di Gianmaria Spagnoletti
già pubblicato su La Croce
«Io accuso» («Ich klage an») è un film tedesco diretto da Wolfgang
Liebeneiner nel 1941 e prodotto in collaborazione con il Ministero della
Propaganda del Terzo Reich. Il suo scopo era di giustificare agli occhi
dell’opinione pubblica l’”Azione T4”, ovvero la soppressione sistematica
dei malati di mente e degli handicappati gravi. Il film narra la storia di
Hanna Heyt, la giovane moglie di un medico, bella, vivace e che ama godersi
la vita. Per celebrare la nomina del marito Thomas a capo di un istituto di
Monaco di Baviera, la donna decide di dare una festa. Ma proprio nel bel
mezzo di un concerto, un crampo improvviso le impedisce di continuare a
suonare il pianoforte. Il responso di una visita specialistica è terribile:
Hanna ha la sclerosi multipla. Il marito, sconvolto, indirizza tutto il suo
laboratorio verso la ricerca di una cura, ma nel frattempo la malattia si
aggrava e la donna diventa poco alla volta sempre più debole. Sapendo qual
è il decorso finale del morbo, Hanna prega il Dr. Bernhard Lang, medico e
da sempre amico di Thomas, di sopprimerla quando il dolore diventerà
insopportabile. Ma Lang, inorridito, si rifiuta. Poco più tardi fa la
stessa richiesta al marito, implorandolo di ucciderla quando lei non sarà
più «la sua Hanna», prima di diventare qualcos’altro: sorda, cieca o non
più in grado di capire («idiotisch» in lingua originale).
Nel corso delle ricerche avviate dal Dr. Heyt improvvisamente si fa strada
la speranza di aver trovato una cura, e Hanna comincia a sognare una vita
nuova dopo la guarigione. La speranza, però, si rivela fallace, e Hanna
ricade in un cupo pessimismo. Dopo una impressionante crisi respiratoria,
il Dr. Heyt somministra a Hanna un’overdose di anestetico e, dopo un «ti
amo» sussurrato tra marito e moglie, Hanna muore.
Quando il Dr. Lang viene a sapere che il Dr. Heyt ha ucciso Hanna, afferma,
sconvolto: «L’aveva chiesto anche a me, ma non l’ho fatto, perché
l’amavo!». Al che il marito replica: «Io l’ho fatto perché l’amavo di più».
Così, fronte alle altre sue giustificazioni («Non l’ho uccisa, l’ho
liberata»), Lang rompe l’amicizia con il collega.
Durante il processo per omicidio, Heyt rimane sempre in silenzio. Al suo
posto parlano i testimoni per tentare di chiarire il movente del delitto.
Grazie alla deposizione della domestica emerge che a uccidere la moglie è
stato proprio Heyt, il quale si difende dicendo: «L’ho fatto perché amavo
mia moglie».
A sorpresa, dopo molte esitazioni, Lang decide di testimoniare al processo.
In attesa del suo arrivo, i membri della Corte trovano il tempo per un
breve dibattito nel quale, scartata la valenza cristiana del senso della
sofferenza (di cui parla il pastore luterano lì presente), tutti concordano
su un punto: perché un malato terminale dovrebbe continuare a vivere se può
scegliere di morire? E oltretutto: se veramente il dottore ha soppresso la
paziente per evitarle ulteriori sofferenze, questo crea un precedente nella
giurisprudenza; in tal caso il diritto a garantire l’uccisione
compassionevole non spetterebbe al singolo medico ma allo Stato, che deve
concedere ai suoi cittadini il diritto di liberarsi dalle sofferenze,
proprio come si riserva il colpo di grazia a un vecchio cane da caccia
ormai cieco e malato.
Finalmente parla il Dr. Lang, il quale viene presentato come un
irresponsabile per aver salvato dalla meningite una bambina che, nonostante
le cure, è rimasta gravemente handicappata dalla malattia: per questo i
genitori, paradossalmente, lo incolpano di non averla lasciata morire in
pace. Lang è il testimone che potrebbe ribaltare l’esito del processo; ma
se prima riteneva che un medico non avesse diritto di vita e di morte sul
malato (perché in contrasto col Giuramento di Ippocrate), ora sembra aver
cambiato parere proprio di fronte al caso della piccola, ormai ridotta a
una larva. E invece di testimoniare contro l’ex-amico, contribuisce a
scagionarlo. Solo allora Heyt apre bocca per autoaccusarsi dell’omicidio
della moglie, dichiarando di averlo fatto con motivazioni pietose e
chiedendo che lo Stato approvi una legge per consentire ai malati gravi di
morire in pace. Il finale rimane aperto.
«Io accuso» è stato giustamente bandito in Germania dopo il 1945: è un film
che val la pena ricordare solo per i suoi dialoghi pseudo-scientifici oltre
il limite del delirio, e tuttavia la visione (a scopi puramente
documentaristici e guidata da un moderatore) aiuterebbe le nuove
generazioni a conoscere nei particolari i meccanismi di persuasione della
propaganda nazista e le aberranti giustificazioni usate per legittimare
l’uccisione dei pazienti incurabili: la malattia terribile, il “caso
pietoso”, la morte vista come unica soluzione, il processo e il
capovolgimento della legge. Giocando sul titolo, analizzare questo film
oggi servirebbe a fare una “accusa” a rovescio per chiamare finalmente
“male” il male, e per capire qual è il vero “totalitarismo di ritorno” che
l’Italia rischia.
Pubblicato il 03 marzo 2018

0 commenti :
Posta un commento