di Salvatore Cammisuli
«I social media danno diritto di
parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un
bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano
subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola
di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Così parlò
Umberto Eco, almeno secondo i resoconti della stampa.
Le parole di Eco hanno avuto grande
risonanza su quei social media che danno voce a legioni di
imbecilli, perché evidentemente ciascuno condivide (in senso proprio
e feisbucchiano) il pensiero di Eco pensando di applicarlo a qualcun
altro. Vale la pena, però, di riflettere sul senso profondo delle
frasi dell’esimio professore, perché non accade tutti i giorni che
un intellettuale rivendichi solo per la propria categoria il diritto
di dire cose imbecilli.
Del resto, dire delle sciocchezze può
capitare a tutti; potrà sembrare strano, ma anche a Umberto Eco. Il
compianto Marco Tangheroni, direttore del dipartimento di
Medievistica dell’Università di Pisa, accusò il romanzo e ancor
di più il film su Il nome della rosa di dare del Medio Evo
una visione «completamente falsa» e di esasperare «la vecchia,
illuministica, menzognera visione del Medio Evo che fu formulata per
odio anticristiano tra Sette e Ottocento». Ma Eco è esperto non di
storia, bensì di filosofia, e in particolare ammiratore di Guglielmo
da Occam, a cui si è ispirato per il monaco investigatore del suo
romanzo. Eco, in particolare, ritiene Guglielmo da Occam interessante
perché, liberando Dio dal principio di non-contraddizione, ha posto
la base del nichilismo. Affermazione che gli ha guadagnato da parte
di Alessandro Ghisalberti, docente di filosofia medievale alla
Cattolica di Milano, l’accusa di non conoscere Guglielmo da Occam e
addirittura di non aver mai letto le sue opere, sfidando Eco a
indicare in quale passo dei suoi scritti Guglielmo da Occam dice che
Dio può violare il principio di non-contraddizione - senza ottenere
risposta (per queste notizie, Vittorio Messori, Inchiesta sul
cristianesimo, Torino 1987, pp. 33-35).
Per il resto, Umberto Eco stesso
riconosce che i cari vecchi imbecilli del buon tempo andato
rilasciavano le loro dichiarazioni davanti a un bicchiere di vino,
senza danneggiare la collettività. E ci sembra ovvio, perché chi
beve in compagnia e dice sciocchezze insieme ai propri amici è una
persona felice, e le persone felici non sono pericolose. Pericoloso
non è chi dice cose imbecilli da ubriaco, come i sempliciotti, ma
chi le dice da sobrio, come gli intellettuali, e peggio ancora i
premi Nobel. Ci risulta, infatti, che le firme per l’appello contro
il commissario Calabresi o per l’autodenuncia di solidarietà a
Lotta Continua siano state raccolte più abbondanti tra le file dei
colti che tra i tavoli delle osterie.
Ma forse c’è dell’altro. Perché a
Eco non sembra dar fastidio il fatto che chi scrive dice cose
imbecilli, ma che anche chi dice cose che a lui sembrano imbecilli
possa scrivere. La ragione ci sembra chiara: nel bel tempo che fu,
diciamo pure: negli ultimi duecento anni, gli intellettuali potevano
spergiurare sui giornali che il popolo voleva la liberté
égalité fraternité,
la guerra mondiale o la lotta di classe (secondo le epoche),
e la casalinga di Agrigento poteva pure contraddirli, ma la sua voce
non andava molto oltre il cortile di casa sua. Oggi la stessa
casalinga si è comprata uno smartphone e può dire come la pensa
senza che solerti intellettuali si prendano la briga di parlare per
lei. E di solito, quando può parlare, la casalinga di Agrigento dice
cose tremendamente reazionarie.
Un tempo le idee non-allineate con i
dogmi del pensiero dominante potevano essere facilmente cacciate
nella fogna accusando chi le faceva proprie di essere fascista,
bigotto, oscurantista e reazionario (oggi si aggiungerebbe: omofobo).
Per colpa di Facebook alle casematte del potere sono cedute le
fondamenta, l’egemonia culturale è finita e l’Apertura Mentale e
la Superiorità Culturale della Sinistra possono andare a farsi
friggere. Sia chiaro: la voce del popolo non è la voce di Dio, ed
esistono ancora mezzi potenti per manipolare l’informazione.
È innegabile, però, che oggi chiunque
può dire le cose imbecilli che pensa, fosse pure che a Eco
preferisce De Maistre.

Una visione troppo ottimista. Non perche Eco abbia ragione, ma perche purtroppo la casalinga di Agrigento gliela dará.
RispondiEliminaBlas
Come se poi bastasse andare in internet per avere la stessa autorità e lo stesso uditorio di un Nobel... Mah...
RispondiEliminaUmberto l'Eco d'Italia, e insieme a lui Rodotà, noto custode della democrazia, incominciano le prove tecniche di "bavaglio". Del resto, il web è una risorsa collettiva che causa non pochi mal di pancia al potere costituito. Il semiologo (disciplina inutile per una cattedra generosa fatta apposta per Eco) aborre il pensiero che non risponda a canoni illuministici (che ci sia lo zampino degli Illuminati? ma questa è una illazione da paranoico del web), la sua visione riduzionista, ideologizzata della vita e del mondo è quanto di più miserevole e sterile ci possa essere. Eppure tale pensiero domina l'Occidente, condiziona papa Bergoglio, ed è la deriva di un mondo alla deriva. Ma forse Eco ha voluto fare un esperimento sociologico, per mettersi in mostra (vanesio come un cardinale) e per lanciare un segnale: il pensiero unico deve affermarsi senza ostacoli e internet è un problema... A proposito di internet: ottimo blog.
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