Dopo
le stragi dell’ISIS, i cugini d’oltralpe hanno aperto gli occhi su una realtà
agghiacciante. La Francia, come il Belgio, è piena zeppa di immigrati di terza generazione
che la odiano visceralmente, che s’immolerebbero pur di causarle sofferenze e
lutti. Il 14 novembre sancisce, o ribadisce, la crisi del multiculturalismo. Un
modello che, per la verità, si era incrinato almeno da quando le banlieue, periferie squallide,
degradate, neglette, si erano trasformate in polveriere. Il passo dalla miseria
e dall’emarginazione alla radicalizzazione su base religiosa è breve. Né si
pensi che la via d’uscita stia nelle politiche sociali: multiculturalismo
corretto con welfare. I cordoni della borsa di mamma Stato non li si può
allentare a colpi di kalashnikov. D’altronde il multiculturalismo delle liberal-democrazie
occidentali rimane un fallimento anche con la redistribuzione. Empiricamente lo
dimostra il Nord Europa: le grandi socialdemocrazie sono state attraversate da gravi
ondate xenofobe, alimentate dal malcontento di contribuenti che mantenevano
stranieri lavativi e spesso privi di qualunque affezione nei confronti della
nazione che li ospitava.
Il
difetto del multiculturalismo, però, non è solo pratico. I suoi teorici non
sono riusciti, secondo me, a offrire una soluzione convincente al problema del
“politico”. L’essenza della politica, diceva Carl Schmitt, sta nella
contrapposizione amico-nemico, tanto radicale e insanabile da poter essere
esasperata fino alla guerra. La possibilità concettuale della guerra è
hobbesianamente lo spettro che incombe sulla politica, la quale in un certo
senso è l’arte di negare se stessa: la dicotomia amico-nemico ne abita i più
reconditi meandri, ma la politica va alla ricerca di stratagemmi istituzionali
per canalizzare, regolare, organizzare un conflitto che non può mai rimuovere.
Ogni società è “portatrice sana di guerra”. Invertirei pertanto l’adagio di von
Clausewitz, “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. È la
politica a essere la continuazione della guerra con altri mezzi, mezzi che non
precipitino la società in quella che Hobbes massimamente paventava come la
“morte” del corpo politico. La “neutralizzazione”, per Schmitt, è invece la grande
illusione del liberalismo. Lo si vede bene in Rawls, che appunto fonda un
“liberalismo politico” sul principio della ragionevolezza, la parziale rinuncia
ai propri interessi per addivenire a un sistema di cooperazione sociale che
tutti possano ragionevolmente accettare. Su questa base, si è innestato il
ragionamento multiculturale: le diverse identità, religioni, usanze, possono
essere accomodate. Ma questo vale per una civiltà che ha fatto del
perseguimento della “neutralizzazione” il motore della sua modernità politica.
Non così per l’Islam. Moderati o immoderati, i musulmani sono incompatibili con
la democrazia liberale. Quelli che la accettano devono fare violenza al loro
modo di pensare, superare l’imbarazzo, farci l’abitudine. Quelli che non
l’accettano si condannano da soli alla segregazione, a loro volta segregano;
poi la strada fino al jihad non è certo in salita.
Il
liberalismo multiculturale non ci ha mai spiegato in che modo la convivenza con
popoli che non hanno conosciuto la nostra modernità (buona o cattiva che sia
stata) possa sussistere senza riaccendere il conflitto politico che era sopito,
latente, ma non dissolto. Il multiculturalismo ha semplicemente ignorato
l’inquietante interrogativo schmittiano. Ha dimenticato le brutali fatiche patite
dall’Occidente nel conquistare alla guerra lo spazio della politica. Ha dato
per scontato che l’Islam fosse pronto a integrarsi in questa “tecnologia” del
potere che è un’invenzione locale, niente affatto universale, niente affatto
esportabile. Quel liberalismo multiculturale, allora, ha provato a spostare su
di sé l’onere dell’integrazione. Ha di buon grado eroso la propria identità,
disintegrando per integrare, anche perché la rimozione del cristianesimo, che
dell’Occidente è il nocciolo con tutto ciò che ne consegue, faceva parte del
disegno modernista. Il risultato sono le scintille di guerra che si riattizzano
proprio dove pensavamo di aver soffocato ogni braciere: nel cuore dell’Europa. La
guerra è ricominciata in casa nostra perché la guerra non poteva finire.
L’illusione kantiana della pace perpetua si è infranta sullo scoglio del
“politico”. Ne emergerà uno stato d’eccezione – lo stato d’emergenza di tre
mesi proclamato da Hollande?
Sovrano,
sostiene Schmitt, è chi nello stato d’eccezione impone la propria decisione. A
Parigi si intona la Marsigliese, ma alle amministrative correrà un partito
musulmano. Perché la politica è la continuazione della guerra con altri
mezzi.

0 commenti :
Posta un commento