di Viviana Ardemagni
“L'arte unisce i popoli, la religione li divide” è un detto
che ricorre spesso nel pensiero comune riguardo all'atteggiamento della Chiesa,
ma è proprio così? L'arte, che si parli di pittura, scultura, architettura,
musica e poesia, ha sempre avuto la caratteristica di essere universale e di
comunicare all'uomo trasmettendo valori, ideali e storia; ma da che cosa è
supportata?
Al giorno d'oggi si fatica a capire cosa gli artisti contemporanei
vogliano dire, cosa vogliano rappresentare e si tende a giustificare tale
incomprensione con un luogo comune: “saprei farlo anch'io”. Allora, che cosa
rende veramente universale l'arte? È il puro gesto tecnico o il pensiero che sta alla base della realizzazione? È solo l'abilità dei grandi maestri che ci
intimorisce nel metterci a confronto con loro o c'è qualcos'altro?
Oggi ricorre il quinto centenario dello svelamento di una delle
più grandi opere artistiche della storia dell'arte, la volta
della Cappella Sistina, affrescata da Michelangelo Buonarroti dal 1508 al 1512,
su commissione dell'allora pontefice papa Giulio II della Rovere. L'opera
michelangiolesca affascina da secoli i visitatori che accalcano i corridoi
vaticani, rappresentando il concetto comune di opera d'arte, meglio della
celeberrima Gioconda leonardesca, reputata dai più “troppo piccola”. Voluta da papa Sisto IV, da cui prese il
nome, e dedicata a Maria Assunta in cielo, la cappella papale venne riedificata
tra il 1475 e il 1481, inserita nel programma di recupero e monumentalizzazione
del tessuto urbano di Roma, a seguito del decadimento e abbandono che
caratterizzò la maggior parte dei monumenti romani durante il periodo della
cattività avignonese. Distribuita su tre ordini, la decorazione della cappella
prevedeva finti arazzi nell'ordine inferiore, realizzati successivamente da
Raffaello; sul secondo ordine le Storie di Mosè e Aronne, sul lato sinistro, e
le Storie di Gesù, sul lato destro, basando tale struttura iconografica sulle
parole di Sant'Agostino: “Dio, ispiratore e autore dei libri dell'uno e
dell'altro Testamento, ha sapientemente disposto che il nuovo fosse nascosto
nell'antico e l'antico diventasse chiaro nel nuovo”; nel registro più alto
erano rappresentati i pontefici martirizzati e, per finire, il soffitto,
rispondeva al gusto tipico delle cappelle medievali, rappresentando un cielo
stellato.
La decisione di Giulio II di riaffrescare la volta fu vincolata a
necessità di ristrutturazione dell'edificio: la natura del terreno causò
l'inclinazione della parete meridionale della cappella, con la conseguente
crepatura del soffitto. Si scelse di affidare la realizzazione della pittura
murale a Michelangelo, che, nell'arco di quattro anni e quasi interamente da
solo, portò a compimento la commissione papale. Ma non c'è da pensare che per
il Buonarroti fu cosa facile; artista eccelso sin dalle opere giovanili,
Michelangelo esprimeva al meglio le sue capacità in campo scultoreo, e fu
proprio per questo amore nei confronti degli scalpelli e del marmo che nel 1505
accettò la commissione della realizzazione del monumento funebre di Giulio II,
opera che avrebbe celebrato il suo nome nei secoli a venire. Il cambio di rotta
dell'interesse del papa e il consequenziale accantonamento del progetto della
tomba non furono viste di buon occhio da parte dell'artista che, rispettoso del
committente, si cimentò nel campo, a detta sua, a lui poco consono. Non si
trattava di realizzare nuovamente un cielo stellato, ma di creare un legame
narrativo con le pitture murali delle pareti laterali; fu così che la volta
venne divisa in tre ordini longitudinali: centralmente vennero rappresentate le
storie della Genesi, contornate dalle figure dei Veggenti (sette profeti e
cinque sibille), coloro che annunciarono anticipatamente la venuta di Cristo;
al di sotto di essi, nelle vele e nelle lunette, sono raffigurati gli Antenati
di Cristo; in conclusione, i quattro pennacchi laterali rappresentano alcune
storie della salvezza, tratte dall'Antico Testamento.
Questo è ciò che noi
tutt'ora vediamo, elogiando il genio di un artista che non reputava finita
l'opera a cui stava lavorando; ironia della sorte e dell'arte di Michelangelo,
che siamo soliti definire come “non finito”: l'incompletezza che fa percepire
il modus operandi dell'artista, il cui compito era “cavare” dal materiale
utilizzato l'essenza dell'opera. L'essenza contenuta in un'opera d'arte, sia
essa scultura, pittura, poesia o musica equivale all'essenza dell'uomo; e sta
proprio all'uomo indagare nel profondo di sé per ricercare la Verità. L'arte ha
una funzione duplice: ci consente di entrare dentro di noi e al contempo di
elevarci verso qualcosa che ci appartiene, ma che poco conosciamo. Finché sarà
in grado di portare avanti questo dualismo, essa è destinata a perdurare nei
secoli. La sua universalità è vincolata a qualcosa che appartiene a tutti gli
uomini, e l'artista ha il compito di essere strumento per la ricerca
dell'essenza.
Bernard Shaw scrisse: “si usano gli specchi per guardarsi il
viso, si usa l'arte per guardarsi l'anima” ed è attraverso l'arte di
Michelangelo che l'uomo può percorrere il viaggio che lo porterà alla scoperta
della Verità.

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