di Fabio Petrucci Nella giornata di martedì i cieli al confine tra la Siria e la Turchia sono stati il teatro di un episodio dalle conseguenze in parte ancora imprevedibili. L'aviazione turca ha abbattuto un “Sukhoi Su-24” russo impegnato nelle operazioni militari contro l'ISIS. Nonostante i due piloti siano riusciti a paracadutarsi fuori dal velivolo, il colonnello Oleg Peškov ha trovato la morte per mano di miliziani siro-turkmeni anti-Assad, mentre il capitano Konstantin Murachtin – dato inizialmente per morto – è stato liberato nel corso di una complessa operazione dell'esercito di Damasco. Oleg Peškov è quindi ufficialmente il primo soldato russo a cadere in Siria dall'avvio della campagna militare del Cremlino contro l'ISIS e le altre formazioni jihadiste. Un evento imprevisto che – a poco più di una settimana dalla strage di Parigi, dal G20 di Antalya e dall'abbozzo di collaborazione russo-francese contro il “califfato” – compromette il già difficile negoziato tra Stati Uniti e Russia per una gestione condivisa della crisi siriana, ma soprattutto rivela la fatale pericolosità delle ambizioni neottomane di Erdoğan e Davutoğlu. A chiarire l'eccezionalità dell'evento basta una semplice osservazione storica: nemmeno all'epoca della “guerra fredda” un paese della NATO si era spinto al punto di abbattere un velivolo militare dell'Unione Sovietica. E ciò che è grave è che non si è trattato di uno spiacevole incidente dovuto all'assenza di un coordinamento NATO-Russia, quanto piuttosto di un'azione premeditata e decisa dai vertici dello Stato turco, come sottolineato dal ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. Un'azione politica che il presidente Vladimir Putin, dalla vicina Giordania dove era in visita dopo la trasferta in Iran, non ha esitato a definire «pugnalata alla schiena».
La cinica strumentalità del
comportamento turco risulta lampante se si considera l'inconsistenza della
giustificazione data all'abbattimento del Sukhoi:
un presunto sconfinamento nello spazio aereo turco da parte del velivolo russo.
Se da un lato il pilota superstite e le autorità russe hanno negato
esplicitamente l'ipotesi della violazione dello spazio aereo, dall'altro fonti
NATO hanno invece riferito di un brevissimo sconfinamento di due chilometri e
della durata di 17 secondi: in ogni caso tutto fuorché una minaccia diretta
alla sicurezza della Turchia, le cui autorità hanno quindi presumibilmente
mentito circa le tempistiche e le modalità dell'operazione. La giustificazione
turca si rivela inconsistente se si fa riferimento alle circostanze tecniche
che possono condurre a sconfinamenti di carattere meramente logistico e non
ostile, ma soprattutto se si tiene conto della doppiezza della strategia di
Ankara: nel 2012, per bocca di Erdoğan, la Turchia aveva accusato il governo
siriano dell'abbattimento di un aereo da guerra turco, affermando che «una
violazione del confine di breve durata non può essere pretesto per un attacco»
(in quel caso le autorità di Damasco avevano però la scusante della dichiarata
ostilità della Turchia e del suo appoggio materiale ai ribelli
antigovernativi). In quell'occasione, dai vertici militari turchi, fu anche
aggiunto che le «violazioni dello spazio aereo sono incidenti che capitano
quasi ogni giorno e che sono risolti in pochi minuti attraverso il diritto
internazionale». Basterebbero queste dichiarazioni per mettere la Turchia
dinanzi alle proprie gravi responsabilità, ma c'è di più: stando ai dati
forniti dal ministero della difesa greco, nel 2014 i già numerosi sconfinamenti
turchi nello spazio aereo della Grecia hanno raggiunto l'impressionante cifra
di 2244. Quindi l'abbattimento del Sukhoi
non ha nulla a che vedere con il rispetto del diritto internazionale, ma si palesa come un atto
provocatoriamente politico che se da un lato rivela l'acceso nervosismo della
dirigenza turca, dall'altro trasforma il sospetto in certezza circa le strane
relazioni intercorrenti tra Ankara e il “califfato”.
Dopo l'abbattimento dell’aereo il
presidente russo Putin ed il primo ministro Medvedev hanno apertamente accusato
la Turchia di fiancheggiare e proteggere l'ISIS. In particolare, hanno fatto
riferimento ai traffici di petrolio che legherebbero la Turchia al “califfato”
e che rappresenterebbero la principale fonte di finanziamento di quest'ultimo.
Infatti, secondo la dirigenza russa e vari esperti indipendenti, da mesi la
Turchia comprerebbe petrolio dall'ISIS per poi rivenderlo ad un prezzo doppio
rispetto a quello d'acquisto. Ad occuparsi dell'affare sarebbe addirittura il
figlio di Erdoğan, Bilal. Ma le contiguità tra Turchia e ISIS non si fermano
alla compravendita di petrolio. Al di là dei proclami ufficiali, infatti, per
la Turchia l'ISIS continua a rappresentare un elemento cinicamente utile nel
contrasto a quelli che vengono percepiti come i reali nemici: gli
indipendentisti curdi, la Siria di Assad e l'Iran sciita. In pratica,
nell'ottica turca – che è in parte corrispondente a quella dei sauditi e degli
USA – pare che il “califfato” vada semplicemente “contenuto”, non abbattuto. Ma
gli strani rapporti con l'ISIS rappresentano solo uno dei vari elementi di
contiguità turca al jihadismo, divenuto strumento politico internazionale di
Ankara – oltre che delle petromonarchie del golfo – in un vasto orizzonte di
terre che va dalla Libia alla Siria, dalla Crimea allo Xinjang.
Per la Turchia episodi come
l'accordo sul nucleare iraniano, l'alleanza anti-ISIS tra Mosca e Teheran e la
prospettiva di un coordinamento NATO-Russia in Siria segnalano il rischio di un
proprio ridimensionamento – ipotesi tragica per chi ha scommesso per anni su di
una strategia imperiale “neottomana”. Ed è per questo che anche la tempistica
dell'incidente desta sospetti: il giorno prima Vladimir Putin era stato
ricevuto in pompa magna dall'Ayatollah Khamenei, mentre negli USA era atteso
l'incontro tra i presidenti di Stati Uniti e Francia, Obama e Hollande. E
mentre il presidente statunitense ha pubblicamente difeso le ragioni della
Turchia, tra i membri europei della NATO cresce l'imbarazzo per l'alleato
turco, sempre più imprevedibile e incontrollabile. Si palesa anche in questo
caso la sostanziale differenza di interessi strategici in seno all'Alleanza
Atlantica tra gli USA e paesi come la Francia, la Germania e l'Italia. Infatti,
mentre per gli USA quest'episodio ha il vantaggio di deteriorare le già
difficili ma lucrose relazioni russo-turche – spingendo magari ad un
congelamento del progetto del gasdotto “Turkish
Stream” –, per la debole Europa, agitata da correnti favorevoli a cercare
un canale di collaborazione con la Russia nella lotta al terrorismo,
l'abbattimento del jet segna un nuovo ostacolo ad un percorso già in salita.
La risposta russa all'incidente
sembra caratterizzata dalla proverbiale astuzia diplomatica del Cremlino:
nessuna reazione impulsiva, ma una strategia a base di bastone e carota. Da un
lato la Russia mostra i muscoli – spostando l'incrociatore “Moskva” nella zona costiera di Latakia, predisponendo l'invio di
sistemi di difesa anti-missilistica “s-400”
ed avvertendo che d'ora in poi i bersagli che rappresentano un pericolo
potenziale saranno distrutti. Dall'altro, per bocca dell'ambasciatore russo in
Francia, Aleksandr Orlov, il Cremlino fa sapere di essere ancora disponibile ad
un coordinamento delle operazioni militari anti-ISIS non solo con gli Stati
Uniti e l'Europa, ma persino con la stessa Turchia. In tal modo resteranno
delusi coloro i quali attendevano una reazione sconsiderata da parte di Mosca,
paventando addirittura il rischio di un imminente avvio della terza guerra
mondiale. Resta invece sul tavolo la possibilità che i russi aumentino il
sostegno politico e militare ai curdi in lotta contro l'ISIS e la stessa
Turchia: strategia però non scevra da rischi e pericoli, dal momento che
Erdoğan – memore della storica alleanza tra i sultani ottomani e i khan
crimeani – potrebbe a sua volta incrementare il sostegno alle fazioni
anti-russe dei tatari di Crimea, inquadrate nella “Brigata Internazionale Musulmana”, la cui fondazione è stata
annunciata in agosto ad Ankara.
Al di là delle incertezze sui
prossimi sviluppi, quel che è certo è che l'incidente di martedì ha reso più
evidenti due conclusioni già note a molti. La prima è che in seno all'alleanza
occidentale vi sono paesi che, anziché combattere il terrorismo, lo hanno
fomentato e continuano a garantirgli la sopravvivenza. La seconda è che
l'intervento russo – il più importante all'estero dai tempi della guerra
sovietica in Afghanistan – sta assestando colpi importanti alla galassia
jihadista ed ai paesi che la sostengono. All'Europa l'arduo compito di decidere
da che parte stare.
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