Visualizzazione post con etichetta diritto al figlio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta diritto al figlio. Mostra tutti i post

16 settembre 2016

Fertility Day: non chiediamo un welfare, ma un cambio di mentalità


di Giovanni Di Domenico

Ad inizio settembre non sono mancate le critiche all’ennesima iniziativa governativa, il cosìddetto “Fertility Day” in programma per il prossimo 22 settembre.
Questa iniziativa avrebbe come scopo quello di mettere al corrente uomini e donne del fatto che dopo una certà età i figli sono molto più difficili da fare, e che ci sono numerosi comportamenti da evitare se si vuole evitare il rischio di infertilità (che non è solo femminile, è bene ricordarlo).
Tutto questo, ovviamente, in un’ottica di rinascita demografica per l’Italia. È bello notare che, finalmente, qualcuno ai piani alti abbia preso coscienza del fatto che se non torna a crescere il tasso di figli per donna (attualmente 1,39, quando per avere una sostituzione minima servirebbe almeno 2,1) sarà molto difficile per questo paese riprendere a crescere e diventare nuovamente solvibile da un punto di vista pensionistico.
Fin qui, tutto bene. I problemi iniziano non appena si va ad analizzare la campagna e i suoi contenuti. Molto sinteticamente, le frasi scelte come slogan e le immagini messe a corredo sono semplicemente inopportune, di una bruttezza incredibile (potremmo dire che invogliano a diventare azionisti della Durex).
Oltre a questo, la campagna punta molto alla promozione della fecondazione medicalmente assistita, tacendo in maniera criminale sulle bassissime percentuali di successo della stessa.
Come se non bastasse, la già infelice campagna ha scatenato le ire di sinistroidi e laicisti vari su tutto il web (se avete stomaco andate a leggervi Saviano e Scanzi, non li linkiamo per carità di patria e perché non regaliamo visite a certi siti) che, novelli catari, hanno tuonato all’urlo di:
- FASCISMOHHH!1!!1!
- MEDIOEVOHH111!!!
- OMOFFOBIHH!!!
E via dicendo, il resto potete immaginarvelo da soli.
Le loro critiche erano poi accompagnate da uno dei più triti e ritriti luoghi comuni sull’inverno demografico, ovvero:
“LE FAMIGLIE NON FANNO FIGLI PERCHE’ MANCA IL WELFAREHHH!11!!!!!1”
Ovviamente ignari del fatto che Paesi con un welfare per le famiglie ben migliore del nostro stanno messi peggio di noi (la Krande Cermania di Frau Merkel, per dirne uno, ha 1,37 figli per donna).
In tutto questo, notiamo ancora una volta una delle capacità più evidenti dell’italiano medio (perché Saviano e Scanzi, checché ne dicano, sono arci-italiani medi): la lamentela. E viene da chiedersi come abbia fatto la buonanima di mia nonna Dina, a ventitré anni (correva l’anno 1953), a crescere 3 figli mentre lavorava la terra e mandava avanti un podere insieme a mio nonno Francesco. Oppure come abbia fatto mia nonna Antonietta, rimasta vedova a 45 anni (correva l’anno 1984) a crescere 3 figlie con uno stipendio solo e anche dei vecchi da accudire. Vi posso assicurare che le sopracitate non sono mai state in lizza per il Nobel dell’Economia, né lo hanno mai vinto.
Il fatto vero è che il welfare aiuta e tanto, ma non basta. Siamo circondati da esempi, ognuno di noi. Io per primo, lavoro in una realtà dove i miei colleghi più grandi non hanno particolari problemi economici, eppure mettono al mondo al massimo 2 figli, nessuno di loro ne ha di più e alcuni di loro neanche li hanno.
Quello che ci viene chiesto, invece, è un cambio di mentalità che nessuno dei nostri governanti è intenzionato anche solo ad incentivare: ovvero che i figli non sono un diritto, ma un sacrificio e soprattutto un dono di Dio.
Mi rendo conto che aspettarsi una presa di coscienza simile da gente che approva la legge Cirinnà è più che un miracolo, ma la speranza è l’ultima a morire. Arriveremo al punto che non si potrà fare altrimenti, anche solo per mantenere quel baraccone dell’INPS (Istituto Nazionale Ponzi Scheme).
Probabilmente la speranza di cui sopra è la stessa Speranza che permetteva alle vecchie generazioni, magari addirittura inconsapevolmente, di mettere al mondo i figli.

Concludo citando 2 personaggi molto diversi tra loro, ma che su questo concordano. Uno è Oliviero Toscani, che, anche se è ateo e mangiapreti, tra le tante bischerate qualcuna ne indovina, ogni tanto:
“La sovversione è avere 6 figli, 12 nipoti e amare una sola donna da 50 anni ”
L’altro invece è Giovanni Zenone, l’editore di Fede&Cultura, che al Festival di Fede&Cultura, mentre presentava la propria famiglia al pubblico, si è lasciato scappare:
“La famiglia è così bella che la vogliono anche i gay!”

 

17 giugno 2016

Le menzogne di Nichi


di Giuliano Guzzo

«La gestazione per altri è la risposta della scienza al bisogno di famiglia, è una difesa della famiglia, che va protetta dalla violenza contro le donne, dal femminicidio, dalla sordida prepotenza domestica, non dalla scienza»: queste alcune delle assurde dichiarazioni rilasciate da Nichi Vendola nel corso di una nuova, lunga intervista che, a ben vedere, è un capolavoro ideologico, una surreale apologia progressista, un concentrato di omissioni e imprecisioni con pochi precedenti. L’intervista – rilasciata a Repubblica (avevate dubbi?) – colpisce difatti sotto più punti di vista, così da lasciare la sconfortante sensazione che il lettore medio, oggidì, sia ritenuto una sorta di scemo del villaggio, un minus habens cui puoi raccontare di tutto. Tanto per cominciare, l’ex Governatore della Puglia precisa che lui e il compagno non vogliono «fare i testimonial di una battaglia di civiltà».

Ora, ammesso e non concesso che quella della «gestazione per altri» sia davvero battaglia di civiltà, che senso ha affermare di non volersi prestare come testimonial e poi rilasciare una interminabile intervista (con tanto di foto) ad uno dei maggiori quotidiani italiani? Non bastavano due righine di comunicato stampa? Troppo semplice? Attenzione, perché siamo solo all’inizio. Stranezza numero due: ad un certo punto, Francesco Merlo, l’intervistatore, si ricorda di essere giornalista e fa una domanda scomoda, che è la seguente: «Ma quanto avete pagato?». Surreale la risposta di Vendola: «Ovviamente abbiamo pagato il ricovero che in America è molto costoso e poi tutte le cure mediche e le medicine, un rimborso per gli abiti prémaman, il rimborso per la lunga assenza dal lavoro, e infine una piccola cifra per la famiglia. Anche il marito, durante i nove mesi, si è spesso assentato dal lavoro. Fa l’operaio chimico». L’avete notato anche voi, non è vero?

Al leader politico è stato chiesto «quanto» lui e il compagno hanno pagato per diventare “genitori”, ma lui ha risposto «che cosa» hanno pagato: forse perché la cifra, se detta, sarebbe parsa spaventosamente alta? Forse perché far sapere agli Italiani una spesa – ipotizziamo – di ben oltre centomila euro sarebbe poco conveniente e svelerebbe come la cosiddetta “maternità surrogata” sia anzitutto roba da ricchi? Chissà: il dubbio resta. Ma andiamo avanti. Curiosità numero tre: Eddy Testa, il compagno di Nichi Vendola, è canadese tanto che al momento dell’intervista, da quanto è dato sapere, l’ex Governatore della Puglia si trova in una «villetta di mattoni rossi, nella zona nord di Montréal». Ora, tenendo presente che in Canada la cosiddetta “maternità surrogata” è consentita dalla Legge dal 2007, come mai per avere il figlio Vendola e Testa si son recati in California, dove fra l’altro – come emerge nell’intervista – si sono fatti ospitare a casa di altri? Non era cioè più semplice starsene in Canada?

O forse il problema è che in Canada la surrogata è sì legale, ma solo se gratuita mentre in California, se paghi, ottieni ogni cosa tu voglia? Strano: Vendola aveva servita su un piatto d’argento la possibilità di dimostrare al mondo che la cosiddetta “maternità surrogata” c’entra zero con lo sfruttamento della donna eppure è andato, insieme al compagno, ad infilarsi su un aereo alla volta della California; strano davvero. Non è ancora finita. Stranezza quattro, collegata alla precedente: il politico, ad un certo punto, indica la casa dove vive la donna che ha tenuto Tobia – così si chiama il bambino – in grembo per nove mesi: «Ecco, questa è la casa a tre piani del quartiere residenziale di Sacramento dove la portatrice vive con la sua famiglia. Ti sembrano poveri?». Qui Vendola non solo non spiega come mai abbia scelto la California, ma vuol pure farci credere che la “portatrice”, come la chiama lui, abbia messo al mondo Tobia solo per amore.

E allora come mai – viene da chiedersi – le “portatrici” hanno mediamente un reddito inferiore, anzi molto inferiore alle coppie, etero ed omo, che desiderano divenire genitori? Perché le “portatrici” benestanti, ammesso che esistano, son mosche bianche, se è davvero l’altruismo a muovere la realtà della «gestazione per altri»? Un bel mistero. La quinta ed ultima stranezza riguarda il fatto che Testa e Vendola, a quanto pare, abbiano tenuto un qualche rapporto sia con la “donatrice” sia con la “portatrice”, il cui legame con Tobia pare non vogliano spezzare: «Ed e Nichi chiamano zia la Donatrice; e “la nostra Grande Madre” è la Portatrice. Mi mostrano foto e video della loro strana famiglia. “Dimmi se queste non sono immagini benedette dalla grazia […] tutto è chiaro e pulito e noi vogliamo che Tobia, crescendo, possa conoscere e capire la sua storia biologica”».

Il dubbio, qui, è semplice: perché Vendola e compagno vogliono per Tobia un qualche legame con la “Grande Madre”? E il LoveisLove? Non bastava l’amore a rimpiazzare un sia pur remoto riferimento materno? La sensazione è che, benché si sia fatto il possibile per trasformare il Vero in Falso e il Falso in Vero, anche lo spot pro “maternità surrogata” ben confezionato da Repubblica scricchioli. Più precisamente, la sensazione è che la Verità, nonostante tutto, sia ancora al suo posto, bella in evidenza; le contraddizioni e i dubbi che la lunga intervista all’ex Governatore della Puglia solleva, infatti, paiono troppo numerosi per non far sorgere il sospetto – come commenterebbe Jep Gambardella – che sia solo un trucco, un interminabile labirinto di parole dopo il quale, però, la vita continua in tutta la sua verità. In questo caso, la verità di un bambino che ha una madre e che, soprattutto, ha diritto a padre e madre: sempre che di diritti, quelli veri, sia ancora lecito parlare.

https://giulianoguzzo.com/2016/06/17/tutto-quello-che-nichi-non-ci-dice/

 

21 aprile 2015

Le femministe (all’estero) denunciano l’utero in affitto come schiavitù


di Giuliano Guzzo

Ad osservare il panorama italiano, almeno per come si presenta ora, sembra quasi la pratica dell’utero in affitto preoccupi solamente la redazione de “La Croce” e i suoi lettori, e che a tutti gli altri la cosa vada tutto sommato bene. Dopo l’appuntamento del 13 giugno al Palalottomatica molto probabilmente si scoprirà che le cose sono un po’ diverse, e che in realtà moltissimi pensano che i figli non si possano pagare e che la maternità surrogata sia una brutale violazione della dignità della donna; ma nel frattempo in Italia tanti sembrano non preoccuparsi della questione. Scenario molto diverso, invece, è quello internazionale, con mobilitazioni significative. Ne costituisce un esempio un recente documento francese – Contribution d’un groupement d’associations féministes et de défense des Droits Humains aux travaux de la Conférence de La Haye de droit international privé – indirizzato agli organi internazionali che denuncia pubblicamente l’utero in affitto quale nuova forma di schiavitù.
E’ di particolare interessante, anzitutto, soffermarsi sulle associazioni firmatarie di queste venticinque pagine: una dozzina di realtà e movimenti – da Le Collectif pour le Respect de la Personne a Coordination Lesbienne en France, da Assemblée des Femmes a Elu/es Contre les Violences faites aux Femmes – certo non etichettabili come conservatori. Anzi: trattasi di una vera e propria galassia femminista che però non ne vuole sapere di accettare la pratica dell’utero in affitto, «dite par euphémisme “gestation pour autrui” ou “GPA”» (p.7). La prima critica che viene mossa è infatti formulata sul piano linguistico: già il voler parlare di “maternità surrogata” – si legge nel documento – è qualcosa di gravemente manipolativo e riduttivo della gravidanza, che viene così equiparata a mera funzione d’organo, mentre la realtà è che la “gestante per altri” non mette solo il proprio grembo, bensì il proprio corpo ed indefinitiva se stessa a disposizione di una vera e propria fabbricazione di bambini.
Segue una denuncia articolata della “maternità surrogata” che non solo ferisce ed umilia la dignità della donna, ma ne mette per ovvie ragioni a rischio la salute, a partire da quella psichica. Che questo sia vero – fanno notare le associazioni femministe – è dimostrato dal fatto che sono le stesse agenzie che si occupano di “maternità surrogata” a sottolineare la necessità di un sostegno psicologico per le donne che accettano di collaborare con loro; una necessità, del resto, confermata anche dalla letteratura scientifica (Journal of Social Issues, 2005). C’è poi il questione del bambino, a tutti gli effetti ridotto a cosa. «La gestation pour autrui – si legge – aboutit à une véritable réification de l’enfant» (p.10). La totale negazione della dignità umana del figlio, si fa osservare, non si riscontra solo nel fatto che il figlio viene commissionato esattamente come una cosa, ma pure nell’inumano rifiuto – come non pensare alla «cultura dello scarto» denunciata dal Papa? – di cui è oggetto quando non corrisponde agli standard qualitativi richiesti dai facoltosi committenti.
Ma i figli non si pagano, dicono – dando così ragione a “La Croce” – queste femministe. Che si oppongo alla “maternità surrogata” non solo quando ha per protagoniste – sarebbe meglio dire vittime – donne dei Paesi poveri, ma anche quando avviene altrove. Si cita al riguardo il caso del Regno Unito, dove la pratica è accettata solo se «altruista»: ma si può parlare di altruismo quando all’utero in affitto seguono generosi compensi economici? Le associazioni femministe autrici di questo documento ne dubitano: e fanno bene. Il loro documento si chiude facendo notare come l’utero in affitto sia incompatibile, fra le altre cose, con la Convenzione dell’abolizione della schiavitù (1926), e con quella della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (1989). Rattrista solo il fatto che una simile protesta contro la “maternità surrogata”, da noi, fatichi a sollevarsi: quasi fosse solo una fissazione cattolica. Ma dopo il 13 giugno sarà diverso e quanti, finora, han fatto finta di nulla dovranno scegliere da che parte stare: se da quella della libertà e della dignità umana o da quella della nuova schiavitù.

(“La Croce”, 28.3.2015, p.3).

 

29 settembre 2014

Voglio il papà


di Giuliano Guzzo

Si può privare un bambino del diritto di avere un padre? In Svezia pensano di sì e pare siano decisi, entro l’anno, a discutere una proposta finalizzata ad estendere il ricorso alla fecondazione extracorporea anche alle donne single. Per simulare attenzione verso i diritti del figlio – e per depotenziare parzialmente la gravità di una simile pratica, che verrà salutata come l’ennesimo trionfo dell’autodeterminazione femminile – probabilmente si sottoporranno le aspiranti madri single, che potrebbero essere 2.000 l’anno, all’esame di medici che avranno il compito di verificare quali di queste saranno in possesso dei requisiti per diventare genitori affidabili. Nella speranza che detta proposta non divenga mai realtà – ed anche sorvolando sui pericoli della fecondazione in vitro, che per i figli comporta rischi quali parti prematuri (Hum Reprod Update, 2013), malformazioni (Int J Fertil Steril, 2013) basso peso e conseguenti rischi di mortalità (Hum Reprod, 2013) – le considerazioni critiche che sorgono spontanee rispetto alla stessa sono almeno tre.
 

06 agosto 2014

La tratta degli utero-schiavi

di Alessio Calò
Pensavo di passare un'estate quieta (e quest'anno magicamente fresca), lontano dalle brutture dei mesi lavorativi. E invece no, niente da fare, dall'emisfero australe ci giunge fresca fresca una notizia raccapricciante. Un'aberrazione totale.



 

07 luglio 2014

La farsa grottesca del "parto gay" e il mercato dei figli-oggetto

di Roberto De Albentiis

Ci mancava solo "la foto che commuove il web" a sconquassare un inizio di luglio già di per sé caldo (per il clima) e stancante (per gli impegni universitari). Parliamoci chiaro, questo non è amore e questa non è genitorialità: strappare un bambino alla propria madre (che, peraltro, in questa vicenda, non è innocente ed esente da colpe, visto che è stata lei stessa ad acconsentire, anche se poi la sua espressione finale non era tanto felice), peggio ancora, ordinarlo e pagarlo in anticipo come fosse un pacco postale, non è amore; fabbricare (perché di questo si parla quando si tratta di fecondazione artificiale, altro che romantico "diritto"!) un bambino e strapparlo al seno materno e renderlo testimonial di una campagna politica non è amore.
 

04 luglio 2014

Eterologa, tutela per coppie e “donatori”: e i figli?

di Giuliano Guzzo

Diritti per tutti, evviva. Meno che per i figli: per loro solo il “dovere” di nascere e di soddisfare le aspettative di chi li ha commissionati. Messa così potrebbe apparire una semplificazione, un esagerato e fuorviante impiego di parole forti. Purtroppo non lo è. E’ invece quanto emerge dalle indiscrezioni raccolte da Repubblica, da sempre sensibile alla sinfonia progressista dei diritti, in ordine alle prime linee guida italiane sulla fecondazione eterologa, pratica resa possibile anche in Italia dopo che lo scorso 9 aprile, con la sentenza 162/2014, la Consulta ha dichiarato illegittimo il divieto previsto dall’articolo 4 comma 3 Legge 40/2004.
 

12 giugno 2014

Ma il figlio non è un diritto

di Giuliano Guzzo

«Diventare genitori e formare una famiglia che abbia dei figli» è «espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi». Il nucleo essenziale delle motivazioni con le quali la Corte Costituzionale, lo scorso 9 aprile, ha dichiarato illegittimo il divieto di fecondazione eterologa in Italia, previsto dall’articolo 4 comma 3 Legge 40/2004, è in queste parole. Che però – al di là dell’entusiasmo con cui sono state accolte da alcuni – sollevano un dubbio a dir poco inquietante, e cioè quello per cui, da soggetto quale è, il figlio possa essere considerato oggetto. Il dubbio, insomma, che esista, sia pure limitato a talune coppie, una sorta di “diritto al figlio”.