di Marco Mancini
Ci sarebbe da ridere, se non ci
fosse da piangere. Se non ci fossero di mezzo centinaia di persone assalite,
derubate, molestate, in alcuni casi persino violentate, la sensazione
prevalente in questo lungo strascico dei fatti di Colonia sarebbe quella del divertimento.
Mi siederei sul divano, pop corn in mano, a gustarmi con il sorriso sulle
labbra i contorsionismi ideologici dei circoli femministi e, in generale,
progressisti su quanto accaduto nella città tedesca la notte di Capodanno.
Non vi riporterò una sintesi dei
fatti, che sono arcinoti. Mi limiterò ad analizzare la successione temporale
delle reazioni dei soggetti appena citati, cercando per quanto possibile di
schematizzarle in diverse fasi, per certi versi paragonabili ai “meccanismi di
difesa” rispetto ai traumi psicologici a
suo tempo individuati da Freud (scusate la citazione), per poi fare qualche
commento in conclusione.
I MECCANISMI DI DIFESA
Negazionismo (o rimozione):
abbiamo assistito a un doppio meccanismo di rimozione. Quello più grave è stato
messo in opera dalle autorità e dai mezzi di comunicazione: all’indomani della
notte di San Silvestro, la polizia di Colonia ha addirittura diffuso un
comunicato in cui si rallegrava del fatto che i festeggiamenti si fossero
svolti in un clima sereno, senza particolari problemi di ordine pubblico. Solo
qualche giorno dopo, quando i fatti hanno cominciato ad emergere nella loro
evidenza, sia la polizia che la sindaca di Colonia hanno rilasciato qualche dichiarazione
in merito, ovviamente precisando che non vi erano elementi per pensare al
coinvolgimento di richiedenti asilo, nonostante fossero già stati fermati
proprio otto profughi. E’ superfluo dire che questa è stata la forma di
rimozione più seria e preoccupante: per giornate intere l’opinione pubblica
tedesca e mondiale è stata tenuta all’oscuro di fatti di cronaca di estrema
rilevanza, per evidenti ragioni politiche, ossia per evitare polemiche sul tema
dei rifugiati, critiche all’operato della cancelliera Merkel e conseguenti
increspature della narrazione politicamente corretta imperniata sul “Welcome
Refugees”. Che in una democrazia dell’Europa occidentale possa verificarsi una
congiura del silenzio così vasta e sfacciata, è ovviamente un fatto di una
gravità inaudita.
Poi c’è il negazionismo di femministe
e progressisti: c’è stato chi, nonostante gli articoli pubblicati nel frattempo
su tutta la stampa mondiale, ha attribuito a sparuti gruppuscoli di neonazisti,
o alla stampa tedesca più becera, le tesi sul possibile coinvolgimento di
rifugiati. Ancora in data 10 gennaio, quando erano già state arrestate 31
persone di cui 18 richiedenti asilo, a Dacia Maraini sembrava “difficile che i
migranti di oggi, che hanno rischiato la vita per mettere piede su una
terra straniera tanto evocata, siano così stupidi da compromettere la loro
permanenza con atti di teppismo”. Altro che i negazionisti dell’Olocausto: qui
siamo decisamente a un livello superiore.
Complottismo (o
razionalizzazione): quando negare o sminuire i fatti è diventato
impossibile, fenomeni come Dacia Maraini a parte, femministe e progressisti
tutti hanno ripiegato su un chiaro meccanismo di “razionalizzazione”, che
consiste – cito da Wikipedia, che io non me ne intendo – nel “tentativo di
“giustificare” […] un fatto o processo relazionale che il soggetto ha trovato
angoscioso, [in altre parole trovare] ragioni esplicative “di comodo”, per
poter contenere e gestire l’angoscia”.
E così abbiamo assistito a perle
di complottismo che neanche i fissati delle scie chimiche ci avevano mai
regalato: le violenze di Colonia (e di altre città tedesche, ma non solo)
sarebbero state organizzate da gruppi xenofobi per gettare discredito sui
migranti. Su questa “pista investigativa” ha insistito anche il
“Corriere della sera”: non avremmo mai pensato che l’Internazionale Xenofoba
fosse così potente da organizzare stupri di massa per interposti richiedenti
asilo, che ovviamente – ma questo è un dettaglio irrilevante – si sarebbero
prestati volentieri per l’occasione, facendo il gioco dei loro mortali nemici.
Riduzionismo: divenuta
inefficace anche la spiegazione complottista, si è quindi optato per un
approccio riduzionista. Anzitutto è stata completamente abbandonata la
questione delle rapine e delle aggressioni, per concentrare il focus
esclusivamente sulla questione di genere, ossia le molestie nei confronti delle
donne. E, in quanto tali, i fatti di Colonia sono stati derubricati a business
as usual, nonostante la polizia tedesca abbia parlato esplicitamente di “pesanti
delitti sessuali di una dimensione completamente nuova”. Si sa, le donne
sono molestate sempre e dovunque: sguardi libidinosi mentre camminano per
strada, approcci fastidiosi, toccatine in discoteca o all’Oktoberfest, fino
alle violenze familiari. Nulla di nuovo, dunque: perché tutto questo clamore su
Colonia, quando nel mondo occidentale le donne sono costantemente vittime di violenze?
Come twitta la Puppato (sic!), “a #Colonia fatti di #sessismo e maschilismo
violento, comuni a tutte le culture, no a strumentalizzazioni razziste”. Insomma, il mondo della violenza di genere è come la notte in cui tutte le vacche sono nere. Si tratta, ovviamente, di una spiegazione che non spiega un bel niente, anzi - per citare la hegeliana Fenomenologia dello Spirito - tutto ciò "è l'ingenuità di una conoscenza fatua". Ma insistere troppo sul fatto che i responsabili siano stranieri – anzi richiedenti asilo –,
sollevare dubbi sulla capacità di gestire e integrare flussi migratori così
massicci, sarebbe secondo tali personaggi un chiaro sintomo di razzismo.
Proiezione: al termine dei
disperati sforzi per inserire coerentemente le vicende di Capodanno all’interno
dei propri schemi mentali, progressisti e femministe hanno finalmente tirato
fuori il loro asso nella manica. Il vero colpevole di tutta la vicenda, manco a
dirlo, è il Maschio eterosessuale occidentale, magari un po’ fascista. Questi
maschi, che quotidianamente opprimono il genere femminile, ora dicono di voler
difendere le “nostre donne”; così facendo, non solo strumentalizzano quanto
accaduto per fomentare l’intolleranza nei confronti dei poveri migranti, ma
addirittura ne traggono vantaggio per rafforzare il proprio dominio
patriarcale. Il comunista Vauro ha riassunto tutte queste elucubrazioni in una vignetta, in
cui lo scatto d’orgoglio del maschio occidentale si riassumerebbe nella
rivendicazione “Le nostre donne ce le stupriamo noi!”. E direi che a questo c’è
poco altro da aggiungere.
CONCLUSIONI
Poveri progressisti, povere
femministe. Come uscire dal cortocircuito generato dai fatti di Colonia? Come
ricostruire una “narrazione” coerente che salvaguardi i postulati del buonismo
immigrazionista, senza rinunciare ai dogmi dell’integralismo femminista? Si
sono sforzati per giorni interi per trovare una soluzione: prima hanno negato,
poi sminuito, poi completamente decontestualizzato i fatti fino a farli
diventare un episodio qualunque della lotta di genere, in cui il medico obiettore che si
rifiuta di sopprimere innocenti è colpevole allo stesso modo dei mille
stranieri che hanno trasformato la stazione di Colonia nel far west. Così
facendo, attraverso un doppio NO al “razzismo” e al “sessismo”, hanno creduto
di restituire coerenza interna al loro discorso. Dal momento che in questi
giorni questo tipo di argomentazioni sta riprendendo quota, occorre metterne in
luce la fallacia e la malafede.
La fallacia deriva essenzialmente
dal fatto che, nonostante gli artifici retorici e i tentativi di sviare il
discorso, l’assenza del fattore etnico-culturale nell’analisi femminista e
progressista dei fatti di Colonia pesa come un macigno. Sia ben chiaro che il sottoscritto non intende fare il solito, semplicistico discorso sull’Islam che “maltratta le
donne”: il problema dell’integrazione dei “migranti” nei nostri Paesi è molto
più complesso e chiama in causa altre dinamiche culturali, sociali e anche
economiche. Ma qui il fatto che i responsabili delle violenze siano stati
centinaia di stranieri, molti dei quali proprio richiedenti asilo a cui negli
ultimi mesi si è dato il benvenuto in Germania, è completamente bypassato. Si
balza subito al riduzionismo di genere, senza neanche porsi la domanda: chi
sono le persone che ci siamo messi in casa? La loro educazione è compatibile
con la nostra società? Qual è l’impatto di un afflusso massiccio di popolazioni
allogene, con la loro cultura e il loro bagaglio di costumi e di esperienze,
sulla sicurezza dei nostri Paesi, sull’ordine pubblico, in altre parole sulla
probabilità di conservare nel medio-lungo periodo un grado decente di
vivibilità e di civiltà all’interno delle città europee? Il tema è
semplicemente eluso: non c’entrano gli stranieri, la colpa è del Maschio
metafisico, che si manifesta nel ragazzino che mi scruta con uno sguardo
insistente sull’autobus come nei dieci “profughi siriani” che mi assaltano e
frugano dappertutto in stazione.
Un tale silenzio, oltre ad essere
palesemente inadeguato dal punto di vista eziologico, è ipocrita e comporta un
intollerabile doppio standard morale: si filtra il moscerino del presunto
“maschilismo” delle nostre società, fino a pretendere di silenziare qualsiasi
voce che appaia politicamente scorretta, mentre si ingoia il “cammello” di
mentalità e condotte realmente irrispettose del genere femminile, fino a
stendere – di fatto – un velo pietoso sui crimini commessi da particolari
“categorie protette”.
Si continuano a tirare in ballo
in maniera insensata statistiche sulla prevalenza numerica delle violenze
commesse in ambito familiare, come se – lasciando da parte la necessità di
leggere tali statistiche cum grano salis
– l’esistenza di violenti e balordi che vivono nelle nostre città e nelle
nostre famiglie costituisse ragione sufficiente per abbassare ulteriormente, secondo
una inaccettabile logica del “mal comune, mezzo gaudio”, gli standard morali,
civili e legali delle nostre società.
Discutere con i paladini del “politicamente
corretto” di questi temi con onestà intellettuale e apertura mentale diventa sempre
più complicato. Si dimostra vero, come ha scritto di recente Maurizio Blondet,
che il progressismo è nemico della civiltà, perché – incapace di trasmettere alle
successive generazioni le necessarie premesse dello stesso progresso civile e
materiale – ne determina alla lunga la distruzione. Come commentava ieri l'amico Luca Dombré, "è il destino tragico e coerente di un'epoca che poggia sulla soddisfazione dei bulimici desideri del presente, che non conserva alcuna preoccupazione per il destino collettivo di se stessa come comunità chiamata alla fisiologica necessità di trasmettersi. Domina solo un arcano impulso alla dissoluzione". Quando i nodi verranno al
pettine sarà già troppo tardi, a meno di una vera "rivoluzione conservatrice", capace di riacquistare egemonia anche in ambito culturale.
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