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14 giugno 2020

In memoria di Jean Raspail

Il tempo dei mille anni giunge alla fine. Ecco, escono le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, il cui numero eguaglia la sabbia del mare. Esse partiranno in spedizione sulla faccia della terra, assalteranno il campo dei Santi e la Città diletta.

(Apocalisse 20,7-9)


di Paolo Maria Filipazzi 

E’ tornato alla casa del padre, all’età di 95 anni, Jean Raspail, esploratore, antropologo, giornalista e scrittore. Cattolico e monarchico, la sua fama è legata soprattutto a Il campo dei Santi, uno di quei libri che è fondamentale leggere ai giorni nostri.

Era il 1973 e l’autore francese dava alle stampe quello che all’epoca veniva presentato come un romanzo distopico. Oggi leggere quella “distopia” fa tremare i polsi molto più di tutti i romanzi di Orwell e Huxley messi assieme. Superando questi ben più noti autori, Raspail non ha semplicemente immaginato un mondo futuro che esaspera i connotati grotteschi della propria epoca, ma ha descritto con perfezione millimetrica, in ogni più minuto dettaglio, gli anni che stiamo vivendo con decenni di anticipo.

La trama del libro è il racconto di un’imponente migrazione di massa dal Terzo Mondo, del modo delirante ed autodistruttivo con cui l’intera società europea affronta la situazione, del clima surreale che si genera e di come i pochi che, conservata la lucidità, cercano di mettere in guardia e spronare alla difesa di una plurimillenaria civiltà, vengano trasformati dall’opinione pubblica in mostri.

Agghiaccianti sono soprattutto le pagine riguardanti la Chiesa, con la descrizione delle sue follie che sono esattamente quelle della Chiesa progressistizzata dei nostri tempi, e delle gesta di tal Benedetto XVI, primo papa sudamericano della storia che, se poco assomiglia al Benedetto XVI della realtà, è quasi identico al vero papa sudamericano…

E’ chiara fin dal titolo la consapevolezza dell’Autore che questo fenomeno abbia una portata apocalittica, rappresentando l’avverarsi della profezia di San Giovanni sull’assalto che il Campo dei Santi (che Raspail identifica con l’Europa cristiana) subirà da parte della Bestia, i cui emissari percorrono il romanzo, muovendosi dietro le quinte, per giungere all’agognata caduta della civiltà occidentale.

E’ come se Raspail avesse viaggiato nel futuro e, tornato nella propria epoca, avesse voluto scrivere una lettera di avvertimento ai propri posteri.

Alla fine, ha vissuto abbastanza per vedere realizzarsi il proprio incubo, morendo mentre le schiere della Bestia, gli occidentali in lotta contro sé stessi e la propria storia, stavano ormai dilagando per il Campo dei Santi.

Tuttavia, a confortarci, resta il prosieguo del brano dell’ Apocalisse scelto da Raspail per frontespizio del suo libro: “dal cielo scese del fuoco e le divorò”.

 

 

02 luglio 2018

Raspailiana/2. Dal governo giallo-verde al Campo dei Santi

di Stefano Bolzoni
Il governo giallo-verde si è insediato da pochi mesi, già sufficienti, però, per finire nel mirino del composito milieu perbenista e radical-chic, che non ha esitato ad aprire un impressionante fuoco di sbarramento contro l’esecutivo. Oggetto degli strali – spesso, a onor del vero, scadenti nell’insulto tout court – sono state, in primo luogo, le politiche di restrizione agli sbarchi promosse dal nuovo titolare del Ministero degli Interni Matteo Salvini.

È di questi giorni la notizia di una raccolta di firme promossa dal quotidiano Repubblica, nella quale i firmatari denunciano “come anticostituzionale, moralmente inaccettabile e contraria ai più elementari diritti umani la politica sull’immigrazione del governo Salvini-Di Maio”. Il manifesto prosegue poi affermando: “Denunciamo come ugualmente pericoloso, incostituzionale e inaccettabile l’intero asse politico europeo di orientamento razzista e nazionalista cui questo governo guarda ideologicamente. Da sempre i flussi migratori sono naturali ed essenziali per le civiltà umane; il rispetto della diversità culturale, del diritto d’asilo e del diritto all’integrazione, principi duramente conquistati dall’Europa con la sconfitta del nazifascismo, sono l’unica strada che è necessario regolare e percorrere, naturalmente a livello europeo. La chiusa si rivolge poi al Presidente della Repubblica, al quale viene perentoriamente chiesto di vigilare e, se necessario, di impedire, che l’azione del governo possa continuare a svilupparsi su questi binari.

Ci si potrebbe domandare in che modo i provvedimenti atti a impedire sbarchi clandestini siano “pericolosi e anticostituzionali”, oppure in che modo i flussi migratori arrechino, sempre e ovunque, miglioramenti alle civiltà umana. Partendo da quest’ultimo assunto si potrebbe addirittura affermare che lo stesso colonialismo europeo, da Colombo fino a Leopoldo II, fosse in sé ontologicamente desiderabile, giacché gli stessi colonizzatori “migravano” in ogni parte del globo. Dubito però che gli estensori del manifestano condividano questa conclusione.
Le parole dell’epistola, imbevute di quel totalitarismo umanitario ormai noto, mi hanno però dischiuso il ricordo di un’opera forse poco conosciuta, di un libro che, credo difficilmente, possa essere letto e commentato nelle nostre decadenti scuole: “Il Campo dei Santi”, scritto nel 1973 (edito in Italia nel 1998 dalle edizioni AR) da Jean Raspail.

Nell’opera, scritta con impareggiabile eleganza e condita di bozzetti tragicomici, Raspail immagina l’invasione, all’inizio degli anni ’90, di una flotta di paria provenienti dal Gange e decisa a sbarcare nella terra promessa che si rivelerà, dopo settimane di angosciante attesa, la Francia meridionale.
È il titolo stesso a evocare l’apocalisse visto che, come scritto nell’ultimo libro della Bibbia“Il tempo dei mille anni giunge alla fine. Ecco, escono le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, il cui numero eguaglia la sabbia del mare. Esse partiranno in spedizione sulla faccia della terra, assalteranno il campo dei Santi e la Città diletta”.

Alla notizia della partenza la reazione dei paesi europei è duplice: da un lato essi manifestano nei loro comunicati ammirazione e rispetto per gli ultimi della terra, preoccupandosi di non apparire razzisti o, semplicemente, disinteressati; dall’altro sperano, ardentemente, che la flotta del Gange non attracchi proprio sulle loro coste. I momenti più salaci del romanzo sono però quelli dedicati alla reazione che la flotta suscita nell’opinione pubblica francese, descritta da Raspail come un corpo ammorbato da decenni di propaganda “antirazzista”, incapace ormai di comprendere come l’arrivo dello sciame migratorio sia il più grande pericolo per la sua stessa sopravvivenza. Insieme alla flotta itinerante - mirabilmente descritta dall’autore nel suo quotidiano periplo - , altro grande protagonista collettivo del romanzo sono gli intellettuali francesi. Tutti, dai letterati impegnati ai giornalisti schierati, dai religiosi pauperisti ai ministri terzomondisti, si mettono freneticamente in moto, cercando di spronare un popolo francese ormai ridotto in uno stato ameboide, ad aprire le proprie braccia al fratello dalla pelle color ebano.

Nemmeno la Chiesa Cattolica si mostra intenzionata ad affrontare lucidamente l’invasione, ed anzi anima, insieme alla chiese protestanti, una straordinaria campagna immigrazionista, che tace dello sprezzo con cui la flotta guarda all’Occidente – memorabile il capitolo dedicato all’”incontro” tra missionari, laici e religiosi, e i migranti al largo di São Tomé – mostrandosi preoccupata di vedere trionfare il nuovo modello esistenziale e culturale che ormai ha fatto proprio. Nel romanzo la Chiesa sostituisce il sincretismo più estremo all’ortodossia, abdicando alla sua funzione di custode della fede, chiudendo gli occhi – come fa cinicamente padre Agnellu – dinnanzi all’orgoglio, razziale e religioso, degli invasori.

Pur essendo stato scritto negli anni ’70 Il campo dei santi si è rivelato tragicamente premonitore. Non solo per aver preconizzato le dimensioni di un fenomeno che, in quegli anni, difficilmente avrebbero potuto essere immaginate, ma anche per la sostanziale esattezza con la quale Raspail immagina le reazioni parossistiche di un mondo intellettuale ormai preda di quello che nel romanzo chiama “ il mostro”. Mellifluo, strisciante, “ il mostro” si era fatto largo da decenni, contaminando laici, religiosi e persino papi, impedendogli di scorgere il pericolo che si annidava tra i fumaioli dei natanti requisiti, condannando così l’Occidente a subire la conquista dei migranti.
Rileggendo il manifesto di La Repubblica, che trova nel romanzo di Raspail emuli e parole altrettanto perentorie, ci si domanda se “il mostro” non abbia già iniziato la sua opera.


 

Raspailiana/1. La profezia del Campo dei Santi

di Marco Sambruna
Il romanzo di Jean Raspail “Il campo dei santi” è uno dei tanti capolavori dimenticati della narrativa europea: scritto nel 1973 l’opera ha conosciuto un lungo periodo di oblio prima di essere riproposta dalla casa editrice identitaria A/R in anni recenti.
Definire “Il campo dei santi” un romanzo di fantapolitica è riduttivo; si tratta più esattamente di un’opera profetica che intende rispondere a una domanda ben precisa: come reagirebbe l’Europa se una massa immane di disperati giungesse in una sola volta da un paese del terzo mondo?
Jean Raspail preferisce una cruda verità a una pietosa menzogna e ci risponde quindi direttamente, senza sconti e in modo politicamente scorretto: sarebbe la fine della nostra civiltà occidentale. Per lo scrittore francese pensare che un simile scontro di civiltà si possa in virtù di qualche miracolo trasformare in un incontro fecondo è del tutto improbabile sul piano dell’esame di realtà e superficialmente ingenuo sul piano psicologico.
Il romanzo del resto è attraversato lungo tutto il suo dipanarsi da suggestioni apocalittiche: lo stesso titolo “Il campo dei santi”, cioè l’Europa culla della cristianità, è stato ispirato a Raspail da un versetto dell’Apocalosse di san Giovanni:

“Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio il Campo dei Santi e la città diletta”. Apocalisse, 20, 7-9

Tramite un linguaggio eterogeneo costituito da dialoghi diretti, cronache giornalistiche, dispacci diplomatici e analisi sociali lo scrittore con uno stile incalzante e coinvolgente ricostruisce a posteriori gli eventi che hanno portato, proprio verso la fine del millennio, al tracollo europeo. L’origine della catastrofe risale a un episodio scatenante: guidato da un personaggio carismatico soprannominato “il coprofago” un milione di indiani miserabili e derelitti da Calcutta si imbarca su un centinaio di vecchie imbarcazioni in disarmo nel tentativo disperato di raggiungere le coste della Francia sollecitati dall’idea che laggiù, in Europa, ci sia una sorta di paradiso terrestre che non aspetta altro che di essere conquistato. A partire da questo episodio originario il romanzo è incentrato sul racconto della traversata della flotta da incubo che prima circumnaviga l’India, supera la penisola arabica, doppia il Capo di Buona Speranza in Sudafrica, costeggia il litorale occidentale dell’Africa e infine, dopo avere attraversato lo stretto di Gibilterra, entra nel Mediterraneo prima di approdare il venerdì di Pasqua davanti alle spiagge della Costa Azzurra.

Contemporaneamente lungo il corso del fiume Amur che delimita il confine fra Cina ed ex Unione Sovietica cinque milioni di donne e bambini cinesi in condizioni materiali e morali disastrose entrano nel “paradiso sovietico” senza che l’Armata Rossa possa o voglia intervenire per respingerli mentre milioni di neri si ammassano lungo i confini sudafricani pronti anch’essi a varcare il confine.

La tesi di Raspail nel rappresentare questo dramma - che è tale non meno per l’Europa accogliente che per le masse terzomondiste accolte - è che la civiltà occidentale costituita da 900 milioni di persone è destinata a essere travolta dai sei miliardi di popoli non bianchi. Tuttavia solo apparentemente questa sproporzione sarà la causa principale della fine del mondo occidentale. La ragione principale per Raspail in realtà è da ricondurre alla pluridecennale cultura progressista che ha minato la coesione morale degli europei inoculando come un morbo velenoso il rimorso e il senso di colpa che ne hanno fiaccato la tempra morale. Questa narcosi delle coscienze e anestesia dei più naturali e sani istinti di conservazione si manifesta nel romanzo anche nell’incapacità del governo francese, ma per esteso di ogni governo europeo, di prendere l’unica decisione atta a impedire la catastrofe: vietare lo sbarco del milione dei “disperati del Gange” o del “popolo dell’ultima chance” come presto sono ribattezzati dai media occidentali i migranti a bordo della flotta, se necessario ricorrendo alle armi. Solo il Sudafrica reagirà rifiutandosi di accogliere la massa di disperati prima di essere a propria volta travolto dalle masse di derelitti che premono sui suoi confini terrestri.

La responsabilità della catastrofe che determinerà la fine d’Europa quando il “popolo del Gange” sbarcherà nelle regioni meridionali francesi e nella sua avanzata travolgente si abbandonerà a saccheggi, violenze, e illeciti di ogni tipo, per Raspail è senza dubbio dell’elite intellettuale e del clero progressista: queste due categorie tramite la propaganda mass mediatica hanno creato infatti un clima morale da resa incondizionata facendo leva sull’emotività popolare: tanto il governo, che la chiesa cattolica guidata da papa Benedetto XVI, che il popolo francese sono moralmente disarmati, de-virilizzati, castrati e impotenti di fronte alla necessità di prendere decisioni difficili: impedire l’invasione con qualsiasi mezzo, anche quello più cruento. Questa classe di intellettuali, che lo scrittore qualifica significativamente come “servi della Bestia”, finirà anch’essa per essere travolta dall’onda immigratoria che essa stessa ha suscitato, ma quando prenderà coscienza dell’errore compiuto sarà ormai troppo tardi: l’esercito francese demoralizzato e infiacchito da decenni di attacchi e propaganda pacifista e gandhiana tracolla, si sbanda a causa dell’elevatissimo numero di diserzioni e infine, tranne un manipolo di poche unità, cede e si da alla fuga abbandonando le regioni meridionali della Francia che avrebbe dovuto difendere.

Dunque per lo sguardo analitico e spietato di Raspail alla radice del disastro ci sono certamente i “maestri del dubbio”, cioè gli intellettuali nichilisti, gli ideologi velenosi e il clero pauperista, tutti più o meno inconsapevolmente agiti da impulsi di odio verso la civiltà occidentale cui essi stessi appartengono. La ragione di questo livore rancoroso risale a latenti istinti suicidarsi perché, ci avverte Jean Raspail, odiare le proprie radici e la propria storia significa odiare se stessi. Raspail delinea un ritratto esemplificativo di questi “maestri del dubbio” nel personaggio di Boris Vilsberg, un influencer e opinionista radiofonico rappresentativo dell’intera categoria di intellettuali mondialisti di cui fa parte:

“Giorno per giorno, mese per mese, grazie ai suoi dubbi l’ordine diventava dunque una forma di fascismo, l’insegnamento una costrizione, il lavoro un‘alienazione, la rivoluzione uno sport gratuito, lo svago un privilegio di classe, la marijuana semplice tabacco, la famiglia un luogo soffocante, il consumo un’oppressione, il successo una malattia vergognosa, il sesso un passatempo senza conseguenze, i giovani un tribunale permanente, la maturità una nuova forma di senilità, la disciplina un attentato alla personalità umana, la religione cristiana… e l’Occidente… e la pelle bianca. Boris Vilsberg cercava, Boris Vilsberg dubitava. Tutto ciò andava avanti da anni. Attorno a lui le macerie di un’antica nazione, a mucchi.”

Jean Raspail, Il campo dei santi.