo di Santa Clara, Mons. Arturo González, presidente della
commissione, e il segretario esecutivo della commissione, il diacono santaclareño
Juan Carlos Urquijo con la moglie Maria Carmen Sarmiento, oltre al Vescovo
emerito di Melo, in Uruguay, Mons. Luis del Castillo, il quale vive da qualche
tempo nella Diocesi di Santiago de Cuba. In quest’occasione, Padre Jorge Cela
SJ (gesuiti ovunque!), attuale presidente della Conferenza dei Provinciali
dell’America Latina, ha presentato i risultati dell’inchiesta Cuba Familia,
condotta in tutte le diocesi dell’isola.
I propositi espressi in questo incontro
comprendono (citiamo dal sito della COCC): «l’annuncio del matrimonio e della
famiglia come progetto di Dio per l’uomo e la donna, da cui l’essere umano
incontra il vero cammino alla felicità» e «uno sguardo alla realtà famigliare
cubana per conoscere i suoi valori, sforzi e necessità» che «vada al di là
delle difficoltà e delle delusioni che sono il pane quotidiano di molte
famiglie, per illuminare questa realtà dal punto di vista della dottrina
sociale della Chiesa». Si tratterebbe perciò di «concretizzare cammini di
promozione e accompagnamento alle famiglie a partire dalla pastorale della
Chiesa Cattolica» e «realizzare proposte di dialogo alle istituzioni che nella
società si relazionano con questo tema [nota: le istituzioni statali e
associazioni di massa come la Federazione delle Donne Cubane], cercando di
mitigare ed eliminare situazioni che influenzino lo sviluppo delle famiglie a
Cuba e la comprensione del suo vero ruolo come cellula fondamentale di qualsiasi
società».
Nello specifico, la riflessione dei
cattolici cubani si è concentrata su cinque temi, ritenuti particolarmente
importanti: l’educazione dei figli, l’economia famigliare, l’invecchiamento
della popolazione, la disintegrazione delle famiglie e la violenza famigliare.
Vedremo ora di sviluppare un po’ più nel dettaglio, nei limiti di
quest’articolo, queste problematiche, la risposta da parte delle istituzioni e
il contributo che possono portare i cattolici. Si tratta, infatti, di temi che
non toccano solo il mondo cattolico, ma tutta la società cubana.
In generale, Cuba, dal punto di vista
demografico, ha gli stessi problemi dei Paesi occidentali: l’elevata speranza
di vita e il basso tasso di nascite stanno determinando un invecchiamento generale
della popolazione, anche se non ai livelli dell’Italia (anche il loro
Presidente della Repubblica, dopotutto, ha cinque anni meno del nostro). Tra
l’altro, contrariamente ad altri regimi nazionali, a Cuba non ci sono state
campagne di massa per incentivare la crescita demografica, al di là dell’ampia
disponibilità di sussidi e sostegno sociale per l’infanzia e la totale gratuità
dell’istruzione (università compresa). Con la crisi economica degli anni ’90 e
la penetrazione della mentalità consumista, la crescita della popolazione è
rallentata drasticamente, senza però arrestarsi del tutto.
La situazione però è più grave dal punto
di vista della morale popolare: fornicazione, libera prostituzione, figli
illegittimi, divorzio, violenza domestica (quella vera, mica come il
“femminicidio” di cui favoleggia la Boldrini!), adulterio, l’aborto come
contraccezione d’emergenza, omicidi passionali. Addirittura, è ritenuto comune
che siano le donne ad allevare i figli, mentre gli uomini le abbandonano per
altre donne più giovani. Questo sfacelo non può essere grossolanamente
liquidato come un effetto del comunismo, ma era ampiamente presente già da
prima. Anzi, se è vero che la Rivoluzione ha reso legali ed accessibili
contraccezione ed aborto, e facilitato il divorzio (si può ottenere in un
giorno), d’altra parte, si è sempre battuta per una moralizzazione della
società cubana, ad esempio annientando il gioco d’azzardo e lo sfruttamento
della prostituzione, proibendo la pornografia, e combattendo la discriminazione
delle donne. Il suo fallimento in quest’ambito sta piuttosto nel suo
sostanziale materialismo, incapace di contrastare adeguatamente i più bassi
istinti insiti nell’uomo.
Il problema morale a Cuba è ben più
antico e riflette la storia dell’isola. L’Avana fu per secoli il porto in cui
facevano scalo tutte le navi spagnole da e verso i Caraibi e l’America Centrale,
diventando poi nel Novecento il bordello dei puritani Stati Uniti. Nelle
campagne, poi, la popolazione schiava o servile viveva sfruttata e pressoché
abbandonata dal clero. Si aggiunga poi, senza scadere nel determinismo
razziale, che le etnie africane e mediterranee, prevalenti a Cuba, sono
fortemente caratterizzate, a livello culturale e sociale, da sensualità,
machismo e passionalità. Il popolino cubano ama il sesso, il cibo e i beni di
consumo molto più che la responsabilità o il lavoro necessari ad ottenerli. Lo
stesso Fidel, grande statista ma noto sciupafemmine, non ha certo contribuito a
dare il buon esempio, su questo punto.
Di questa situazione di famiglie divise o
irregolari risente necessariamente sia l’economia domestica, sia l’educazione
dei figli, non di rado trascurata. Questo non toglie che ci siano famiglie
cubane che si sono arricchite (a livelli europei) col frutto del loro lavoro – sono
ormai anni che la libera impresa a conduzione famigliare è autorizzata e
incoraggiata dallo Stato (con regolamenti meno soffocanti e oppressivi di
quelli italiani) – e che si occupino con cura dei propri
figli. Anzi, le diocesi hanno organizzato numerosi corsi di formazione proprio
per aiutare chi voglia intraprendere un’attività commerciale. Tuttavia, molti
altri Cubani, specie dei ceti inferiori, abdicano alle loro responsabilità
verso la famiglia (e la società) per inseguire piuttosto i miraggi del consumismo,
con mezzi tendenzialmente illeciti. La stessa prostituzione, cacciata dalla
porta nei primi anni ‘60, rientra dalla finestra con numerose ragazze che
trovano più facile e redditizio farsi pagare i propri sfizi (telefonino, abiti
firmati) e mantenere a un tenore di vita elevato, concedendosi a qualche
turista straniero (spesso e volentieri italiota).
Non si deve però credere che lo Stato sia
sordo a questi problemi. Nel recente discorso di apertura della legislatura (7
luglio), il Presidente Raúl Castro, più pragmatico rispetto al fratello
maggiore, attaccando frontalmente i comportamenti volgari, maleducati e
indisciplinati diffusi presso la plebe, ha posto l’accento per ben due volte
sul ruolo congiunto delle famiglie e della scuola nell’educazione dei figli.
Nella stessa occasione, ha esortato l’intervento delle cooperative e dei
lavoratori autonomi atto a «liberare lo Stato dalle attività produttive e dai
servizi non fondamentali». Allo stesso tempo, le leggi cubane consentono ai
genitori, anche se divorziati o non sposati, di vedere e assistere i figli in
ogni momento (altro che in Italia!), mentre i consultori famigliari sono attivi
nel contrastare i problemi di violenza domestica. Persino il crimine
dell’aborto è diminuito negli ultimi anni.
È quindi evidente che le basi per il
dialogo con le istituzioni, invocato dalla COCC, ci sono eccome. Anzi, possiamo
ben dire che solo la fruttuosa collaborazione dell’autorità civile dello Stato
e dell’autorità morale della Chiesa Cattolica può rafforzare le rispettive
iniziative e rendere le famiglie cubane più unite e solide, in grado quindi di
costituire la cellula fondamentale della società. Del resto, non è certo con
l’anacronistico maccartismo predicato da certi teocon fanaticamente
ideologizzati ma ignoranti della realtà cubana, che si raggiungerà l’obiettivo
di «illuminare questa realtà dal punto di vista della dottrina sociale della
Chiesa», bensì seguendo la linea di dialogo e collaborazione sposata dai
vescovi cubani nel 1969 e incoraggiata da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI,
nei loro viaggi a Cuba.

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