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22 febbraio 2018

Un Campari con... Furio Pesci. Montessori, il '68 e la crisi educativa

di Alfredo Incollingo
Abbiamo intervistato il professore Furio Pesci, approfondendo le perniciose conseguenze del Sessantotto sull'educazione delle giovani generazioni. Esperto pedagogista di scuola montessoriana, Pesci ha confermato il decadimento educativo che imperversa in Occidente, evidenziando l'utilità del metodo pedagogico di Maria Montessori per risolvere questa grave emergenza. Prima di iniziare, diamo qualche informazione sul Prof. Furio Pesci.

“Professore associato di Storia della Pedagogia dal 2001. E' stato ricercatore per lo stesso settore scientifico-disciplinare dal 1998 al 2001. Ha fatto parte del Comitato Direttivo dell'Opera Nazionale Montessori, per il biennio 2007-2008, e del Comitato scientifico della sua rivista "Vita dell'infanzia", incarico che ha ricoperto dal 2005 al 2010. E' stato anche membro del Comitato Direttivo del Centro Italiano per la Ricerca Storico-Educativa (CIRSE) dal 2005 al 2007 e, in questa veste, del Comitato scientifico del "Nuovo Bollettino CIRSE". Ha fondato nel 2007 il Laboratorio Montessori, gruppo di lavoro tra studiosi che svolgono attività di ricerca sull'opera di Maria Montessori, e dirige la sua rassegna telematica nel sito www.paedagogica.org. Ha svolto incarichi di ricerca e insegnamento presso varie istituzioni universitarie; attualmente fa parte del Comitato scientifico delle riviste "History of Education and Children's Literature", "RELADEI - Revista Latino-Americana de Educacion Infantil", "Ricerca di Senso", organo dell'Associazione di Logoterapia e Analisi Esistenziale Frankliana, ed "Ethos", oltre che di varie collane scientifiche. Presiede il Comitato scientifico della Fondazione Montessori Italia e dirige la collana scientifica "Laboratorio Montessori" (Aracne Edizioni, Roma).” (Fonte: http://dip38.psi.uniroma1.it/dipartimento/persone/pesci-furio)

Nel 2018 ricorrerà il 50° anniversario della Grande Contestazione del 1968. Saggi, articoli e documentari celebreranno quest'annus fatalis e il cambiamento che esso ha apportato. A distanza di decenni, osservando ciò che è accaduto finora in Occidente, si può affermare che l'emergenza educativa odierna sia il figlio legittimo del movimento di protesta sessantottino?

Esiste certamente un legame tra il Sessantotto e la crisi educativa odierna, che ha in realtà origini risalenti agli inizi del Novecento. È una relazione poco studiata ed è necessario approfondirla ulteriormente, andando al di là delle conoscenze già note. Tutto parte dai movimenti di emancipazione femminile e di protesta agli albori del XX secolo, come i tedeschi “Wandervogel” [Uccello vagabondo, ndr], che per primi contestarono l'ordine sociale esistente, delegittimando l'autorità e promuovendo un'educazione spontaneista. Lo sviluppo del capitalismo, con i suoi modelli sociali liberali, ha finito per radicare queste tendenze sociali, sfociando nel 1968, con tutto il suo corollario di conseguenze (rivoluzione sessuale, divorzio...).

Gli ultimi casi di cronaca a Napoli hanno raccontato al Paese la violenza delle giovani generazioni, sempre più sbandate e nichiliste. Secondo lei, il 1968, con il suo giovanilismo esasperato e libertario, ha una sua responsabilità in questi fatti?

Certamente, ma nel caso di Napoli bisogna aggiungere altri particolari. Il giovanilismo esasperato ha finito per dare ragione al degrado sociale già di per sè nichilista. Ciò ha legittimato i giovani a imitare il bullo o il criminale irriducibile di turno, commettendo tristi atti di violenza.

La mancanza di valori e di autorevolezza è il prodotto manifesto del parricidio simbolico del Novecento, che trova nel 1968 l'apice d'intensità. Secondo il suo parere, nel campo dell'educazione e della scuola, il movimento di protesta ha delegittimato l'autorità?

E' stato un processo inevitabile e imprescindibile del Sessantotto che ha sempre delegittimato l'autorità e tutto ciò che esso concerne nel campo culturale e politico. L'ideologia sessantottina ha negato in tutti gli ambiti della vita sociale i nostri valori inalienabili.

Si parla soventemente di Buona Scuola, in riferimento alla riforma del governo Gentiloni, per esempio, ma l'unica istituzione scolastica ottimale è quella che reintegra il concetto di autorevolezza. Non può esistere ordine ed educazione senza un'autorità esemplare. A riguardo cosa affermava Maria Montessori?

Si è spesso affermato che il metodo pedagogico di Maria Montessori fosse improntato totalmente alla libertà e alla spontaneità. Per tali ragioni è stata spesso definita una paladina dell'educazione democratica e priva di autorità. Al contrario la sua riflessione pedagogica insegna a conciliare “libertà” e “autorità”. Il bambino chiede all'adulto di crescere secondo la sua personalità: l'educatore è un precettore autorevole che lo guida e lo forma rispettando la sua autonomia. In Montessori non troviamo lo spontaneismo che di solito le viene imputato né l'autoritarismo che troppo spesso viene associato all'educazione. È erroneo considerarla una innovatrice della formazione nel nome della piena libertà, quando invece insegnava come questa ha valore solo rispettando il limite e i ruoli.

Anche nella famiglia, il primo stadio dell'educazione infantile, è necessario ripristinare l'autorità o meglio le autorità: il Padre e la Madre nelle loro specificità. Il 1968 ha distrutto la famiglia, la maternità e la paternità e ha avvallato una radicale uguaglianza sessuale che è alle origini della teoria gender. In conclusione, è possibile trovare in Montessori una riflessione alternativa e naturale sulle differenze sessuali? L'educazione passa anche per un giusto e sano riconoscimento della propria sessualità.

Si deve educare il bambino o la bambina a vivere la loro identità sessuale armoniosamente. Secondo Maria Montessori la maturità di un giovane si misura con il suo desiderio di “costruire una famiglia”: quando nei ragazzi si palesa la propensione a formare una coppia stabile, ciò è indice di una piena maturazione sessuale o di genere. Il metodo educativo montessoriano mira a questo imprescindibile obiettivo, risolvendo quei dubbi identitari che invece l'ideologia sessantottina mantiene aperti senza soluzione. In ciò si evince l'utilità e l'attualità del pensiero pedagogico di Maria Montessori.


 

20 febbraio 2018

La retorica sessantottarda giovanilista smontata da tre giornalisti

di Lorenzo Zuppini
Non fraintendetemi: non amo utilizzare il mio tempo per commentare le mezze tacche del “pensiero”, i fenomeni sessantottini della rivolta dei giovincelli contro i padri, questi campioni della retorica più vuota e insulsa. Però accade che, se qualcuno la spara troppo grossa, si renda necessario un intervento per almeno dare la possibilità al lettore di farsi una sana risata.

Tocca a Christian Raimo, stempiato e giovane scrittore, traduttore e insegnante di latino al Liceo classico Dante Alighieri di Roma. Ho avuto il dispiacere di ascoltarlo più volte in televisione come ospite di talk show. Un noioso mix di romanaccio parlato stretto, di nodo alla cravatta allentato e di vulgata becera antifascista consistente nell’appioppare l’etichetta di “fascista” a destra e a manca. È un tizio, Raimo, che ha l’ardire di affermare in prima serata che è facile, di questi tempi, essere comodamente fascisti perché magari, udite udite, qualcuno osa criticare l’accoglienza indiscriminata di clandestini.
Ma non divaghiamo.
Raimo ha espresso il suo parere su tre ottimi libri scritti da tre editorialisti del Corriere: Cazzullo, Battista e Polito, i quali si sono interrogati sul loro rapporto coi propri figli (“Metti via quel cellullare. Un papà. Due figli. Una rivoluzione”, “A proposito di Marta”, “Riprendiamoci i nostri figli”). E già il fatto che un padre sulla sessantina decida di mettersi in discussione scrivendo (anche) di sé non pare affatto poco: le rivendicazioni dei figli sono per lo più, e per la maggior parte, sciocche e irresponsabili, mentre le prediche dei genitori tendenzialmente intrise di saggezza. Ma oltre questo, ed è ciò che è poco tollerabile, le lagne dei giovani sono sempre propedeutiche ad una certa rottura, ad una fase di scontro obbligatorio coi genitori, col mondo degli adulti, i quali devono aprire la propria mente, capire, evolversi, ascoltare e divenire perfino degli amici. Insomma, si trovano obbligati a rompersi le balle pena le patetiche recensioni di Raimo.

Il professore, come era prevedibile, se la prende con Cazzullo perché sembra che quest’ultimo non apprezzi a sufficienza il Sessantotto e le sue rivoluzioni. “Il Sessantotto per Cazzullo ha significato essenzialmente non le lotte per i diritti sociali, civili, l’emancipazione culturale eccetera, ma l’inizio della devastazione (…)”. Capite che è Raimo ad essere un adolescente troppo cresciuto, con barba e capelli che sfumano verso il grigio ma che sente ancora in sé la fiamma viva della rivolta. Che Cazzullo poi si dolga del fatto che non vede più giovani al cinema o al teatro, indaffarati invece a tener la testa china sui cellulari, non mi pare così assurdo: è inevitabile il paragone con la propria giovinezza e le differenze si evidenziano persino da sole. È altrettanto evidente che oggi l’uso smodato della tecnologia possa portare all’accantonamento di altre attività quali la lettura in primis, ed è infine evidente che chi non legge è destinato a rimanere un deficiente. Lo disse Giuliano Ferrara: un uomo che la mattina si compra un giornale è migliore di uno che non lo fa. Un padre che non fa notare tutto ciò ai propri figli, è, oltre che un deficiente, un irresponsabile.

Polito diviene bersaglio del sociologo Raimo perché sembra non attinga da dati certi. Si lamenta della scarsa severità a scuola e dell’altrettanta scarsa sicurezza nelle nostre città ignorando che la realtà sia il contrario. Il professore snocciola percentuali e numeri del tutto inutili, poiché determinati eventi iper-reali smentiscono chiunque: la scuola italiana, soprattutto dopo il Sessantotto, si è trasformata in una fucina per la propaganda progressista come se i benedetti tempi della rivoluzione non fossero mai passati, e a questo compito adempiono professori e autorità scolastiche. Potremmo portare decine di esempi personali di professori che hanno scambiato la cattedra per un palco di partito (sempre di sinistra) e gli studenti per delle spugne. Per non parlare della costante presenza prepotente nelle nostre università di collettivi di estrema sinistra che, occupando aule, dettano impunemente legge. Ah sì, la falsa percezione del pericolo: che quattro nigeriani clandestini (di cui almeno uno pregiudicato) abbiano fatto a pezzi una ragazza non dovrebbe preoccuparci perché gli altri cinquecentonovantanovemilanovecentonovantasei quasi certamente hanno ricevuto in passato una miglior educazione. E che palle le ramanzine che Polito fa sullo spinello: che sarà mai una cannetta? Lo dice anche Fedez: va legalizzata!

Battista, per ultimo, viene strattonato per la sua nostalgia del passato (occhio che ad accostare “nostalgia” e “passato” arriva Fiano), rimpiangendo “le lettere alle mail, i rammendi ai vestiti nuovi, lo stradario cartaceo alle mappe elettroniche” e altri cimeli del suo tempo. Però chi non sa guardare con nostalgia al proprio passato è condannato a gettarsi nel futuro come un gatto in autostrada: senza alcuna solida base di partenza. Per chi avesse letto “Mio padre era fascista” del solito Battista, capirebbe che anche Pierluigi visse anni fa il periodo della ribellione, riuscendo però a capire con ritardo non tanto le singole idee del padre, bensì il dovere che un figlio ha di ascoltare, sempre e comunque, la voce dei genitori. D’affetto gratuito come il loro non se ne ritroverà, e tutti corriamo il rischio di partecipare ai loro funerali rimpiangendo di non essere riusciti ad ascoltarli con meno pregiudizi.

Questi tre paiono uomini capaci di introspezione e di apertura verso un mondo non facile per loro, sebbene siano tra i giornalisti più famosi, perché la mania del sacco a pelo, dei cartelli di protesta e della rivoluzione permanente di certo non crea i migliori presupposti per dialogare.
Avete presente quel popolino imbelle che, sfilando contro l’inesistente fascismo, blaterava a Macerata parole come “non datela ai fascisti”, “immigrati, non lasciateci coi fascisti”, “contro ogni forma di fascismo”, “ora e sempre resistenza”? Ecco, se la base deve esser questa, possiamo trovare un sano compromesso: schiaffoni da parte di babbo e mamma.



 

22 gennaio 2018

JACK KEROUAC: la cultura hippy, il sessantotto e la dittatura di Dioniso/2

Parte 1
di Marco Sambruna

MESSIANISMO CRISTIANO
Da tutte queste indicazioni e da altre che si recavano dalla lettura di Sulla strada, Kerouac aveva un’idea di rigenerazione della società col concorso della letteratura totalmente diversa rispetta a quella progettata dalla cultura di sinistra che aveva monopolizzato il movimento beat prima e hippy e sessantottesco poi: egli, da cattolico conservatore, immaginava una rigenerazione di tipo redentivo alimentata da un’attesa messianica carica di tensione emotiva quasi di tipo apocalittico.
Questo messianismo cristiano che attendeva tutto da Dio perché non aveva nessuna fiducia nell’uomo, nulla aveva a che vedere invece con la rigenerazione progettata dalla intellettualità borghese di sinistra di allora che aveva colonizzato il movimento beat e hippy trasformandolo da cristiano, così come lo aveva concepito Kerouac, a dionisiaco. Cioè, da salvifico grazie alla virtù tradizionalmente intesa a rivoluzionario grazie alla rinuncia a quelle stesse virtù.

Del resto anche la qualità della scrittura di Kerouac in Sulla strada è quasi una prosa d’arte cioè una poesia in prosa: l’attesa messianica, sia pure vissuta in modo contradditorio e caotico, si manifesta attraverso una visione poetica delle strade, delle cittadine e della povera gente d’America rappresentata come fosse una realtà quasi pre adamitica, cioè antecedente la caduta a causa del peccato originale. Kerouac nei poveri, nei mendicanti, nei falliti della vita che incontra durante le sue peregrinazioni lungo le strade d’America non vede della masse da emancipare come esigeva il socialismo liberal che si era impadronito del movimento hippy che evolverà nel sessantotto sostenuto dal sistema mediatico, ma creature così teneramente ingenue e pure da non avere nemmeno la percezione della propria miseria.
In altre parole per Kerouac nella loro mansuetudine appaiono libere in quanto non agite dalla febbre vogliosa e arrogante che alimenta invece Dean, il suo compagno di viaggio, che vuole tutto e lo vuole subito: alcool, droga, donne, auto sportive con un’ansia consumistica totalmente ingovernabile.

IL TRADIMENTO
Durante gran parte del romanzo l’amicizia vagabonda fra Sal e Dean sembra inattaccabile e tuttavia l’ansia vitalistica, dionisiaca ed egoica di Dean emerge di tanto in tanto specie in occasione dei suoi abbandoni di mogli che sposa regolarmente per rincorrere le voglie di natura libidinosa da cui è agito come un demone. In un passo rivelativo del suo carattere da bastardo lascia Camille, la seconda moglie, con due bambini piccoli, per progettare un nuovo viaggio on the road con l’amico Sal.
Ma è solo nel finale del romanzo che Dean, cioè il prodotto di quella cultura dionisiaca e psicologicamente asservita alle voglie propagandata dalla beat generation e dal movimento hippy, rivela pienamente se stesso. Mentre Sal e Dean con un altro amico sono in Messico alloggiati presumibilmente in una lurida stanberga e come al solito a corto di quattrini, Sal si ammala. Divorato dalla febbre è costretto a giacere a letto senza nemmeno la forza di alzarsi in piedi. Dean allora si rivela per quello che è: inventa quella che con tutta probabilità è un pretesto per tornare immediatamente a New York – sistemare dei documenti per divorziare dalla seconda moglie – saluta frettolosamente Sal ormai inservibile come compagno di viaggio e lo abbandona malato sia pure in compagnia dell’altro amico.
Quando Sal si riprenderà scoprirà che Dean prima di andarsene gli ha rubato i soldi.

Ecco dunque il paradosso della beat generation e del movimento hippy che Sulla strada genialmente rivela: la cultura liberal di sinistra che alimentava tramite parte dei mass media l’idea rivoluzionaria di una nuova società in cui voglie troppo a lungo compresse avessero finalmente libero corso in realtà finisce per promuovere quegli elementi dionisiaci, superomistici e quindi egoici che sono invece tipici di una cultura di destra di stampo neopagano, quasi da Walhalla germanico. In questo senso la cultura beat/hippy in quanto a fondamento dei nuovi costumi sessantotteschi slegati dall’etica tradizionale deve necessariamente configurarsi non solo come anticristiana e quindi antioccidentale, ma anche antimarxista.

Infatti il marxismo, così come il cristianesimo, per quanto nefasto ha una visione del mondo basata su regole impegnative e valevoli per tutti, possiede una metafisica che investe una dimensione collettiva. Ma questa metafisica collettiva confligge con l’allora nascente cultura relativista veicolata dal media system: quella di un uomo nuovo finalmente libero di essere Dioniso, al di sopra del bene e del male, libero di assecondare le sue voglie, o meglio, di farsi agire da esse. In sintesi un uomo che non può essere ingabbiato entro una metafisica collettiva che per sua natura pone norme, codici etici, posizioni morali. In Sulla strada Kerouac tratteggia dunque nel personaggio di Dean l’uomo nuovo prodotto dalla cultura post cristiana e post marxista, il prototipo di quel neopaganesimo dionisiaco già teorizzato da Nietzsche che trova piena applicazione nel ribellismo sessantottesco.
Si può infine concludere che il movimento beat/hippy da cui è scaturito il sessantotto e il pensiero liberal di sinistra odierno, è, per certi versi, così post rispetto a qualsiasi altra cosa lo abbia preceduto da qualificarsi senz’altro e abbastanza radicalmente come privo di metafisiche di riferimento e pertanto nichilista. Come tutti i grandi scrittori Kerouac era anche un profeta: aveva capito dove sfociava la dittatura di Dionisio.

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18 gennaio 2018

JACK KEROUAC: la cultura hippy, il sessantotto e la dittatura di Dioniso/1

di Marco Sambruna
Jack Kerouac è stato capostipite della corrente letteraria della Beat Generation dagli anni Cinquanta in poi fino all’esaurimento di quell’esperienza culturale organica al movimento hippy e introduttivo alle proteste giovanili sessantottesche particolarmente accentuate in America durante la guerra del Vietnam.
Il suo capolavoro Sulla Strada narra, com’è noto, delle avventure sulle strade d’America (e del Messico) di Sal Paradiso alter ego dello stesso Kerouac e Dean Moriarty alter ego dell’amico Neal Cassady con cui lo scrittore aveva conosciuto grazie all’intermediazione del guru della beat generation Allen Ginsberg. Kerouac ammirava il vitalismo – non la vitalità, ma il vitalismo – di Cassady, una sorta di giovane spaccone alla Paul Newman nei suoi film più luridi, tanto da farne un personaggio del suo romanzo.
Il cattolicissimo Kerouac proveniente da famiglia tradizionalista franco canadese di agiate condizioni economiche si affeziona dunque a Neal così diverso da lui sia sotto il profilo caratteriale, sia circa lo stile di vita, sia riguardo l’estrazione sociale. Allo stesso modo nel romanzo è Sal ad affezionarsi al giovane delinquente, paraculo, egoista, pulcioso e bugiardo Dean, forse affascinato dalla sua irrequietezza incapace di riposo. Dean è la trasposizione narrativa del superuomo di Nietzsche, colui che vive al di sopra del bene e del male: in lui vige solo la legge dell’assecondamento delle voglie del momento, l’adeguamento alle proprie pulsioni istintuali più immediate che, naturalmente, tendono a concentrarsi attorno a una libidine sessuale e consumistica assoluta, totalitaria e assolutamente fuori controllo. Durante le loro peregrinazioni attraverso l’America si ha l’impressione che Dean non cerchi solo di accumulare esperienze, ma anche di fuggire da qualcosa senza peraltro avere come meta il raggiungimento di qualcos’altro. Uno stimolo eccezionale alla fuga è certo rappresentato dalle tre mogli che sposa e da cui divorzia regolarmente sospinto da nuovi incontrollabili stimoli superomistici da cui dipende come uno schiavo e che lo costringono a precipitose fughe per evitare di doversi occupare delle famiglie provvisorie che costituisce. Dean, psicologicamente sradicato da tutto e da tutti, è un uomo in fuga o perché cacciato di casa dalle mogli esasperate che pur amandone il carattere maledetto da bello e dannato non hanno nessuna intenzione di sopportare a lungo le sue continue fughe deresponsabilizzanti o perché Dean non riesce a sopportare la stabillità fisica ed esistenziale o perché stimolato dalla ricerca del vecchio padre che vive come un clochard da qualche parte nei recessi della periferia americana.
Da New York a Denver e poi a San Francisco Sal e Dean attraversano più volte gli Stati Uniti lungo ronzanti e sonnolente cittadine del midwest, deserti polverosi, centri urbani chiassosi e degradati accompagnati quasi sempre da altri sradicati sempre a bordo di vecchie auto sferraglianti o prese a prestito o rubate lungo il viaggio da Dean.

ALLE ORIGINE DELLO SRADICAMENTO ESISTENZIALE. 
Il romanzo di Kerouac inaugura quello che sarà il motivo portante di gran parte del romanzo americano dagli anni Cinquanta a oggi: il tema dello sradicamento culturale, della perdita di certezza e della fragilità psichica ed esistenziale che ne segue come dimostra l’instabilità psicologica di molti autori americani. Del resto il disagio fa parte della biografia dello stesso Kerouac e di altri scrittori a lui contemporanei e successivi come Truman Capote, William Burroughs, Ken Kesey, Foster Wallace e tanti altri ancora.
Sulla strada si pone dunque all’origine di quelle correnti letterarie in cui spicca in modo lampante l’elemento soggiacente a gran parte della narrativa americana degli ultimi 70 anni ossia il declino dell’Occidente ormai minato da una specie di malsana voluttà di morte criminalmente alimentata dai certi mass media che hanno trasformato delle leggende nere in miti artistici da additare poi come modello da imitare alla cultura giovanile di massa. Tutti gli autori di cui sopra e altri ancora sono stati iconizzati come guru misticheggianti e orientaleggianti perfino quando alcuni di essi nulla avevano a che spartire, per educazione e per visione del mondo, con quel tipo di cultura.

KEROUAC, COME STRUMENTALIZZARE UNO SCRITTORE.
Kerouac, di famiglia cattolica e benestante, non aveva nulla aveva a che fare con la cultura contestataria da cui nacque la beat generation, il movimento hippy e il sessantotto e tuttavia è un chiaro esempio di manipolazione mass mediatica. E’ stato infatti iconizzato suo malgrado come l’inventore e il padre fondatore della beat generation ossia di un movimento contestatario che sfocerà nel sessantotto: chiunque oggi abbia minimamente bazzicato la letteratura contemporanea crede che Jack Kerouac ne sia all’origine ed è convinto che fosse uno dei più accesi attivisti contro la politica americana di quel tempo.
E’ vero esattamente il contrario: Jack Kerouac, per sua stessa ammissione, non solo non si sentiva culturalmente affine a quell’esperienza artistica e politica, ma addirittura ne era fiero avversario. E’ lui stesso a spiegarlo, ad esempio, durante un’intervista televisiva ( vedi qui minuto 51.00 circa ): Kerouac definisce la beat generation imparentata col fenomeno hippy il prodotto “di un movimento dionisiaco di una civiltà invecchiata” cioè un movimento influenzato dalla filosofia di Nietzsche: per il filosofo tedesco infatti è dionisiaco tutto ciò che è istintivo, al di sopra del bene e del male e proteso solo all’assecondamento delle voglie. Più avanti Kerouac afferma che certo la beat generation è all’origine del movimento hippy, ma che la stessa beat generation di cui è padre è stata strumentalizzata dai comunisti al fine di dargli una connotazione politica che in origine non aveva e che lui non aveva voluto conferirgli. Del resto lo stesso termine beat da lui coniato significa beato a indicare la sguardo poetico sulla realtà del nuovo movimento letterario contro la prosaicità di una visione del mondo materialista.

«Adesso il sole era dorato, l’aria di un puro azzurro, e il deserto coi suoi fiumi radi una distesa di spazio sabbioso; infuocato e con ombre improvvise di alberi biblici. Adesso Dean dormiva e Stan guidava. Apparvero i pastori, vestiti come ai tempi antichi, con lunghi mantelli svolazzanti, le donne cariche di biondi fasci di lino, gli uomini con i bastoni. I pastori sedevano e si riunivano sotto immensi alberi nel deserto baluginante, e le pecore si affannavano nel sole e sollevavano la polvere dietro di se. “Amico mio”, gridai a Dean, “svegliati e guarda i pastori, svegliati e guarda il mondo dorato dal quale è venuto Gesù, potrai capirlo con gli occhi tuoi.»
(Sulla strada, quinta parte )

Dunque per Kerouac la beat generation è certo precursore del movimento di liberazione hippy finalizzato dionisicamente all’assecondamento delle voglie oltre l’etica tradizionale; ma, aggiunge, tale risultato è stato prodotto da una manipolazione di stampo ideologico marxista che, come afferma nel prosieguo dell’intervista, “ha storpiato la mia idea”. Infatti, conclude Kerouac, “per me la beat generation era fatta di beatitudine e piacere nella vita e tenerezza. Ma nei giornali l’hanno chiamata “ammutinamento beat, insurrezione beat”. Parole che io non ho mai usato. Perché io sono cattolico, credo nell’ordine, nella tenerezza, nella pietà.”. Inoltre Kerouac dichiara ulteriormente che il movimento beat è stato da lui concepito secondo i canoni di una purezza originaria che in seguito è stata manipolata e in qualche modo svilita da interferenze politiche.

(continua)

 

16 gennaio 2018

Quando il 68 partì dalla sacrestia

di Alfredo Incollingo
Ricordate il film Un sacco bello (1980) di Carlo Verdone? Un padre, interpretato dal severo Mario Brega, è disperato perché suo figlio, Ruggero, ha da anni interrotto ogni contatto con la famiglia per entrare in una comunità hippie, i Figli dell'amore eterno, a Città della Pieve, in Umbria. Lo ritrova nei pressi di un incrocio stradale a Roma, mentre chiede l'elemosina e pubblicizza la sua setta. Brega convince il ragazzo a tornare per un po' nella vecchia casa. Ad attenderli nel loro appartamento, vi è una vecchia conoscenza di Ruggero, Don Alfio, che è stato chiamato per persuadere il ragazzo a rimanere in famiglia. Chi, meglio di un prete, può dissipare le nebbie dell'errore? Come afferma Brega, “don Alfio stava qui perché te voleva… te voleva… sta a sentì… te voleva conosce mejo, perché é un grosso studioso di morale, é un grosso filosofo… aòòò… è ‘n omo dè chiesa con dù cosi così, ah Ruggè!”
In perfetto dialetto romanesco, che arricchisce la satira sui cliché della gioventù sessantottarda, si svolge un dialogo per noi rivelatore sulla Chiesa sessantottina. Ruggero racconta i motivi che lo hanno spinto ad entrare nei Figli dell'amore eterno, la vita quotidiana con gli altri adepti e non disdegna di parlare dell'amore libero che si pratica nella setta: “Sì insomma, tutta gente che ha fatto un certo tipo di scelta, no, la scelta dell’amore…[...] l’altra sera, no, c’è venuto spontaneo, cioè, spogliarci completamente nudi, no, ed andarci a buttare nella piscina, no…” Mario Brega, infuriato, esorta veementemente Don Alfio ad intervenire.

Mario Brega : Lo sente, lo sente… Ma lei nun dice niente?
Don Alfio : Scusa Mario, noi ci troviamo qui per ascoltare, valutare con serenità, ma io direi anche con rispetto, perché io nel suo racconto ci trovo anche dei punti di estremo interesse.
Mario Brega : Ma interesse de che? Ma Interesse de cheee… tutti dentro ala piscina con sti cosi de fori! Ma ‘n padre po’ avere n’fijo così… senza ‘na casa, senza ‘na famija… cor ‘e pezze ar culo! Ai semafori a chiedere l’elemosina…

Il sacerdote è molto interessato alla storia di Ruggero e gli chiede maggiori ragguagli sulla vita comunitaria dei Figli dell'amore eterno e sulla filosofia new age e panerotica del gruppo: non ha infatti la minima intenzione di convertire il ragazzo. Addirittura gli chiede se il suo movimento uno di quelli “uno di quei movimenti che fanno capo a quei sacerdoti che ad Assisi hanno…” e qui si ferma perché Ruggero gli spiegherà ogni cosa. È facile capire che Don Alfio si rivolgeva ai tanti cattocomunisti che negli anni sessanta e settanta (o anche prima) sognarono una Chiesa “al passo con i tempi”.

Brega non può far altro che constatare la connivenza tra il prete e suo figlio. Se studiamo con attenzione la storia di quel fatidico 1968, ci accorgeremo che è proprio all'interno della Chiesa Cattolica, nei settori giovanili e maggiormente compromessi con il secolo, che nacque il movimento di protesta italiano. Basta leggere, per esempio, Cantavamo Dio è morto: il '68 dei cattolici (Piemme, 2008) di Roberto Beretta per comprendere il protagonismo cattolico nei disordini prima e dopo la Grande Contestazione.

Il Concilio Vaticano II fu un momento essenziale. Si riteneva che un rinnovamento profondo del cattolicesimo facilitasse una nuova rievangelizzazione dell'Europa post – cristiana. Invece, si registrò un temibile tracollo. Se era possibile cambiare il Magistero, fin nelle basi, ai cattolici era concesso rivedere tutti gli aspetti della dottrina, dall'etica alla liturgia. Il pontificato si riduceva ad una carica onorifica e l'intera gerarchia veniva esautorata da qualsiasi autorità. Preti e laici, in tutto il mondo, iniziarono a contestare la tradizione cattolica, chiedendo maggiori aperture e il ben noto “ritorno alle origini”. Non si voleva più la Chiesa dei potenti, ma quella dei poveri; si rinunciava alla Chiesa dei valori per quella sentimentale e al posto della sacralità, come ben scrisse Marcello Veneziani, si pretendevano gelati e balocchi: i sessantottardi e i loro eredi non volevano la fantasia al potere?

Senza soffermarci sui vari Don Milani nostrani, possiamo allargare l'orizzonte a tutto il globo: non mancano i casi di preti pubblicamente apostati ed eretici. Ricordiamo il controverso Catechimo Olandese e tutti quei sacerdoti che apertamente o no appoggiarono la Teologia della Liberazione e tutte le compromissioni con il marxismo (Leonardo Boff docet!). In Italia i giovani cattolici, che esigevano una Chiesa più democratica e laica (!), occupavano cattedrali, come avvenne a Parma il 15 settembre 1968, e atenei, come l'Università del Sacro Cuore a Milano, e gridavano per strada il loro sostegno alle politiche laiciste e progressiste. In quegli anni il sacerdote Marco Bisceglia, sospeso a divinis per omosessualità, si avvicinò all'emergente movimento Gay. Enzo Bianchi, dopo aver terminato gli studi, si ritirò in una cascina di Bose, nei pressi di Biella, dove diede vita ad una comunità monastica eterodossa: tutti, protestanti, cattolici o ortodossi, potevano entrare nel monastero.

Queste e altre forme di vita "evangelica", piuttosto anticonformiste, furono tacitamente approvate dalle gerarchie del postconcilio. Non si deve dimenticare infine che le maggiori critiche all'enciclica Humanae Vitae di Paolo VI giunsero dall'alto clero: tanti, troppi prelati chiedevano maggiore apertura in campo sessuale. Quando si parla del rapporto tra cattolicesimo e sessantotto non si deve dimenticare che non si trattò di un classico assedio ideologico: coloro che aprirono le porte al nemico erano già all'interno della cittadella. 

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08 febbraio 2016

Sesso e rivoluzione


di Satiricus

Secondo quelli di Einaudi, “La Banda Bellini”, cronistoria autobiografica di Marco Philopat, sarebbe un “romanzo di dura e metallica epica quotidiana… Racconto orale onesto e spietato che diventa grande letteratura, storia nella storia che si fa narrazione collettiva, squarcio su una memoria irrisolta e inquieta” . Non saprei dire, anche perché non ho intenzione di leggere le nostalgie dei disillusi sessantottini, avendo già mio padre da consolare - e vi assicuro che basta. Ma un amico mi gira la citazione che segue, tratta dal “racconto reale e onesto” e la uso per farmi qualche pronostico e proposito di inizio anno.

“Mi sono accorto che è arrivato il Sessantotto perché le donne hanno incominciato - da un giorno all'altro - a darla via senza problemi - a socializzare il corpo con noi altri maschi - così come se fosse la cosa più naturale del mondo - ci hanno preso di sorpresa - non siamo preparati... Te ne resti lì inebetito davanti a tale disinibizione - ti spiazza - dopo anni aspettati ad aspettare una passera - da un giorno all'altro ne avevi da raccontare di maialate - e anche tutti gli altri ne raccontano - una dopo l'altra - un fermento - un intrigo di situazioni a cruciverba - un groviglio di gambe e parole... Ragazzi - questo è il Sessantotto - altroché spartiacque dell'immaginario - qui di immaginario c'è ben poco - si bada al sodo ve lo dico io - Sonia Barabara Renata Annarita - vi assicuro - mica sogni ma giorni della settimana! Scatenate è la parola giusta - e noi lì a far confusione sui nomi sui particolari - dire addirittura basta non se ne può più” (p. 35).

Il pronostico riguarda il ruolo che la nuova ventata di sessuazione giovanile svolgerà tra wi-fi liberi, famiglie al plurale, tolleranza unidirezionale, arcobaleni totalitari, scuole tecnicizzate e burocratizzate, dispensatrici di dubbie competenze e di scarse conoscenze. Non sono una mente fine, per cui l’unica cosa che mi riesce da pensare è che, se il Sessantotto ci ha lasciati disillusi, incompleti ed inquieti, temo che il nuovo corso peggiorerà le cose. Sognatori deboli ed emotivi eppur cinici senza speranza; accumulatori seriali di esperienze inutili eppur anime vuote incapaci di ricevere ciò che conta; inerti burattini eppur violenti esagitati: spezzati tra un guscio post-moderno di espressioni superficiali e un deserto pre-istorico di risonanze interiori. Avrà pur ragione Jeremy Neill su The Public Discourse a ritenere che la vittoria dei conservatori sia inevitabile, che torneremo a una sessualità normata, ma temo che per arrivarci dovranno esser stati prima divelti come fichi sterili i miseri protagonisti dell’era presente. Chi può attraversi la sua Porta Santa.
 

01 settembre 2015

Cari preti sessantottini, avete perso


di Francesco Filipazzi 

Cari preti sessantottini e progressisti,

vi scrivo per informarvi che avete fallito. Il vostro disegno di distruzione della Chiesa si è arenato e, dopo la vostra scomparsa, le vostre ideologie di “rinnovamento” non avranno alcun erede. Pensateci. Le vostre chiese sono vuote, i giovani che tanto avete detto di amare, che avete sbandierato come vostri seguaci...dove sono? Avete poche decine di ragazzi... che vi seguono sempre meno.

La vostra amata pastorale ha fallito. La vostra dottrina, a quanto pare non ha soppiantato la Dottrina. E' un dato di fatto. Quelli che disprezzate come tradizionalisti, oscurantisti, quelli a cui proibite la tanto odiata “messa in latino”, hanno al più 40 anni. Voi ne avete almeno 50. Il tempo è dalla nostra parte, non serve neanche che ci arrabbiamo più di tanto. Sapete che risate ci facciamo alle vostre spalle? Al posto di raccontarci le barzellette... ci raccontiamo le scemenze eretiche che dite durante le prediche. Un vero spasso. Le catacombe risuoneranno per giorni.

Eppure continuate a odiare con protervia, voi seguaci dell'ammmore, coloro che non si sono adeguati alle vostre rivoluzioni di carta. Ma vi siete chiesti perché molti giovani, alcuni giovanissimi di 18, 20 anni, hanno abbandonato le vostre “celebrazioni” e hanno ripiegato sulla liturgia di Giovanni XXIII (eh si, mi spiace deludervi ma il messale che usiamo è suo)? Forse vedervi fare rappresentazioni teatrali al posto di messe, cantare sguaiatamente canzoncine edulcorate, sentirvi ripetere banalità su banalità, non ha soddisfatto una certa esigenza di sacro. Di fronte alle panche vuote, chiedetevi perché nessuno assiste a certe pagliacciate. Suvvia, i fedeli hanno una dignità. 

Il mondo si accorge di voi solo quando fate politica, fuori dalle chiese. Quando parlate di Gesù non vi ascolta nessuno. Forse perché non ne parlate, forse perché quando ne parlate mentite su di Lui, forse perché non vi interessa parlare di Gesù. Avete sposato partiti e movimenti politici imbarazzanti. Avete sostituito il Vangelo con altri libretti, scritti magari da filosofi ottocenteschi con la barba, senza averli prima letti. Inoltre avete dimenticato un piccolo particolare, che per chi fa politica è importante. Non vi siete presentati alle elezioni. Quindi per restare a galla, dopo aver abbandonato il messaggio cristiano, avete dovuto associarvi a questo o quel politico, che regolarmente vi ha usato per pulirsi la faccia, per giustificare certe sue prese di posizione totalmente contrarie al messaggio di Dio. Avete dato adito ad abortisti e fornicatori di ogni tipo. Che ora, ormai legittimati da voi, vi hanno buttati via come scarpe vecchie. E quindi vi inginocchiate sempre di più. Non di fronte all'altare però.

Vi siete ora buttati sull'accoglienza degli immigrati. Ma avete fatto male i calcoli ancora una volta. I poveri italiani adesso vi odiano. “Avevo fame e non mi hai dato da mangiare, avevo sete e non mi hai dato da bere, ero nudo e non mi hai vestito”. Questo vi dicono. Non vi accorgete?

Quando gli immigrati se ne saranno andati, magari in Francia o in Germania, voi rimarrete qui. Con le chiese sempre più vuote.

E poi basta con questa storia del latino che sarebbe chissà quale cattiveria. Vi ho già detto che Giovanni XXIII ha scritto l'ultimo messale tridentino. Dunque, quello che avete eletto (senza fondamento alcuno) a vostro paladino... celebrava verso l'altare. Che bello. E vi dirò di più. Quando una persona viaggiava per il mondo, sentiva la stessa Messa ovunque.

La Messa in latino è... multietnica... multirazziale... internazionale, cattolica insomma.

La Messa in italiano celebrata bene è bella, è una liturgia che può avere una forma solenne sconosciuta agli altri culti. Però ha un problema. Gli stranieri non la capiscono. E poi quando vi inventate pezzi a casaccio, la capiscono ancora meno. Dunque perché voi accoglienti, non agevolate i vostri accolti?

Io lo so. Il disegno iniziale era creare delle chiese locali e nazionalizzate (siete dei nazionalisti inguaribili eh?) per abbattere l'autorità del Papa. Avete fallito. Pensateci. Volevate distruggere il papato e ora il vostro idolo è... un Papa. Papa Francesco, che secondo voi sta facendo chissà quali riforme, sta concedendo chissà quali libertà. Peccato che anche in questo caso... non è vero. Forse qualche giornaletto ateo e perverso lo dice. Ma al momento non ci pare. Certo avete fatto del sinodo sulla famiglia il Vaticano terzo. L'ultima spallata. Vedremo. Peccato che il Vaticano secondo, a ben guardare, ve lo siete inventato. Il Vaticano II è stato un concilio di serie B. Non ha proclamato dogmi. Parla di pastorale. Ma voi insegnate che la pastorale può essere cambiata. La cambieremo noi.

Ve l'ho detto all'inizio e ve lo ripeto.

Avete ancora pochi anni. Siete vecchi. Noi siamo giovani.

Divertitevi ancora un po', fra poco suonerà la campanella. La ricreazione sta finendo.


 

23 dicembre 2013

Aborto? ¡Arriba España!

di Alberto Calabrò
La Spagna di Mariano Rajoy fa marcia avanti in fatto di legislazione sull’aborto. Sì, marcia avanti. Non si può fare un discorso preciso perché si tratta di un disegno di legge, roba ancora da discutere (e forse modificare) in Parlamento. Le linee generali sono queste: aborto consentito per gravidanza dovuta a violenza carnale (previa denuncia all’autorità della violenza subìta) e per grave, imminente e certificato rischio della vita della madre. Di certo rispetto alla riforma Zapatero del 2010 -per la quale si poteva procedere ad aborto senza addurre alcuna motivazione almeno entro la 14ma settimana- la stretta c’è stata.
 

16 settembre 2013

La famiglia nel mirino

di Giuliano Guzzo

Che cosa sia una famiglia, fino a pochi decenni or sono, era chiaro a chiunque: l’unione matrimoniale tra un uomo e una donna aperta alla procreazione e all’educazione della prole. Aristotele – che visse secoli prima di Cristo – la definì come «associazione istituita dalla natura», e non si soffermò sul fatto che questa sia tra uomo e donna solo per un motivo: lo dava per scontato. Tutti lo davano per scontato. Non per nulla Cicerone, anch’egli non cristiano, definì il matrimonio «la prima forma di società» e persino Karl Marx, il grande fustigatore della civiltà borghese, nei suoi Manoscritti economico-filosofici del 1844 si lasciò scappare che «il rapporto immediato naturale […] è il rapporto dell’uomo con la donna». A riprova di come, anche in tempi recenti, fosse trasversalmente radicato l’attaccamento alla famiglia e al matrimonio, possiamo inoltre ricordare che quando, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, si discusse la possibilità d’introdurre il divorzio nella Carta, Palmiro Togliatti – politico certo non cattolico – non tardò ad esprimere il proprio dissenso: «Ritengo di dover prendere una netta posizione, in modo che nessuno, basandosi su un voto non chiaro, possa affermare che io abbia votato a favore dell’introduzione dell’istituto del divorzio» (13/11/’46). Parole che non sorpresero, giacché, pochi giorni prima, il Migliore aveva già chiarito di ritenere il divorzio «innaturale e anzi dannoso» (7/11/’46).  Nonostante le numerose proposte di abolizione della famiglia – la prima delle quali fu addirittura di Platone – avanzate nel corso della storia, quindi, essa si è sempre confermata, talora anche agli occhi di osservatori insospettabili, un pilastro sociale fondamentale.