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08 gennaio 2022

Da don Camillo a Benedetto XVI. Il battesimo dono di Dio

di don Samuele Pinna

Il tempo liturgico del Natale non finisce con l’Epifania (nonostante il noto proverbio: “L’Epifania tutte le feste le porta via”), ma con la festa del Battesimo del Signore, dov’è ricordato a ogni credente il dono ricevuto da Dio: essere suoi figli.

Si tratta, per l’appunto, di un regalo di inestimabile valore che il battezzato deve custodire e rivivere ogni giorno. In un racconto di Giovannino Guareschi intitolato Don Camillo discute, il famoso prete della Bassa rischiò di dimenticarselo quando – si legge nell’episodio – «entrarono improvvisamente in chiesa un uomo e due donne e una delle due era la moglie di Peppone, il capo dei “rossi”. Don Camillo […] si volse e domandò cosa volevano.

“C’è da battezzare della roba” rispose l’uomo e una delle donne mostrò un fagotto con dentro un bambino.

“Chi l’ha fatto?” chiese don Camillo scendendo.

“Io” rispose la moglie di Peppone.

“Con tuo marito?” si informò don Camillo.

“Si capisce! Con chi vuole che l’abbia fatto, con lei?” ribatté secca la moglie di Peppone.

“C’è poco da arrabbiarsi” osservò don Camillo avviandosi verso la sagrestia. “So assai io: non avevano detto che nel vostro partito è di moda l’amore libero?”» (3, pp. 40-41).

Il Crocifisso, però, non approvava l’atteggiamento del sacerdote, perché il Battesimo è un dono elargito dall’alto e non un premio da conquistare o un diritto da vantare. Del resto, se il comportamento di quelle persone fosse stato da “senzadio” non sarebbero venute in chiesa per far battezzare i figli. Don Camillo allora si preparò, ma sentiti i nomi scelti dal sindaco e consorte per il neonato – precisamente Lenin, Libero, Antonio – si rifiutò di amministrare il sacramento: Vallo a far battezzare in Russia, disse calmo, richiudendo il fonte battesimale. E a quel punto, il parroco tentò di sgattaiolare in sacrestia, ma venne ancora redarguito dal Cristo.

«“Gesù” rispose don Camillo. “Voi dovete mettervi in mente che il battesimo non è mica una burletta. Il battesimo è una cosa sacra. Il battesimo…”

“Don Camillo” lo interruppe il Cristo. “A me vuoi insegnare cos’è il battesimo? A me che l’ho inventato? Io ti dico che tu hai fatto una grossa soperchieria, perché se quel bambino, metti il caso, in questo momento muore, la colpa è tua se non ha il libero ingresso in Paradiso!”

“Gesù, non drammatizziamo!” ribatté don Camillo. “Perché dovrebbe morire? […] Gesù, pensateci un momento. Si fosse sicuri che quello poi va all’Inferno si potrebbe lasciar passare: ma quello, pure essendo figlio di un brutto arnese, può benissimo capitarvi fra capo e collo in Paradiso. E allora, ditemi Voi come posso permettere che Vi arrivi in Paradiso della gente che si chiama Lenin? Io lo faccio per il buon nome del Paradiso”.

“Al buon nome del Paradiso ci penso io” gridò seccato Gesù. “A me interessa che uno sia un galantuomo: che si chiami poi Lenin, o Bottone, non mi importa un fico. Al massimo tu potevi far presente a quella gente che dare ai bambini nomi strampalati spesso può significare metterli nei pasticci da grandi”.

“Va bene” rispose don Camillo. “Io ho sempre torto. Cercheremo di rimediare”» (3, p. 42).

In quel momento, però, sopraggiunse Peppone, solo e con il bambino in braccio. Don Camillo dichiarò che avrebbe battezzato suo figlio, ma non con il primo nome che era stato scelto: iniziò così un’epica scazzottata tra i due, nella quale il parroco ebbe la meglio. Il sindaco rimase steso per dieci minuti, ma dopo essersi ripreso poté finalmente portare il bambino al fonte battesimale.

«“Come lo chiamiamo?” chiese don Camillo.

“Camillo, Libero, Antonio” borbottò Peppone.

Don Camillo scosse il capo.

“Ma no: chiamiamolo invece Libero, Camillo, Lenin” disse. “Sì, anche Lenin; quando hanno un Camillo vicino, i tipi come quello là non hanno niente da fare.”

“Amen” borbottò Peppone tastandosi la mascella.

Quando, finito tutto, don Camillo passò davanti all’altare, il Cristo disse sorridendo: “Don Camillo, bisogna dire la verità: in politica ci sai fare meglio tu di me”.

“Anche a cazzotti però” rispose don Camillo con molto sussiego, tastandosi con indifferenza un grosso bernoccolo sulla fronte» (3, p. 44).

Questa storia scalza l’idea che il Battesimo sia da amministrare a una creatura soltanto quando questa l’abbia deciso in età adulta. Altrimenti, a essere coerenti, nessuna “cosa” (scelta del cibo, dei vestiti, delle norme di vita) dovrebbe essere imposta al nascituro. In un discorso a braccio, papa Benedetto XVI, partendo da interrogativi spesso comuni, spiega invece la necessità del Battesimo dei bambini:

«è giusto farlo [il Battesimo dei bambini]? […] possiamo noi imporre ad un bambino quale religione vuole vivere o no? […]”. Queste domande mostrano che non vediamo più nella fede cristiana la vita nuova, la vera vita, ma vediamo una scelta tra altre, anche un peso che non si dovrebbe imporre senza aver avuto l’assenso del soggetto. La realtà è diversa. La vita stessa ci viene data senza che noi possiamo scegliere se vogliamo vivere o no; a nessuno può essere chiesto: “vuoi essere nato o no?”. […]. E, in realtà, la vera domanda è: “è giusto donare vita in questo mondo senza avere avuto il consenso […]? Si può […] dare la vita senza che il soggetto abbia avuto la possibilità di decidere?”. Io direi: è possibile ed è giusto soltanto se, con la vita, possiamo dare anche la garanzia che la vita, con tutti i problemi del mondo, sia buona, che sia bene vivere, che ci sia una garanzia che questa vita sia buona, sia protetta da Dio e che sia un vero dono. Solo l’anticipazione del senso giustifica l’anticipazione della vita. E perciò il Battesimo come garanzia del bene di Dio, come anticipazione del senso, del “sì” di Dio che protegge questa vita, giustifica anche l’anticipazione della vita. Quindi, il Battesimo dei bambini non è contro la libertà; è proprio necessario dare questo, per giustificare anche il dono – altrimenti discutibile – della vita. Solo la vita che è nelle mani di Dio, nelle mani di Cristo, immersa nel nome del Dio trinitario, è certamente un bene che si può dare senza scrupoli. E così siamo grati a Dio che ci ha donato questo dono, che ci ha donato se stesso. E la nostra sfida è vivere questo dono, […] vivere sempre nel grande “sì” di Dio, e così vivere bene» (“Lectio divina”, 11 giugno 2012).

Vivere di Quel bene che ci consente di essere annunciatori del Vangelo, secondo il monito – che diviene avventura bellissima – di Gesù: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 18-20).

 

11 dicembre 2019

Un augurio natalizio guareschiano

Nei 10 anni di Messa

di Samuele Pinna

Un gruppo di ex-parrocchiani, come si suol dire, sono venuti a trovarmi a motivo di un mio anniversario sacerdotale. A loro, e adesso per chi vorrà leggere, lascio il mio speciale augurio natalizio, speciale perché mi servo delle parole e della fantasia di Giovannino Guareschi.

Dieci anni di Messa, così si conta il tempo per un prete. E devo ammettere che oggi, forse più che del don Camillo di Giovannino o del parroco di Lamotte la vita prosegue, nella sua imprevedibile monotonia, alla stregua del parroco di campagna di Lisi. Nulla a che vedere con il tormento sperimentato dal curato di campagna di Bernanos, anche perché nella città di sant’Ambrogio la campagna è quasi impossibile da trovare; semplicemente non esiste. Tuttavia, c’è la grazia, che si scopre nei luoghi in cui uno cerca di fare bene il sacerdote. Nessun grande scossone, quindi, anche se, nella mia ultima destinazione, ho potuto e posso “esercitare il ministero”, come si dice nell’ecclesiasticamente corretto. Non avendo, se non alla lontana, da stare dietro e accordare mille teste, iniziative e ragionamenti spesso sragionati, sovente poco patinati di quel nonsoché di cristiano, è più facile fare profonde e durature amicizie spirituali. Certo, non mancano fregature o errori, ma questo è parte della vita.

Ho avuto, però, la ventura di tanti incontri ecclesialmente avvincenti e laicamente consolanti, ma più di ogni altro la grazia di osservare nel mio angolo di paradiso (che è pur sempre un purgatorio sulla terra!) dove il nostro mondo al contrario sta sprofondando. Si può fingere con chiunque, persino con se stessi, ma poi uno sprazzo di lucidità, dono dall’alto, ti raggiunge. È il tempo dell’onestà o, come si dice – ma a me non piace –, “di bilanci”. C’è poco infatti da bilanciare, bisognerebbe invece armonizzare. Cosa tutt’altro che scontata. Per capire e rimeditare sui fatti dell’oggi mi son fatto aiutare da chi ne sa: da filosofi e teologi celebri (e forsanche un poco dimenticati) a testimoni assunti a mie spese per rendere interessante il quotidiano. E, da qui, sono nate pagine su pagine, che nel marasma della confusione attuale rimangono sospese, forse – mi convinco nella mia candida ingenuità – apprezzate da qualcuno, sicuramente poco lette. Il guadagno, d’altronde, è stato innanzi tutto scriverle e, per il resto, buona notte al secchio! Ma è inutile parlar troppo di se stessi, se non per ringraziare per la fortuna, altra “grazia” davvero, di aver del tempo per cercare di capire, senza riuscirci fino in fondo e allenarsi così nella virtù più umile di tutte, che è la stessa umiltà. Inutile o poco producente farlo in solitudine, mentre se aiutati non solo vi è del lecito ma pure è buona cosa. E, quindi, si deve partire e andar a scovare chi, con rara genialità, possa dirci qualcosa di imperituro.

Mi sono, pertanto, imbattuto in un triste fatto d’odio letterario (non così dissimile dal reale) e subito ho pensato quanto oggi sia presente in abbondanza nelle nostre esistenze. Pur se la nostra società, in un complesso di contraddizioni, vuol eliminare tutto l’odio possibile e immaginabile con forme che se non sono d’odio poco si avvicinano. Nell’odierno panorama spesso s’imbavagliano coloro che, in nome del politicamente corretto, non ragionano come te (del resto è la democrazia di matrice comunista a stabilire che puoi dire tutto tranne quello che non devi proprio dire!). Cortocircuiti di chi rifiuta il trascendente per costruire nuove divinità alla giornata o, tutt’al più, à la page. Sicché, non sono rimasto tanto stupito nel costatare che pure nel mondo piccolo guareschiano può succedere un triste fatto di odio: questa è la storia che desidero lasciare (più d’interesse delle mie poco emozionanti vicende) quale augurio per un vero rinnovamento interiore (e non solo). Del resto, sostiene con convinzione Giovannino: «Per noi della vecchia generazione, pure disincantati da guerre e relativi dopoguerra, nonché da altre esperienze, il traguardo sentimentale di ogni anno rimane il Natale. Natale è per noi la tappa annuale del lungo e duro cammino: l’albero frondoso all’ombra del quale, usciti dalla strada assolata e polverosa, ci fermiamo un istante per raccogliere le nostre idee, i nostri ricordi, e per guardarci indietro. E sono assieme a noi i nostri cari: i vivi e i morti. E nel nostro Presepino d’ogni Natale rinasce, col Bambinello, la speranza in un mondo migliore» (Autobiografia, p. 606).
In un episodio del Don Camillo, si racconta che il Pizzi era stato freddato da uno degli uomini di Peppone, il quale si trovava, solo, in casa sua per intimidirlo. Né il Sindaco né la moglie del morto ammazzato avevano visto l’assassino, ma il figlio sì! Ed era andato a confessarlo a don Camillo. E che poteva fare quel carrarmato in talare se non scuotere l’opinione pubblica con un gesto di forza erculea? Non si doveva dichiararlo apertamente, certo, per non sbugiardare nessuno, ma sapendo che non era stato un suicidio quello del Pizzi, come tutti avevano notificato, l’inossidabile Parroco aveva voluto svolgere i funerali in chiesa. Il risultato fu di tirarsi dietro le ire del paese intero. Alla fine, davanti alla chiusura dei cuori, non c’era altro da fare che scrivere e buttar lì, su un giornale creato ad hoc, riflessioni atte a risvegliare le coscienze, soprattutto dei “rossi”.

Dopo l’uscita del suo giornaletto – si legge nel racconto La paura continua –, don Camillo si trovò solo.
«Mi pare di essere in mezzo al deserto» confidò al Cristo. «E non cambia niente anche quando ho intorno cento persone, perché essi sono lì, a mezzo metro da me, ma fra me e loro c’è un cristallo spesso mezzo metro. Sento le loro voci, ma è come se venissero da un altro mondo.»
«È la paura» rispose il Cristo. «Essi hanno paura di te.»
«Di me?»
«Di te, don Camillo. E ti odiano. Vivevano caldi e tranquilli dentro il bozzolo della loro viltà. Sapevano la verità ma nessuno poteva obbligarli a sapere, perché nessuno aveva detto pubblicamente questa verità. Tu hai agito e parlato in modo tale che essi ora debbono saperla, la verità. E perciò ti odiano e hanno paura di te. Tu vedi i fratelli che, quali pecore, obbediscono agli ordini del tiranno e gridi: “Svegliatevi dal vostro letargo, guardate le genti libere; confrontate la vostra vita con quella delle genti libere!”. Ed essi non ti saranno riconoscenti, ma ti odieranno e, se potranno, ti uccideranno perché tu li costringi ad accorgersi di quello che essi già sapevano ma, per amor di quieto vivere, fingevano di non sapere. Essi hanno occhi ma non vogliono vedere. Essi hanno orecchie ma non vogliono sentire. Sono vili ma non vogliono che nessuno dica loro che son vili. Tu hai resa pubblica una ingiustizia e hai messo la gente in questo grave dilemma: se taci, tu accetti il sopruso, se non lo accetti devi parlare. Era tanto più comodo poterlo ignorare, il sopruso. Ti stupisce tutto questo?»
Don Camillo allargo le braccia.
«No» disse. «Mi stupirei se non sapessi che, per aver voluto dire la verità agli uomini, Voi siete stato messo in croce. Me ne dolgo semplicemente.»
A questo punto, l’assassino tenta di uccidere anche il Parroco di quel mondo piccolo, ma il suo colpo non andrà a segno per via di un miracolo, anche perché, dopo quel primo sparo, “qualcuno” gli aveva mandato addosso una sventagliata di mitra, pur lasciandolo illeso:

Nei paesi in riva al fiume il silenzio sgomenta perché in esso si sente la minaccia. Don Camillo passava con cura il pennellino sul legno della croce e vedeva la mano del Cristo trapassata dal chiodo. Gli parve a un tratto che quella mano si animasse. In quell’istante un colpo fece rintronare la chiesa. Qualcuno aveva sparato dalla finestra della cappelletta di fianco. Abbaiò un cane, poi abbaiò un altro cane. Si udì, lontana, una breve raffica di mitra. Poi ritornò il silenzio.
Don Camillo guardò sgomento il viso del Cristo.
«Gesù» disse. «Io ho sentito la Vostra mano sulla mia fronte.»
«Tu vaneggi, don Camillo.»
Don Camillo riabbassò gli occhi e li fissò sulla mano attraversata dal chiodo. Poi si sentì come un brivido e lasciò sfuggirsi dalle dita il barattolo e il pennellino. Il polso del Cristo era stato trapassato dalla palla.
«Gesù» disse ansimando «Voi mi avete respinta la testa e avete ricevuta nel braccio la palla che era diretta a me!»
Peppone stesso percepisce lo sgomento generale quando il paese intero è sotto scacco da questo omicida sconosciuto e la diffidenza prende tutti, anche tra i suoi più fidati come il Brusco. Il Sindaco, allora, si sente come in galera e si reca in canonica da don Camillo, il quale, con il Natale alle porte, sta ritoccando le statue del presepe.
Peppone si sedette – è scritto in Giallo e rosa – mentre don Camillo riprendeva le sue faccende e tutt’e due tacquero per un bel po’.
«Vecchio Dio!» esclamò a un tratto Peppone con rabbia.
«Non avevi altro posto che venire in canonica per bestemmiare?» si informò calmo don Camillo. «Non potevi bestemmiare mentre eri alla sede?»
«Non si può più neanche bestemmiare, in sede!» borbottò Peppone. «Perché, anche se uno bestemmia, deve dare delle spiegazioni.»
Don Camillo prese a ritoccare con la biacca la barba di San Giuseppe.
«In questo porco mondo un galantuomo non può più vivere!» esclamò Peppone dopo un po’.
«E cosa ti interessa?» domandò don Camillo. «Sei forse diventato un galantuomo?»
«Lo sono sempre stato.»
«Oh bella! Non l’avrei mai immaginato.»
Don Camillo continuò a ritoccare la barba di San Giuseppe. Poi passò a ritoccargli la veste.
«Ne avete ancora per molto tempo?» si informò Peppone con ira.
«Se mi dai una mano in poco si finisce.»
Peppone era meccanico e aveva mani grandi come badili e dita enormi che facevano fatica a piegarsi. Però, quando uno aveva un cronometro da accomodare, bisognava che andasse da Peppone. Perché, è così, sono proprio gli omoni grossi che son fatti per le cose piccolissime. Filettava la carrozzeria delle macchine e i raggi delle ruote dei barrocci come uno del mestiere.
«Figuratevi! Adesso mi metto a pitturare i santi!» borbottò. «Non mi avrete mica preso per il sagrestano!»
Don Camillo pescò in fondo alla cassetta e tirò su un affarino rosa, grosso quanto un passerotto, ed era proprio il Bambinello. Peppone si trovò in mano la statuetta senza sapere come e allora prese un pennellino e comincio a lavorare di fino. Lui di qua e don Camillo di là dalla tavola, senza potersi vedere in faccia perché c’era, fra loro, il barbaglio della lucerna.
«È un mondo porco» disse Peppone. «Non ci si può fidare di nessuno, se uno vuol dire qualcosa. Non mi fido neppure di me stesso.»
Don Camillo era assorbitissimo dal suo lavoro: c’era da rifare tutto il viso della Madonna. Roba fine.
«E di me ti fidi?» chiese don Camillo con indifferenza.
«Non lo so.»
«Prova a dirmi qualcosa, così vedi.»
Peppone finì gli occhi del Bambinello: la cosa più difficile. Poi rinfrescò il rosso delle piccole labbra.
«Vorrei piantare lì tutto» disse Peppone. «Ma non si può.»
«Chi te lo impedisce?»
«Impedirmelo? Io piglio una stanga di ferro e faccio fuori un reggimento.»
«Hai paura?»
«Mai avuto paura al mondo!»
«Io sì, Peppone. Qualche volta ho paura.»
Peppone intinse il pennello.
«Be’, qualche volta anch’io» disse Peppone. E appena si sentì.
Don Camillo sospirò anche lui.
«La pallottola mi è passata a quattro dita dalla fronte» raccontò don Camillo. «Se non avessi tirato indietro la testa proprio in quel momento, ci rimanevo secco. È stato un miracolo.»
Ora Peppone aveva finito il viso del bambinello e stava ripassando il rosa del corpo.
«Mi dispiace di averlo sbagliato» borbottò Peppone. «Ma ero troppo lontano e c’erano di mezzo i ciliegi.»
Don Camillo fermò il pennello.
«Me l’aspettavo» spiegò Peppone. «Da tre notti avevo mandato il Brusco a girare attorno alla casa del Pizzi per via che l’altro non facesse fuori il ragazzo. Il ragazzo deve aver visto chi ha sparato dalla finestra contro suo padre e l’altro lo sa. Io intanto giravo attorno a casa vostra. Perché ero sicuro che l’altro sapeva che anche voi sapete chi ha sparato sul Pizzi.»
«L’altro chi?»
«Non lo so» rispose Peppone. «Io l’ho visto di lontano avvicinarsi alla finestra della cappelletta. Ma non potevo sparargli prima che facesse qualcosa. Appena ha sparato ho sparato anch’io. L’ho sbagliato.»
«Sia ringraziato Dio» sospirò don Camillo. «So come spari e allora posso dire che sono stati due i miracoli.»
«Chi sarà? Lo sapete soltanto voi e il ragazzo chi è.»
Don Camillo parlò lentamente.
«Sì, Peppone, lo so, ma nessuna cosa al mondo può farmi violare il segreto della confessione.»
Peppone sospirò e continuò a pitturare.
«C’è qualcosa che non va» sospirò a un tratto. «Mi pare che tutti mi guardino con altri occhi, adesso. Tutti, anche il Brusco.»
«Anche al Brusco sembrerà così, e anche agli altri. A tutti gli altri. Ognuno ha paura dell’altro e ognuno, quando parla, è come se sentisse di doversi sempre difendere.»
«Perché questo?»
«Non facciamo della politica, Peppone.»
Peppone sospirò ancora. «Mi sento come in galera» disse cupo.
«C’è sempre una porta per scappare da ogni galera di questa terra» rispose don Camillo. «Le galere sono soltanto per il corpo. E il corpo conta poco.»
Oramai il Bambinello era finito e, fresco di colore e così rosa e chiaro, pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone. Peppone lo guardò e gli parve di sentir sulla palma il tepore di quel piccolo corpo. E dimenticò la galera. Depose con delicatezza il Bambinello rosa sulla tavola e don Camillo gli mise vicino la Madonna.
«Il mio bambino sta imparando la poesia di Natale» annunciò con fierezza Peppone. «Sento che tutte le sere sua madre gliela ripassa prima che si addormenti. È un fenomeno.»
«Lo so» ammise don Camillo. «Anche la poesia per il Vescovo l’aveva imparata a meraviglia.»
Peppone si irrigidì. «Quella è stata una delle vostre più grosse mascalzonate!» esclamò. «Quella me la dovete pagare.»
«A pagare e a morire si fa sempre a tempo» ribatté don Camillo.
Poi, vicino alla Madonna curva sul Bambinello, pose la statuetta del somarello.
«Questo è il figlio di Peppone, questa la moglie di Peppone e questo è Peppone» disse don Camillo toccando per ultimo il somarello.
«E questo è don Camillo!» esclamò Peppone prendendo la statuetta del bue e ponendola vicino al gruppo.
«Bah! Fra bestie ci si comprende sempre» concluse don Camillo.
Uscendo, Peppone si ritrovò nella cupa notte padana, ma oramai era tranquillissimo perché sentiva ancora nel cavo della mano il tepore del Bambinello rosa. Poi udì risuonarsi all’orecchio le parole della poesia che oramai sapeva a memoria.
«Quando, la sera della Vigilia, me la dirà, sarà una cosa magnifica!» si rallegrò. «Anche quando comanderà la democrazia proletaria le poesie bisognerà lasciarle stare. Anzi, renderle obbligatorie!»
Il fiume scorreva placido e lento, lì a due passi, sotto l’argine, ed era anche lui una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per arrotondare e levigare il più piccolo dei miliardi di sassi in fondo all’acqua, c’eran voluti mille anni. E soltanto fra venti generazioni l’acqua avrà levigato un nuovo sassetto.
E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l’ora su macchine a razzo superatomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino.
Il mio augurio e il mio grazie è, infine, che possiate ancora commuovervi davanti a quel Dio che si fa uomo per portare ogni sua creatura a salvezza, a una vita sensata, a un bene più grande, alla gioia piena e feconda.
 

10 febbraio 2019

L'ultimo don Camillo, tridentino e clandestino

di Giorgio Enrico Cavallo
da altrastoria.it
Don Camillo sarà uno degli ultimi oppositori dello "spirito del Concilio". E per questo, sarà costretto a celebrare Messe clandestine e subirà un ingiusto esilio.

Sì, Giovannino Guareschi ha anche immaginato gli ultimi anni del suo personaggio prediletto, e l’ha fatto in una serie di racconti pubblicati sul Borghese di Mario Tedeschi. Oggi, questi racconti sono pressoché introvabili, pubblicati in un’unica raccolta del 1968 edita dal Borghese sotto il titolo di L’Italia in graticola.

È un don Camillo ben diverso da quello dei libri e dei film. Non è cambiato il personaggio: l’irruento parroco è invecchiato nel fisico, ma non nello spirito; tuttavia, attorno a lui è mutato il mondo. Ed è un mondo nel quale il protagonista dei racconti guareschiani non si ritrova più. La Chiesa è passata attraverso il Concilio Vaticano II, e sembra non essere più quella di prima. Anche il Partito Comunista è cambiato, e così né don Camillo né Peppone si sentono a loro agio. Il primo, ha seri problemi con il suo vescovo perché ha rivangato la vecchia storia della scomunica ai comunisti ed è rimasto pacelliano; il secondo ha problemi con il partito perché è rimasto staliniano. In poche parole: entrambi sono rimasti fedeli al loro mondo, mentre il mondo attorno a loro è diventato conciliante ed edulcorato.

In breve: don Camillo si trovò costretto a celebrare la Messa in latino di nascosto, nel segreto della cappella privata del suo amico Piletti. Qualche «capoccia» della DC fece la spia e don Camillo finì schedato tra i «sovversivi», dopo una sonora lavata di testa da parte del vescovo. Vescovo che si mostrava amico dei comunisti e nemico dei cattolici più sinceri. È a questo don Camillo “pacelliano” e cattolico intransigente che Guareschi si sentì in dovere di scrivere. Lettere aperte, con il cuore in mano, scritte dall’autore al proprio personaggio. «Don Camillo: se Lei non si aggiorna e non la pianta di chiamare “senza Dio” i comunisti e di descriverli come dei nemici della Religione e della libertà, la Federazione Comunista Provinciale La sospenderà a divinis», lo ammoniva Guareschi.

Lo scenario che il più schietto autore cattolico del Novecento italiano descriveva in queste pagine era quello impietoso di una religione diventata consumismo, di fede vilipesa e di tradizione gettata alle ortiche per compiacere il mondo. Un cattolicesimo da operetta, nel quale gli altari storici vengono distrutti e sostituiti con le «tavole calde» postconciliari; un cattolicesimo nel quale le Messe sono state spogliate del sacro, frivole e modeste. «Messe ye-ye», le chiamerà il fondatore del Candido.

A quelle Messe avrebbe dovuto sottostare il tetragono parroco di campagna. Ma, visto il personaggio, il vescovo gli aveva inviato un «pretino» che avrebbe dovuto affiancalo. «Don Camillo: si tratta di un prete giovane, ingenuo, pieno di commovente entusiasmo: perché non ne ha tenuto conto e l’ha cacciato fuori dalla chiesa a pedate nel sedere?».

Esiliato in montagna dal suo vescovo, don Camillo rimase intimamente «fermo all’ultimo papa medievale, quel Pio XII che oggi viene pubblicamente svillaneggiato dai palcoscenici». Ma fu obbligato a celebrare la Messa secondo il nuovo rito. Vallo a spiegare ai montanari ai quali era stato inviato come nuovo pastore! «Questi cittadini – dicevano – vorrebbero farci credere che Dio non capisce più il latino». Parrocchiani cocciuti come lui. Ma che non avevano gli obblighi di sottostare all’autorità ecclesiastica, e della nuova Messa non volevano sentir parlare.

Nel mentre, a Brescello il pretino vendeva le balaustre, i candelabri, gli angioletti, gli ex voto e tutto il resto. «Il ricavato è servito a sistemare in chiesa l’Altare nuovo, il radiogrammofono stereofonico, i microfoni, gli altoparlanti, l’impianto di riscaldamento, eccetera. Anche il suo famoso Cristo è stato venduto perché troppo ingombrante, incombente, spettacolare e profano». Guareschi però proprio non ce la faceva ad immaginare il Cristo parlante nelle mani di qualche Senza-Dio: lo immaginò nella mite cappella privata dell’avvocato Piletti. E nemmeno poteva immaginare il suo parroco d’assalto in cima ad una montagna: ipotizzò per lui un ritorno a Brescello, ancora una volta, dove avrebbe potuto celebrare la sua Messa in latino in clandestinità. «Don Camillo, tenga duro: quando i generali tradiscono, abbiamo più che mai bisogno della fedeltà dei soldati».

 

24 luglio 2018

Guareschiana/3. Quanto ci mancano Guareschi, Peppone e don Camillo

di Giuliano Guzzo
da GiulianoGuzzo.com
In teoria oggi ricorrono i 50 anni, ma in realtà la morte di Guareschi da una parte sembra avvenuta da 500 anni e, dall’altra, avvenuta non sembra avvenuta affatto. Sembra avvenuta da mezzo millennio se pensiamo a quanto tutto sia cambiato da allora, passando da un Mondo piccolo in cui erano cattolici anche quelli che sembravano comunisti, a un mondo globalizzato dove sono progressisti anche quelli che sembrano cattolici. Tuttavia, il geniale Giovannino, quel Giovannino che fu scrittore, giornalista, umorista, vignettista, sceneggiatore, designer e che da italiano è stato tradotto come nessun altro nel mondo, si direbbe sia ancora vivo e ancora oggi si aggiri pedalando intabarrato nella nebbia della Bassa.

Il sospetto della sopravvivenza di Guareschi viene dall’attualità delle sue lezioni. Tante lezioni. Lezioni che, a volte, sono profezie. Come quando Gesù spiega a don Camillo, anticipando di decenni lo snobismo radical chic e l’illusione delle biotecnologie, il male che può fare quella «troppa cultura» che imbarbarisce l’uomo: «E’ la troppa cultura che porta all’ignoranza, perché se la cultura non è sorretta dalla fede, a un certo punto l’uomo vede soltanto la matematica delle cose. E l’armonia di questa matematica diventa il suo dio, e dimentica che è Dio che ha creato questa matematica e questa armonia. Ma Dio non è fatto di numeri, don Camillo, e nel cielo del tuo Paradiso volano gli angeli del bene» (“Mondo piccolo. Don Camillo”, Rizzoli, Milano 1991, p.254).

Ovunque sia, la cosa certa è quindi che Giovannino, quel Giovannino che Dio ci ha tolto nel 1968, quando l’uragano dei costumi stava iniziando ma quello nella Chiesa era già iniziato – si veda la contrapposizione tra don Camillo e don Chichì nel libro “Don Camillo e i giovani d’oggi” -, oggi manca. Alla letteratura. All’Italia. Ma soprattutto ai cattolici che continuano a preferire la fede alla filantropia, la salvezza alla solidarietà, il Signore a Soros. Fortuna che ci sono tutti quei libri e quei film, stupendi anche quelli, a strapparci alla nostalgia e alla malinconia; a darci la speranza che un giorno, nella Bassa, ci si potrà ancora imbattere in un omone con due mani grosse così, un prete vestito da prete, che davanti a un bicchiere di lambrusco possa ascoltarci e rassicurarci, sul Paradiso dove volano gli angeli del bene.
 

22 luglio 2018

Guareschiana/2. Peppone il teologo di (G.Biffi)

Nei 50 anni dalla morte di Giovannino Guareschi, avvenuta il 22 luglio 1968, proponiamo uno scritto del cardinale Giacomo Biffi, tratto da "don Camillo - Il Vangelo dei semplici", Àncora Editrice, Milano, 2000. Recuperato da GiovanninoGuareschi.com

L’epopea di Mondo piccolo – un piccolo mondo che ci viene offerto primariamente come cifra e quasi miniatura del più grande conflitto di idee, di mentalità, di interessi che ha segnato e dominato gran parte del secolo XX, ma poi diventa anche raffigurazione sorridente dell’intera commedia esistenziale – trova qui uno dei suoi più affascinanti capitoli.
Ma a lettura finita c’è spazio, voglia e, si direbbe, necessità di qualche considerazione approfondita. Lo consente e quasi lo esige lo spessore di questa prosa; uno spessore che la levità della narrazione non riesce a celare, se non forse ai fruitori più disattenti. In questo racconto viene affrontato esplicitamente il problema – serio e rilevante per Guareschi – del rapporto tra il servizio alla verità e la tirannia delle esigenze letterarie. 

Peppone l’avverte come qualcosa di intrigante e addirittura di angoscioso.
«La letteratura [egli dice] è una porca faccenda che serve soltanto per imbrogliare le idee, perché va a finire che uno, invece di dire quello che vorrebbe lui, dice quello che vuole la grammatica e l’analisi logica».
«Adesso parli giusto» osservò don Camillo [che qui è senza dubbio portavoce dell’autore].
«Ha bisogno di molte parole [dice più avanti don Camillo] chi deve mascherare la sua mancanza di idee o chi deve mascherare le sue intenzioni».

La proposta di Peppone è di cancellare dal vocabolario tutte le parole che sono in più: ce ne sono troppe rispetto al numero delle cose da dire. Al momento egli non ci pensa, ma in fondo il suo è lo stesso parere di Gesù Cristo che ha detto: «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal mal i gno” (Mt 5, 37).

Bisogna riconoscere che dal tempo di Guareschi nell’uso del linguaggio c’è stato perfino un peggioramento. Sicché oggi l’inizio obbligato della nostra redenzione sociale sarebbe quello di cominciare a chiamare le cose soltanto con il loro nome, senza camuffamenti e senza quelle inutili prolissità che spesso finiscono coll’essere messe a servizio dell’ambiguità e della confusione.

E per esempio strano (ma non tanto) che la famosa legge 194 – con la quale si è legalizzato e pubblicamente finanziato l’aborto – si intitoli con bella ipocrisia Legge per la tutela della maternità o che ci si dimentichi che, per indicare la convivenza more uxorio di due persone non sposate, la lingua italiana abbia già la parola “concubinato”, senza che ci sia bisogno di perifrasi come “unioni di fatto” o “unioni affettive”.

«Se io parlo come mi ha fatto mia madre capisco tutto quello che dico» esclama nostalgicamente lo schietto capopopolo emiliano, che si vede invece costretto a misurarsi e a compromettersi con termini che gli sono estranei e incomprensibili, per nobilitare letterariamente il suo dire. E deve essere per lui un disagio non piccolo il dover ascoltare e ripetere nell’indottrinamento di partito vocaboli come “alienazione”, “plusvalore”, “materialismo dialettico”, in omaggio a Carlo Marx.

«Credi tu che Gesù Cristo adoperasse più parole di quante ne puoi adoperare tu?» gli fa notare l’implacabile curato. Peppone tenta di schermirsi: «Altri tempi, altro tipo di propaganda»; ma in realtà sa anche lui che qui don Camillo ci ha preso. Perché la lamentela gli viene proprio dal ricordo dello stile usato dal Figlio di Dio, il quale sapeva introdurre nel suo dire le cose più semplici e comuni, e così gli riusciva di far capire le grandi e ineffabili verità del Padre che ci ama e del Regno che ci aspetta anche al suo pubblico di pescatori, di pastori, di contadini.

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Un’attenzione a parte merita la “teologia di Peppone”. Essa suscita le ovvie critiche del suo antagonista, che in seminario aveva studiato sui testi classici e approvati; eppure io vorrei te ntare di difenderla. Certo, dire che «Dio fa autocritica, riconosce le sue deviazioni [ ...] e diventa veramente democratico» a prima vista scandalizza e fa gridare alla bestemmia. Ma questo linguaggio racchiude qualche valore, che cercherò di mettere in luce facendo ricorso a una “autorità” di tutto rispetto.

Il cardinal Newman distingue – ed è uno dei più originali dei suoi non sempre facili pensieri – l’“assenso nozionale” dall’“assenso reale”: il primo termina ai concetti e non li oltrepassa, il secondo arriva alla realtà (e qualifica il vero atto di fede). Se io mi limito ad asserire che Dio è l’essere perfettissimo, l’eterno, il santo, l’onnisciente, eccetera, mi esprimo in maniera ineccepibile; ma il mio rischia di essere solo un “assenso nozionale”, e non è detto che sia salvifico. Peppone invece, a ben guardare, parla di Dio come parla dei compagni coi quali ha quotidianamente a che fare; vale a dire, prende sul serio Dio come una persona viva e concreta.
Il suo è un “assenso reale”, e può essere l’avvio di una relazione religiosa trasformante. E si capisce allora come egli possa chiedere a questo Dio – proprio come lo chiederebbe a un suo conoscente o a un suo amico di favorire l’incontro delle parti, collocandosi tra loro (topograficamente, senza compromettere nessuna verità) a mezza strada.

 Così rileva il teologo Peppone «gli uomini si muovono e il Padreterno sta fermo». Non bisogna dimenticare che si tratta soltanto di una bega tra la parrocchia e la sezione del partito. Però vi è sottintesa una questione annosa e addirittura secolare, che affligge molti italiani: la questione di mettere d’accordo il loro antico cuore cattolico (che sa di aver bisogno non solo della predicazione del Vangelo, ma anche dei sacramenti e degli altri riti) e il loro antico animo anticlericale (per il quale sono convinti che ai preti non bisogna mai darla vinta del tutto). Perciò si può sperare che in questo caso Dio non si rifiuti equanimemente di dare una mano. «Se il Padreterno non è fazioso» pensa Peppone utilizzando ancora una volta l’“assenso reale” «deve capire che queste storie non le facciamo per lui».

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Vorrei aggiungere un’ultima riflessione sul “dialogo”: un tema vivissimo in questi decenni, tanto che sembra essere percepito dall’odierna cristianità quasi come un dogma di fede. Ma non è un dogma di fede. Piuttosto è una ovvietà: è evidente che bisogna dialogare sempre con tutti, se si vuole evangelizzare efficacemente. Quelli di Guareschi sono senza dubbio personaggi “preconciliari”, ma nessuno potrebbe affermare che non ci sia dialogo fra don Camillo e Peppone. Il dialogo è anzi la sostanza stessa della loro leggendaria vicenda. Ogni giorno essi si incontrano, si confrontano, misurano con straordinaria libertà di spirito le loro rispettive convinzioni.
Ma don Camillo – che non solo è un irriducibile annunciatore del Vangelo ma anche un leale e appassionato rappresentante della Chiesa – non si sogna neppure di pensare che per dialogare efficacemente bisogna, come oggi si sente dire, «guardare a ciò che ci unisce e non a ciò che ci divide». Egli sembra ben persuaso che sia vero il contrario, almeno quando quello che ci differenzia e ci contrappone non è motivato e connotato dal capriccio e dal puntiglio, ma dall’amore per la verità e la giustizia. Diversamente, non ci sarebbe più nemmeno dialogo a utentico e pastoralmente proficuo; ci sarebbe solo una cortese chiacchiera da salotto.
Appunto per questo il dialogo come è tratteggiato da Guareschi appare evangelicamente giusto e fruttuoso. La salvezza dei fratelli non verrà dalla capacità degli uomini di Chiesa di schivare con mondana eleganza ciò che può inquietare e pungere una pace delle coscienze obiettivamente infondata e non generata dalla verità; potrà venire solo da una limpida e coraggiosa testimonianza resa, per amore del prossimo, alla luce di Dio.


 

Guareschiana/1. La verità secondo don Camillo e Peppone

di Samuele Pinna
Il 22 luglio 1968 tornava alla casa del Padre Giovannino Guareschi, scrittore italiano tra i più letti al mondo, giornalista, vignettista e umorista. Ma secondo Paolo Gulisano non fu soltanto questo, perché «fu anzitutto uno scrittore cristiano» («Il Timone» 20 (2018) n. 175, p. III). Nell’editoriale del settimanale Candido del 7 dicembre 1947 scrisse, infatti: «Noi non apparteniamo a nessun ismo. Abbiamo un’idea, sì, ma non finisce in ismo. La cosa è molto semplice: per noi esistono al mondo due idee in lotta: l’idea cristiana e l’idea anticristiana. Noi siamo per l’idea cristiana e siamo perciò con tutti coloro che la perseguono e soltanto fino a quando la perseguono. Quando, a nostro modesto avviso, qualcuno si distacca da questo principio, chiunque sia (fosse anche il nostro parroco) noi diventiamo automaticamente suoi avversari […]. La nostra strada è dritta e su essa camminiamo tranquilli. Alla fine, magari, ci troveremo con sei lettori in tutto». E, invece, a motivo di questa energica convinzione, i lettori sono milioni in tutto il mondo, soprattutto nel seguire le vicende di quel prete della Bassa, che parlava col Cristo dell’Altare maggiore, di nome “don Camillo”. Guareschi è stato – come tutti sanno – il suo inventore, dove i racconti, oltre al fascino intrinseco e la sensazione di piacevolezza che restituiscono a chi legge, sono una miniera di riflessioni e di spunti (anche e soprattutto) connotati cristianamente.

Tra i tanti, mi ha sempre molto colpito il racconto numero 98 intitolato L’altoparlante, tanto da riprenderlo per ben due volte anche nel mio libro su Bud Spencer ( Spaghetti con Gesù Cristo! La «teologia» di Bud Spencer, pp. 20-22 e 138-140). Nella seconda parte della storia in maniera garbata si viene a rispondere a una delle domande più difficili per l’uomo: che cos’è la verità? Il più alto pensiero cattolico ha definito la verità « adaequatio intellectus et rei (corrispondenza tra intelletto e realtà)» (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 21, a. 2c). Il reale, dunque, si può conoscere. San Tommaso aggiunge, inoltre: «La verità è nell’intelletto di Dio in senso vero e proprio e in primo luogo ( proprie et primo); nell’intelletto umano, invece, essa è in senso vero e proprio, e derivato (proprie quidem et secundario)» (Id.,De ventate, q. 1, a. 4c). Sicché, Dio è « ipsa summa et prima veritas (la stessa somma e prima verità)» (Id., Summa Theologiae, I, q. 16, a. 5c).

Commenta, a tal proposito, Benedetto XVI: «Con questa formula siamo vicini a ciò che Gesù intende dire quando parla della verità, quando dice che è venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità. Nel mondo, verità e opinione errata, verità e menzogna sono continuamente mescolate in modo quasi inestricabile. La verità in tutta la sua grandezza e purezza non appare. Il mondo è “vero” nella misura in cui rispecchia Dio, il senso della creazione, la Ragione eterna da cui è scaturito. E diventa tanto più vero quanto più si avvicina a Dio. L’uomo diventa vero, diventa se stesso se diventa conforme a Dio. Allora egli raggiunge la sua vera natura. Dio è la realtà che dona l’essere e il senso. “Dare testimonianza alla verità” significa mettere in risalto Dio e la sua volontà di fronte agli interessi del mondo e alle sue potenze. Dio è la misura dell’essere» (Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio , p. 32).

Questo vuol dire che la coscienza di ognuno non coincide con il proprio autocostituirsi arbitrariamente, ma con il ricercare la volontà di Dio, che poi corrisponde con il meglio possibile per l’uomo. Tuttavia, anche laicamente (o, meglio, bisognerebbe forse dire filosoficamente), significa che la coscienza è destinata a conformarsi alla verità, se vuole ottenere il suo bene.

Questo principio è insegnato da Guareschi in modo gustoso.
Nell’episodio de L’altoparlante – altoparlante che don Camillo ebbe in cima al campanile dopo aver vinto al totocalcio –, si narra del giorno della partenza delle reclute. Peppone doveva tenere un grande comizio alla presenza della cittadinanza: «aveva le idee straordinariamente chiare in proposito. Anzi le idee chiare in proposito le avevano gli altri, quelli che mandavano le direttive a Peppone: ma Peppone era convinto che fossero le sue idee e si preparò per tempo» ( Tutto don Camillo. Volume primo (1-182), p. 721). La partenza delle reclute doveva apparire una cosa importante e, quindi, il Sindaco di quel mondo piccolo aveva mandato in giro i suoi “rossi” a recuperare cibarie varie perché ognuno potesse avere il suo pacco dono. Ciò che interessava di più a Peppone era, però, il suo discorso: «i giovani dovevano piantarsi bene nel cervello che essi non sono carne da cannone, che il soldato non è al servizio del governo, ma del Popolo, e che il primo dovere del soldato è quello di pensare alla pace e di combattere i guerrafondai» (ibid., pp. 721-722).

Il giorno atteso arrivò e la piazza era gremita, don Camillo spiava da dietro le gelosie di una finestra della canonica. Peppone iniziò l’arringa, preparata a puntino, anche se non da lui, fintantoché si rivolse alle reclute: «Ascoltate la voce del vostro popolo! Andate nelle caserme perché così vuole la barbara legge nemica dei lavoratori, ma dite chiaro e tondo a coloro che tentano di armarvi per combattere i fratelli proletari del grande paese della libertà che voi non combatterete! Dite che voi...» ( ibid., pp. 723-724). Il povero don Camillo a questo punto ormai sudava freddo dietro la finestra così come il maresciallo dei carabinieri preoccupato di come potesse andare a finire il comizio. Don Camillo però “attaccò”: crepitò l’altoparlante e Peppone si fermò, non uscirono parole ma le note dell’Inno del Piave.
 Il Capo dei rossi non riusciva a innestare la marcia, lo aiutò lo Smilzo con una pedata sullo stinco e allora tenne un discorso che, abbandonata l’ideologia preconfezionata, si faceva a poco a poco sempre più vero: «La sua voce potente si frammischiò alla musica che usciva dall’altoparlante. “Dite a coloro che tentano di ingannare il popolo, a coloro che diffamano il popolo, che i nostri padri hanno difeso la patria dall’invasore allora e noi siamo pronti oggi a tornare sul Carso e sul Monte Grappa dove abbiamo lasciato la meglio gioventù italiana. Dovunque è Italia dappertutto è Monte Grappa quando il nemico si affaccia ai confini sacri della patria! Dite ai diffamatori del popolo italiano che, se la patria chiamasse, i vostri padri, ai quali brillano sul petto le medaglie al valore conquistate nelle pietraie insanguinate, giovani e vecchi si ritroveranno fianco a fianco e combatteranno dovunque e contro chiunque nemico, per l’indipendenza d’Italia e al solo scopo del bene inseparabile del Re e della Patria!”. Ma sì, il Re. E il Re volò via assieme alla patria sulle ali del Piave salutato dalle urla deliranti di una piazza gremita. E il maresciallo dei carabinieri lo vide passare per il cielo della repubblica ma non lo infilzò col lapis per appiccicarlo sulla carta del notes. Anzi lo salutò portando la mano alla visiera» (ibid., p. 724).
Peppone – commentavo – «ha trovato la verità nella vita concreta, nei fatti e nella realtà in carne e ossa posta davanti agli occhi, a partire dai quei valori iscritti in ogni animo umano» ( Spaghetti con Gesù Cristo!, p. 140).

Ecco cos’è la verità: rileggere il reale per quello che è e non per come le lenti dell’ideologia ce lo presentano. Per il cristiano, poi, è partecipare, nel proprio essere, all’Essere, riconoscere cioè il creato proprio come creato, sapendo che la realtà è vista meglio da colui che l’ha posta in essere: dal Creatore. Per avere lo sguardo di Dio, però, bisogna fidarsi di Lui, perché, osservando con attenzione, non tanto in giro, ma nel profondo del proprio cuore, si può scoprire quella verità di cui si ha tanto bisogno. La fede non è cieca, ma è ausilio per vedere meglio le cose (spirituali e non).
Sant’Agostino confessò il ritardo con cui si accorse che la verità, in fin dei conti, coincide con Dio: «Tardi ti amai – scrive poeticamente –, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace» ( Confessioni, 10, 27, 38).

Leggere ancor oggi Guareschi permette di cogliere la verità, quella profonda, umana e divina, che fa vedere la vita in modo diverso a chi, come Giovannino, abitava (e come lui può abitare, anche se a centomila chilometri di distanza) al Boscaccio, nella Bassa. Lui era là con suo padre, sua madre e i suoi undici fratelli. Sua madre gli consegnava ogni mattina una cesta di pane, un sacchetto di mele o di castagne dolci, suo padre li metteva in riga nell’aia e gli faceva dire ad alta voce il Pater noster: poi andavano con Dio e tornavano al tramonto. Cose che succedono i n quella fettaccia di terra tra il fiume e il monte, che da altre parti non succedono: «Cose che non stonano mai col paesaggio. E là tira un’aria speciale che va bene per i vivi e per i morti, perché là hanno un’anima anche i cani. Allora si capisce meglio don Camillo, Peppone e tutta l’altra mercanzia. E non ci si stupisce che il Cristo parli e che uno possa spaccare la zucca a un altro, ma onestamente però: cioè senza odio. E che due nemici si trovino, alla fine, d’accordo nelle cose essenziali. Perché è l’ampio eterno respiro del fiume che pulisce l’aria...».

Abbiamo bisogno tremendamente di quell’aria, ne era conscio anche Guareschi, che nel racconto È di moda il ruggito della pecora fa chiedere al Crocifisso cos’è quel vento di pazzia che fa correre il mondo verso la sua rapida autodistruzione. A don Camillo è, però, subito ricordato che il sacrificio del Figlio di Dio non è stato inutile, nonostante la malvagità degli uomini sembri più forte della bontà di Dio. Il prete della Bassa è conscio che esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede: «“ L’uomo – dice a Gesù –, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […]. Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi? ”. Il Cristo sorrise. “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà , e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla intatta . Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede”» ( Tutto don Camillo.Volume secondo (183-346), p. 3115).

Quella fede che può essere vissuta anche da uno come Peppone, mai escluso dalla redenzione, ma che necessita un don Camillo al fianco, come nel racconto Cinque più cinque. Peppone si presenta in chiesa sconvolto, perché suo figlio sta morendo, con cinque grosse candele, che consegna, ma quando il reverendo parroco si accinge a disporle davanti al Cristo, lo blocca: «“No”, disse con rancore Peppone, “quello lì è uno della vostra congrega. Accendetele davanti a quella là che non fa della politica”» (Tutto don Camillo. Volume primo (1-182), p. 178). Don Camillo ubbidisce e, una volta solo, cerca di giustificare il Sindaco, ma il Crocifisso lo rincuora: «Egli onorando la Madre mia mi riempie il cuore di dolcezza. Mi spiace un po’ che l’abbia chiamata “quella là”» (p. 179).
Don Camillo mente spudoratamente e spiega al Cristo che non ha detto così, ma «accedetele tutte davanti alla Beata Vergine Santissima che sta in quella cappella là» (ibid.). Poi se ne va e torna dopo tre quarti d’ora con altre cinque candele commissionate – dice lui – dallo stesso Peppone, ma da mettere questa volta davanti all’Altare maggiore. Dopo averle accese a don Camillo parve facessero più luce delle altre. E chiosa Guareschi questa storia, simile a quella capitata nella sua famiglia quando il fratello Chico stava per morire, e suo padre si era rivolto al parroco del paese perché intercedesse: «E veramente mandavano molta più luce delle altre perché erano cinque candele che don Camillo era corso a comprare in paese facendo venir giù dal letto il droghiere e dando soltanto un acconto perché don Camillo era povero in canna. E tutto questo il Cristo lo sapeva benissimo e non disse niente, ma una lagrima scivolò giù dai suoi occhi e rigò di un filo d’argento il legno nero della croce e questo voleva dire che il bambino di Peppone era salvo. E fu così» (pp. 179-180). Ecco il compito dei cristiani che hanno salvato il seme della fede: aiutare altri a riconoscerlo per farlo fruttificare.
Forse, con l’arguzia della sua penna, Giovannino può ancora aiutarci a rinvigorire non solo la fede (il seme), ma anche un po’ di buon senso (il terreno intorno), con una pensosa risata di gioia.


 

15 maggio 2016

Il don Camillo molisano che fa tremare i potenti (e la CEI)

di Alfredo Incollingo

Quando i contingenti militari in prima linea sono impantanati e incapaci di continuare la battaglia, ecco che dalle retroguardie giunge il soccorso. 

Quando il mondo romano e pagano era ormai in piena decadenza, dalla periferica Palestina giunse il messaggio di Cristo a rinnovare i cuori e le menti.
Non si vuole esagerare con questi paragoni, ma è opportuno così spiegare cosa è successo in questi tristi giorni. La legge sulle “unioni civili” tra persone dello stesso sesso è stata approvata senza discussioni, dibattiti, ma per pura volontà del “tiranno” di turno.

Di fronte a queste messinscene la Chiesa Cattolica, con la CEI, ha palesato un atteggiamento cedevole: il silenzio, come si sa, può essere inteso come un assenso, così come le parole di molti porporati che hanno giustificato il laicismo dell'attuale politica.
Quando i “guardiani” dormono (o si nascondono) è compito dei cittadini difendersi. Una città assediata con una guarnigione latente non può non provvedere a se stessa da sola. A noi cattolici sta purtroppo toccando la stessa sorte, un destino che nessuno avrebbe mai creduto di affrontare. La sera del 12 maggio, giorno dell'approvazione del Ddl sulle unioni (in)civili, Don Mario Fangio, il parroco di Carovilli, un paesino tra i boschi molisani, ha compiuto un gesto non conforme e sacrilego per i perbenisti molisani e italiani: ha suonato le campane “a morto” per commemorare quella che è a tutti gli effetti la fine della famiglia.

Ha affisso manifesti di lutto e si è posto in piedi e fiero di fronte ai parrocchiani (si noti bene) infuriati con il curato per la sua disapprovazione delle unioni civili.
“Bentornato Don Camillo”, così titolano alcuni quotidiani nazionali questa strabiliante notizia e noi non possiamo non gioire per un sacerdote di siffatte qualità.

Finalmente nel torpore clericale e religioso una scintilla ha riacceso un fuoco di passione e di rivincita sui “nemici” di sempre. Il sacerdote ha biasimato il governo e le sue parole hanno scosso la curia vescovile a tal punto da essere diramato una nota di estraneità ai fatti. Monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso, ha invece espresso meste parole sull'esito dei lavori parlamentari, riconoscendo l'assenteismo dei vescovi nel ribadire i valori fondanti della società.

Il parroco non è da solo a quanto pare: ha spiegato ai cronisti che molti parrocchiani gli hanno espresso la loro solidarietà; altri invece hanno preferito assecondare il perbenismo paesano e, pur dichiarandosi cattolici, hanno gioito alle dichiarazioni di biasimo dell'Arcigay Molise. A quanto pare Carovilli, che conta poche centinaia di abitanti, è a rischio omofobia... infatti non si contano più gli atti di vessazioni contro gli omosessuali e le continue ingiurie contro i gay! L'ilarità che suscitano certe dichiarazioni, che noi non possiamo non ironizzare, collide con il realismo di Don Mario: “rispetto i gay (si guarda al peccato e non al peccatore), ma non condivido le loro posizioni e voglio riaffermare i valori positivi”.

Non possiamo che prendere atto del cedimento che la CEI ha compiuto nei confronti dei cattolici, assecondando leggi contronatura e probabilmente sperando di conservare così il sostegno della politica italiana.
 

16 novembre 2015

Papa Francesco, don Camillo e don Chichì


di Salvatore Cammisuli

Del discorso con cui papa Francesco ha tracciato le sue linee guida per la Chiesa italiana, il passaggio che ha guadagnato i titoli dei giornali e che ha provocato maggiori polemiche è sicuramente quello in cui ha presentato come modello per il clero italiano il personaggio di Don Camillo, protagonista dei romanzi di Giovannino Guareschi.
Come del resto è già stato osservato, le idee “ecclesiologiche” di don Camillo emergono soprattutto nell’ultimo romanzo della serie, Don Camillo e don Chichì (conosciuto anche come Don Camillo e i giovani d’oggi). Fin dal titolo si capisce che al centro del romanzo è la contrapposizione tra due personaggi, che poi incarnano due idee contrapposte e inconciliabili su cosa sia la Chiesa e quale sia il suo compito.
Don Camillo è un prete massiccio, burbero e addirittura manesco, duramente avverso alla rivoluzione liturgica (paragona l’altare «bugniniano» a una «tavola calda») e celebratore clandestino della Messa tridentina. Nemico acerrimo del comunismo, rifiuta il dialogo e combatte con ogni mezzo il sindaco Peppone. Protegge le tradizioni e porta avanti una fede semplice che ha il suo centro nel Cristo crocifisso dell’altar maggiore.
Don Francesco, che i parrocchiani chiamano con il ridicolo diminutivo di don Chichì, è un giovane prete mandato per aiutare don Camillo ad «aggiornarsi» secondo i dettami post-conciliari (il romanzo è ambientato nel 1966). Don Chichì è un prete progressista, alfiere di istanze sociali, seguace di metodi pastorali avventuristici. Smanioso di riforme, assume posizioni di avanguardia, propugna idee “aperte”, cerca il dialogo con i lontani, bacchetta i devoti, predica contro i ricchi e lotta per i poveri (non ha smanie ecologiste perché negli anni Sessanta non era di moda).
Alessandro Gnocchi e Antonio Socci hanno buon gioco a dire che papa Francesco somiglia più a don Chichì che a don Camillo. Del resto non sfigurerebbero nei suoi discorsi frasi come queste: «Il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La Chiesa sia libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Signori, questi sono stralci del discorso del Papa a Firenze; leggete Guareschi e vedrete che don Chichì dice le stesse cose quasi alla lettera.
Don Camillo e don Chichì hanno due concezioni contrapposte della Chiesa. Chi dei due ha ragione? La Chiesa esiste in primo luogo per rendere gloria a Dio o per «rendere questo mondo un posto migliore e lottare»? Non si dica che le due cose non sono in contraddizione, o almeno chi lo dice non creda di poter citare Guareschi a proprio sostegno. Perché citare Guareschi in un periodo in cui don Camillo sarebbe accusato di pelagianesimo e commissariato per scarsa fedeltà allo spirito del Concilio; in un’epoca in cui Guareschi verrebbe cacciato a pedate da radio e giornali cattolici?
Mistero: alla fine, come ogni volta, il Papa ci lascia perplessi e dubbiosi. La domanda su chi abbia ragione tra don Camillo o don Chichì si aggiunge alle tante altre: il crocifisso di Evo Morales è bello o blasfemo? I resoconti di Scalfari sono fedeli? Se la risposta è no, perché diamine tornare a rilasciargli interviste? «Chi sono io per giudicare» è una frase passibile di interpretazioni eterodosse? Ma allora, perché tornare a ripeterla? Francesco vuol dare la Comunione ai divorziati risposati anche se i vescovi hanno confermato che non si può? Se la risposta è no, perché dirlo al telefono a Scalfari? (e si ritorna al punto di prima; e comunque il dubbio si porrebbe anche se la risposta fosse sì). La cifra fondamentale del pontificato di Bergoglio sembra la confusione in cui ha gettato i fedeli. Del resto, è proprio lui a ripetere sempre che dobbiamo abbandonare le nostre certezze: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze».

«“Signore, cosa possiamo fare noi?”. Il Cristo sorrise.
“Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. […] Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più; ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini d’ogni razza, d’ogni estrazione, d’ogni cultura.”

“Signore” domandò don Camillo: “volete forse dire che tra questi ci sono anche preti?”. “Don Camillo!” lo riproverò sorridendo il Cristo. “Sono appena uscito dai guai del Concilio, vuoi mettermi tu in nuovi guai?”».

 

18 novembre 2012

C'è un Don Camillo in Ucraina

di Paolo Maria Filipazzi

I quattro relitti della società navigavano proprio in pessime acque: da due anni suonavano musica punk rock ma, in maniera del tutto inspiegabile, non erano diventati famosi. Uno spettro si stava materializzando sempre più minaccioso: doversi mettere a lavorare. Giammai! Un amico raccontò ad uno di loro di come quattro pulzelle moscovite fossero divenute famose in tutto il mondo. Allora la classica lampadina si accese nelle loro testoline. Innanzitutto, un nuovo nome: se le loro beniamine, essendo femminucce, avevano scelto di chiamarsi “le Pussy Riot”, i loro emuli, essendo maschietti, non avrebbero potuto chiamarsi altrimenti se non “i Dick Revolt”.