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15 marzo 2019

Appunti sulla storia della musica sacra/19

di Aurelio Porfiri
La città di Milano aveva una grande importanza nel IV secolo per l’impero ma anche per la Cristianità. Ecco perché gli uomini che adorneranno la Chiesa milanese in questo tempo saranno eccezionali, come Ambrogio (340-397), funzionario imperiale che a forza fu fatto Vescovo della città su acclamazione popolare. Ambrogio fu grande predicatore e scrittore ma ebbe anche un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’innodia Cristiana, tanto che fu chiamato “padre dell’innodia latina”. Nelle vicende turbolente che videro l’imperatore contrastare la Chiesa per favorire tendenze eretiche nella stessa, Ambrogio trovò il modo per tenere alto lo spirito del popolo fedele: li fece cantare. Egli stesso compose inni, come Aeterna Christi Munera, Aeterne Rerum Conditor e Splendor Paternae Gloriae.

Il canto della Chiesa milanese viene definito, da Ambrogio, come “ambrosiano”. Ecco come ne parla Giulio Bas nell’enciclopedia Treccani: “È il canto liturgico tradizionale della Chiesa Ambrosiana, tuttora in uso nell'archidiocesi di Milano ed in alcune parrocchie che una volta ne dipendevano: valli Leventine nel Canton Ticino, valle Cannobina in diocesi di Novara e qualche paese in diocesi di Bergamo. Tutto fa credere che fino dai primordî vi si cantassero salmi e altri testi sacri in maniera semplice e sillabica. Nelle Confessioni (I, ix, 6-7) S. Agostino, contemporaneo ed amico di S. Ambrogio riferisce che questi (3401-397) introdusse gl'inni ed il canto vocalizzato dei salmi alla maniera degli orientali. Certo S. Ambrogio scrisse il testo di più inni, i quali da Milano si diffusero per tutt'Europa; tanto che, nel Medioevo, inno ed ambrosiano erano sinonimi”. E in effetti importante fu la testimonianza di Agostino sull’opera anche musicale di Ambrogio. Prosegue la Treccani: “Certo, il canto ambrosiano ha fisionomia propria ben distinta e che si mantenne quasi inalterata attraverso i secoli. Ha carattere arcaico "virile" (espressione di S. Ambrogio), con palesi influenze orientali, piuttosto barbaro ma attraente; sicche lo si può dire l'espressione musicale del periodo longobardo-carolingio in Lombardia. Come in tutto il canto liturgico cristiano, vi si distinguono due stili: uno sillabico ed uno vocalizzato. Tale distinzione è assai più sensibile che in altri rami della tradizione liturgica occidentale (segno di alta antichità), così che le melodie sillabiche sono disadorne ma incisive. E le melodie vocalizzate presentano una vera intemperanza d'ornamentazione poco efficace e spesso assai diffusa.

Il complesso della tradizione ambrosiana ha così chiara unità di stile e di forme, che (pur facendo la debita parte alla lenta e lunga evoluzione ed elaborazione collettiva attraverso i secoli) non si può non riferire ad autentici artisti, forse sotto l'influenza orientale e di un età che, per certi canti, non può non risalire fino ai primissimi secoli del cristianesimo. Chi essi furono forse non si saprà mai”.

Ambrogio fa riferimento al canto in alcune sue lettere. Nell’Osservatore Romano del 6 dicembre 2015, Lucia Coco così descrive l’importanza della musica in Sant’Ambrogio: “Nel mondo sublunare egli scopre la musica del mare, simile al canto che si fa in Chiesa (Hexameron , III, 5, 23). Nel regno animale gli uccelli hanno un posto privilegiato. Ed è significativo, ai fini della comprensione di ciò che Ambrogio intenda per musica, che nell’elenco egli non solo inserisca quei volatili il cui verso è chiaramente melodioso — il cigno, la tortora, la colomba, l’usignolo, il merlo — ma anche quelli il cui richiamo è più dissonante e stridulo, come quello della cornacchia o della nottola. In questa catena di suoni si inseriscono anche quelli umani di cui subito si sottolinea la qualità consolatoria, volta a «calmare i cuori agitati dalle cure mondane » e l’azione di farmaco spirituale con il quale poter «curare le proprie ferite interiori». Si segnala la qualità terapeutica del canto che «scaccia ogni forma di umana passione» e «mette da parte gli affanni dei diversi pensieri, allontana l’avarizia e si allieta non solo della voce del corpo ma anche vivacità della mente».
Naturalmente all’interno di queste musiche occorre distinguere tra quelle che sono in grado di elevare a Dio e alla «contemplazione dei fatti celesti » e quelle profane, «i canti mortiferi dei mimi scenici, che suggestionano la mente alle mollezze amorose», che Ambrogio ricapitola nella metafora del canto che seduce delle sirene. Una volta fissato il confine tra una musica profana, che consegna l’uomo alle passioni, e una musica che lo avvia a una esperienza spirituale e interiore, il vescovo di Milano non ha esitazioni nel definirne la funzione precipua che è quella di avvicinare l’uomo a Dio, di stabilire «una conversazione celeste», e in tal senso essa rivela una natura sacra che ha il suo naturale sbocco e la sua più evidente applicazione proprio nella casa di Dio, ovvero in Chiesa. Ed è in questa dimensione di elevazione dell’anima a Dio che trova la sua ragione l’introduzione a opera di Ambrogio del canto liturgico nella città di Milano nella forma del salmo cantato e in quella più articolata del canto antifonato, come è esplicitamente detto dal suo biografo Paolino da Milano.

Perciò nelle opere di Ambrogio non mancano i riferimenti pratici su come deve essere eseguito il canto. Egli scrive infatti che il tono della voce deve essere moderato, perché se «troppo elevato non offenda l’orecchio di qualcuno», deve essere ispirato alla «compostezza» e che l’apprendimento deve avvenire «per gradi». La linea da seguire nel canto è la naturalezza. La voce — dice — deve essere «semplice e pura; il fatto che sia sonora è della natura non dell’arte»; le parole devono essere scandite bene, di modo che la pronuncia «sia realmente distinta ». Tutto deve concorrere a produrre non un effetto scenico e «teatrale» ma deve servire a rivelare «il mistico», ovvero essere in grado di mettere in contatto l’uomo con il divino, come è nelle premesse e nei presupposti della teologia della musica del vescovo di Milano” (in www.ilcattolico.it).

Insomma, la riflessione sulla musica è ben presente in Ambrogio come lo sarà ancora di più nel suo grandissimo discepolo, Agostino, come vedremo di seguito.

 

31 ottobre 2018

Libri. “Casta meretrix”. Saggio sull’ecclesiologia di sant’Ambrogio

Un libro di Giacomo Biffi

di Samuele Pinna
Alla chiusura del cosiddetto Sinodo dei giovani, il Papa, in un discorso a braccio, ha ricordato che la Chiesa è santa, pur avendo figli peccatori: «Noi figli della Chiesa siamo tutti peccatori, ma lei, la Chiesa nostra madre non va sporcata. È un momento difficile perché il grande accusatore tramite noi attacca la madre e la madre non si tocca». Il Sommo Pontefice ha anche parlato di “casta meretrix” a riguardo della Chiesa, ma l’espressione merita una spiegazione per evitare facili fraintendimenti o incomprensioni. È stato, infatti, il cardinale Giacomo Biffi ad avere chiarito la questione, precisandone ed evidenziandone i termini, mediante un libretto – esattamente quello che oggi poniamo all’attenzione di tutti –, in seguito inserito nel suo Liber Pastoralis Bononiensis.

Se è sant’Ambrogio a definire la Chiesa come “casta meretrix”, tale ossimoro ritorna attuale – spiega Giacomo Biffi – grazie all’ambigua «utilizzazione di von Balthasar (in Sponsa Verbi, Brescia 1985)» (p. 5), tanto che Hans Küng afferma nel suo trattato su La Chiesa: «C’è solo una chiesa che èallo stesso tempo santa e peccatrice, una “casta meretrix”, come fin dall’epoca patristica la si è spesso chiamata».

Ed ecco il fraintendimento: per prima cosa, “casta meretrix” non significa che la Chiesa è, nel medesimo tempo, santa e peccatrice. In secondo luogo, sostenere che “fin dall’epoca patristica la si è spesso chiamata” in questo modo è un errore, poiché è solamente sant’Ambrogio, e non i Padri, a usare tale dicitura. Tale utilizzo, inoltre, avviene “ non spesso”, bensì una volta sola e, quindi – conclude Biffi –, «nessuno ha parlato di “casta meretrix” prima di lui, e nessuno dopo di lui, tra i Padri, l’ha imitato» (p. 7).

L’interpretazione esatta di “casta meretrix” non è, dunque, quella di definire la Chiesa santa e peccatrice, ma mostrare la sua santità: “ casta” indica la fedeltà a Cristo, mentre “meretrix” la disponibilità nei confronti di tutti per attirarli a questa stessa fedeltà. Rahab – scrive Ambrogio – «nel simbolo era una prostituta ma nel mistero era la Chiesa, congiunta ormai nei popoli gentili per la comunanza dei sacramenti» (In Lucam, VIII, 40). E ancora: «Rahab, che nel tipo era una meretrice ma nel mistero è la Chiesa, indicò nel suo sangue il segno futuro della salvezza universale in mezzo all’eccidio del mondo: essa non rifiuta l’unione con i numerosi fuggiaschi, tanto più casta quanto più strettamente congiunta al maggior numero di essi; lei che è vergine immacolata, senza ruga, incontaminata nel pudore, amante pubblica, meretrice casta, vedova sterile, vergine feconda» (In Lucam, III, 23).

Il Vescovo di Milano vede, pertanto, in Rahab, che si rende disponibile al progetto di Dio, una prefigurazione del mistero della Chiesa che accoglie i fuggiaschi – i nuovi figli –, quale segno della redenzione operata dal Verbo per tramite dell’Incarnazione redentrice. Rahab diventa, dunque, simbolo della Chiesa che si apre alle genti e, proprio perché assunta dal Cristo, lei stessa viene a essere santificata. Sembra suggerire sant’Ambrogio: più uno rimane unito a Cristo più si santifica per mezzo della Chiesa.

«Nel suo significato originario, dunque – conclude Biffi, mostrando il giusto metodo con cui la teologia dovrebbe ricercare la Verità –, l’espressione “casta meretrix”, lungi dall’alludere a qualcosa di peccaminoso e di riprovevole, vuole indicare – non solo nell’aggettivo ma anche nel sostantivo – la santità della Chiesa; santità che consiste tanto nell’adesione senza tentennamenti e senza incoerenze a Cristo suo sposo (“casta”) quanto nella volontà di raggiungere tutti per portare tutti a salvezza (“meretrix”). E non appartiene ai Padri ma al solo Ambrogio, che nella spregiudicata libertà della sua fede l’ha coniata coll’unico intento di esaltare la Sposa di Cristo» (p. 13).


 

07 dicembre 2016

Sant'Ambrogio, il campione del primato cattolico


di Alfredo Incollingo

I cattolici sanno che nei momenti più difficili della storia le virtù sono più fulgide e chi ne è in possesso riesce a compiere grandi azioni. La fede è più salda e ci spinge ad agire con speranza nel mondo. Quando meno ce l'aspettiamo, la Provvidenza ci aiuta e ci indica il percorso da seguire per uscire dalle sabbie mobili.
Nonostante il cristianesimo si fosse diffuso ad ampio raggio nell'impero, l'unità e l'ortodossia erano minacciate da sette eretiche e dalla corte imperiale, che non riconosceva l'autonomia e la superiorità del vescovo di Roma e della Chiesa Cattolica. San Paolo affermava che non c'è salvezza fuori dalla Chiesa: così è e sempre sarà, poiché ogni potere in Terra è legittimato da Dio, ha in Lui la sua origine. Questo affermava Sant'Ambrogio a Milano quando doveva respingere le ingerenze dell'imperatore Valentiniano II e della madre e reggente Giustina: entrambi erano di fede ariana e insieme ai pagani tentarono di ridimensionare e limitare la presenza dei cattolici nella vita politica a corte e nell'impero.

Nelle sue pastorali Ambrogio si rammaricava dello stato di decadenza della corte milanese: intuì che il relativismo morale e la corruzione dei costumi influivano negativamente sulla solidità dello Stato: solo il cristianesimo poteva purificare e rigenerare il principato che stava collassando su se stesso. Era necessario quindi che Cristo prendesse il posto dei vecchi idoli. Due episodi emblematici ci raccontano il carisma di Ambrogio e la sua tempra, mai incline al compromesso: se ciò fosse stato fatto, per lui sarebbe stato un tradimento del Vangelo.
Nel 382 gli imperatori Graziano, Teodosio e Valentiniano II (all'epoca ancora un bambino) diedero seguito ai decreti dell'Editto di Tessalonica. L'influenza ambrosiana è evidente negli stessi contenuti del testo legislativo: infatti il vescovo riteneva che fosse necessario portare a termine la cristianizzazione iniziata con Costantino, ponendo fine all'idolatria ancora in auge.

A Roma l'Altare della Vittoria, posto nella Curia Iulia, venne spostato: i pagani con il noto retore Quinto Aurelio Simmaco perorarono la richiesta di riposizionare nel luogo originale l'ara direttamente all'imperatore. Sant'Ambrogio difese l'Editto di Tessalonica e dimostrò la superiorità del Dio cristiano sui vecchi idoli. Simmaco aveva chiamato a Milano un giovane retore africano, Agostino, il futuro Padre della Chiesa, per difendere la causa pagana: per quest'ultimo fu una totale sconfitta perché l'imperatore Valentiniano diede ragione ad Ambrogio (e Agostino si avvicinò al cristianesimo).

I rapporti tra il vescovo, strenuo difensore del primato romano, e l'imperium non furono sempre così idilliaci, come possiamo ben comprendere. L'imperatore Teodosio mal digeriva la tenacia di Ambrogio che più volte aveva costretto il principe a sedersi tra i fedeli e non a lato del vescovo, come era prassi a Costantinopoli. Nel 390 a Tessalonica le truppe imperiali avevano massacrato la popolazione, rea di aver assassinato il governatore cittadino e alcuni dignitari. Teodosio senza un razionale e umano giudizio aveva punito innocenti e colpevoli. Ambrogio di fronte alla crudeltà dell'imperatore pretese la pubblica penitenza, vietandogli di entrare in chiesa e di prendere parte ai Sacramenti: mai prima di allora un principe era stato costretto a riconoscersi colpevole e umile di fronte ai suoi sudditi. Ambrogio aveva dimostrato così che l'imperatore non è una divinità, ma un uomo comune e in quanto cattolico era parte integrante della Chiesa. Solo nella Chiesa c'è salvezza e Sant'Ambrogio dette concretezza all'insegnamento paolino.

 

28 agosto 2016

Le confessioni di un santo: Sant'Agostino, il dubbio e la Grazia


di Alfredo Incollingo

"Il massimo pensatore cristiano del primo millennio e certamente anche uno dei più grandi geni dell'umanità in assoluto", così il filosofo cattolico Antonio Livi ha definito San'Agostino d'Ippona, il gigante della teologia cristiana e, probabilmente, il Padre della Chiesa Cattolica che di più ha contribuito alla sua fondazione. Abbiamo due direttrici fondamentali per parlare del santo, che ci vengono fornite dalle due opere cardine della sua filosofia: le Confessioni e la Città di Dio.
La conversione di Sant'Agostino è il frutto di un ripensamento totale sulla propria vita: Le Confessioni non sono una semplice autobiografia, ma una meditazione sull'esistenza, sugli errori e sui dubbi. La giovinezza irruenta e l'adesione a filosofie erronee (manicheismo, per esempio) lo allontanarono da Dio, ma allo stesso tempo lo riportarono indietro, avendo perso la certezza delle proprie ragioni. Diventato vescovo di Ippona Agostino testimonierà la sua fede nei suoi scritti, accese difese dell'ortodossia cattolica.
Fu una donna a salvarlo e a guidarlo, anche nei momenti di lontananza dal Vangelo. Non la concubina né altre sue avventure giovanili, ma la madre, Santa Monica, che sempre pregò per lui disperandosi per un figlio che rifiutava di accogliere Cristo, lo consolò nel suo travaglio interiore e lo aiutò a prendere confidenza con la fede appena abbracciata. Determinante per la sua conversione furono anche il dubbio di socratica memoria, che gli dimostrò le menzogne cui aveva creduto, e Sant'Ambrogio, le cui omelie gli sveleranno la Verità e gli apriranno il cuore freddo e la mente distratta dai piaceri terreni.
Le Confessioni raccontano un Agostino umano, intimo e segreto che si svela per quello che è, un umile peccatore che ha conosciuto la perdizione e la sofferenza, ma alla fine ha abbracciato Cristo, quel Dio che aveva sempre disprezzato.
Accanto al santo umano e privato troviamo il teologo e il Padre della Chiesa, il cui pensiero, come pochi, ha attraversato i secoli, mantenendo un'attualità sorprendente.
Partiamo dall'inizio. Il dubbio sulla propria vita accese in Agostino la fiamma della fede: Nelle Confessioni egli non fa mistero di questo stato d'animo che non sembra avere per l'africano un valore negativo. Il dubbio agostiniano è la molla che spinge ad abbracciare Cristo. Solo chi dubita può trovare la verità, mentre lo stolto presuntuoso non vi giungerà mai o quanto meno non riuscirà a comprendere la sua portata. La ricerca stessa della verità presuppone di logica la sua esistenza, perché in noi c'è una briciola di Dio, che ci ricorda della sua costante presenza. La piena conoscenza di Dio non è un sapere solo scientifico e oggettivo, ma prima di tutto è un percorso gnoseologico intimo, che avviene dentro noi stessi.
Tuttavia la nostra sola ragione non basta: solo Dio può aiutarci e, tramite la Grazia, interviene per illuminarci e finalmente intuire la Sua vicinanza.
Da qui prende avvio lo straordinario pensiero di Agostino che è il tentativo di dimostrare le verità cristiane rielaborando la filosofia pagana, quella neoplatonica e socratica. Lo stesso problema del bene e del male è argomentato ricorrendo ad un Platone cristiano. Se i manichei sostenevano che il bene e il male fossero due entità distinte, assolute e in continuo conflitto (ora prevaleva l'uno, ora l'altro), sant'Agostino invece riteneva che Dio è la Sostanza e come tale niente esiste al di fuori di esso, seguendo l'insegnamento platonico e biblico; Dio è il Bene e quando il suo Essere si ritira, vi è carenza, quindi il Male, che è assenza divina. Tutto viene da Lui e tutto ritorna a Lui, potremmo affermare.
La Città di Dio è la risposta agostiniana ai pagani che accusavano i cristiani di aver minato le fondamenta morali dell'impero romano. Agostino critica queste argomentazioni sviluppando una lungimirante filosofia della storia, dove esplicita la dimensione temporale ed escatologica della cristianità, dando forma in chiave storica al problema del bene e del male (una dimensione individuale e cosmica). La storia è dominata da due città: una di Dio, regno del Signore, e una di Satana, regno degli uomini e dei loro peccati. Queste due realtà sono inconciliabili e sono in perenne conflitto, generando i travagli che attanagliano l'umanità: Dio non lascia da soli i suoi figli e tramite la Provvidenza dona loro governi ed entità politiche che possano arginare sulla Terra il dilagare del caos. L'impero romano fu voluto per fermare le forze disgregatrici, per abbracciare le genti e preparare l'avvento del Figlio, ma ha esaurito il suo tempo, affermava Sant'Agostino, ed è giunto un nuovo Re (Cristo) che ha inaugurato la sua Chiesa che deve guidare i fedeli fino al Giudizio Finale. La Chiesa, tuttavia, si trova nella Città degli Uomini e come tale è soggetta inevitabilmente alla corruzione. La Civitas Dei è il solo Regno di Dio cui tutti i cristiani aspirano: uniti, come una legione, i cristiani marciano verso l'Avvenire compatti e difendendo Cristo e la Chiesa.
Il pensiero agostiniano si biforca in un sentiero intimistico e mistico, quasi, e uno storico, dando una visione coerente di Dio, del Figlio e degli uomini, riconoscendo come tutti noi siamo parte di un grande disegno. Eppure l'uomo non è l'assoluto. L'antropocentrismo cristiano e agostiniano è comunque il riflesso di Dio: in polemica con Pelagio, Agostino ricordava come il peccato originale impedisse all'uomo una condotta serena e cristiana, anche se sceglieva di sua volontà la via del bene. Può egli scegliere liberamente se vivere secondo Dio o secondo Satana, ma la sua scelta è teorica, perché cadrà in tentazione spesso e il peccato sarà ricorrente; anche qui la Grazia giunge in soccorso e darà la forza necessaria per risollevarsi e seguire il Signore.
Sant'Agostino è probabilmente il teologo più influente della storia della cristianità i cui tanti dilemmi hanno animato la Chiesa. Basti citare la crisi giansenista per capire come la questione della Grazia sia ieri e oggi un dibattito ancora accesa. Come non pensare poi a San Tommaso d'Aquino, che è il suo avversario postumo e putativo? L'aquinate ricordava che la ragione è il miglior supporto per la fede, mentre al contrario Agostino riconosceva che solo Dio può svelarsi all'uomo e che questi può al limite sentire la sua presenza dentro di sé. Solo la Grazia e in minor misura la ragione può aiutarci a conoscere il Signore.
Sant'Agostino di Ippona da sempre è riconosciuto santo dalla Chiesa Cattolica e solo nel 1298 fu annoverato tra i Dottori della Chiesa.