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06 aprile 2017

Building Global Community e il nomos dell'Anticristo (parte IV)


di Amicizia San Benedetto Brixia

(qui, qui e qui le prime tre puntate)

Ora veniamo a un giudizio cristiano del fatto. L’impressione è che il progetto di BGC attui nel mondo contemporaneo in una modalità decisamente estremizzata il sogno di salvarsi da se stessi (autosoterìa). La comunità globale vagheggiata da Zuckerberg è una comunità parallela, la quale mantiene con la politica, l’informazione e la società “fisica” solo quel minimo di contatti di fatto imprescindibili (Zuckerberg è utopico, ma non irrealistico); al di là di tali contatti si impone però un modello radicalmente anti-autoritario, privo di un nucleo o di un centro, che ha l’ambizione di riuscire in ciò che avrebbe visto fallire tutti gli altri sistemi: creare un mondo buono, instaurare una società di amore e di supporto. Religioni, filosofie e politiche hanno sbagliato? Nessun problema, FB ci permetterà di salvarci da soli. Questo il messaggio che mi pare di annusare in filigrana. Ora, nella letteratura religiosa il mito dell’auto-salvazione è, né più né meno, l’altra faccia della ribellione luciferina, la posa politicamente corretta di opporsi alla logica di servizio e di obbedienza rivelata da Cristo (espressione dell’unico e vero Amore divino). C’è qualcosa di fortemente inquietante nell’immaginare che questa comunità globale voglia esprimere la scelta collettiva e totale dell’umanità di fare a meno della salvezza di Cristo e della presenza di Dio – tollerato, ci macherebbe!, ma sottoposto ai filtri selettivi dell’Intelligenza Artificiale, nonché alle impostazioni di Privacy dal menù del singolo utente. Si tratta dell’estrema apostasia? Dal punto di vista materiale, per usare un termine tecnico, ho l’impressione che potrebbe essere così: difficile pensare un modo più drastico con cui l’umanità nel suo complesso possa dire il suo “non serviam” al Creatore.
Impressiona, da ultimo, la conclusione del manifesto zuckerberghiano: l’insufficienza dei vecchi dogmi tradizionali, ormai inabili a sostenere l’uomo del presente, e l’imperativo di essere aperti e connessi. Come si pone la Chiesa Cattolica rispetto a simili istanze? Avverto forti paralleli con tale modello nell’attuale situazione di alleggerimento dogmatico – evidenziato soprattutto dalla redazione di Amoris Laetitia – e nell’insistenza ad abbattere i muri e costruire i ponti. Non dico però che questi atteggiamenti significhino ipso facto una sottomissione della missione ecclesiale ai mantra della comunità globale. Presumo anzi che, quando a sollevare tali indicazioni sia la massima autorità della Chiesa, esse vogliano andare nella direzione di creare le condizioni di maggior dialogo possibile tra cristianità e mondo post-moderno, al fine di contenere viepiù le derive di quest’ultimo e poter presto rilanciare l’evangelizzazione nella sua forma più piena. Questo atteggiamento, così tratteggiato, è di per sé in perfetta continuità con gli auspici della giovannea e conciliare Mater et Magistra. Restano tuttavia alcune lecite perplessità circa la forza e la sicurezza di simile strategia del dialogo: esso non ha potuto frenare evidenti danni nei decenni passati, quando la potenza della proposta culturale moderna pareva ancora contenuta e contenibile, come ci proteggerà oggi, vista l’inarrestabile ascesa e pervasività del mondo social post-moderno? Soprattutto ho il fondato timore che, tolte le buone intenzioni strategiche del Pontefice, molti tra i cristiani schieratisi in prima linea nell’attuazione di simili linee non le avvertano appunto come una modalità operativa tattica, ma come la sostanza in cui esprimere la fede oggi. La fede è apertura e dialogo e novità? Stanno davvero in questo modo le cose? E in cosa ci distingueremmo allora dalle utopie della rete? Se ciò non verrà chiarito in modo netto, rischieremo di essere complici, ingenuamente o meno, dell’estrema decadenza sopra ipotizzata e ci troveremo in breve a non aver più nulla di significativo da dire, se non forse in qualche Gruppo della Community debitamente filtrato dalla Intelligenza Artificiale di Mr. Zuckerberg.

(fine)
 

05 aprile 2017

Building Global Community e il nomos dell'Anticristo (parte III)


di Amicizia San Benedetto Brixia

(qui e qui le prime due puntate)

Si tratta di una ideologia pratica, concreta, non teorica, ma non per questo meno problematica, solo più compatibile con la cultura postmoderna, che ammetterebbe unicamente in questo modo una nuova forma dittatoriale. Oggi infatti non è tempo di dittature politico-militari, ma di condizionamenti mediatico-culturali. Nella sua lotta ai bubble filters FB finisce con l’essere l’unica grande bolla in cui tutto il pensiero politicamente corretto si troverà imprigionato. Il linguaggio semplice, il rivolgersi all’utenza e non ai governi, la visione utopico-irenica, il tono di apparente disinteresse pratico, la negazione di un pensiero filosofico guida, la radicalità della visione, l’alterità rispetto al piano politico effettivo (che si trova disarmato di fronte alla potenza globale del social) tutto suggerisce che la proposta di Zuckerberg abbia le carte in regola per influenzare una nuova e moderna ideologia, degna erede delle Rivoluzioni storiche (da Lutero ai giacobini, da Marx al Sessantotto).Tacendo del problema della privacy - che forse è più garantita rispetto a spam e hacker, ma che non è minimamente preservata rispetto al grande fratello Mark e a quanti se ne compreranno i favori -, non può che allarmare questa nuova ideologia cibernetica. Né dogmi, né morale; né strutture, né identità fisse; solo la proliferazione di informazioni, possibilmente cangianti e stranianti, e la forte condivisione di esperienze vitali, che sono poi i due fattori - teorico e pratico - utili a far cadere ogni giudizio e a innalzare un nuovo grande pregiudizio globale. Una grande società online, che sopporta e sfrutta le dinamiche civiche locali, ma che ambisce a tutelarsi e a curarsi da se stessa. Grande è la rivoluzione antropologica che Facebook può alimentare, debilitando ancor più le culture e i poteri locali. Difficile pensare come contrastare queste autentiche “potenze dell’aria”.

Concludo con alcune riflessioni.
La prima mi viene suggerita dal filosofo Massimo Cacciari, il quale nelle conclusioni a “Il potere che frena” (Adelphi, 2013), saggio di teologia politica interessato alle fasi apocalittiche della storia, suggerisce che il tempo dell’”ultimo uomo” non sarà un tempo anarchico, bensì regolato da un preciso “nomos”, da una norma, e questa norma prevede “l’indifferenza sovrana per il conflitto di valori”, la situazione di “pace con ogni domanda e con ogni credenza dell’individuo” (p. 85), un’autorità messa solamente “al servizio del funzionamento del sistema tecnico-economico” (p. 122), l’incapacità governativa di “esprimere un’identità di comando” e  dunque “l’affermazione del carattere irriducibilmente policefalo del potere”, il tutto dominato dalla “incontrastata fede nel fatto che ogni problema dotato di senso vada espresso in forma tecnico-amministrativa” (p. 123). Un quadro che si coniuga perfettamente con la comunità globale, saldamente dominata da una autorità tecnico-economica, indifferente al discorso valoriale (sensibile solo alla gestione privata del medesimo) e definita dalla policefalia dei gruppi di utenza.
Connessa a tale riflessione vi è quella di Mario A. Iannaccone, il quale con “Maria Maddalena e la dea dell’ombra” (Sugarco 2006), studiando l’evoluzione culturale della figura della Maddalena in ambito esoterico e occultista , aveva messo in evidenza il ruolo simbolico dell’Androgino, figura mitico-diabolica, sia maschio che femmina, direi modello di una vera “inclusive community” ante-litteram, capace di raccogliere in sé tutti i sogni e le utopie umane rivolti a un futuro politico fatto di libertà sempre più allargata, di crisi delle gerarchie e dei poteri costituiti, di superamento di ogni vincolo morale tradizionale. La moderna community avrebbe quindi a tutti gli effetti la valenza del nuovo androgino, capace di includere relativisticamente ogni desiderio e ogni capriccio, al di là di ogni controllo politico responsabile e in ribellione ad ogni pretesa autorità, verità o costume stabilito.

(continua)

 

31 marzo 2017

Building Global Community e il nomos dell'Anticristo (parte II)


di Amicizia San Benedetto Brixia

(leggi qui la prima parte)

Il penultimo obiettivo è la promozione della vita civile (civically-engaged community). La democrazia nel mondo sta recedendo, FB però può giovare a salvarla. In primis si possono attuare campagne di sensibilizzazione e spingere i cittadini a un rinnovata partecipazione, motivando l'esercizio attivo del voto alle urne - negli States questo scopo sarebbe stato sensibilmente coronato di recente. In seconda battuta va potenziata la diffusione delle notizie legate al locale, una comunità informata è una comunità civilmente più partecipe. Da ultimo bisogna suggerire ai rappresentanti politici di rendersi presenti sul web e di interagire da pari con i cittadini. Tali attenzioni, oltre a dare chiari risultati di successo in termini di campagne elettorali, riescono nel compito più importante: giving people a voice - dare una voce alle persone.
Ultimo fine è lo sviluppo di una comunità globale inclusiva (inclusive community). È necessario che le persone si sentano parte di tale comunità e contribuiscano a plasmarla. Qui si mostrano però alcune difficoltà al team di FB, specialmente laddove la circolazione di notizie da una parte all'altra del globo offende talune culture e crea scandali. Zuckerberg spiega i motivi culturali e tecnici per cui tali scandali non potranno essere evitati in toto, quindi prospetta nuovamente il ricorso alla Intelligenza Artificiale per selezionare le notizie e fare in modo che, nel rispetto delle norme civili locali, i singoli utenti possano scegliere cosa visualizzare e cosa censurare sul proprio profilo. Ancora una volta il primato va dato alla libertà di far circolare idee e mai all'istinto di sopprimere l'espressione della community.
Concludendo il BGC ricorda, con Lincoln, che i dogmi del tranquillo passato sono inadeguati per il tempestoso presente e auspica la realizzazione di un mondo più aperto e connesso.

Vengono d'obbligo alcune osservazioni finali.
Anzitutto, riprendendo la domanda posta all'inizio, è difficile dire se BGC sia un manifesto di neo-anarchismo digitale o una camaleontica longa manus del Nuovo Ordine Mondiale. Facilmente, come sempre accade in simili situazioni, la pretesa anarchica servirà da grimaldello per gli interessi dei potenti di turno, con o senza il consenso di Zuckerberg.
Incuriosisce la pretesa, molto americana, di volere una community social ma non ideologicamente schierata. Questo ampio progetto neo-futurista costituisce una ideologia già da se stesso, urge dunque analizzare quali siano i principi attivi in esso.
L'idea che la community, una volta messa in condizione di esprimere il proprio parere, potrà farlo in modo saggio e non invece avallando una cultura del degrado di massa mi pare fantasia piuttosto subdola che ingenua, in essa il mito del buon selvaggio rivive in formato digitale e l’illusione che la concessione di maggiori libertà possa produrre automaticamente una miglioria globale acceca e nasconde i rischi iper-demagogici di tale prospettiva - sempre che Zuckerberg non ci stia nascondendo un progetto più profondo.
Cosa poi si potrebbe nascondere dietro al manifesto BGC, riassumibile nel mantra giving people a voice, è presto detto: la dittatura del relativismo. Non ci vuole molto a comprendere che, se tutti devono poter dire la loro, l'esito sarà l'affermazione su scala planetaria di una cultura di estremo relativismo, con esiti potenzialmente catastrofici quanto alla conservazione e alla positività delle culture tradizionali. Di più, gli unici che saranno costretti al silenzio saranno, per forza di cose, proprio quanti difendono un concetto alto di verità, in cui sia incluso il dovere di una censura responsabile. La pseudo-censura di Zuckerberg, per cui ogni utente può scegliere di nascondere a se stesso i contenuti che ritiene offensivi, mentre la piattaforma è tenuta a farli circolare, è incompatibile con qualsivoglia etica della sincerità e del bene comune. Il mito della libertà per tutto e per tutti nel rispetto di tutto e di tutti non regge, torna alla mente l’emblematica Epistola sulla tolleranza di John Locke, riflessione pionieristica sul rispetto trasversale in cui però qualcuno si trovava escluso dalle tutele vagheggiate - i cattolici, guarda caso. Ricordiamo peraltro che FB è capofila nella diffusione della cultura gender, emblema perfetto di tale tolleranza a singhiozzo: l’utente FB oggi non può dichiarare il proprio sesso, ma è costretto a scegliere i propri generi.
D'altro canto, anche a voler contenere il relativismo, chi mai potrebbe arrogarsi il diritto di definire una dottrina e un'etica per la community? Nessuno, salvo un ideologo o il Papa. Del Papa diremo dopo, quanto all'ideologo c'è già, è Zuckerberg con il suo proclama per una community sociale. E così chiudiamo il cerchio di considerazioni aperte più sopra: per quanto si dichiari che BGC sia la descrizione di un fenomeno social e non una ideologia novella, viene da sé che proprio il social svolgerà il ruolo di una nuova ideologia, utopica e messianica al contempo. Ecco che si spiegano le visioni redentrici di Zuckerberg: dove hanno fallito religioni e Stati, FB potrà avere successo. La rete globale darà sostegno, sicurezza, verità, coesione e dove non arriva la vita reale, fatta di incontri e appelli, lì arriverà un Gruppo o una applicazione, un messaggio libero da spam, una tag o un algoritmo elaborato dalla Intelligenza Artificiale.

(continua)

 

29 marzo 2017

Building Global Community e il nomos dell'Anticristo (parte I)


di Amicizia San Benedetto Brixia

Building Global Community (BGC)  è il proclama che Mark Zuckerberg ha pubblicato sul proprio profilo Facebook (FB) lo scorso 16 febbraio. Subito ripreso dal giornalismo, che vi ha in parte letto un manifesto politico e quasi il programma di una candidatura presidenziale prossima ventura, il testo si rivela interessante da più punti di vista.
Già nel titolo si chiariscono gli obiettivi, Zuckerberg si interroga circa le dimensioni che sarà necessario implementare sulla piattaforma social da lui inventata, al fine di poter costruire una comunità globale, laddove essa è presentata come luogo di ritrovo tra persone capace dì scavalcare le barriere delle città e delle nazioni. Zuckerberg non sostiene di voler eliminare i confini del locale, ma le proposte che formula per la propria comunità globale non potranno non avere ricadute anche significative sulla partecipazione politica a livello di cittadinanze e nazionalità. In tal senso, verrebbe da pensare, i proclama di BGC stanno a metà tra un manifesto operativo utile alla realizzazione del Nuovo Ordine Mondiale e un'utopia anarchica innocentista volta a fondere i popoli in una comunità parallela agli ordini civili e ai sistemi di governo classico.

Nell'uno e nell'altro caso l'obiettivo sarà da raggiungersi tramite lo sviluppo di infrastrutture social, settore in cui i massimi contributi dovranno essere attesi dal lavoro di Facebook. Tutta la riflessione di Zuckerberg esprime una visione pragmatista, in cui un numero limitato di successi ottenuti via FB è assunto a paradigma e profezia di un futuro social gravido di speranze e sicuramente capace di risolvere le gravi crisi del mondo contemporaneo a trecentosessanta gradi. Ma rimandiamo a fine articolo i commenti personali e veniamo a presentare i cinque orizzonti di lavoro selezionati in BGC. 

Primo compito è lo sviluppo di una community che sia di supporto all'utenza (supportive community). Se i cittadini sentono un calo di speranza e non avvertono di essere sostenuti dai propri Paesi, FB si assumerà il carico di rafforzare il sentimento comunitario, implementando i Gruppi, particolarmente quelli più significativi (very meaningful) per la costruzione di legami umani, andando a perfezionare anche la strutturazione interna, per renderli capaci di esprimere la gerarchia di relazioni tra comunità e sotto-comunità. A detta di Zuckerberg, tali gruppi potranno rendere gli abitanti di FB non solo consumatori passivi, ma sempre più personalità attive nel condividere esperienze e opportunità. Ciò sarebbe già avvenuto in molti casi, per esempio in Gruppi di supporto tra famiglie in difficoltà. Ecco dunque, in prima battuta, come il web potrà risolvere e colmare il vuoto lasciato dalle strutture sociali fisiche (physical social infrastructure).

Secondo scopo è garantire la sicurezza (safe community). In tale campo il CEO di FB è perentorio: le nazioni non sono più abili a proteggersi e a proteggerci; si è fatto troppo poco per rispondere alla situazione. FB possiede un asso nella manica: gestisce così tante informazioni, che può plausibilmente puntare a selezionare le comunicazioni e quindi a prevenire i problemi. Ci sono già alcuni dispositivi funzionanti, che negli ultimi anni hanno reso FB uno strumento di avanguardia nella sicurezza mondiale: il Safety Check, per comunicare al mondo la propria situazione dopo calamita o disastri; canali di coordinamento degli aiuti umanitari o per il lancio di appelli per la donazione di organi e via dicendo. L'obiettivo ulteriore è l'implementazione di una Intelligenza Artificiale che riesca a monitorare gli eventi quotidiani nella Community, al fine, per esempio, di prevenire suicidi o contrastare atti di bullismo. Il tutto senza venir meno alla privacy, rafforzata negli ultimi tempi dai sistemi end-to-end che FB ha elaborato e applicato su piattaforme come WhatsApp. 

Terzo tema è la gestione delle informazioni. Zuckerberg non nega che sia necessario risolvere le sfide delle informazioni selettive (filter bubbles) e false (fake news), cosa che pensa di affrontare favorendo la circolazione di molteplici punti di vista, e senza tacere peraltro quanto sia difficile distinguere una notizia falsa, un'interpretazione, una satira. D'altro canto sposta l'attenzione su fenomeni più comuni e più influenti, quelli del sensazionalismo (sensationalism) e della polarizzazione tematica (polarisation). Contro tali minacce le armi sono due: dal punto di vista tecnico si dovranno sviluppare sistemi di catalogazione semi-automatica, che permettano di individuare le notizie sensazionali, svuotandone l'effetto sul pubblico; dal punto di vista culturale bisognerà fare in modo che il maggior numero possibile di persone si connetta, si conosca e quindi interagisca responsabilmente con le notizie. Qui Zuckerberg, se ho ben interpretato, si accorge che questo progetto debilita le agenzie informative e quindi cerca di ingraziarsele con labili promesse, ma alla fine è piuttostto chiaro che il suo piano operativo poggia su due colonne informali: aumentare la diversità di idee (favorendo la divulgazione di un ampio range di prospettive) e rafforzare la comprensione reciproca (favorendo la conoscenza tra gli utenti), gli altri canali di comunicazione dovranno adattarsi a ciò.

(continua)

 

12 giugno 2015

L'Eco degl'imbecilli


di Salvatore Cammisuli

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Così parlò Umberto Eco, almeno secondo i resoconti della stampa.

Le parole di Eco hanno avuto grande risonanza su quei social media che danno voce a legioni di imbecilli, perché evidentemente ciascuno condivide (in senso proprio e feisbucchiano) il pensiero di Eco pensando di applicarlo a qualcun altro. Vale la pena, però, di riflettere sul senso profondo delle frasi dell’esimio professore, perché non accade tutti i giorni che un intellettuale rivendichi solo per la propria categoria il diritto di dire cose imbecilli.

Del resto, dire delle sciocchezze può capitare a tutti; potrà sembrare strano, ma anche a Umberto Eco. Il compianto Marco Tangheroni, direttore del dipartimento di Medievistica dell’Università di Pisa, accusò il romanzo e ancor di più il film su Il nome della rosa di dare del Medio Evo una visione «completamente falsa» e di esasperare «la vecchia, illuministica, menzognera visione del Medio Evo che fu formulata per odio anticristiano tra Sette e Ottocento». Ma Eco è esperto non di storia, bensì di filosofia, e in particolare ammiratore di Guglielmo da Occam, a cui si è ispirato per il monaco investigatore del suo romanzo. Eco, in particolare, ritiene Guglielmo da Occam interessante perché, liberando Dio dal principio di non-contraddizione, ha posto la base del nichilismo. Affermazione che gli ha guadagnato da parte di Alessandro Ghisalberti, docente di filosofia medievale alla Cattolica di Milano, l’accusa di non conoscere Guglielmo da Occam e addirittura di non aver mai letto le sue opere, sfidando Eco a indicare in quale passo dei suoi scritti Guglielmo da Occam dice che Dio può violare il principio di non-contraddizione - senza ottenere risposta (per queste notizie, Vittorio Messori, Inchiesta sul cristianesimo, Torino 1987, pp. 33-35).

Per il resto, Umberto Eco stesso riconosce che i cari vecchi imbecilli del buon tempo andato rilasciavano le loro dichiarazioni davanti a un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. E ci sembra ovvio, perché chi beve in compagnia e dice sciocchezze insieme ai propri amici è una persona felice, e le persone felici non sono pericolose. Pericoloso non è chi dice cose imbecilli da ubriaco, come i sempliciotti, ma chi le dice da sobrio, come gli intellettuali, e peggio ancora i premi Nobel. Ci risulta, infatti, che le firme per l’appello contro il commissario Calabresi o per l’autodenuncia di solidarietà a Lotta Continua siano state raccolte più abbondanti tra le file dei colti che tra i tavoli delle osterie.

Ma forse c’è dell’altro. Perché a Eco non sembra dar fastidio il fatto che chi scrive dice cose imbecilli, ma che anche chi dice cose che a lui sembrano imbecilli possa scrivere. La ragione ci sembra chiara: nel bel tempo che fu, diciamo pure: negli ultimi duecento anni, gli intellettuali potevano spergiurare sui giornali che il popolo voleva la liberté égalité fraternité, la guerra mondiale o la lotta di classe (secondo le epoche), e la casalinga di Agrigento poteva pure contraddirli, ma la sua voce non andava molto oltre il cortile di casa sua. Oggi la stessa casalinga si è comprata uno smartphone e può dire come la pensa senza che solerti intellettuali si prendano la briga di parlare per lei. E di solito, quando può parlare, la casalinga di Agrigento dice cose tremendamente reazionarie.

Un tempo le idee non-allineate con i dogmi del pensiero dominante potevano essere facilmente cacciate nella fogna accusando chi le faceva proprie di essere fascista, bigotto, oscurantista e reazionario (oggi si aggiungerebbe: omofobo). Per colpa di Facebook alle casematte del potere sono cedute le fondamenta, l’egemonia culturale è finita e l’Apertura Mentale e la Superiorità Culturale della Sinistra possono andare a farsi friggere. Sia chiaro: la voce del popolo non è la voce di Dio, ed esistono ancora mezzi potenti per manipolare l’informazione.

È innegabile, però, che oggi chiunque può dire le cose imbecilli che pensa, fosse pure che a Eco preferisce De Maistre.

 

08 aprile 2015

DivorceBook

di Giuliano Guzzo
Meraviglia fino ad un certo punto la recente decisione della Corte Suprema di Manhattan, che ha permesso ad una donna di New York di poter usare Facebook per notificare ufficialmente all’ex marito la sua intenzione di divorziare: un tempo, infatti, era già tanto se una relazione riuscisse a nascere in modo virtuale, mentre oggi pare sia normale che possa anche virtualmente mantenersi; dunque perché essere contro la virtuale estinzione? Perché chiedere concedere conoscenza e colpo di fulmine alla Tecnologia e lasciare grane e divorzio alla Burocrazia? Tanto vale trasferire tutto on line: alle nozze penserà il reverendo Zuckerberg e per la gravidanza basterà avviare un caricamento di programma lungo nove mesi con alla fine consegna del pargolo direttamente a casa di uno dei due, in modo che al momento del divorzio, com’è giusto, il figlio sappia già da chi resterà.
Stiamo ovviamente scherzando, noi, ma non la Corte di Manhattan: quella decisione è stata presa sul serio. E questo non può non stimolare una riflessione sul processo, in corso ormai da anni, di de-strutturazione della relazione amorosa; processo che va dal divorzio – che ne limita durata – alla contraccezione – che ne limita la responsabilità –, dal disimpegno – che ne limita la serietà – all’aborto, che ne limita la fecondità. In poche parole il Dio Progresso, approfittando della promessa di rimuovere i divieti morali che tanto consenso gli ha procurato, non solo non ci ha liberati della morale mettendone in circolazione una nuova di stampo individualistico – a prima vista più comoda, ma alla lunga effimera e deludente -, ma ha pure introdotto nuovi limiti: e che limiti, signori. Peccato che queste siano considerazioni proibite, ben oltre i limiti della legalità. Perché nel mondo del caos che non ammette regole, in realtà, ne vige una, e ferrea: il divieto di farlo notare.