di Lorenzo Zuppini
Il senso della storia consiste nel darci la possibilità di effettuare
valutazioni postume e comode, riconoscendo errori, orrori, per evitare di
commetterne di nuovi e di simili. O almeno così dicono. Spesso, però, tutto
ciò crea l’alibi perfetto per maramaldeggiare e tirar fuori spettri
del passato ormai sbiaditi anche sui libri di storia. Antifascismo,
antirazzismo, è tutto un “anti”, segno tangibile che coloro che si trovano
vuoti di contenuti pescano a casaccio nel cesto dei ricordi - mai vissuti -
per ergersi a paladini della memoria, una sorta di pax deorum, salendo
sulla cattedra dei migliori ed emanando arbitrariamente sentenze di
decenza. Ignoranti allo sbaraglio, ma questo è un parere personale, perché
non è accettabile che qualcuno, definendosi amante dell’Italia democratica,
abbatta il diritto altrui di coltivare idee ed esporle all’interno del
perimetro segnato dalla legge.
Dov’è la matrice di questo baccano? Nel ’68 e nel suo spirito sfascista,
nella sua irresponsabilità, nella lotta perenne contro il padre, la rivolta
permanente contro il padrone e lo stato di infantilità e giocosità cui
versavano i ribelli di ieri e gli scemi di oggi. Del padre, e della
famiglia intesa come organizzazione patriarcale, niente veniva più
accettato. Nessun compromesso. I figli dovevano obbligatoriamente
ribellarsi alla patria potestà e le donne
dovevano, a loro volta, ribellarsi contro la natura: niente più figli, il
corpo è mio e questa potestà la si allarga anche all’essere vivente che ho
contribuito a creare, che è sorto dal mio libertinaggio sessuale: in poche
parole, il “diritto” non forma più un binomio inscindibile col “dovere”.
Una donna che rinuncia a parte delle proprie ambizioni per crescere i
figli? Una poveraccia. Un uomo, il marito, che siede a capotavola? Uno
schiavista. E i professori, persone che impongono una certa condotta pena
la somministrazione di punizioni? Roba vecchia, da adesso in poi gli
studenti saranno padroni del proprio destino e capiranno e apprenderanno
autonomamente. Picchetti davanti le scuole, autogestioni, occupazioni,
bavagli sulle bocche degli insegnanti non omologati a questo pensiero
sfascista.
Ecco il retaggio culturale: le nostre università occupate da
anni e anni da gruppi di estrema sinistra che, già con la sola occupazione
di stanze pubbliche, voglion dimostrare la loro avversione ad un generico
sistema che non esiste, perché siamo noi che lo componiamo. Il professor
Panebianco insultato e minacciato durante una sua lezione, Giampaolo Pensa
contestato se non aggredito durante le presentazioni dei suoi libri di
revisionismo sulla resistenza: fatti, non opinioni, che dunque dovrebbero
entrare a far parte della storia da studiare. Ma la continua ed
inarrestabile rivoluzione non permette di prender fiato, il boicottaggio e
la marcia devono prevalere su tutto. Persino sulla ragione.
Quanta arroganza e quanto estremismo. Quanta supponenza e quanta stupidità.
La dittatura del giovanilismo porta con sé, immancabilmente, questi
fattori.
Ditelo ai Renzi e ai Di Maio, che si fanno beffa dei vecchi venuti
prima di loro, straparlando di diritto a prendere il loro posto, senza però
aver mai dato prova di averne le capacità. Il retaggio culturale, in questo
caso, si chiama demagogia: fare perno sul malcontento generale, che in
Italia è sempre esagerato, per rendere decenti dei cambiamenti indecenti.
Il concetto stesso di progressismo è assurdo: perché dovrebbe essere
sbagliata la tutela, la conservazione di noi stessi, nel nome di una
rivoluzione culturale permanente? Lo sappiamo tutti: al tempo, la Madre
Patria Russia era vista come l’eldorado, come l’oasi nel deserto del
capitalismo occidentale. Ho-Chi-Min in Vietnam, Castro e Che Guevara a
Cuba, Mao in Cina erano le nuove frontiere del benessere, sebbene fossero i
cubani a fuggire verso Miami e non il contrario. Giuseppe Bottazzi, detto
Peppone, quando andò in Russia con Don Camillo, si rese conto coi suoi
stessi occhi che il paradiso tanto sperato e tanto propagandato si era
rivelato invece l’inferno in terra. Ah, se dessimo più retta i preti! E da
lì la strada per gli anni di piombo risultò spianata: la pesante eredità
del ’68, forse la più pesante perché calcolabile in vite umane perse, è
proprio questo retaggio: l’avversione totale nei confronti di un nemico,
elevato ad Arcinemico, che sfocerà inevitabilmente in una guerra senza
eslusione di colpi. Uccidere un fascista non era reato, intonavano gli
esagitati nelle piazze impugnando le P38. Oggi, modernizzandosi, ci dicono
che zittire un fascista è un dovere, fingendo di non sapere che questo
processo di esclusione dal dibattito consiste (anche) nell’utilizzo della
violenza. In origine i nemici erano la borghesia e il capitalismo,
spodestati oggi dal fantomatico fascismo che, così dicono, sta tornando a
grandi falcate. Nilde Iotti era più serena di Emanuele Fiano, pensate voi.
A proposito della Iotti, di Togliatti e del Partito comunista: pensate
anche che furono loro a contribuire a che la nostra Costituzione reciti che
“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale
fondata sul matrimonio”, intendendo con ciò che la si configura come
società preesistente addirittura allo Stato stesso, ritenendo che solo il
matrimonio contratto da un uomo e da una donna possa portare alla sua
creazione. Gli eredi di costoro, oggi, ci dicono che la rivoluzione
consiste anche nel garantire questa possibilità, elevandola a diritto,
praticamente a chiunque, affiancandovi ovviamente anche la genitorialità.
Edonismo elevato all’ennesima potenza, perché le rivoluzioni si fanno prima
di tutto per sé stessi.
Un totale fallimento, sebbene in qualcosa siano riusciti quelli del ’68:
importare dagli Stati Uniti il totem dei nuovi tabù lessicali. Oggi è
conosciuto come Politicamente Corretto, revisione in salsa moderna del
Partito Comunista che ambiva a creare un Uomo nuovo la cui libertà di
pensiero sarebbe stata così limitata da impedirne l’autodeterminazione
materiale e culturale. Ecco, i parrucconi benpensanti che oggi impongo la
dittatura del Pensiero Unico tramite il politically correct, ieri
propugnavano la libertà di costumi e di linguaggio, l’affrancamento dal
pudore e dagli insegnamenti dei genitori. È questa la rappresentazione
plastica di come le loro riforme culturali siano finite, giustamente, nei
cessi, lasciando a galla il cascame putrefatto di un pensiero che da
rivoluzione si è rivelato ultra-conformista.
Siccome dalla loro parte, la parte dei Giusti e dei Migliori, i posti sono
grazie a Dio terminati, sediamo dalla parte degli eretici. La vera
trasgressione, oggi, consiste in questo.

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