di Fabio Petrucci
La foto del piccolo Aylan Kurdi, il
bimbo curdo-siriano morto in Turchia nel tentativo di raggiungere la Grecia
insieme alla famiglia, ha fatto il giro del mondo, riaccendendo l’attenzione
internazionale sulla Siria. Tuttavia, nell’epoca dei social network, la società occidentale appare molto propensa
ad ondate di emotività collettiva ed a manifestazioni d’indignazione destinate
ad eclissarsi nel giro di una settimana. Per tale ragione la complessa questione
migratoria esplosa in questi anni, ed aggravatasi ulteriormente negli ultimi
mesi, rischia di essere affrontata con la proverbiale improvvisazione di chi
basa la politica sugli slogan ad effetto, senza la capacità di individuare
cause, responsabilità ed eventuali soluzioni realistiche e durature.
La tragica morte di
Aylan non è che la punta dell’iceberg del dramma vissuto in questi anni da
milioni di cittadini del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, travolti
dal caos seguito a quelle che l’ingenuo entusiasmo politico-mediatico (di chi
oggi si indigna per i profughi) battezzò con il nome di “primavere arabe”. Come
ormai è noto a chiunque, dietro i sommovimenti verificatisi in Tunisia, Libia,
Egitto e Siria si agitavano gli interessi di un’eterogenea coalizione di paesi:
dagli USA al Regno Unito, dalla Francia alla Turchia, fino ai “petro-Stati”
dell’Arabia Saudita e del Qatar. Mentre in paesi come la Tunisia e l’Egitto si
è giunti, con modalità diverse, ad una parziale stabilizzazione della situazione
politica, la Libia e la Siria hanno avuto il destino peggiore. In Libia, la
distruzione dello Stato forgiato da Gheddafi ha condotto ad una spirale di
conflitti tribali e spinte separatistiche tragicamente simili a quelle
conosciute in passato dalla Somalia. In tal modo l’ex colonia italiana è
tornata ad essere base di partenza per massicci flussi migratori, provenienti
dall’Africa sub-sahariana e dal Medio Oriente e diretti verso l’Italia.
In Siria si è
invece sviluppata una “guerra civile” che va avanti dal 2011 e che vede
coinvolto in pieno territorio siriano anche l’autoproclamato “Califfato”
salafita dell’ISIS. Dopo quattro anni di guerra feroce, inevitabilmente il
numero dei profughi siriani si è allargato a dismisura, arrivando a contare
oltre quattro milioni di persone. La gran parte di costoro ha trovato
ospitalità nei paesi più prossimi, ossia la Turchia, il Libano, la Giordania,
l’Iraq e l’Egitto. Mentre paradossalmente, malgrado la vicinanza al territorio
siriano, i ricchissimi paesi della penisola arabica, in prima linea nel
finanziamento ai gruppi dell’opposizione armata contro il governo di Damasco,
non ospitano alcun profugo.
Negli ultimi mesi,
forse anche a fronte di un cambio di strategia da parte dell’esecutivo turco,
flussi di profughi siriani d'inedita portata hanno cominciato a dirigersi verso
l’Europa. Dinanzi a tale circostanza l’opinione pubblica europea si trova
sostanzialmente divisa tra due forme di retorica cariche d’ideologia: la
retorica dell’accoglienza che non va alla radice dei problemi e quella della
becera xenofobia. In realtà, come ha ricordato il patriarca della Chiesa
cattolica melkita, Gregorio III Laham, la soluzione dell’emergenza profughi è
legata a doppio filo alla necessità di pacificare la Siria, liberandola
innanzitutto dalla brutale presenza dell’ISIS: «Ai governi occidentali dico che
il punto centrale non è accogliere e ospitare i profughi, ma fermare il
conflitto alle radici. Tutti devono essere coinvolti, dall’Occidente alle
nazioni arabe, dalla Russia agli Stati Uniti. Questo è ciò che aspettiamo, la
pace. Non parole sui migranti e discorsi sull’accoglienza».
Le parole pregne di
realismo e concretezza del patriarca Gregorio III chiamano in causa
principalmente gli USA ed i loro alleati europei. L’irragionevolezza delle
politiche di Obama e dei suoi alleati in Siria è la principale causa non solo
della crisi che attanaglia quel paese, ma anche del dilagare dell’ISIS in Iraq.
L’Occidente ha la gravissima responsabilità di aver alimentato un conflitto sanguinario,
in combutta con Stati che non brillano per democrazia e liberalità come
l’Arabia Saudita, al solo scopo di provocare la caduta di un regime
politicamente indipendente, alleato fedele della Russia e dell’Iran e nemico
delle correnti fondamentaliste del sunnismo. Un paese, la Siria, per cui ancora
nel 2010 l’ex presidente italiano Giorgio Napolitano usava parole di
«apprezzamento per l’esempio di laicità e apertura che offre in Medio Oriente e
per la tutela della libertà assicurate alle antiche comunità cristiane». Un
paese descritto dall’ex vescovo cattolico di Aleppo, mons. Giuseppe Nazzaro,
nel seguente modo: «C’era libertà e rispetto reciproco. A maggio facevamo le
processioni lungo le vie di Aleppo alle quali i musulmani guardavano con
curiosità e rispetto. […] I diritti erano uguali per tutti, tanto che il
governo annoverava ministri cristiani».
D’altra parte il richiamo del
patriarca Gregorio III, tra le voci più importanti dei cristiani di Siria, ben
si sposa con la proposta russa di una grande coalizione internazionale contro
l’ISIS, inclusiva dei principali attori internazionali e regionali. Una
proposta che però, purtroppo, l’Occidente pare determinato a non ascoltare,
stante la ribadita volontà della Casa Bianca e dall’Eliseo di escludere Assad e
le forze che sostengono l’esercito siriano (miliziani libanesi di Hezbollah,
volontari iraniani) dallo sforzo bellico contro i fanatici del “Califfato”.
Prospettiva che, anziché limitare la tensione, rischierebbe di aggravare
ulteriormente il conflitto e provocare il collasso definitivo della Repubblica
di Siria. In tal caso, ancor più di oggi, sapremo che quelle dei governi
occidentali per i bimbi morti sono solo ipocrite lacrime di coccodrillo.
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