In quest’ultimo periodo, di forti
concitazioni politiche, economiche e religiose, è emerso più volte come il
concetto di democrazia possa essere ridotto a una sorta di “legge del più
forte”. In tale contesto torna di grande attualità l’agile ma interessantissimo
libro “La democrazia in Giovanni Paolo II” (Fede&Cultura, 2008), a cura di Fabrizio Cannone.
Il saggio è strutturato in tre distinte parti. Dapprima, l’Autore
analizza il concetto di democrazia, «così come esso viene inteso e stabilito
dagli storici, dai politologi e dai filosofi» (p. 10), mettendo in evidenza
come dalla democrazia greca si sia passati all’idea di democrazia oggi
comunemente accettata. A seguire, Cannone si sofferma sulla «storia cristiana
dell’idea di democrazia, (la quale non coincide con la storia della democrazia
cristiana) cercando di cogliere se, come, quando e in che misura tale orizzonte
politico-sociale, con tutti i suoi presupposti antropologici e filosofici, e le
sue naturali conseguenze, se ve ne sono, sia apparso all’interno della
riflessione cristiana e dello stesso magistero della Chiesa» (p. 11). Infine,
la terza e ultima parte del libro analizza il pensiero di Giovanni Paolo II,
pontefice che ha riflettuto in maniera assai vasta e approfondita attorno al
concetto di democrazia, facendo proprie e ribadendo le riflessioni
teologico-politiche espresse in epoca medievale da San Tommaso d’Aquino e già
riprese nel corso dei secoli da diversi uomini di Chiesa. Ed è in quest’ultima parte del
libro che emergono concetti interessantissimi e di profonda attualità, che
stimolano a una consapevole riflessione sul tempo presente.
Per prima cosa occorre chiarire
che affinché vi sia una sana democrazia
è necessario che essa si fondi sui concetti di bene comune e di diritto
naturale. Secondo il magistero ecclesiastico, infatti, non vi può essere
democrazia nel momento in cui si pongono a fondamento di essa il relativismo e
il nichilismo etico e giuridico; in tal caso si è infatti di fronte ad una
sorta di totalitarismo – o di «assolutismo di Stato», per dirla con le parole
di Pio XII – che considera l’uomo quale oggetto ed elemento passivo della vita
civile, anziché «il soggetto, il fondamento e il fine» (p. 54) del sistema di
governo.
Come ribadito anche da Giovanni
Paolo II, infatti, il concetto di democrazia deve «iscriversi in una retta concezione della persona» (p. 82)
e «la funzione dello stato è [quindi] identificabile con la ricerca del bene
comune. Per questo motivo si può dire che esso è al servizio della società e
che la validità di una struttura statale si misura non nella coerenza della
trasmissione del potere, nel funzionamento dei meccanismi democratici, ma nel
servizio del bene della nazione. Infatti, uno stato che funzione perfettamente
dal punto di vista dei meccanismi democratici, ma che finisca per assimilare a
sé l’intera società civile, risulta formalmente democratico perché in realtà è
antidemocratico» (p. 72).
Da questo deriva la constatazione
che la democrazia non sempre è un bene, a dispetto di quanto sostengono la
maggior parte dei politologi moderni: «se, come dice il Pontefice [Giovanni
Paolo II, ndr], la validità di una
democrazia sta o cade con i valori che essa incarna, è chiaro che essa può
essere anche cattiva, e non per disfunzionamento interno o mancato rispetto
delle sue formalità, ma nonostante questo. Essa, in questa visione, non è più
“misura” (della legittimità delle scelte dei cittadini e dei governanti), ma è
“misurata” da qualcosa che dunque la supera: i valori non negoziabili» (pp.
105-106). Il dono della vita in ogni suo stadio e conformazione, il valore
della famiglia quale nucleo della società e la libertà nella scelta educativa
sono infatti principi più importanti rispetto alla forma di governo che si
decide di perseguire, fermo restando che nel momento in cui essi vengono
tutelati «la Chiesa apprezza il sistema della democrazia» (p. 106).
Concludendo, dunque, «solo Dio,
il Bene supremo, costituisce la base irremovibile e la condizione
insostituibile della moralità. Solo su questa verità è possibile costruire una
società rinnovata e risolvere i complessi e pesanti problemi che la scuotono» (p.
112). Una concezione, questa, «assai distante dal pensiero relativista che
vorrebbe al contrario far coincidere la democrazia con il sistema del
pluralismo etico assoluto, senza alcun limite alla pura volontà della
maggioranza del popolo e dei legislatori» (p. 82).

Quindi, se ho ben capito il pensiero del Papa, un ordinamento che renda legittimo il divorzio, che non punisca l'aborto e che garantisca a tutti l'istruzione senza finanziare le scuole privare, non sarebbe una vera democrazia? Sarebbe, cioè, una cattiva democrazia?
RispondiEliminaE basta anche una di queste tre possibilità per rendere cattiva la democrazia o devono essere presenti tutte e tre?
E che cosa devono fare i cattolici che vivono in una cattiva democrazia? Il libro lo dice?
Grazie a chi vorrà rispondermi.
Risposte:
RispondiElimina- Cattiva
- Rimane cattiva anche con una
- Cambiarla
Per approfondimenti, leggasi Ccmpendio della DSC
(scusi la laconicità, ma noi si lavora...)