di Giuliano Guzzo
Che cosa sia una famiglia, fino a pochi decenni or sono, era chiaro a chiunque: l’unione matrimoniale tra un uomo e una donna aperta alla procreazione e all’educazione della prole. Aristotele – che visse secoli prima di Cristo – la definì come «associazione istituita dalla natura», e non si soffermò sul fatto che questa sia tra uomo e donna solo per un motivo: lo dava per scontato. Tutti lo davano per scontato. Non per nulla Cicerone, anch’egli non cristiano, definì il matrimonio «la prima forma di società» e persino Karl Marx, il grande fustigatore della civiltà borghese, nei suoi Manoscritti economico-filosofici del 1844 si lasciò scappare che «il rapporto immediato naturale […] è il rapporto dell’uomo con la donna». A riprova di come, anche in tempi recenti, fosse trasversalmente radicato l’attaccamento alla famiglia e al matrimonio, possiamo inoltre ricordare che quando, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, si discusse la possibilità d’introdurre il divorzio nella Carta, Palmiro Togliatti – politico certo non cattolico – non tardò ad esprimere il proprio dissenso: «Ritengo di dover prendere una netta posizione, in modo che nessuno, basandosi su un voto non chiaro, possa affermare che io abbia votato a favore dell’introduzione dell’istituto del divorzio» (13/11/’46). Parole che non sorpresero, giacché, pochi giorni prima, il Migliore aveva già chiarito di ritenere il divorzio «innaturale e anzi dannoso» (7/11/’46). Nonostante le numerose proposte di abolizione della famiglia – la prima delle quali fu addirittura di Platone – avanzate nel corso della storia, quindi, essa si è sempre confermata, talora anche agli occhi di osservatori insospettabili, un pilastro sociale fondamentale.
