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19 novembre 2022

Ricordo di Primo Siena e della spada di Perseo


di Paolo Maria Filipazzi

E’ morto, all’età di 95 anni, a Santiago del Cile, dove viveva dal 1978, Primo Siena.

Si tratta di una delle figure fondamentali della storia politica, ma soprattutto culturale della Destra italiana, ma molto meno celebrata di altre, più note.

Eppure, la sua opera e il suo pensiero sono fra i più attuali e, a nostro avviso, fra i più fecondi anche in prospettiva futura.

Classe 1927, andato giovanissimo a Salò, Siena aderì nel 1947 al MSI.

Il suo pensiero si connota per una profonda e articolata evoluzione, che lo porta a elaborare un modello da lui definito di “democrazia organica”.

Fondatore di fondamentali riviste come Cantiere e Carattere, Siena fu inizialmente un “figlio del Sole” assieme a Rauti ed Erra, per poi passare da Julius Evola a Giovanni Gentile e trovare il proprio definitivo approdo nel cattolicesimo.

A Giovanni Gentile Siena dedicò un saggio ( Giovanni Gentile. Un italiano nelle intemperie) e dal filosofo mutuò la propria passione per la pedagogia, lavorando per tutta la vita nel mondo dell’istruzione.

Il cattolicesimo di Siena, talvolta accostato a quello tradizionalista, attingeva però al pensiero di autori fuori dagli schemi come Giovanni Papini, Attilio Mordini o Silvano Panunzio. Nel suo libro del 2013 Incontri nella Terra di Mezzo. Profili del pensiero differente, dedicava approfondite analisi agli autori con cui si era formato, tra cui spiccano anche il teologo Romano Guardini e l’intellettuale conservatore statunitense Russel Kirk.

La prima opera di Siena fu il testo Le alienazioni del secolo, che nel 1957 vinse il premio Angelicum, consegnatogli direttamente dall’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, per poi essere pubblicato in volume nel 1959. In quel testo si criticavano tutte le ideologie alienanti dell’epoca che, purtroppo, sono in buona parte anche quelle della nostra: oltre a socialismo e comunismo, il liberalismo laicista e la visione di una democrazia meramente contrattualistica.

Il libro fondamentale di Primo Siena, però, che a nostro avviso dovrebbe essere letto e studiato dalle future generazioni è La spada di Perseo, uscito in Cile nel 2007 e in Italia nel 2014, definito dallo stesso autore come il lavoro più importante della propria vita.

Alla base del libro è il concetto di meta politica, di cui Siena da una formulazione alternativa a quella data da Alain De Benoist in una prospettiva meramente orizzontale, definendola come “una scienza sintetica che riassume in sé la metafisica (scienza dei principi primi) la politica (scienza dei mezzi), e l’escatologia (scienza dei fini ultimi)” .

Il potere moderno, secondo Siena, disancorandosi dai propri fondamenti sacri, si trasforma in un’entità demoniaca e tentacolare, simboleggiata da Medusa, il mostro mitologico decapitato dall’eroe greco Perseo, che diventa l’esempio a cui rifarsi.

Il libro è un’appassionante e dotta dissertazione, che va da Dante a Tolkien, da Vico a Pinocchio, dalle apparizioni mariane allo studio dei simboli, da Carl Schmitt alle riflessioni sul nome segreto di Roma.

Un libro fondamentale, dicevamo, che da solo basterebbe a giustificare la riconoscenza per questa figura di intellettuale che, collocandosi all’incrocio “pericoloso” fra cultura di Destra e cultura cattolica, ha saputo elaborare una sintesi affascinante e da cui sicuramente non si può prescindere tanto facilmente.

 

17 aprile 2017

«La gloria di Dio è l’uomo vivente»: considerazioni teologiche sulla cultura della vita/01

di Francesco Del Giudice

Iniziamo oggi una piccola rubrica di riflessione teologica che ci guiderà alla partecipazione della prossima Marcia per la Vita che si terrà a Roma il 20 Maggio 2017. Gli articoli cercheranno di rispondere sulle ragioni dell'impegno della Chiesa Cattolica in favore della vita analizzando la questione sia da un punto di vista scritturale, teologico, magisteriale e di “prassi” tradizionale. Speriamo di aiutarvi a comprendere almeno in parte questo grande mistero ed ad invogliarvi a partecipare alla Marcia, coscienti di gridare al mondo un sonoro SI alla Vita.
Attenzione: gli articoli contengono argomenti ed espressioni tipicamente cattolici.

Lunedì 27 Marzo sono stati diffusi i dati sul consumo in Italia delle cosiddette pillole del giorno dopo considerate e propagandate dai media come anche dall'AIFA non come farmaci abortivi bensì come contraccettivi di emergenza. La pubblicazione di questi dati è stata l'occasione per una riflessione, spontanea quanto profonda, sul significato ed il valore della vita e della cultura della vita cui si contrappone, ovviamente, la cultura della morte di cui parlava a tamburo battente San Giovanni Paolo II: queste riflessioni, di natura teologica, nascono anche dal fatto che, ahinoi, anche buona parte della élite della Chiesa (intesa sia come gerarchia ecclesiastica che come laicato impegnato socialmente) non approfondisce, e forse neanche conosce, la grandezza del mistero della vita accontentandosi di riproporre asetticamente gli enunciati della dottrina relativi al V Comandamento.

Non meravigliamoci di quanto ho appena detto in quanto pochi giorni prima della pubblicazione dei dati di cui sopra è venuta a galla una sordida vicenda che ha riguardato l'Università Cattolica di Lovanio (in Belgio, fino a pochi anni fa tra i massimi Istituti culturali di tutta la Chiesa Cattolica): un docente di filosofia avrebbe proposto agli studenti un suo testo sulla vita, riproponendo (ma in chiave strettamente filosofica) la definizione della Chiesa sull'aborto quale «uccisione di un innocente» e «gravissima colpa in quanto l'innocente è anche indifeso»: il professore è stato sospeso per incitamento all'odio ed altre amenità varie ed il dibattito si è animato sempre più in Belgio con marce spontanee in favore della vita ma anche con interventi a mezzo stampa da parte di tutti gli attori coinvolti. Se non fosse chiaro, il professore è stato sospeso dall'insegnamento da un'Università Cattolica per aver espresso in quella sede le medesime posizioni del Catechismo della Chiesa Cattolica; similmente dobbiamo segnalare i numerosi distinguo ed i comunicati ambigui e dai toni irenistici della Conferenza Episcopale belga che sembrano condannare il professore per il suo intervento pur ammettendo che le affermazioni formano parte del patrimonio di fede dei cattolici.

Come potete vedere, la confusione regna sovrana anche in campo cattolico: non ne godiamo, ovviamente, giacché «un nemico ha fatto questo», ma d'altro canto è nostro dovere «giudicare i segni dei tempi» che ci si pongono dinanzi. Fedeli alla Parola di Dio («vagliate tutto, trattenete ciò che è buono») dobbiamo denunciare ma anche riproporre in maniera decisa e sempre più chiara la sana dottrina in questi tempi in cui, sempre con le parole di San Paolo, si fa presto a dare retta a delle favole.

Chiedendovi perdono per questa lunga introduzione passiamo ora a vedere da dove sgorga l'impegno in favore della vita (dal concepimento alla morte naturale, utilizzando il linguaggio appropriato) profuso nel corso dei secoli dalla Chiesa Cattolica: sarà un'analisi teologica e scritturale che potrà anche non essere condivisa da quanti non si riconoscono figli della Chiesa, ma sarà altresì motivo di approfondimento della tematica per tutti i cattolici che – speriamo – saranno invogliati a compiere la loro missione di sale della terra e luce del mondo con la consapevolezza di possedere un carattere peculiare (anche) quando si parla di vita e di morte. La difesa della vita è secondo la Chiesa un tema comune a tutti gli uomini, che fa riferimento cioè al diritto naturale inscritto nel cuore di ogni uomo ma è altrettanto vero che i cattolici hanno il dovere di sostenere queste battaglie con un quid in più, vale a dire anche da un punto di vista della propria fede: non dimentichiamo infatti che, come afferma San Tommaso d'Aquino, «la grazia non toglie nulla ma [tutto] perfeziona». Ovviamente come è possibile fare una riflessione teologica sulla cultura della vita, è altrettanto vero che è possibile parlare teologicamente della cultura della morte: gli argomenti in ballo sono molteplici e su ognuno dovremmo e potremmo parlare per settimane: per facilitarvi la lettura e la comprensione, pertanto, spezzetteremo gli argomenti in diversi articoli.

Tutto parte dalle origini, e non potrebbe essere altrimenti: al culmine della creazione, da intendere sia cronologicamente che gerarchicamente, Dio crea la prima coppia di uomini, Adamo ed Eva, affermando che essi sono «cosa molta buona» aggiungendo un aggettivo qualificativo assente nel giudizio su tutto il mondo fisico creato precedentemente («e Dio vide che ciò che aveva fatto era buono»). Fin dalle origini dunque, la vita umana ha agli occhi di Dio un carattere peculiare che non verrà revocato neanche dopo il peccato originale benché il Signore preannunci sofferenze e guai di ogni tipo: è doveroso sottolineare questa cosa in quanto oggigiorno, anche tra i cattolici, non è così chiaro che la vita umana abbia un valore intrinseco ed originario, vale a dire per il semplice fatto di essere. Poiché l'uomo è molto buono, inoltre, è facilmente intuibile perché solo a lui (neanche agli angeli, tanto per fare un esempio) Dio abbia dato il compito di soggiogare la terra, di dare il nome agli animali e di disporre di ogni erba e frutto che è nel Giardino. Non dimentichiamo, poi, che l'uomo è creato «ad immagine e somiglianza di Dio» cosicché, ancora oggi, qualsiasi essere umano che viene alla luce ha un valore sacro agli occhi di Dio ed è per lui perfetto in se stesso, a prescindere da “come è fatto”: noi non lo sappiamo (lo possiamo solo intuire) ma Dio conosce perfettamente il perché ci sono uomini più o meno alti, più o meno magri, biondi o mori, con voce rauca o squillante, portatori di handicap o sani, etc. Anche molte differenze tra gli esseri umani derivano dalle conseguenze del peccato originale – e su questo non ci devono essere dubbi al riguardo – ma permanendo il carattere di molto buono e di immagine e somiglianza con Dio (il quale ama le sue creature dello stesso amore che ha una madre per frutto del suo grembo) dobbiamo sforzarci sempre di vedere il nostro prossimo con gli occhi di Dio, che considera ogni essere umano perfetto e preziosissimo ai suoi occhi per il semplice fatto che esista (cui si sommerà in seguito il valore redentivo del Mistero del Verbo Incarnato che fa si che, citando Sant'Ireneo di Lione, «gli uomini possano diventare dei»).

Il semplice richiamo alla creazione delle origini (sebbene il compimento della Rivelazione da parte di Cristo porta con se nuove verità ancor più profonde) ci aiuta a capire meglio il perché la Chiesa oltre a condannare l'aborto e l'omicidio combatta da sempre ogni commercializzazione e la monetizzazione del corpo umano, insistendo a porre come virtù cardine della vita di tutti gli uomini la pudicizia e la castità. Facciamo un esempio lampante: un uomo, anche se non legato da nessun vincolo o voto, che guardi con desiderio spasmodico ogni donna che gli capita a tiro (buttando gli occhi su altre parti del suo corpo, più o meno in bella vista, diverse dal suo viso) difficilmente potrà capire e vivere il mistero che dicevamo prima in quanto non riuscirà a guardare quella sua sorella con gli occhi di Dio ma solamente con quelli della carne. Similmente, una donna che farà di tutto per mostrare il proprio corpo (ed oggigiorno non è difficile né da immaginare né da vedere per strada) non solo potrà essere occasione di peccato da parte di un suo fratello ma percepirà se stessa come mera carne, senza cioè quel carattere di immagine e somiglianza con Dio proprio della sua essenza. Ovviamente questi sono frutti della concupiscenza, cosicché sarà possibile per chiunque vivere in castità principalmente per mezzo della vita di grazia (cosa valida anche per i viziosi, il cui problema potrebbe dipendere da eventi e convinzioni pregresse una vita di fede degnamente vissuta) ma di certo l'esercizio della temperanza e delle altre virtù in giovane età aiuterà a piegare la volontà di ciascuno creando così un abito di pudicizia e purezza.

Ma proviamo a spingerci oltre, e concentriamoci nuovamente sul problema che ci siamo posti dinanzi. Abbiamo detto che Dio, anche dopo il peccato originale, non rinnega la sua parola benché condanni l'uomo (o, meglio: dia all'uomo la pena consona al suo errore) ad una esistenza da vivere in una valle di lacrime: egli infatti non solo promette che la stirpe della donna schiaccerà la testa al serpente ma si fa prossimo delle sue creature mostrandosi o come giudice giusto (come nel caso del diluvio in cui la stirpe umana non è distrutta ed il mondo ripopolato per mezzo dell'Arca) ma anche come un tenero padre per mezzo dei patti di alleanza, prima con Noè e poi con Abramo, che – attenzione! – è sempre Dio a proporre per primo, rivelando così il suo amore sconfinato per le sue immeritevoli creature ed accettando anche la libera scelta dell'uomo di non corrispondervi. L'Antico Testamento rimanda spesso a questa dicotomia dell'uomo: egli è «concepito nel peccato» ma è anche «gloria di Dio». Non per nulla Davide, nel Salmo 8, chiede a Dio «che cosa è l'uomo perché te ne ricordi, e il figlio dell'uomo perché te en curi?» dopo aver osservato le meraviglie della natura cui l'uomo non sembra si possa paragonare e la risposta di Dio, per mezzo delle parole di Davide, è sconvolgente in quanto afferma che «eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato [...] tutto hai posto sotto i suoi piedi».

Quando sentiamo proclamare questi passi della Parola di Dio sentiamo anche noi vibrare le corde più profonde della nostra anima come accadde a Davide mentre scriveva questa suo dialogo con il Signore? Contempliamo anche noi la grandezza di ogni essere umano andando oltre il dato puramente materiale? Riflettiamo che Dio ci ha coronato di gloria e di onore, attributi che sono Suoi e che da noi stessi non possiamo neanche minimamente immaginare?

Ci poniamo queste domande? O siamo dell'idea che l'uomo è un essere autosufficiente, adulto, autoreferenziale e dominatore del mondo? Similmente, ci ricordiamo della nostra relazione e dipendenza assoluta con Dio, come anche della partecipazione di ogni uomo al Suo essere, durante un malattia o una desolazione spirituale? E dinanzi ad una rara bellezza (utilizzando il linguaggio biblico) riusciamo a trascendere il dato puramente carnale ed effimero di tale innegabile splendore? Siamo pronti, noi uomini, ad esempio, a guardare una donna in lingerie con lo stesso sguardo con cui ne osserveremo un'altra avvolta da uno scialle coprente? Saremmo certi di poter trascendere il dato materiale per poter affermare, ed a cuor contento, di non essere i padroni e i consumatori di quella persona? E dinanzi ad un portatore di handicap, oppure ad un mutilato, riusciamo ad avere quello sguardo di pienezza proprio di Dio? Siamo certi che ogni volta che ci mettiamo dinanzi ad uno specchio siamo pronti ad accettarci per quel che siamo e cercare di migliorarci – ovviamente! – per dare gloria a Dio e non solo per cercare quella degli uomini?

Come si può vedere, un discorso teologico sulla cultura della vita e sulla cultura della morte implica una mole di considerazioni troppo ampia: sarebbe banale citare semplicemente il V Comandamento, come anche il solo riportare le enunciazioni del Magistero e del Catechismo su aborto, eutanasia e fecondazione artificiale.

C'è bisogno invero di capire ciò che magari già si sa. E di amare ciò che si conosce per poi vivere ciò che si ama. Vi diamo appuntamento alle prossime puntate di questa rubrica, in cui cercheremo di sviscerare nei limiti delle nostre possibilità questo grandissimo mistero che ci riguarda da vicino in maniera somma in quanto Dio, cioè l'Essere perfettissimo e immenso, ha voluto che la sua gloria coincidesse «con l'uomo vivente».

https://labaionetta.blogspot.it/2017/04/lettera-dal-fronte-la-gloria-di-dio-e.html

 

14 maggio 2016

Christopher Dawson e la realtà storica della cultura cristiana

di Riccardo Zenobi

Christopher Dawson è un autore poco conosciuto in Italia, eppure il lettore che si imbatte nei suoi scritti relativi al rapporto tra cultura, religione e società, trova una profondità d’analisi che permette di vedere in modo lucido l’attualità, al di là dei cliché imposti dal conformismo dominante.

Si resta stupiti dal fatto che l’autore abbia scritto tra gli anni ’30 e gli anni ’60 e ciononostante le sue analisi siano ancora del tutto calzanti in un mondo come il nostro, molto diverso dal passato anche recente. Eppure questa persistente attualità delle sue considerazioni dovrebbe far considerare che la società attuale non è altro che uno sviluppo della società secolare del recente passato, spinta fino ai suoi limiti estremi.

Il libro che intendo recensire ha per titolo "La realtà storica della cultura cristiana – una via per il rinnovamento della vita umana", ed è stato scritto nell’immediato dopoguerra. Con questo testo, l’autore intende mostrare che la civiltà secolare stia entrando in un vicolo cieco, poiché ha eliminato ogni realtà spirituale che possa portare uno sviluppo e una vitalità culturale, e che c’è bisogno di una nuova cultura cristiana.

Per prima cosa, il termine cultura viene definito dall’autore nei termini di “una forma comune di vita sociale, un modo di vita che ha dietro di sé una tradizione, la quale ha preso corpo in istituzioni e che abbraccia norme e principi morali”, definizione che ad alcuni potrà apparire come “troppo statica”, ma che in realtà – come viene poi specificato nel resto del libro – non può prescindere da un elemento dinamico; uno dei motivi della decadenza delle culture (ivi comprese le culture cristiane) è il ridursi a schemi vuoti che non hanno alcuna attinenza con l’attualità e non rispondono alle contingenze storiche.

Date queste premesse, il termine cultura cristiana indica una cultura in cui il modo di vita sociale si basa sulla fede cristiana, genuinamente posseduta dai membri della società. Ora, il possesso di una fede e il voler perseguire degli ideali cristiani non significa che tutti i membri della società sono cristiani o che sono moralmente eccellenti: ogni civiltà ha sempre uno scollamento tra gli ideali che vuole perseguire e il comportamento degli individui.

Ma non è solo l’ideale cristiano che rende cristiana una società. Per citare Dawson: “non dovremmo immaginare un qualche tipo ideale di perfezione sociale da usarsi come una specie di modello o di piano, in base al quale poter giudicare le società esistenti. Innanzitutto e soprattutto dobbiamo considerare la realtà storica del Cristianesimo come una forza viva che è entrata a far parte della vita degli uomini e delle società, e che li ha trasformati in proporzione del loro volere e della loro capacità”.

A tutto ciò si oppone la secolarizzazione, la quale storicamente è iniziata riducendo la fede al privato, togliendole contatto col mondo sociale. In questo processo è stato fondamentale anche il protestantesimo, il quale ha portato nella sua versione luterana ad insistere sulla dimensione “ultramondana” della fede, lasciando la società a sé stessa; viceversa nella sua versione calvinista ha cercato di assorbire la società nella organizzazione religiosa (vedi la teocrazia di Calvino a Ginevra), e che per reazione ha portato alla separazione della società da una troppo opprimente imposizione religiosa.

La radice della secolarizzazione è indicata dall’autore nella mancanza d’interesse sociale nel mondo della fede. Ciò porta con sé il fatto che una società cristiana deve rinnovare la propria scelta ad ogni generazione, per decidere se persistere nella fede o apostatare socialmente, poiché la fede non è una statica tradizione, ma una continua tensione verso l’alto.

Certamente, anche nella teologia cattolica è presente una tensione tra Chiesa e mondo (mirabilmente mostrata da Sant’Agostino nella sua opera La città di Dio) la quale rende difficile il modo di vita cristiano, ma questa è anche la sua forza, in quanto provoca lo sforzo incessante di portare ogni attività umana a contatto stretto col suo centro spirituale.

La civiltà secolare ha avuto dei successi materiali enormi nel XIX secolo, ma quando l’autore scrive (e a maggior ragione oggi) la sicurezza materiale e la fiducia nel futuro – tipiche del laicismo – sono largamente scomparse, e l’impressione diffusa è che un mondo stia per finire. Il mondo secolarizzato ha avuto come sviluppo il totalitarismo del XX secolo, il quale può assumere nuove e insidiose forme, sempre più pervasive e sempre più ideologicamente orientate ad un pensiero unico.

A parere di Dawson, non si tratta più di una lotta per salvare la propria anima individuale in mezzo ad una società prospera materialmente, ma sono a rischio proprio il mondo e la società. La lotta è tra cristianesimo e le contro-religioni laiche degli stati totalitari (lotta all’interno della quale si è oggi inserito anche l’islam, a partire dal 1979 – ma l’autore non ha fatto in tempo a vivere questi eventi).

Lo Stato totalitario è indissolubilmente legato all’organizzazione scientifica e centralizzata della società, non solo a tecniche che riguardano la vita individuale, ma anche a metodi di condizionamento di massa, controllo sociale pianificato, propaganda per il controllo delle opinioni, e ideologie di vario genere. Tutto ciò è parte del mondo moderno, il quale è rivolto verso questa direzione, e punta ad una sempre minore libertà spirituale e responsabilità personale; in ciò è enormemente aiutato dall’istruzione di stato, unitaria e uniformata.

L’intera società si muove quindi come una sola unità – smaccatamente anticristiana. Se nel XIX secolo l’ideale del liberalismo filosofico era di uno stato-poliziotto, che si limita a mantenere l’ordine e difendere la società dai suoi nemici, l’ideale totalitario somiglia più ad una nurse, che controlla ogni aspetto della vita individuale dalla culla alla tomba.

Nulla però deve indurci a disperare: è questa la situazione alla quale ci prepara la nostra fede, e che permette di adempiere la missione di essere luce del mondo e sale della terra. Noi cristiani abbiamo una tradizione interna da mantenere, una società storica reale: il popolo di Dio ha una storia, una letteratura e una filosofia proprie,che sono la radice della cultura cristiana.

Ma cos’è una civiltà cristiana? Una cultura nella quale il principio dell’unità morale (l’insieme delle norme e degli ideali) è dato dalla professione del cristianesimo – e non da persone che si comportano come noi pensiamo dovrebbero comportarsi i cristiani. La società cristiana non è perfetta, e non è mai perfettamente cristiana, ma accetta lo stile di vita cristiano come normale, e costituisce le sue istituzioni su di esso. Lo spirito di una civiltà, ossia ciò che è posto come base e come ideale da raggiungere, influisce e determina i valori morali dei singoli membri, come la realtà attuale ha mostrato enormemente: basti vedere come la continua propaganda omosessualista influenzi la società e la politica.

Quello di una civiltà cristiana è un obiettivo a cui tendere: ridursi ad una minoranza separata dalla società e da questa “tollerata” porta solo a persecuzioni o a settarismi. Tutti gli stati moderni sono totalitari in quanto cercano di prendere l’economia e la cultura sotto la loro egida e di monopolizzare l’educazione, quest’ultima vista come educazione al civismo e un indottrinamento al modo di vivere dello stato. E’ chiaro che uno stato del genere non sopporterà concorrenza nell’ambito dell’educazione, e non ammetterà sfere separate dal suo controllo pervadente.

E difatti Dawson ha visto giusto quando ha detto che la famiglia costituisce il baluardo contro lo stato. E cosa oggi viene messo continuamente in croce dai politici, dai media e da tutti i potenti? L’esistenza stessa della famiglia è minacciata dallo stato, che non vuole alcuna entità autonoma e dei legami solidi tra persone che possano sfuggire al controllo del totalitarismo (la cui definizione è “identificazione di società e stato”).

Certo, quando si parla di società cristiana nascono dei timori relativi al rigorismo morale, al proibizionismo, a censure di vario tipo. Si pensa che il cristianesimo possa essere un peso, più che un’apertura verso il trascendente e verso l’alto: la società cristiana apre nuovi orizzonti dando un senso eterno da cui dipende il mondo terreno. Il cristianesimo è speranza, e lievito culturale per via della sua continua tensione verso Dio. E’ appunto l’inerzia, il chiudersi sulla tradizione o ridurre la cultura a forme culturali arcaiche che ha storicamente fermato e portato la civiltà cristiana a successivi cicli di declini e rinascite. A livello spirituale, fermarsi equivale a regredire. Ogni epoca ha la propria vocazione speciale, ed ognuna è in diretto rapporto con Dio.

Il vero ostacolo ad una società cristiana in definitiva non è altro che l’inerzia dei cristiani, i quali sono i primi a non credere nell’esistenza di una società e di una civiltà cristiana; alcuni poi motivano questa scelta rifacendosi al cristianesimo primitivo, il quale però viveva in un periodo storico e in circostanze culturali del tutto peculiari, che non restano statiche nel fluire degli eventi storici.
Tutto questo è un sunto di una parte del pensiero di Christopher Dawson, pensatore che date le premesse, vale la pena approfondire e conoscere.