di Giuliano Guzzo
Il gran parlare che si sta facendo del Presepe può essere una buona
occasione – senza nulla togliere, ovviamente, a questa bellissima
tradizione che merita di essere continuata e tutelata –, per fare un po’
di ordine, storicamente s’intende, sulla
Nascita di Gesù. Troppe, specie in queste ultime settimane, sono difatti
state le imprecisioni politicamente corrette diffuse da varie fonti
circa il fatto che Gesù Bambino sarebbe stato «arabo», «povero» e «migrante»;
in quest’ottica il Presepe sarebbe dunque una sorta di simbolo
buonista, di icona del multiculturalismo, di denuncia dell’indigenza e
di manifesto dell’accoglienza di una famigliola immigrata. Il punto è
che tutto ciò, per quanto possa essere ritenuto bello, nulla ha a che
vedere con la realtà storica.
Tanto per cominciare il Presepe – se si escludono i Magi – non
rappresenta affatto l’incontro fra “culture diverse”, essendo popolato
esclusivamente da ebrei. E a ben vedere non avrebbe potuto essere
diversamente dal momento che in Giudea, dove com’è noto si trovava la
città di Betlemme, gli arabi arriveranno solo poco dopo la morte di
Maometto (570-632), precisamente nell’anno 637, con l’invasione
musulmana; e comunque, prima degli arabi furono le truppe persiane di
Cosroe (570-628), nel 614, non a visitare bensì ad assediare la città.
Se si vuole dunque sottolineare l’importanza del fatto che “culture
diverse” possano convivere e rispettarsi e auspicare che ciò accada più
efficacemente meglio lasciar perdere il Presepe che tutto è stato
fuorché una piattaforma multiculturale, come mostra del resto la
condotta degli unici “stranieri”, i Magi, i quali – com’è noto – sono
andati e poi tornati bellamente in patria: «a casa loro», si potrebbe dire.
Anche se non lo si ricorda spesso, non regge neppure la tesi di Gesù Bambino «povero».
Anzitutto perché se ci fosse stata tutta questa attenzione alla povertà
san Giuseppe – come ironicamente notava il cardinal Biffi (1928-2015) –
ai Magi avrebbe dovuto rispondere: «L’oro non lo possiamo accettare, perché è segno di ricchezza e contamina chi lo dà e chi lo riceve» (Il quinto evangelo,
ESD, Bologna 2008, p. 21). Ma è noto che questo non avvenne.
L’inconsistenza della povertà di Gesù è suffragata da un altro elemento,
vale a dire il censimento che costrinse anche Giuseppe e Maria a
compiere un viaggio: ebbene, quel censimento non era, come si potrebbe
supporre oggi, una rilevazione statistica della popolazione bensì una
registrazione della proprietà terriera e immobiliare per tassarla a
favore dell’impero romano.
Se a ciò si aggiunge che a siffatta registrazione erano escluse le
donne e i nullatenenti, ne consegue che se Giuseppe – che non risulta
affatto fosse disoccupato – era in viaggio proprio spiantato dovesse
essere. Senza dimenticare che appare pure plausibile ritenere Gesù
Bambino addirittura di origini nobili: il padre, Giuseppe, era infatti «figlio di Davide»
(Mt 1,20) e la madre, Maria, era, molto probabilmente, appartenente
alla stirpe di Aronne per la sua stretta parentela con Elisabetta senza
dover escludere antenati davidici. Al di là di questo, ad ulteriore
conferma del fatto che Gesù non fosse povero si può ricordare come, una
volta cresciuto, costui tutto fosse fuorché un nullafacente o un
“precario”, per usare un termine tristemente attuale rispetto al mondo
del lavoro.
Molto interessanti a questo riguardo sono le conclusioni a cui si è
potuti pervenire considerando l’insieme delle acquisizioni storiche in
questo senso: «Conoscenza delle lingue, abilità professionale,
formazione intellettuale offrono un quadro personale sufficientemente
delineato per considerare Gesù un imprenditore, tutt’altro che
disattento sia nei confronti del mondo esterno sia delle occasioni che
si davano per lavorare con abilità e con frutto. Tutto ciò spinge a
pensare che il lavoro di artigiano doveva consentire a Gesù di
guadagnarsi da vivere e di mantenere la madre dopo la presumibile morte
di Giuseppe» (StoriaLibera, 2015; Vol.1:45-100).
A questo punto ci si potrebbe allora domandare come mai, se
davvero Gesù non era povero così come non lo era, prima di lui,
Giuseppe, sia venuto al mondo – come siamo ormai tutti soliti
immaginarlo – in una stalla o grotta oscura, fra bue e asinello. Ora, a
parte che di bue e asinello si parla solamente nei vangeli apocrifi, la
spiegazione di questo aspetto è molto semplice e soprattutto non
riguarda affatto la disponibilità economica di Giuseppe bensì la non
disponibilità di alloggi di Betlemme, in quei giorni letteralmente
invasa di gente di passaggio in ragione dell’evento poc’anzi ricordato:
il grande censimento. Inoltre tecnicamente Gesù non nacque in una vera e
propria stalla bensì in un locale d’albergo attiguo al “parcheggio”
degli animali di locomozione degli ospiti dell’albergo.
Intendiamoci: non era certo un locale confortevole, anzi, ma il
motivo – urge ribadirlo – per cui Giuseppe e Maria non trovarono rifugi
migliori non era economico ma alberghiero: le stanze erano tutte
occupate e Maria non poteva aspettare, di qui la scelta poco solenne ma
obbligata di partorire dove partorì. Tuttavia, se proprio si vuole
ragionare, con riferimento al Presepe, sulla povertà, sulla lontananza
dallo sfarzo e sulla scarsa considerazione sociale ha senso farlo con
riferimento ai primi testimoni di Gesù Bambino: i pastori. Persone che –
nell’ipotesi, così spesso rilanciata, secondo cui i Vangeli non
riferiscono il vero e siano mere costruzioni romanzate di ciò che
accadde – non solo non dovrebbero comparire per primi davanti a Gesù, ma
non dovrebbero neppure essere nominati.
Lo stesso che accadde con la resurrezione, evento le cui prime
testimone furono le donne, all’epoca tutt’altro che considerate, e che –
con riferimento alla presunta inattendibilità storica dei Vangeli –
porta il vaticanista Andrea Tornielli giustamente ad osservare: «Gli
inventori del racconto evangelico, della “fiaba” bella e cruenta
iniziata con la nascita di Cristo e terminata con la sua crocifissione e
resurrezione, sarebbero […] stati così poco accorti da
menzionare come primi testimoni, sia della nascita che della
risurrezione persone la cui parola nella società giuridica dell’epoca
non aveva valore. Personaggi, nel caso dei pastori, persino poco
raccomandabili» (Inchiesta su Gesù Bambino, Gribaudi, Milano 2005, p. 146).
Ecco che allora quanto sommariamente ricordato rispetto al Presepe da
un lato smentisce i luoghi comuni che vorrebbero Gesù Bambino «arabo», «povero» e «migrante»
e, dall’altro, non fa che confermare, per ragioni logiche prima di
tutto, l’autenticità del racconto dei Vangeli così sovente contestata.
Un’ultima parola, rispetto alla povertà, deve tuttavia essere spesa
sottolineando che se, come detto, Gesù non nacque povero – al massimo
“da” povero, ma solo per motivi accidentali -, rimane comunque vero che
la nascita di quel Bambino fu in effetti un segno della “povertà di Dio”
che in questo modo scelse, incarnandosi del tutto gratuitamente come
creatura mortale, di offrirsi all’umanità: in questo senso sì, e solo in
questo, il Presepe testimonia una povertà da non inquadrarsi però in
termini economici o materiali, perché fu anzitutto Amore.

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