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05 luglio 2017

Charlie, condannato a morte per «motivi legali»


di Giuliano Guzzo

In Inghilterra, come purtroppo provano numerosi attentati, non monitorano molto bene i terroristi. In compenso non perdono di vista Charlie Gard. E’ lui, dieci mesi appena, minuto e malato, il supersorvegliato. Così, adesso che l’ospedale pediatrico Bambino Gesù si è fatto avanti offrendo di curare il piccolo, dal Great Ormond Street Hospital hanno replicato che la cosa è impossibile per «motivi legali». Ora, non so voi, ma me la formula non suona esattamente nuova. Mi pare infatti si basasse «motivi legali», nel marzo del 1857, la Corte Federale Usa, caso Dred Scott contro Sanford, quando dichiarava lo schiavo negro senza diritti. «Motivi legali» furono anche quelli, se non sbaglio, che alcuni nazisti sotto processo a Norimberga invocarono, affermando come ciò che il mondo giudicava crimini contro l’umanità per loro fossero anzitutto ordini da eseguire.

Per amore di verità va però precisato, con riferimento almeno all’eugenetica di Stato, come essa non fu affatto invenzione hitleriana. La prima vera legislazione in materia, infatti, fu adottata dallo Stato del Connecticut addirittura nel 1896; ma, soprattutto, è curioso notare come quando la Germania, nel ’33, adottò leggi su sterilizzazione e aborto obbligatorio, fosse stata già stata anticipata da ben 28 Stati americani. Che per legiferare così avevano, senza alcun dubbio, i loro bei «motivi legali».

Anche quindi ammettendo non siano un viscido pretesto – e ringraziando il segretario di Stato Vaticano, cardinal Parolin, per essersi attivato per tentare di superarli –, sugli ostacoli che renderebbero impraticabile il salvataggio del Charlie Gard da grinfie eutanasiche, va sottolineato come la presenza di «motivi legali» non solo non rappresenti buona ragione per arrendersi ma sia, invece, una in più per continuare a combattere.

https://giulianoguzzo.com/2017/07/05/motivi-legali/
 

22 ottobre 2015

I conviventi possono già assistere il partner in ospedale dal 1999. Ecco le leggi.

Pubblichiamo questo articolo di Giuliano Guzzo, da stampare ed estrarre all'occorrenza per dimostrare l'inconsistenza delle argomentazioni strappalacrime a favore delle unioni civili.

Povero Giovanni Scialpi, si trova in ospedale per un intervento ma il “marito” Roberto – riferisce il Corriere.it – «non può assisterlo». Come mai? «Per la sanità e per lo Stato sono un perfetto sconosciuto» lamenta su internet, chiedendo una rapida approvazione della legge sulle unioni civili, l’uomo a cui sarebbe impedita l’assistenza dell’amato ricoverato. Una vicenda che, se fosse vera in questi termini, potrebbe indignare; tuttavia il condizionale qui è d’obbligo dal momento che un dubbio ci assale: quale sarebbe la Legge dello Stato Italiano che ora sta impedendo a Roberto di assistere Gianni? Nel breve articolo del Corriere.it – stranamente – non si fa riferimento alcuno alla spietata norma in nome della quale una struttura ospedaliera, oggi, potrebbe impedire ad un convivente di stare vicino alla persona amata.
C’è di più: dando un’occhiata a quanto prevede il nostro ordinamento, non solo non si trova la Legge che negherebbe al cantante Scialpi il diritto di farsi assistere dal partner, ma si trovano disposizioni molto chiare rispetto non già alla possibilità bensì all’obbligo di informazione da parte dei medici per eventuali trapianti al convivente (art. 3 L. n. 91 1999), nonché ai permessi retribuiti per decesso o per grave infermità cui un convivente anche dello stesso sesso ha diritto (art. 4 L.n. 53 2000). Ora, possibile che la Legge da un lato obblighi i medici ad interfacciarsi – in casi gravi, come sono i trapianti – coi conviventi e dall’altro cacci questi ultimi fuori dall’ospedale? E i medici dove diamine dovrebbero informare una persona dell’eventuale trapianto del convivente? Al bar? Nel parcheggio del nosocomio? Su Skype? Qualcosa, evidentemente, non torna.
E poiché le Leggi poc’anzi ricordate – in particolare la n.91 del 1999 – sono chiare e individuate, mentre quanto mai misteriosa risulta quella che sciaguratamente impedirebbe al convivente di prestare assistenza ospedaliera al proprio partner, il dubbio che quest’ultima non esista neppure, a questo punto, per un elementare ragionamento logico, viene. Tanto più, dulcis in fundo, che se si va a leggere l’ultimo Disegno di legge sulle unioni civili – il cosiddetto Cirinnà bis – laddove questo regolamenta la reciproca assistenza (art. 12) non si rintraccia, neppure qui, l’ombra di una disposizione che sarebbe da abrogare. Insomma, il diabolico divieto che impedirebbe ad un convivente di prestare assistenza all’altro – posto che non si ha notizia di mariti o mogli cui venga intimato, per poter visitare il coniuge, di esibire prima il certificato di matrimonio – sembrerebbe avere un sapore inconfondibile: quello della bufala.
giulianoguzzo.com
PS. Un’amica giurista, l’avvocato Monica Boccardi, ha scritto a questo intervento un commento molto chiaro ed utile, che riporto integralmente: «Nella realtà giuridica, la normativa di riferimento è la legge sulla privacy. Ma nel caso di un ricoverato che non sia giunto in coma, la prima cosa che fanno i medici è proporre al paziente la compilazione di un’autorizzazione relativa alla possibilità di comunicazione dei dati con l’indicazione della o delle persone a cui possono essere date informazioni sulla sua salute.

La normativa che richiama l’ottimo Giuliano Guzzo, copre invece l’ipotesi in cui il paziente sia in coma irreversibile e quindi il consenso alla donazione di organi debba essere rivolta ai più prossimi parenti o al convivente.
Ma vi è di più: La persona ricoverata in ospedale ha DIRITTO a ricevere visite ed assistenza dalle persone che preferisce, siano esse parenti od amici e quindi anche il convivente.
Solo se versa in stato di incoscienza e non può quindi esprimere la sua volontà potrebbe sorgere qualche problema.
Il convivente (dello stesso o di diverso sesso) potrebbe ad esempio non riuscire ad avere informazioni sulle condizioni del compagno o incontrare difficoltà a visitarlo e assisterlo. Il problema può essere risolto con una dichiarazione autenticata dal notaio, fatta quando si è capaci di intendere e volere, nella quale si esprime la volontà di essere assistito dal proprio compagno e si autorizzano i sanitari a fornire allo stesso le informazioni sul decorso della malattia. Infatti, ai sensi dell’art. 82 della legge n° 196/2003 “Codice in materia di protezione dei dati personali”, è espressamente previsto che si possa delegare un terzo ad acquisire i dati personali relativi alla propria salute (estratto da Vivere Insieme Diritti e Doveri dei conviventi a cura di FEDERNOTAI).
L’autorizzazione sottoscritta dal paziente, ovviamente, riguarda anche l’accesso alla stanza e alla cura del paziente ricoverato. In conseguenza di questo, è evidente che le ipotesi sono solo due: o Scialpi ha negato l’accesso al suo convivente oppure “qualcuno” sta dicendo cose non vere…Lo scopo è evidente…».


 

08 novembre 2013

Moralisti da tre soldi

di Alberto Calabrò
Massimiliano Tresoldi ha, nel 1991, un grave incidente d’auto. Piomba in coma. Dopo dieci anni si risveglia, in condizioni di gravissima disabilità per i danni causati dal trauma al cervello.
 

17 gennaio 2013

Coppie di fatto: la botte piena e la convivente ubriaca

di Ilaria Pisa

Il tema della regolamentazione giuridica delle unioni di fatto ha tenuto banco negli ultimi giorni sui principali organi di informazione, in una rincorsa di aperture, smentite, reazioni e plausi, somiglianti più alla concorrenza tra vetrine in saldo a fine stagione, che al sano agonismo tra programmi elettorali chiari. Certo la concitazione e le strumentalizzazioni fanno vittima per prima la chiarezza: qual è davvero la situazione delle coppie di fatto in Italia? Ci sono diritti negati?
 

19 dicembre 2012

La casalinga sanguinaria se ne frega dell'animalismo

di Isacco Tacconi

Lo scorso 28 novembre due uomini, padre e figlio, sono stati assaliti di notte da quattro rottweiler mentre liberavano il giardino dalla valanga di fango provocata dalla pioggia battente. I quattro cani, dicono, spaventati dalla tempesta di pioggia che aveva causato un’alluvione a Carrara, avevano semplicemente, in amicizia s’intende, “divelto” il recinto dove erano custoditi.