di Giulia Tanel
"Volevo fuggire dalle urla di mio padre e ora sono proprio
quelle urla la mia unica speranza". Questa frase, solo apparentemente criptica,
racchiude il senso del nuovo film portato in Italia dalla Dominus Production
– già nota per Cristiada e God's not dead –, dal titolo Il
missionario – La preghiera come unica arma (qui il trailer), in questi giorni nelle sale.
La pellicola narra infatti la maturazione verso un rapporto più
maturo e profondo del protagonista con suo padre e dei diversi altri personaggi
con il Padre, Colui che conosce anche i capelli del nostro capo e che ha
sacrificato Suo figlio per la nostra salvezza.
Questa la trama de Il Missionario, di Marcelo Torcida, riportata sul sito di
riferimento: "In un Paraguay diviso tra
illimitata ricchezza ed estrema povertà, Juan è un adolescente irrequieto,
che soffre per un profondo conflitto con il padre. Alla ricerca di
divertimento, indipendenza e libertà, viene sopraffatto da una realtà avida e
senza scrupoli, che priva gradualmente la sua vita di ogni senso. L'incontro
con un missionario porterà alla svolta: in un turbinio di colpi di scena e
forti emozioni, quando tutto sembrerà perduto, tutto sarà riconquistato. Toccare
il dolore più profondo, porterà al ritrovamento dell'amore più grande".
La pellicola, pluripremiata, tocca i valori fondamentali, quei
principi non negoziabili oggi così bistrattati: la vita, la famiglia e
l'educazione. E, come dice il sottotitolo, fa anche una proposta di fede.
La vita, quella che l'adolescente Juan rischia di buttare al vento
facendosi sopraffare dalle droghe (che erroneamente sentiamo definire "leggere", ma che
invece hanno effetti collaterali non secondari); o quella vita che suo padre si
è dimenticato di vivere, lasciandosi prendere dal denaro, tanto che uno dei
protagonisti arriva a domandarsi: "Come possono avere tutto, e al tempo
stesso non avere niente?"; o, ancora, quelle vite che i narcotrafficanti o
i personaggi corrotti non hanno alcuna remora di spegnere per sempre.
La famiglia, il nido accogliente in cui ogni persona dovrebbe
avere il dono di crescere, prima di rivolgersi all'esterno e spiccare il volo.
Ma famiglia che può esistere solamente se tutti i membri che la compongono
s'impegnano a rimanere uniti, evitando che si finisca con il vivere la
quotidianità nella solitudine, pur abitando tutti sotto lo stesso tetto e
mangiando seduti attorno al medesimo tavolo.
Infine, l'educazione. Questo ultimo aspetto discende in maniera
diretta dai primi due: quando si ha una concezione alta della vita e della
persona, nella certezza che ognuno è prezioso, e quando c'è una famiglia
solida, con due genitori uniti e responsabili, la missione educativa è infatti
di gran lunga facilitata. Il che, naturalmente, non corrisponde a dire che
due bravi genitori non potranno avere un figlio scapestrato, ma semplicemente
che il buon seme non andrà perduto, e prima o dopo emergerà.
Il Missionario – La preghiera come unica arma è dunque un film che fa
riflettere. Una pellicola non scontata, anche se a tratti dalla trama forse
troppo "didascalica", e in tal senso maggiormente adatta ad un
pubblico adolescenziale.
Di certo, come gli altri film della Dominus Production, Il
Missionario interroga lo spettatore in prima persona: che idea ho io
della vita? La mia famiglia è unita solamente in senso fisico, o vi è
un'unità più profonda? Come mai tanti adolescenti si lasciano
"fregare" dalle droghe? Com'è possibile, da genitori e/o da
educatori, accompagnare i ragazzi nella crescita, magari proprio quando sono
nel pieno della ribellione? La fede è per me un "impegno" da
assolvere, oppure è un aspetto costitutivo dell'esistenza, in grado di
orientare la quotidianità? ... e l'elenco di domande potrebbe continuare. Non
si tratta di quesiti scontati: la risposta che ognuno formula determina
l'esistenza. Naturalmente Il Missionario offre una chiave di
lettura: tutto sta nella disponibilità dello spettatore a prenderla in
considerazione. Facendo silenzio attorno e dentro di sé, e così poter ascoltare
Dio.

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