di Franciscus Pentagrammuli
Nell'anniversario dell’assassinio di Luigi XVI, re della più
antica dinastia cristiana d’Europa, erede di Carlo Magno, discendente di san
Luigi, è inevitabile il meditare sulla caducità della vita e della gloria
umana: tutto ciò che è sulla terra, non vi è che per morire, il brigante come
il santo, il re come il miserabile, l’onore come la vergogna, l’oscurità come
la gloria. Tuttavia, se pure questa meditazione possa, alla luce della
ragione naturale, sembrare veritiera, ancorché sconsolante, essa si rivela
gravemente incompleta alla luce della religione cattolica, fondata, come disse
il cardinal Pie, “interamente sul dogma dell’espiazione, della redenzione
attraverso il dolore”. Vediamo dunque se sia possibile, attraverso le dottrine
della nostra santa religione, di meglio comprendere i misteri del dolore, della
sofferenza, dell’infamia immeritati, i quali sempre ed ovunque sembrano
macchiare e rovinare la creazione; ciò, tenendo dinanzi gli occhi l’immagine del Re Luigi.
Noi vediamo, innanzitutto, che la sovranità non appartiene
che a Cristo, e che quindi i Re, consacrati dalla Chiesa, non sono sovrani che
per partecipazione alla sovranità del Re Celeste. Ecco dunque che, quali sono le caratteristiche della regalità
cristica, tali saranno quelle della regalità umana. L’inno del tempo di Passione nel rito romano, Vexilla Regis,
contiene al riguardo un versetto illuminante, tratto dai Salmi di Davide:
“Regnavit a ligno Deus”, dalla Croce regnò Dio. Cristo, di diritto Re di ogni cosa (universorum Rex), viene
di fatto incoronato solo sul legno della Croce, Suo santo trono. Egli incede verso di essa vestito degli ornamenti reali, e
su di essa è inciso, in tre lingue che valgono tutte le lingue del mondo, il
Suo Nome e il Suo Titolo, e nella Sua prima manifestazione gloriosa,
l’Epifania, i doni recatiGli significano, dice la Tradizione espressa nell'inno
della festa O sola magnarum urbium, la Sua divinità (incenso), la Sua regalità
(oro) e l’amarezza della Sua passione (mirra). Regalità, gloria, e dolore,
sacrificio, sono ancora accostati gli uni alle altre: solo esposto sulla Croce,
Cristo sarà riconosciuto; solo attraverso la Sua passione, si manifestò la Sua
gloria. I re umani dovranno, per partecipare della regalità di Cristo, partecipare del Suo sacrificio. Ciò è illustrato nel rito stesso di consacrazione dei Re di
Francia: il monarca, in abiti sacerdotali (porta infatti una tunicella e una
dalmatica, vesti propriamente del suddiacono e del diacono), viene unto “come i
Sacerdoti, i Re, i Profeti, i Martiri”. Non starà a noi ricordare come il sacerdote, alter Christus,
partecipi personalmente del Santo Sacrificio nel salire all'altare della Messa,
immagine del Calvario, altare della Croce. E’ dunque fortissima l’identificazione fra il Re umano e
Cristo Signore, nella gloria come nel dolore: se ne rendono conto persino i
manuali scolastici, laddove parlano, in riferimento ai sovrani capetingi, di
re-sacerdoti.
Ma tutto ciò come può riguardare noi, che non siamo monarchi
né preti? Di nuovo, bisogna porre gli occhi alla Croce di Cristo, e
contemplare la Sua Passione: quale ne è il senso, ancorché non interamente
comprensibile, non chiaramente considerabile? L’espiazione vicaria. La sofferenza redentrice degli altri,
come ben riconobbe il cardinal Pie citato più sopra: Cristo soffre, è insultato, muore non per sé, ma per gli
altri. Joseph de Maistre, cui è intitolato questo sito, ne era ben
cosciente, e vi fondò la parte forse migliore e più influente della propria dottrina. Non lo disse anche la Vergine a Fatima? Espiare, offrire le
proprie sofferenze per la redenzione dei peccatori. Partecipare, insomma, della Passione di Cristo, accollarsi
una parte, seppur minima, del peso della Croce. Questo fece Luigi, animo nobilmente cristiano, e questo
dobbiamo fare noi, oggi. L’aspetto più commovente della comunione dei santi non è
forse questo? E non invitò san Paolo a “portare gli uni il peso degli altri”?
Sapendo che la sofferenza non è mai vana, che il dolore
sempre ha uno scopo, anche se ora non possiamo conoscerlo, abbracciamo dunque
la Santa Croce, accogliamo con gioia il dono più prezioso che Dio ci dà in
questa vita, e offriamo tutte le nostre sofferenze, piccole e grandi, al Sacro
Cuore di Gesù ed al Cuore Immacolato di Maria, in espiazione dei peccati e per
la conversione dei peccatori, nella Fede di aiutare ed esser così vicini a
Cristo, e nella Speranza che, al di là di questa vita, ci sarà restituito il
cento contro uno di quanto abbiamo offerto a Dio, per placare la Sua Ira, e
impetrare la Sua Misericordia.
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