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09 aprile 2020

Shakespeare il cattolico/2. Gli indizi nelle opere



L'Inghilterra degli ultimi decenni del XVI secolo viveva una profonda spaccatura di carattere religioso: il nuovo Atto di Supremazia di Elisabetta I (1558-9), che imponeva un giuramento in cui riconoscere il primato della Corona anche nella materia religiosa ed ecclesiastica, e la successiva scomunica di Elisabetta da parte del Papa Pio V (1570) ponevano i cattolici inglesi in una condizione drammatica, in cui la fedeltà al proprio Stato e alla sovrana che lo rappresentava e quella alla Chiesa di Roma apparvero per lungo tempo difficilmente conciliabili. Il cattolicesimo divenne sostanzialmente bandito e coloro che non si uniformavano alla nuova chiesa di Stato (c.d. ricusanti) nel migliore dei casi venivano sanzionati con pesanti multe, nel peggiore venivano incarcerati o addirittura uccisi. Si trattò di un processo che durò decenni e che strappò a viva forza il cattolicesimo dall'anima del popolo inglese.

Il teatro non era immune da questa situazione: soppressi per ordine dell'autorità i tradizionali spettacoli religiosi itineranti che avevano caratterizzato la cultura popolare inglese ("miracle plays", "mistery plays", "morality plays"), tutta l'attività teatrale in generale era finita sotto l'occhio inquisitore delle autorità protestanti e in particolare dei circoli puritani. Poeti e drammaturghi, dunque, dovevano fare particolare attenzione ai contenuti delle loro opere, onde evitare che la censura del Master of the Revels si abbattesse su di esse e facesse cadere i loro autori in disgrazia. Con tale consapevolezza, dunque, occorre accostarsi ai lavori di William Shakespeare, per provare a discernere cosa egli abbia voluto far intendere a proposito della situazione dell'Inghilterra dell'epoca, tenendo presente che "i drammi shakespeariani sono pieni di riferimenti contemporanei che li ancorano nel presente e richiedono a spettatori e lettori di considerarli nei termini della politica del tempo"[1].

Esaminando i lavori shakespeariani, osserviamo alcune costanti narrative che ritroviamo in tutta la sua produzione: una "tempesta" che arriva a sconvolgere il cielo e l'ordine naturale (compare in ben 10 opere), il tema della famiglia disgregata e del conflitto di fedeltà, quello dell'innocente perseguitato, vittima di violenza o che attende un'esecuzione ("La commedia degli errori", "Sogno di una notte di mezza estate", "Il mercante di Venezia", "Misura per misura"), quello dell'esilio dei buoni ("Tito Andronico", "I due gentiluomini di Verona, "Romeo e Giulietta", "Come vi piace", "Riccardo III", "Riccardo II", "Re John", "Re Lear", "Macbeth", "Timon of Athens", "Coriolano") e di un'invasione straniera che torna a ristabilire l'ordine legittimo (quasi tutte le opere appena citate, ma anche "Amleto"). È facile la tentazione di interpretare tali argomenti in chiave cattolica. La tempesta rappresenterebbe lo sconvolgimento provocato dalla Riforma, che aveva sconquassato un ordine non perfetto, ma socialmente e culturalmente integrato; la famiglia disgregata è una metafora dell'Inghilterra, dilaniata dal conflitto religioso e in cui il padre (lo Stato) accusa di tradimento i figli (cattolici) che vorrebbero essergli fedeli. I cattolici sarebbero simboleggiati naturalmente anche da tutti gli innocenti ingiustamente perseguitati e fatti oggetto di violenza o costretti all'esilio, mentre l'idea di un'invasione straniera costituiva un pensiero fisso e una speranza di riscossa che troverà per esempio un suo fallito tentativo di concretizzazione nell'Invincibile Armata spagnola del 1588.

A ciò si aggiunga che spesso e volentieri i personaggi giurano sulla Santa Croce o sulle reliquie, su Maria o sui santi, evocano il Purgatorio, il rosario, il pellegrinaggio e altri elementi della dottrina e della pratica religiosa cattolica che il protestantesimo aveva bandito. Non si tratta semplicemente di ambientazione storica, tanto più che alcuni di questi elementi (vedi ad esempio la presenza di un'abbazia ne "La commedia degli errori") vengono inseriti con evidenti anacronismi anche in opere ambientate nell'antichità classica, ma di un immaginario religioso e culturale che è continuamente presente alla mente di Shakespeare (nato nel 1564, più di trent'anni dopo l'inizio della Riforma anglicana) e che vi assume una connotazione generalmente positiva e quasi nostalgica: si prenda ad esempio il dialogo tra il Duca e Orlando in "Come vi piace", dove vengono rievocati i passati giorni migliori in cui "siamo stati richiamati in chiesa da sante campane". Si pensi anche alle figure di religiosi e religiose cattolici, ai quali vengono spesso affidati ruoli risolutivi e che vengono comunque descritti come personaggi positivi (cfr. fra Lorenzo in "Romeo e Giulietta" o fra Francesco in "Molto rumore per nulla"), a differenza di quanto accade in opere di autori coevi, dove preti, frati e suore vengono costantemente fatti oggetto di scherno e di ironie; il clero che presenta caratteristiche "anglicane" ante litteram, invece, viene presentato dal Bardo dell'Avon in luce generalmente negativa (vedi l'arcivescovo di Canterbury dell'"Enrico V", secondo il quale "è finito il tempo dei miracoli").

Particolarmente simbolici appaiono poi i personaggi femminili: in molti casi si tratta di figure innocenti esposte alla violenza e che comunque rappresentano la purezza, arrivando ad assumere tratti mariani. Si vedano ad esempio la violenza e la mutilazione subite da Lavinia nel "Tito Andronico", che evocano plasticamente la profanazione protestante delle immagini sacre cattoliche, ma anche lo stupro di Lucrezia nell'omonimo poemetto, con la fanciulla che viene definita "santa terrena", "puro santuario", "immagine celeste", "virtuoso monumento". La metafora mariana si fa più evidente nel personaggio di Desdemona, alla quale nell'"Otello" Cassio si rivolge con l'espressione "Ave a te, signora, e la grazia celeste davanti e dietro e da ogni lato ti circondi!". Viceversa, i personaggi negativi femminili rimandano per molti versi alla figura della regina Elisabetta, che del resto viene richiamata spesso e volentieri dall'immagine della luna, alla cui divinità pagana (Diana, simbolo di verginità) molti poeti di corte la paragonavano abitualmente con toni encomiastici ma a cui Shakespeare attribuisce non di rado un'accezione esattamente opposta.

Proprio attraverso la traccia della luna è possibile seguire un filo rosso che possa farci identificare alcuni dei tantissimi presunti elementi di dissidenza disseminati nelle opere shakespeariane. Il "Sogno di una notte di mezza estate" (1595), ad esempio, si apre con un lamento di Teseo che, se interpretato allegoricamente in riferimento all'allora sessantaduenne regina, assume un significato decisamente pericoloso: "Ma oh, quanto lentamente cala questa vecchia luna! Ella rallenta il compimento dei miei desideri come una matrigna o una vedova che tanto a lungo fa appassire la rendita di un giovane". Poco più in là la luna medesima viene definita "fredda e infeconda" e qualche verso più giù si aggiunge che, pur dovendosi ritenere benedette coloro che abbracciano il sentiero della castità, "in questo mondo terreno più felice è la rosa distillata di quella costretta ad appassire su un vergine ramo". Non c'è bisogno di ricordare, ovviamente, la condizione di "Regina vergine" di Elisabetta. Non stupisce, alla luce di quanto esposto, che Shakespeare abbia introdotto nell'opera un espediente metateatrale, inserendo nella storia un gruppo di artigiani improvvisatisi attori e chiamati a mettere in scena un dramma, i quali al termine della rappresentazione si scusano dichiarando che, se qualcuno si è sentito offeso da qualcosa, deve sapere che è stato fatto tutto in buona fede ("good will", gioco di parole che richiama il nome dell'autore e che è tipico di Shakespeare). Il tema lunare ritorna, se possibile in una chiave ancora più evidente, in "Romeo e Giulietta". L'intera tragedia potrebbe in realtà alludere alla tormentata relazione tra il terzo conte di Southampton ("Romeo"), che non a caso era discendente della famiglia Montague (proprio così vengono tradotti i "Montecchi" nell'originale dell'opera), e la damigella di corte Elizabeth Vernon ("Giulietta"): tale relazione, come si ricorderà, era stata nascosta per diverso tempo e comunque era risultata sgradita alla Regina. Al giovane Southampton era stato dedicato, come sappiamo, anche il poemetto "Venere e Adone" (1593): Shakespeare aveva in quell'occasione aggiunto un tocco di originalità alla storia, facendo rifiutare con decisione al bel giovane tutte le insistenti avances della dea della bellezza. Non è forse inutile rammentare che proprio in quei mesi il giovane conte stava rifiutando la proposta di matrimonio con Elizabeth de Vere, nipote del ministro elisabettiano WIlliam Cecil: che il poemetto contenesse un riferimento a questo episodio e, più in generale, alle pressioni della Corte sul titubante rampollo dell'aristocrazia cattolica? Tornando a "Romeo e Giulietta", tutti conosciamo la celebre scena del balcone, ma rileggendola alla luce dell'ipotesi sopra descritta rimaniamo piuttosto stupefatti: Romeo paragona Giulietta al sole e la invita ad uccidere "la luna invidiosa, che è già malata e pallida dal dolore per il fatto che tu, sua damigella, sei molto più bella di lei. Non essere la sua damigella, perché è invidiosa. La sua vestale livrea è pallida e verde e la indossano soltanto i folli: gettala via". Il termine "pale" (pallido) è sostituito in alcune versioni da "sick" (malaticcio): forse l'allusione alle livree dei servitori dei Tudor, di colore bianco-verde, era stata troppo esplicita.

Più o meno nello stesso periodo, del resto, Shakespeare aveva composto il "Riccardo II", in cui veniva raccontata la deposizione del vecchio monarca da parte di Enrico di Bolingbroke, futuro Enrico IV, con una scena che venne censurata nella rappresentazione a Corte. Se non è lecito trarre interpretazioni troppo scontate relativamente a quest'opera, essa presenta di sicuro le caratteristiche di buona parte dei drammi storici shakespeariani: l'assenza di personaggi esclusivamente positivi, il sovrabbondare di crudeltà e sangue, il tradimento e i conflitti di fedeltà, il cinismo calcolatore che distrugge un ordine antico fondato sull'onore. Si tratta di una visione che ha ben poco a che spartire con un'acritica esaltazione della storia della dinastia Tudor o del principio della monarchia di diritto divino, allora brandito dai protestanti per tacitare ogni critica all'operato dei sovrani anglicani. Gli stessi temi si ritrovano in "Re John", dove l'arrogante Giovanni senza Terra (una sorta di Enrico VIII o Elisabetta I ante litteram) è costretto alla fine ad umiliarsi e a riconciliarsi con il Papa, il che non lo salverà peraltro dalla furia dei nobili ribelli indignati dall'eliminazione di suo nipote Arthur (allusione all'uccisione di Maria Stuarda?). Nell'"Enrico IV", invece, il Bardo dell'Avon distrusse la reputazione di un altro personaggio che i protestanti rivendicavano come proprio antesignano, circondandolo addirittura di un'aura di martirio: si tratta di John Oldcastle, uno dei leader lollardi bruciato sul rogo nel Quattrocento, che egli rappresenta come un bugiardo e vanaglorioso ubriacone dai tratti comici. Non stupisce che il nuovo Lord Ciambellano di Corte, discendente di Oldcastle e sotto la cui custodia la compagnia teatrale di Shakespeare era passata, impose un cambio di cognome al personaggio, che assunse le generalità di John Falstaff, con tanto di chiarimento fin troppo sarcasticamente esplicito da parte dell'autore nel finale dell'"Enrico IV - parte II". E non si trattava di facezie innocenti: il teatro svolgeva anzi una funzione politica fondamentale, se è vero che lo stesso Shakespeare nell'"Amleto" definì "essenziali cronache del tempo” gli attori itineranti che compaiono nel dramma con la solita operazione di metateatro. Non è un caso che proprio in questi anni venissero adottati provvedimenti sempre più restrittivi: nel 1599 sopraggiunse il divieto da parte dei vescovi anglicani di Canterbury e Londra di pubblicare satire e drammi di carattere storico ambientati in Inghilterra, mentre successivamente, dopo la "Congiura delle polveri", si proibì addirittura di nominare "impropriamente" Dio o le persone della Trinità nelle opere teatrali.

Data l'emanazione del Bishops' Ban William abbandonò dunque la storia inglese per recuperare un tema di argomento classico: nacque così il "Giulio Cesare". L'opera, rapportata all'attualità politica del suo tempo, si presta naturalmente a una doppia interpretazione: Cesare potrebbe rappresentare sia la Chiesa di Roma, cioè un vecchio ordine monarchico e popolare messo in discussione dai "puritani" repubblicani alla Cassio, sia la monarchia elisabettiana contestata dai ribelli cattolici. La prima ipotesi sembra però più credibile alla luce di una serie di elementi che connotano i personaggi: Cesare - dicono ad esempio i congiurati - si è fatto di recente "superstizioso" e tiene in modo particolare a "cerimonie" a cui i repubblicani appaiono invece allergici, tanto da rispedire a casa nel primo atto i popolani che accorrono festanti e orgogliosi per i successi del dittatore. Si veda anche la questione del tempo: i congiurati sono sempre piuttosto incerti su che giorno e su che ora sia e questo è stato interpretato dai critici come un chiaro riferimento al rifiuto dell'Inghilterra di adeguarsi alla riforma del calendario del papa Gregorio XIII (1582), nuovo "Cesare" che aveva corretto le imperfezioni del calendario giuliano. La figura di Bruto, alla luce di queste considerazioni, rappresenterebbe il conflitto di fedeltà che molti cattolici del tempo provavano tra la propria devozione a Roma e la lealtà al proprio Stato, in questo caso tra Cesare e la Repubblica. Di sicuro, invece, la raffinata capacità dialettica di Antonio, maestro dell'arte di dire senza dire, non può non ricordare la tecnica dell'equivocazione, sviluppatasi soprattutto negli ambienti gesuitici e consistente in una strategia di dissimulazione da adottare ad esempio durante gli interrogatori. Di una tecnica simile, fondata sugli equivoci, sull'ironia, sui giochi di parole, sulle allusioni, era naturalmente specialista anche William Shakespeare, più di ogni altro autore del suo tempo: anzi, "sembra quasi che si sentisse pressoché costretto, appena gli era possibile, a servirsi di doppi sensi ed equivocazioni" [2].

Mai come allora, del resto, una tale strategia risultava necessaria. Nel 1601 il conte di Essex, già favorito della regina ma anche avversario dei Cecil e amico - nonché cugino acquisito - del conte di Southampton (il giovane protettore a cui Shakespare aveva dedicato due poemetti), si vide caduto in disgrazia e tentò una ribellione armata contro Elisabetta, peraltro facendo rappresentare proprio al Globe Theatre la sera precedente, a mo’ di avvertimento, il già citato "Riccardo II". La rivolta venne immediatamente repressa ed Essex condannato a morte, mentre Southampton (come visto nella prima parte) fu imprigionato fino all'avvento al trono di re Giacomo I. Il conte di Essex era diventato negli ultimi tempi una delle speranze del partito cattolico, che si attendeva da lui una maggiore tolleranza: non è un caso che qualche anno prima fosse stato pubblicato ad Anversa un libello di parte "papista" dedicato proprio al giovane nobile, in cui si mettevano in discussione il principio della monarchia ereditaria e le credenziali di Giacomo di Scozia. Shakespeare non solo era amico di Southampton, ma era anche socio della compagnia teatrale che si era occupata, per quanto in presunta buona fede, della rappresentazione della sera precedente la rivolta, oltre che l'autore della tragedia rappresentata. Ce n'era abbastanza per essere prudenti, anche alla luce dell'immediato divieto parlamentare di mettere in scena opere che rappresentassero congiure o ribellioni, ma anche per essere preoccupati: in questo senso "le emozioni generate dalla caduta di Essex produssero un'amarezza e un senso di delusione assai cospicuo negli ultimi anni del regno. [...] Le cause di tale diffusa atmosfera di tristezza sono complesse e difficili da analizzare. Essa compare in molte forme e pochi scrittori degni di nota vi sfuggirono" [3].

Prodotto di questa fase cupa è forse la più nota delle tragedie shakespeariane: "Amleto". Il protagonista è sicuramente una metafora dei dilemmi della condizione umana, ma anche della situazione inglese dell'epoca, tanto che alcuni critici hanno voluto vedervi proprio una rappresentazione del defunto conte di Essex. Principe di Danimarca, Amleto apprende dal fantasma del padre, apparsogli da un cattolicissimo Purgatorio, che il defunto genitore è stato ucciso dal fratello, il quale ha poi sposato anche la vedova. Egli mette dunque in scena uno spettacolo teatrale che rappresenti esattamente la vicenda incriminata, per osservare la reazione del nuovo Re: si tratta di un'ardita scelta metateatrale da parte di Shakespeare, considerata la dinamica della recentissima rivolta di Essex. Avuta conferma della colpevolezza dello zio, Amleto vive nel tormento e nell'incertezza se ricorrere o meno alla vendetta. Viene così inviato in Inghilterra dall'usurpatore (così come Essex era stato mandato da Elisabetta in Irlanda) ma torna infine a vendicarsi in un duello finale in cui tutti i principali personaggi rimangono uccisi. Il protagonista sottolinea spesso la duplicità della natura umana, divina ma al tempo stesso bestiale, e appare mosso da alti ideali religiosi e morali che però vede frustrati nella realtà. Il celeberrimo monologo ("Essere o non essere"), spesso visto come un dilemma tra la vita e il suicidio, va interpretato invece diversamente. Esso pone l'alternativa tra la sopportazione delle ingiustizie e dei soprusi e il coraggio di ribellarsi a costo di sacrificare la propria vita: meglio vivere per morire o morire per vivere? Si tratta dello stesso atroce dubbio che attanagliava i cattolici inglesi, condannati al silenzio e alla dissimulazione in uno Stato preda dell'apostasia ("c'è del marcio in Danimarca"). "Spezzati, cuore mio, perché devo tenere la lingua a freno" dice Amleto, non potendo svelare il suo segreto; più avanti dirà, al becchino che sta seppellendo la sua amata Ofelia dopo un tradizionale funerale cattolico, "dobbiamo stare attenti a come parliamo o l'equivocazione ci rovinerà". Nel finale dell'opera, infine, il protagonista si rivolge al pubblico, invitando l'amico Orazio a raccontare la verità sulla sua storia e difendere la sua reputazione. La tragedia, neanche a dirlo, si conclude con l'"invasione" della Danimarca - con il beneplacito dello stesso principe morente - da parte del norvegese Fortebraccio, che sembra lasciare intravedere un futuro migliore per il Paese.

Nel 1603 la profezia di morte dell'Amleto sembrò in qualche modo avverarsi con la dipartita della settantenne Elisabetta I. Shakespeare si guardò bene dall'unirsi al coro di dolore dei letterati di Corte; curiosamente, anzi, proprio in quel periodo si dette alla scrittura di un'amara commedia intitolata "Tutto è bene quel che finisce bene". Di certo l'ascesa al trono di Giacomo Stuart aveva ravvivato le speranze dei cattolici inglesi, date le promesse di maggiore tolleranza a suo tempo fatte dal nuovo sovrano, che peraltro mise sotto il proprio diretto patronato la compagnia teatrale shakespeariana degli "Uomini del Gran Ciambellano", che divennero quindi "Uomini del Re". Le aspettative, tuttavia, non tardarono ad essere deluse: sotto il consiglio di Cecil la repressione anticattolica proseguì, mentre il trattato di pace con la Spagna del 1604 non faceva nessuna menzione della questione dei cattolici inglesi. Le opere shakespeariane del periodo ("Misura per misura", "Otello") sembrano inserirsi in questo contesto, rappresentando le storie di uomini probi (Otello), investiti di importanti incarichi e interessati a fare il bene, che vengono traviati da perfidi consiglieri (Iago) i quali si accaniscono su vittime innocenti (Desdemona), magari falsamente accusate di tradimento.

L'esasperazione della minoranza cattolica esplose il 5 novembre 1605 con la "Congiura delle polveri", che ebbe per la verità una pericolosità inferiore a quello che la propaganda governativa lasciò intendere. In ogni caso il fallimento del complotto determinò lo screditamento della causa cattolica e la distruzione della missione gesuita, con la cattura e il martirio di padre Garnet e di un suo confratello. Le coeve tragedie shakespeariane, "Re Lear" e "Macbeth", mantengono ancora un'atmosfera cupa, in cui il male predomina e colpisce spietatamente gli innocenti, i buoni vengono esiliati e possono riconquistare i propri diritti solo grazie ad un'invasione. Nel "Re Lear" Cordelia, la figlia un tempo prediletta, cade in disgrazia perché non accetta di dimostrare la sua lealtà al padre attraverso le parole, a differenza di chi giura falsamente; eppure è proprio ella ad amare realmente il padre e a rimanergli veramente fedele. Sembra la storia dei cattolici inglesi rispetto alla loro Patria e del resto è proprio la ragazza ad affermare: "Non siamo i primi che, con le migliori intenzioni, sono incappati nel peggio". Emergono poi due differenti concezioni di natura, espresse rispettivamente da Re Lear e dal malvagio Edmund: nel primo caso si tratta di un ordine naturale e pertanto tradizionale e per questo rispettabile, nel secondo invece se ne tratteggia un'idea quasi darwiniana, moderna e utilitaristica. Dominano in tutto il dramma immagini di dolore fisico, di tortura, di orrore: "è il nadir del pessimismo shakespeariano". [4] E le parole finali di Edgar, chiamato a risollevare uno "Stato piagato" dalla menzogna e dal disordine, sono un vero e proprio inno all'autenticità: "dobbiamo accettare il peso di questo triste tempo, dire ciò che sentiamo e non ciò che conviene dire". “Macbeth”, che pure avrebbe dovuto celebrare la dinastia Stuart, si colloca sulla stessa lunghezza d'onda: anche qui sono presenti la perfidia (rappresentata dalla figura femminile di Lady Macbeth), il tradimento ai danni di un vecchio monarca legittimo, un nuovo potere illegittimo e tirannico, l'esilio e l'uccisione dei buoni, l'invasione purificatrice, il rimorso e il dubbio sull'insensatezza della vita. Anche qui compaiono vittime che, come la moglie e il figlio di MacDuff, si lamentano della loro paradossale condizione: "crudeli i tempi in cui siamo traditori e non conosciamo noi stessi", in questo mondo terreno, "dove fare il male è spesso lodevole, fare il bene a volte è considerata pericolosa follia".

La fase delle grandi tragedie si conclude poi con "Antonio e Cleopatra" e "Coriolano”. Nel secondo ritorna come un'ossessione il tema dell'esilio del protagonista, cacciato ad opera dei tribuni della plebe: al suo ritorno a Roma, commenta però significativamente il comandante dei Volsci, tutti i suoi sostenitori usciranno di nuovo "dai loro buchi" (sembra quasi un riferimento ai "priest holes" di cui abbiamo detto nella prima parte). Così non andrà: anzi, dopo aver rinunciato all'invasione della città, Coriolano verrà ucciso proprio dai Volsci con cui si era alleato, il che potrebbe sembrare un riferimento al "tradimento" che i cattolici inglesi sentivano di aver subito dagli Spagnoli. Si tratta dell'ultima tragedia composta interamente da Shakespeare: da questo momento in avanti egli, che con la sua compagnia aveva preso possesso anche del teatro privato di Blackfriars, si dedicò a opere fiabesche ("romances"), un particolare genere letterario debitore sia delle tragicommedie italiane che dei masque (una sorta di musical) che si tenevano a Corte. Generalmente queste opere hanno un'ambientazione esotica e presentano ancora una volta i temi del naufragio, dell'esilio, delle famiglie separate, anche se alla fine arriva sempre un lieto fine, magari con qualche aiuto soprannaturale. Non mancano anche qui dei riferimenti curiosi. Nel "Pericle, principe di Tiro", ad esempio, un pescatore paragona un vecchio avaro a una di quelle balene che "s'ingoiano un'intera parrocchia, chiesa, campanile, campane e tutto", e riceve i complimenti del protagonista, il quale si sorprende di come i pescatori sappiano raccontare "le miserie umane partendo dagli squamosi esseri del mare e deducendo da quel regno d'acqua tutto ciò che fa onore o disonore all'uomo!": la metafora ricorda abbastanza l'incameramento dei beni della Chiesa da Enrico VIII in poi. La successiva "Cimbelino" racconta addirittura la storia di un conflitto tra Roma e Britannia, con il protagonista che viene salvato proprio da coloro che aveva esiliato e alla fine, nel clima di riconciliazione generale, accetta di pagare un tributo a Roma. Nel "Racconto d'Inverno", invece, il re Leonte accusa la moglie di adulterio e invia due nobili presso l'Oracolo di Delfi per avere conferma delle sue accuse. Precedentemente aveva incaricato un suo barone di uccidere il presunto amante della moglie, ma quegli, combattuto tra la fedeltà al re e i propri principi morali, aveva scelto i secondi. Tutta la scena ricorda vagamente la questione del divorzio di Enrico VIII, con l'oracolo a rappresentare la cattedra di San Pietro e il barone Camillo a evocare la figura di San Tommaso Moro. E infatti, di ritorno da Delfi, uno dei due nobili racconta che lo hanno molto colpito "degli abiti celestiali e l'aria venerabile dei preti che li indossano. E il sacrificio! Che cerimonia solenne e spirituale fu l'offerta!": l'analogia con la Messa cattolica appare evidente e infatti è stata notata dai critici fin dall'Ottocento. Quanto a Camillo, nel quarto atto il giovane Florizel si rivolge a lui quasi come a un santo intercessore: "Come è possibile, Camillo, che questo - quasi un miracolo - si realizzi? Ti chiamerei qualcosa di più che un uomo e poi mi affiderei tutto a te". Nella traduzione italiana sfugge una coincidenza che sembrerebbe avere tutta l'aria di un gioco di parole: l'originale recita infatti "That I may call thee something MORE than man". Infine, quando la giovane Perdita si ritrova davanti alla statua della madre che crede defunta e che invece è destinata a riprendere vita come per un incantesimo, esclama: "Datemi licenza, e non dite che è superstizione, se ora a lei davanti m'inginocchio e ne imploro la benedizione". Il riferimento alla polemica dei protestanti contro il culto cattolico delle immagini sacre appare anche qui palese.

Il nuovo giuramento di fedeltà imposto da Giacomo I nel 1610, come visto, aveva fatto capitolare numerosi cattolici: il giovane Anthony-Maria Browne, nuovo Lord Montague, si rifiutò però di prestarlo e cadde definitivamente in disgrazia. La situazione si era fatta più difficile non solo per i cattolici ma anche per i teatranti, vista la sempre maggiore influenza acquisita dai puritani, che non a caso in età cromwelliana avrebbero definito le opere di Shakespeare "immondizia prelatesca". Il puritano George Abbott divenne nel giro di due anni (1610-1611) prima vescovo di Londra e poi arcivescovo di Canterbury, cominciando a tuonare contro il teatro. E fu in questo contesto che William Shakespeare, che aveva passato indenne venti anni di onorata carriera, fu per la prima volta attaccato in maniera esplicita con riferimento al tema religioso. Lo storico e cartografo puritano John Speed pubblicò infatti nel 1611 la sua "Storia della Gran Bretagna": in una difesa dell'apologeta protestante John Foxe e dei suoi ritratti agiografici di presunti martiri riformati ante litteram tra cui il famigerato John Oldcastle (il Falstaff dell'"Enrico IV"), Speed si scagliò nel testo contro il padre gesuita Robert Parsons, che in un saggio aveva demolito la figura di Oldcastle, e contro Shakespeare, affermando che gli unici che avevano fornito un'immagine così distorta del personaggio erano "quel papista [Parsons] e il suo poeta [Shakespeare]: essi hanno la stessa propensione per le menzogne, l'uno [Shakespeare] sempre fingendo, l'altro [Parsons] sempre falsificando la verità". Si trattava di un attacco chiaro e diretto al drammaturgo di Corte, accusato senza giri di parole di essere nientemeno che il portavoce letterario dei sediziosi Gesuiti.

Tali fatti gettano in qualche modo una luce nuova e drammatica sull'improvviso ritiro dalle scene di Shakespeare, che proprio nel 1611, dopo aver rappresentato "La Tempesta", lasciò Londra e se ne tornò a Stratford. Sia come sia, "La tempesta" fu l'ultima opera da lui composta in solitario e costituì in sostanza il suo addio al palcoscenico. In maniera nient'affatto originale anche quest'opera tratta di magia, esilio in terre lontane, torti subiti e perdonati, riconciliazione, ma anche dell'arte della drammaturgia e del rapporto tra finzione letteraria e vita. Il protagonista Prospero, mago e duca di Milano, è stato spodestato dal malvagio fratello Antonio e dopo essere stato abbandonato in mare approda su un'isola insieme alla figlia Miranda. Qui egli libera lo spirito Ariel, che era stato imprigionato dalla strega Sycorax e da suo figlio, il mostro Caliban, e ne fa un suo servitore. Grazie ai suoi poteri magici egli fa scatenare una tempesta e fa naufragare i suoi nemici proprio sull'isola; seguiranno una serie di eventi al termine dei quali Prospero, dopo aver rinunciato per sempre alla magia e liberato Ariel, perdona tutti, accettando di far sposare la figlia dallo spasimante Ferdinando, e si appresta a riprendere possesso del suo ducato. Prospero è stato visto da gran parte della critica come un alter ego dell'autore: grazie ai suoi poteri magici egli è come un "regista" che guida le mosse di tutti i personaggi sul “palcoscenico” dell'isola. Non è un caso che, dopo aver organizzato uno spettacolo per la figlia e il suo corteggiatore, a un certo punto egli stesso lo interrompa proclamando la fine dei divertimenti e che tutto, "persino il grande Globo" (con possibile doppio senso riferito al Globe Theatre), si dissolverà, aggiungendo: "Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e la nostra piccola vita è circondata da un sonno. Signore, qualcosa mi opprime. Abbiate pazienza per la mia debolezza. Il mio vecchio cervello è turbato". Più avanti egli annuncia la sua rinuncia alla magia e quindi l'intenzione di rompere il bastone ("staff") con cui aveva scosso ("shake") gli elementi della natura. Ma è soprattutto l'epilogo che appare significativo: Prospero si rivolge al pubblico e, dopo aver proclamato la fine dei suoi incantesimi, lo prega di scioglierlo dai suoi vincoli "con mani generose" e "fiato gentile" (applausi e acclamazioni?), altrimenti fallirà il suo progetto che era quello di piacere ad esso. E poi conclude: "Ora mi mancano spiriti che eseguano, arte che incanti, e la mia fine sarà la disperazione se non sarò sollevato dalla preghiera, che va a fondo tanto da conquistare la pietà stessa e liberare da tutte le colpe. E, come voi vorreste essere perdonati per i vostri delitti, così la vostra indulgenza mi renda libero". Il grande drammaturgo si congeda dal suo pubblico chiedendogli non solo applausi, ma soprattutto preghiere, con un'espressione che richiama addirittura il Padre Nostro e il significativo uso del termine "indulgence", mai utilizzato dai principali autori dell'epoca, da Marlowe a Spencer. Se non è una professione di fede, poco ci manca: l'incertezza sulla propria salvezza e  la credenza nell'efficacia delle preghiere di intercessione sono espressione di una sensibilità profondamente cattolica la quale, dopo aver balenato qua e là in tante opere, ora prorompe evidente nelle parole di uomo che, forse intimamente oppresso da un potere tirannico per lunghi decenni di grandi successi e di più grandi travagli, anela finalmente alla libertà.


[1] A. Hadfield, Shakespeare and the Renaissance Politics, Arden 2004, p. 28.
[2] E.A. Armstrong, Shakespeare's Imagination, University of Nebraska Press (1946) 1963, p. 137.
[3] G.B. Harrison in H. Granville-Barker, G.B. Harrison (ed.), A Companion to Shakespeare Studies, Cambridge University Press (1934) 1964, p. 181.
[4] E.A. Armstrong, Shakespeare's Imagination cit., p. 73.

 

07 aprile 2020

Shakespeare il cattolico/1. Il retroterra e le amicizie


di Marco Mancini


"He dyed a Papist" ("Morì papista"): con queste parole il reverendo anglicano Richard Davies, verso la fine del Seicento, chiosava con un'informazione ricavata evidentemente dalla tradizione orale una nota biografica relativa a William Shakespeare.

L'uomo-simbolo della letteratura inglese, il poeta nazionale britannico, il drammaturgo di corte che nei secoli successivi sarebbe stato considerato il cantore dello splendore della "Golden Age" elisabettiana, era dunque cattolico? Egli professava quindi, in maniera più o meno nascosta, una fede discriminata e perseguitata, che lasciò sul campo centinaia di martiri nell'Inghilterra di quegli anni? Sembrerebbe una boutade ma non lo è affatto, tanto che il dibattito sulle credenze religiose del Bardo dell'Avon è tornato al centro dell'attenzione degli studiosi durante tutto il Novecento, con risultati sorprendenti e ottimamente riassunti in Italia nel 2011 da Elisabetta Sala nel suo "L'enigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente?" (Edizioni Ares). E proprio nel 2011 fu lo stesso Rowan Williams, all'epoca arcivescovo di Canterbury e primate della Chiesa anglicana, a riconoscere che Shakespeare avesse quantomeno "un retroterra cattolico e molti amici cattolici", aggiungendo che molti elementi delle sue opere non possono essere capiti "senza comprendere i concetti di perdono e di grazia".

Qual era, dunque, il "retroterra cattolico" di cui parla Williams? William Shakespeare nacque a Stratford upon Avon, nella contea del Warwickshire, probabilmente il 23 aprile 1564, cioè nel giorno in cui si festeggia San Giorgio, patrono d'Inghilterra, e in cui lo stesso poeta e drammaturgo sarebbe morto cinquantadue anni dopo. Suo padre, John Shakespeare, guantaio e conciatore, ricoprì diverse cariche pubbliche all'interno del municipio, ma nel corso degli anni abbandonò gradualmente tali incarichi fino ad essere accusato nel 1580 di aver violato "la pace della regina" – una delle classiche accuse mosse ai dissidenti religiosi – probabilmente per aver rifiutato di contribuire al finanziamento di una milizia contro eventuali insurrezioni "papiste". Nel 1592 il suo nome comparve formalmente nell'elenco dei "ricusanti" della zona, cioè di coloro (generalmente cattolici) che rifiutavano di presenziare alle funzioni anglicane e finivano pertanto sotto osservazione da parte delle autorità elisabettiane: egli si giustificò affermando di non presentarsi in chiesa per evitare di essere processato per debiti, ma per quanto peggiorata la sua situazione economica non sembrava così disastrosa da poter motivare una scelta del genere. Cosa più importante di tutte, nel 1757 venne rinvenuto tra le travi del soffitto della sua vecchia casa un testamento spirituale inconfondibilmente cattolico, in cui si invocavano la Madonna, gli angeli e i santi: si trattava di un testo modellato su quello dell'"Ultima volontà dell'anima", redatto da San Carlo Borromeo e trasmesso alla Chiesa cattolica clandestina in Inghilterra attraverso le varie missioni gesuite che si susseguirono a partire dal 1580. Del documento si sono poi perse le tracce e per questo molti hanno avuto buon gioco a dubitare della sua autenticità, ma esso rimane un indizio importante per delineare il milieu religioso della famiglia Shakespeare. Del resto l'intera Stratford era una roccaforte di ricusanti: basti pensare alla scelta – di cui in qualità di funzionario della municipalità lo stesso John Shakespeare era sicuramente stato parte attiva – dei maestri della locale grammar school, che in quei decenni furono praticamente tutti cattolici o filo-cattolici. Si tratta per esempio di Simon Hunt, forse il primo maestro di William, che dopo quattro anni di servizio lasciò l'incarico e fuggì all'estero con un proprio allievo (il futuro martire Robert Dibdale), accompagnando quest'ultimo al seminario inglese fondato a Douai dal cardinale William Allen e diventando lui stesso gesuita a Roma; oppure di John Cottam, fratello di quel Thomas che, anch'egli fattosi gesuita, fu catturato e condannato allo squartamento nel 1582.

La madre di Shakespeare, Mary Arden, apparteneva da parte sua al ramo cadetto di una delle famiglie cattoliche più importanti della contea: il suo secondo cugino Edward Arden, principale esponente della famiglia, ospitava nella sua tenuta di Park Hall un sacerdote sotto le mentite spoglie di giardiniere e fu successivamente catturato, arrestato e ucciso nel 1583 in seguito alla scoperta di una presunta congiura contro Elisabetta I ordita da suo genero John Somerville. La moglie di Edward, Mary Throckmorton, era non solo parente di quel Francis anch'egli arrestato e ucciso nel 1584 per aver tramato (in un complotto sventato dalla spia francese "Henry Fagot", identificato da diversi studiosi con Giordano Bruno) contro la regina inglese e in favore della cattolica Maria Stuarda, ma pure zia di quel Robert Catesby che fu protagonista della "Congiura delle polveri", il cui padre era caduto in disgrazia per aver ospitato il padre gesuita Robert Persons durante la prima missione gesuita clandestina inviata sul suolo britannico nel 1580.

Proprio in quest'anno il giovane William terminò il proprio percorso di studi a Stratford, senza però iscriversi all'Università. Ci sono poche informazioni sulle attività a cui si dedicò in questo periodo, eccezion fatta per un indizio che continua a far discutere gli studiosi: in un testamento del 1581 Alexander Hoghton, nobile cattolico del Lancashire che proprio in quei mesi aveva ospitato clandestinamente il capo della missione gesuita padre Campion, dopo aver trattato la destinazione degli strumenti musicali e dei costumi di scena di sua proprietà raccomandò al suo parente cattolico sir Thomas Hesketh un suo giovane paggio, che evidentemente aveva un ruolo di attore e/o musico, di nome "William Shakeshafte". È stato ipotizzato che il cognome riportato sul testamento fosse una corruzione grafica di quello del drammaturgo, dal momento che anche suo nonno Richard era comparso su più documenti come "Shakestaffe". Se così fosse, verrebbe confermata l'esistenza di quella "Lancashire connection" che avrebbe collegato Shakespeare "alle grandi famiglie cattoliche di quella regione settentrionale che era rimasta praticamente impervia al protestantesimo di Stato"[1].

Gli Hesketh, infatti, erano a loro volta legati agli Stanley e negli anni '90 del XVI secolo, una volta a Londra, lo stesso Shakespeare lavorò per la compagnia teatrale del giovane Ferdinando Stanley, Lord Strange, rampollo di una famiglia che, pur ambigua in merito alla propria appartenenza religiosa, manteneva stretti legami con la dissidenza cattolica. Lord Strange era un mecenate che amava proteggere artisti e letterati, ma era soprattutto (vista la mancanza di eredi da parte di Elisabetta) pericolosamente vicino alla linea di successione al trono inglese, essendo secondo solo a sua madre, nipote della regina cattolica Maria Tudor la "Sanguinaria". Fu così che nel 1593 un certo Richard Hesketh tornò dall'Europa con delle lettere compromettenti destinate proprio a Lord Strange, che lo invitavano a reclamare il trono inglese: il giovane conte di Derby, da poco succeduto al padre, informò prontamente della cosa il governo di Elisabetta, ma anziché essere ricompensato per la sua fedeltà finì per cadere in disgrazia, morendo misteriosamente qualche mese dopo, nel 1594. Almeno un decennio dopo la propaganda governativa accusò i Gesuiti di averlo avvelenato per vendicarsi della mancata partecipazione al complotto da loro ordito, ma certo è più credibile ipotizzare semmai una responsabilità degli ambienti di Corte, e in particolare dei Cecil, intenzionati a sbarazzarsi di un pretendente tanto scomodo che nonostante tutto costituiva ancora una delle poche, buone carte in mano al partito cattolico.

Tornando al nostro Shakespeare, è certo che nel novembre 1582 venne registrato il suo matrimonio con Anne Hathaway, che per l'occasione si dichiarò residente nella frazione di Temple Grafton e non nella località in cui effettivamente viveva; forse questo dipese dal fatto che proprio a Temple Grafton vi era una chiesa con ancora un vecchio prete cattolico di nome John Fritz? Si è a lungo pensato che il matrimonio tra i due fosse stato un matrimonio riparatore, dato che la primogenita Susanna nacque nella primavera del 1583, ma alla luce di questi dati è forse possibile supporre che i due si siano sposati prima in maniera semiclandestina e che solo successivamente abbiano ufficializzato il loro matrimonio, del quale del resto non si ha traccia – a differenza del battesimo della bambina – in nessun registro parrocchiale del posto. Certo è che nel 1585, quando la coppia ebbe due gemelli, questi ultimi vennero chiamati con i nomi di una coppia di amici che fecero probabilmente da padrini: si chiamavano Hamnet e Judith Sadler, erano entrambi ricusanti e qualche anno più tardi ricambiarono la cortesia chiamando loro figlio William.

Arrivati a questo punto si interrompe ogni notizia riguardante Shakespeare fino al 1592, quando lo ritroviamo a Londra nella veste di attore e drammaturgo ai primi successi. Questo periodo va sotto il nome di "anni perduti" ("lost years") ed ha da sempre costituito un vero mistero per gli studiosi del Bardo dell'Avon. La tradizione prevalente vuole che egli abbia abbandonato Stratford al seguito di una compagnia di attori itinerante, mentre lo stesso prete anglicano Richard Davies riportò una voce secondo cui egli sarebbe fuggito a Londra dopo essere stato sorpreso a cacciare di frodo nella tenuta di un magnate puritano della zona. Considerato che si tratta degli anni in cui, come visto, la repressione si abbatté con una certa durezza su tutto l'ambiente cattolico del Warwickshire, non è assurdo pensare che nelle tradizioni orali raccolte dal reverendo vi sia un fondo di verità ma che essa non risieda tanto nell’immagine improbabile di uno Shakespeare-Geordie che “rubò sei cervi nel parco del re”, quanto nel fatto che egli fuggì per scampare a un pericolo o a una persecuzione, trasferendosi a Londra dove entrò presto in contatto (qualora non lo avesse già fatto prima) con il circolo di Lord Strange. Meno suffragata da prove appare invece l'ipotesi di suoi viaggi in incognito all'estero e in particolare in Italia, dove alcuni studiosi hanno voluto identificarlo con dei visitatori del Collegio inglese dei Gesuiti a Roma ("Arthurus Stratfordus" nel 1585, "Shfordus Cestriensis" nel 1587, "Gulielmus Clerkue Stratfordiensis" nel 1589). Certo è che la situazione per i cattolici non era facile neanche a Londra, dove nel 1585 era stata scoperta la "congiura di Babington" che aveva portato al processo e all'esecuzione della cattolica Maria Stuarda e a una nuova ondata repressiva nei confronti degli odiati “papisti”.

Lord Strange, in ogni caso, non fu certo l'unico dei "molti amici" cattolici o filo-cattolici, per usare l'espressione dell'ex arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, di cui Shakespeare si circondò anche negli anni londinesi. Nel 1593, quando l'attività teatrale languiva a causa di un'epidemia di peste, il Bardo dell'Avon realizzò due poemetti dedicati entrambi al suo giovane protettore Henry Wriothesley, terzo conte di Southampton: il padre di Henry, secondo conte di Southampton, era stato arrestato e imprigionato nella Torre di Londra subito dopo la scomunica papale di Elisabetta I ed era stato sospettato di contatti con padre Campion anche alla vigilia della sua morte, nel 1581. Il nonno materno del giovane, inoltre, era sir Anthony Browne visconte di Montague, "papista di chiesa" (cioè cattolico politicamente fedele a Elisabetta e che formalmente quindi partecipava alle funzioni anglicane) la cui sorella Lucy aveva sposato un nipote di San Tommaso Moro. La seconda moglie del visconte, Magdalene Dacre, era anch'ella una fervente cattolica, già damigella d'onore di Maria Tudor e successivamente grande protettrice di ricusanti e sua nipote, Anne Dacre, ospitò e nascose nelle sue residenze il padre gesuita Robert Southwell, sebbene suo marito Philip Howard, conte di Arundel, fosse già stato rinchiuso per la sua fede nella Torre di Londra dove morì nel 1595, tanto da venire canonizzato da Paolo VI insieme ad altri 39 martiri di Inghilterra e Galles (tra i quali lo stesso padre Southwell). Alla morte del padre il piccolo Henry era passato sotto la custodia di Lord Cecil, potente ministro di Elisabetta e spauracchio dei cattolici inglesi, ma la sua famiglia materna non aveva rinunciato a esercitare la sua influenza. Così ora, alla stessa stregua del suo amico Lord Strange, egli era piuttosto titubante sul suo futuro, per quanto proprio in quel periodo stesse rifiutando, con grande soddisfazione del partito cattolico, una proposta di matrimonio combinatagli dallo stesso Cecil. Intrecciò invece una relazione clandestina con una damigella della Regina, Elisabeth Vernon, che più tardi sposò dopo la sua gravidanza, irritando la monarca stessa che lo considerava uno dei suoi preferiti, e infine nel 1601 rimase coinvolto nella rivolta del conte di Essex, venendo imprigionato fino all'avvento di Giacomo I, quando dopo aver riottenuto la libertà si schierò definitivamente con il fronte protestante. Suo cugino Anthony-Maria, a sua volta, fu imprigionato per un anno dopo la Congiura delle polveri.

Southampton non fu l'unico cattolico vicino a Shakespeare a cedere: anche il drammaturgo Ben Jonson ufficializzò la sua adesione alla Chiesa anglicana nel 1610, dopo il nuovo giuramento di fedeltà imposto da re Giacomo I a seguito della Congiura delle polveri e dell'uccisione di Enrico IV di Francia per mano di un attentatore cattolico. Erano invece sempre ricusanti, cioè fedeli a Roma, gli amici stratfordiani del poeta, che vennero citati o validarono con le loro firme il suo testamento redatto il 23 marzo 1616, un mese prima della morte: si tratta del già citato Hamnet Sadler, di Thomas Combe, di William Reynold, ma soprattutto di un certo John Robinson, lo stesso nome a cui Shakespeare affittò l'ala della londinese Blackfriars Gatehouse, parte del complesso del grande ex monastero domenicano, che egli aveva acquistato paradossalmente nel 1613, proprio dopo aver lasciato la capitale per fare ritorno al suo paese natale. L'edificio costituiva da decenni un vero e proprio rifugio per i cattolici, presentando una struttura labirintica ed essendo evidentemente munito di nascondigli – si trattava dei c.d. priest holes, che consentivano ai sacerdoti di sfuggire alla cattura da parte dei poursuivants regi e si potevano trovare in tutte le residenze delle grandi famiglie cattoliche, specie nel Nord dell’Inghilterra – e di passaggi segreti che consentivano di raggiungere il Tamigi e attraversarlo per fuggire dalla città. È una curiosa coincidenza che il fratello di Robinson fosse entrato nel Collegio inglese di Roma e fosse diventato un gesuita, ma tale coincidenza consente di ipotizzare che lo stesso John fosse uno dei tanti “ufficiali di collegamento” tra la resistenza cattolica all’estero e quella presente in patria. In un altro immobile del complesso di Blackfriars, che ospitava tra l'altro l'ambasciatore francese, si verificò peraltro nel 1623 un tragico incidente (i "Vespri fatali"), quando il pavimento di una stanza crollò per il peso eccessivo esercitato da 300 fedeli cattolici riuniti di nascosto in preghiera, provocando la morte di almeno un centinaio di loro tra cui il padre gesuita che guidava la celebrazione. A occuparsi della sepoltura di una parte dei defunti fu nell'occasione l'ambasciatore spagnolo, conte di Gondomar, il quale nello stesso anno fu anche uno dei primi acquirenti del First Folio, la prima raccolta delle opere teatrali shakespeariane con prefazione in versi di Ben Jonson. Blackfriars Gatehouse, insieme a buona parte delle proprietà di William Shakespeare, fu lasciata in eredità alla primogenita Susanna che, pur avendo sposato un protestante, nel 1606 era comparsa nella lista dei ricusanti che avevano mancato di partecipare alla comunione anglicana in occasione della Pasqua.

Questo, dunque, fu il "retroterra" familiare ed amicale di William Shakespeare. Ma altrettanti indizi della sua vicinanza al cattolicesimo emergono dalla sua opera, tanto da far dire qualche secolo più tardi a G.K. Chesterton: "Che Shakespeare fosse cattolico è una cosa che qualsiasi cattolico percepisce come verità, in qualsiasi aspetto. I pochi fatti noti di politica e di storia supportano questa idea; è una cosa inconfondibile, nello spirito e nell'atmosfera, e soprattutto in un suo certo scetticismo, che in certi aspetti assomiglia al paganesimo [...] Non ho bisogno di libri o di scoperte per provare che abbia vissuto da cattolico, o più probabilmente, come tutti noi, che abbia provato a vivere da cattolico ma senza successo. Pensava da cattolico e sentiva da cattolico, e vedeva ogni questione primaria con gli occhi di un cattolico. Le prove di questo dovrebbero essere oggetto di un saggio a parte, se mai un'impressione tanto reale può essere provata"[2]. Ma di questo parleremo un'altra volta.

[1] E. Sala, L’emigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente?, Edizioni Ares, Milano, 2011, p. 58.
[2] G.K. Chesterton, Leggendo Shakespeare, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2018, passim.

SECONDA PARTE:
Shakespeare il cattolico/2. Gli indizi nelle opere
 

09 dicembre 2018

Giù le mani "dal" Manzoni, cantore cristiano per eccellenza!

Pochi giorni fa abbiamo pubblicato un pezzo critico su Alessandro Manzoni. Di solito è noto che noi diamo spazio ad opinioni fra loro molto diverse, senza impegnare tutti i collaboratori nell'obbligatoria condivisione di un parere. Ciò generalmente placa molte polemiche. Eppure il Manzoni è stato difeso con veemenza da molti lettori (il che  dimostra una vitalità intellettuale grandiosa, in un mondo in cui si discute solo di pornografia e cibo, abbiamo lettori di qualità insomma). Anche alcuni collaboratori si sono impegnati nella difesa dell'orgoglio manzoniano. Eccone uno, in stile Summa tomista.  

di Samuele Pinna
Quando uno scrive certe cose poi deve essere coerente con se stesso anche se, alla fin fine, ci perde qualcosa. Pochi giorni fa ho sostenuto che dinnanzi a un errore, seppur dato sotto forma di libera opinione, non si può tacere, ma si ha il dovere di intervenire. Anche andando incontro a qualche imbarazzo. Anche quando c’è di mezzo un’amicizia. Il modo in cui vorrei replicare, però, non è quello a cui siamo abituati, cioè a dibattiti maleducati e scomposti. Al contrario, desidero affermare le mie ragioni secondo quella che era la disputa medievale, che non aveva di mira la sconfitta dell’avversario, ma la verità. La quaestio aveva una struttura.
Dapprima si dà un tema (una sorta di titolo), per esempio: “Se la sacra dottrina sia scienza”.
Poi c’è il Sed Contra, ossia ciò che sembra smentire il titolo: “Sembra che la sacra dottrina non sia scienza”.
Di seguito, il Respondeo dicendum in cui si arriva alla soluzione. Infine, le risposte alle obiezioni del Sed Contra. Tenterò, allora, di impostare la mia quaestio a riguardo del Manzoni, dopo aver letto un articolo pubblicato su questo sito da un mio caro amico.

Il tema:
Se è vero che Alessandro Manzoni sia il migliore e più famoso scrittore cattolico italiano in prosa .

Sembra che Alessandro Manzoni non sia il migliore e più famoso scrittore cattolico italiano in prosa.
1. Il fatto di essere un libro studiato obbligatoriamente a scuola non lo fa apprezzare.
2. Il suo comportamento da cristiano non è stato esemplare, perché non si è occupato degli avvenimenti della sua epoca come avrebbe dovuto e, per esempio, quando Cavour alla sua entrata nel parlamento italiano “si alzò in piedi e chiese l’applauso per la maggior gloria letteraria della giovane nazione Italia, piuttosto che voler apparire, Manzoni batté le mani pure lui, facendo ritornare l’ovazione a Cavour”.
3. Non prese pubblica posizione verso il Risorgimento massonico e, pur aiutandolo, “mai si scomodò di farsi vedere in quelle scuole” di Rosmini che aveva sovvenzionato.
4. Il suo romanzo non è male, ma non è neppure granché, nonostante sia una buona rievocazione storica.
5. Il Cattolicesimo nei Promessi Sposi c’è, ma è di carta.

Respondeo dicendum : è difficile comprendere giudizi gratuiti e senza fondamento, che possono essere mossi solo da coloro che sono riconosciuti (e non per forza condivisi) come giganti della letteratura. Per intenderci: può muovere una critica al Manzoni un Bacchelli così come può criticare la musica di Mozart un Verdi (cosa che questi esimi personaggi non si sono sognati di fare nei confronti dei loro esimi colleghi).
Alessandro Manzoni è il migliore (che poi migliore vuol dire niente) scrittore cattolico italiano in prosa sia da un punto di vista letterario, per l’uso che ha fatto della lingua italiana, sia da un punto di vista storico, per come l’ha utilizzata nel suo romanzo, sia per i valori umani e di derivazione cristiana che ha saputo far emergere dalle sue composizioni.
Sicuramente, proprio perché studiato nelle scuole è il più famoso insieme a Dante.

Soluzione delle difficoltà :
1. Il fatto di essere studiato nelle scuole superiori è una grazia! Mi chiedo cos’altro possiamo offrire ai nostri giovani? Il problema non è cosa è obbligatorio o meno, il problema è com’è insegnato. Altrimenti dopo le scuole superiori nessuno si iscriverebbe al corso universitario di matematica, perché studiandola obbligatoriamente la dovrebbe detestare, così come la geografia, la fisica, le lingue straniere, la storia… il problema non è la materia, semmai come la si insegna! Io, personalmente, ringrazio la mia professoressa di italiano che sui banchi di scuola mi ha fatto innamorare di Dante e di Manzoni, oltre ad altri, a tal punto che a riguardo dei Promessi Sposi apriva il libro a caso e leggendomi una frase mi chiedeva di ricostruire la trama, i personaggi e i luoghi. Grazie a quella brava insegnate ho scoperto il mondo meraviglioso della letteratura che ti forma per la vita e che non si basa sul “mi piace” o “non mi piace”, ma su criteri oggettivi per capire la vera opera d’arte rispetto alle sue contraffazioni.

2. Dalla descrizione offerta, il comportamento del Manzoni appare mostrare tutta la sua umiltà, che è una virtù preziosissima cristiana.

3. Così come il punto sopracitato: la carità si fa in silenzio e non per forza bisogna intervenire pubblicamente su tutto o su una determinata cosa (rimando alla mia seconda esercitazione d’arte umoristica).

4. Solo un affermato e grande critico letterario potrebbe avere il coraggio di dire pubblicamente una tal cosa, che, se la dicesse, decadrebbe ipso facto dall’essere un grande critico letterario.

5. In letteratura il messaggio va trovato sulla carta, non altrove, poiché nonostante la predisposizione dell’artista quel che conta è l’arte nella sua fruizione. Tuttavia, a meno che si legga nel segreto dei cuori (prerogativa di Dio), non mi pare ci sia dissonanza tra l’artista (il Manzoni) e l’arte espressa (i Promessi Sposi).

Il metodo medievale è spietato in quanto a logica e costringe a pensare. Ho risposto alle obiezioni in modo sintetico e maldestro, perché mi risultano un po’ assurde, dal mio punto di vista sarebbe come dimostrare che l’acqua è bagnata o che non esiste genitore 1 o 2 ma mamma e papà. E mi sono permesso di rispondere (solo dopo pressanti inviti) perché mi pare che chi scrive ora abbia gli stessi titoli (cioè nessuno) di chi ha scritto prima di lui. Ho solo usato la ragione e il buon senso. Ma non si può concludere così, proprio per l’amicizia che mi lega all’autore del discusso pezzo sul Manzoni.

Lascio una meditazione per tutti e a lui dedicata.
Il Manzoni (e l’articolo che metto davanti al nome non è casuale), per dirne la grandezza, è “usato” anche nella Liturgia ambrosiana e anche nella solennità dell’Immacolata Concezione (dall’inno Ognissanti) nell’Ufficio delle Letture.

Tu sola a Lui festi ritorno
Ornata del primo suo dono;
Te sola più su del perdono
L’Amor che può tutto locò;

Te sola dall’angue nemico
Non tocca né prima né poi;
Dall’angue, che, appena su noi
L’indegna vittoria compiè,

Traendo l’oblique rivolte,
Rigonfio e tremante, tra l’erba,
Sentì sulla testa superba
Il peso del puro tuo piè.

Commenta Inos Biffi, tra i massimi teologi viventi: «La terza parte del canto è tutta riservata a Maria, la quale non ebbe bisogno del perdono, dal momento che non venne toccata mai dal peccato, né originale né attuale: nella bellezza incontaminata della sua grazia, essa rappresenta il capolavoro dell’“Amor che tutto può”. Nelle tre brevi strofe che concludono il canto il poeta mostra di aver colto con acuta precisione il senso del dogma dell’immacolata: Maria non fu purificata dalla colpa, ma è tornata al cielo – ed è il dogma dell’Assunta – adorna della grazia nella quale era stata concepita e che precedette ogni remissione. Come canta la Chiesa: Tota pulchra es Maria, et macula originalis non est in te. Questa innocenza non fu, tuttavia, un merito della Vergine, ma il gratuito dono dell’Amore divino onnipotente: “Tu sola a Lui festi ritorno/ Ornata del primo suo dono;/ Te sola più su del perdono/ L’Amor che può tutto locò”.

Unicamente Maria non fu contagiata dall’insidioso e avverso Serpente:
“Te sola dall’angue nemico/ Non tocca né prima né poi”. Soltanto su noi egli riuscì indecentemente vincitore: “[…] appena su noi/ L’indegna vittoria compiè”. Secondo la profezia della Genesi, il suo
capo orgoglioso fu invece schiacciato dal piede incontaminato della Vergine: “Traendo l’oblique rivolte,/ Rigonfio e tremante, tra l’erba,/ Sentì sulla testa superba/ Il peso del puro tuo piè”.

La descrizione di rara efficacia di quell’“angue nemico” che, turgido e spaventato, sopravviene sinuosamente tra l’erba, richiama il verso virgiliano:latet anguis in herba, e quello dantesco: Occulto come in erba l’angue, e l’altro: Tra l’erba e’ fior venìa la mala striscia,/ volgendo ad ora ad or la testa, e’l dosso/ leccando come bestia che si liscia » (Teologia e poesia, pp. 355-356).

Morale : non tocchiamo, non ne siamo degni, i giganti della letteratura (e di una letteratura d’ispirazione cristiana), ultimi baluardi contro una mentalità mondana, laicista e anticattolica!

 

05 dicembre 2018

Manzoni. Un cattolicesimo di carta

di Francro Ressa
È noto che Alessandro Manzoni sia considerato il migliore e più famoso scrittore cattolico italiano in prosa. Ma ciò che viene da così tanto tempo proclamato è vero ?
Che Manzoni sia uno scrittore molto amato dal pubblico è falso. Ciò però dipende dall’uso strumentale che ne ha fatto la scuola italiana. Imporre la lettura di un qualsiasi libro, capitolo per capitolo, paragrafo per paragrafo, frase per frase, e poi farne oggetto di riassunti, temi, compiti in classe, interrogazioni, è la migliore maniera per far odiare ogni tipo di letteratura. Questo è successo per I Promessi Sposi. Purtroppo, perché in sé il libro non è cattivo; ha una buona rievocazione storica, curata fin nei minimi particolari, una certa scorrevolezza di racconto malgrado le lunghe descrizioni, e nel sottofondo c’è un senso ironico che raramente si trova negli scrittori italiani.
Da Manzoni discende quasi in linea diretta Giovannino Guareschi. C’è solo da sperare che Don Camillo e Peppone non entrino mai in classe come libri di lettura scelti dagli insegnanti.

Questo per ciò che riguarda l’opera più celebre, ma dell’autore cosa possiamo osservare?
Se diamo retta ad una certa leggenda, la conversione di Manzoni dall’agnosticismo al Cristianesimo non fu di cuore o di ragione, ma solo di spavento: temeva di aver perso sua moglie durante un tumulto. C’è da dubitare che sia stato così, ma poi come si comportò il  neo-cattolico?
Ricco e nobile, si stabilì in un palazzo tuttora esistente nel centro di Milano, e da lì praticamente non si spostò più per il resto della sua vita. Anche dopo il grande successo letterario delle sue prose, poesie e tragedie, niente conferenze né incontri con il pubblico. Moltissimi saranno i commentatori delle sue opere, ma lui non si degnò mai di una spiegazione extra. Idem per la letteratura del suo tempo; Nè Foscolo, o Leopardi oppure Guerrazzi o Silvio Pellico incontrarono un qualsiasi suo interessamento.

Passando alla politica, Il Risorgimento Manzoni preferì guardarlo dalla finestra, piuttosto che esprimersi. Le due composizioni poetiche patriottiche, Marzo 1821 e 5 Maggio aspetteranno più di un quarto di secolo prima di essere pubblicate. Si tappò in casa durante la rivoluzione delle Cinque Giornate che liberarono per un poco la sua Milano, da lontano seguì la carriera ed i successi come primo ministro del Piemonte di Massimo D’Azeglio (suo genero!). Si degnerà di scrivere un compendio che contrappone la rivoluzione francese con l’unità d’Italia, ma questo per il fatto di essere stato eletto volente o nolente nel primo parlamento italiano. A questo proposito, nell’aula di Torino Camillo Cavour alla sua entrata si alzò in piedi e chiese l’applauso per la maggior gloria letteraria della giovane nazione Italia, ma piuttosto che voler apparire, Manzoni batté le mani pure lui, facendo ritornare l’ovazione a Cavour.

E la religione? Si sa che il Risorgimento venne quasi tutto ispirato e gestito dalla massoneria, ma vi fu un momento durante il 1848 in cui i patrioti videro nel Papa Pio IX il loro capo ed ispiratore, e sulle barricate delle Cinque Giornate echeggiava il grido ed il canto “Viva Pio IX”, ma Manzoni nemmeno allora volle prendere posizione. Antonio Rosmini frequentò casa Manzoni, e da lui ebbe aiuti finanziari per le sue iniziative scolastiche, ma mai si scomodò di farsi vedere in quelle stesse scuole. Nel 1810 all’indomani della sua conversione, Manzoni iniziò a scrivere dodici inni sacri, ma ne terminerà soltanto cinque.
Verrà poi assorbito dal suo romanzone, dove darà sicuramente un senso compiuto all’intervento della giustizia divina e della provvidenza, specie verso gli umili, ma se analizziamo nel particolare, le figure religiose meglio riuscite sono quelle negative: il prete vile e pauroso Don Abbondio e la Monaca di Monza incattivita e cinica. Le due figure positive rendono poco; il cardinale Borromeo è un “primo della classe” quasi bolso e retorico, e fra Cristoforo agisce poco sulla scena, travolto prima dalla sua stessa irruenza, poi dalla pestilenza.

Il Cattolicesimo c’è nei Promessi Sposi, ma è di carta; il suo autore non avrebbe mai trovato in sé stesso le virtù decantate nel proprio scritto. Manzoni insomma predicava bene, ma razzolava molto meno attivamente. Un esempio di questa inconsistenza di azione sta in una lettera spedita ad un suo nipote, Giulio Trotti Bentivoglio (1842-1866), allievo ufficiale di marina nel periodo 1856-1861. Il giovane si lamenta della durezza della vita militare alla quale viene sottoposto. Nonno Alessandro risponde:  “Coraggio dunque, il mio Giulio! Anche a studiare, anche a assoggettarsi a una serie regolare d’operazioni per sé poco dilettevoli, ci vuole coraggio; e l’andarci di mala voglia è anch’essa, per dir la parola orribile per Giulietto, una specie di paura.”
Tuttavia, il famoso romanziere non aveva mai provato la disciplina, non era stato militare neanche un giorno in vita sua.


 

24 novembre 2017

Io sono John Tolkien


di Edoardo Dantonia

Quando dico di sentirmi assai vicino a quelli che definisco “amici di carta”, cioè a quella schiera di autori, letterati e santi che mi accompagna giorno per giorno con le loro parole, le persone molto spesso mi fraintendono. Quando dico di provare una certa comunione con Tolkien, Lewis, Chesterton e Guareschi, o con Beato Piergiorgio Frassati, San Francesco d’Assisi e Santa Giovanna d’Arco, normalmente la gente pensa senza esitare che io mi voglia elevare al loro livello, che io mi senta pari di un grande autore o di un santo della Chiesa. Questo è un errore comprensibile: l’uomo è creatura vanitosa, prima ancora che sociale, perciò tenderà sempre ad associarsi agli esempi virtuosi, alti piuttosto che a quelli cattivi, bassi; di conseguenza, è quasi automatico percepire un’associazione come la mia come un eccesso di vanità e di orgoglio. Ma tutto questo, almeno in questo caso, è l’opposto della verità. Io non mi associo al professore di Oxford perché autore della più grande saga fantasy di sempre, né provo vicinanza con Giovanna d’Arco perché ha restituito la corona francese al legittimo re guidando un esercito e affrontando la morte sul rogo con coraggio. Io mi sento a loro affine perché nonostante tutto questo, nonostante le opere immortali e le imprese eroiche, erano comunque umani. Nonostante la grandezza e l’eco delle loro vite che si propaga attraverso i secoli, erano uomini e donne come me. Avevano le loro debolezze, i loro dubbi; caddero come cado io, sbagliarono come sbaglio io. Ebbero vite straordinarie ma ordinarie al tempo stesso. Ed è proprio sapere che Chesterton era un pigrone che doveva quasi essere trascinato nella vasca da bagno che me lo fa apparire più vicino; è scoprire che Piergiorgio ebbe amici come li ho io, si innamorò come mi sono innamorato io, ebbe un rapporto conflittuale coi genitori come capita al novantanove percento dei giovani che me lo fa chiamare amico; è leggere di come Lewis fosse un po’ snob, di quelli che io non sopporto nella maniera più assoluta, che me lo rende simpatico. Non sono la santità di don Bosco o la genialità di Tolkien a farmeli vedere come amici più che come maestri, ma la loro assoluta normalità. Perché in fondo, se ci pensiamo bene, santi ed eroi, geni e poeti sono tali perché fanno una scelta, perché si votano a qualcosa o Qualcuno, danno sé stessi a una causa. Non sono speciali nella sostanza, non sono diversi da tutti noi. Non sono diversi da me. Paradossalmente, potremmo dire che sono io ad abbassare loro, più che loro ad innalzare me. E se per questo posso sembrare ancora più vanitoso, superbo e orgoglioso, be’, considerate che alla fine sono umano.

https://www.thesparklings.it/io-sono-john-tolkien/



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29 settembre 2017

L’obitorismo. Nascita di un nuovo genere letterario (I parte)


di Marco Sambruna

“Lo zoo è la rappresentazione della città, lo zoo safari del suburbio residenziale fuori città. Visti dal sedile anteriore destro del monovolume, gli animali sfilavano in tutto il loro insuccesso, non sapevo se essere felice nel vederli vivi o compiangere la fierezza addomesticata, il portamento ammaestrato, la mia situazione fallimentare”
(Giorgio Falco, L’ubicazione del bene)

Ultimamente mi sono soffermato a leggere alcuni romanzi della recente narrativa italiana vincitori, o comunque finalisti, di quello che è forse il massimo premio letterario italiano, cioè il “Premio Strega”. Ho letto i seguenti titoli: “La Chimera” di Sebastiano Vassalli, “Diceria dell’untore” di Gesualdo Bufalino, “Accabadora” di Michela Murgia, “Storia della mia gente” di Edoardo Nesi. Di altri romanzi recentemente premiati invece conosco il contenuto senza averli letti: “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi e “La scuola Cattolica” di Edoardo Albinati.

Ho potuto constatare, pur nella diversità degli argomenti trattati e nella personalità dello stile, almeno un paio di elementi comuni:
Il memorialismo come scuola letteraria che getta uno sguardo retrospettivo sulle vicende recenti d’Italia.
L’agnosticismo come assoluta indifferenza alla religione se non per rappresentarne l’aspetto oscurantista, regressivo e,  in alcuni casi, grottesco.

IL MEMORIALISMO

Il memorialismo, o il passatismo come direbbe un futurista, che anima il romanzo italiano contemporaneo riguarda, nei casi sopra citati, il recupero di un aspetto della storia regionale italiana in una sorta di riedizione del verismo di fine Ottocento. Come accade nella ricostruzione del novarese del Seicento in “La Chimera” dove sotto la dominazione spagnola si narra di un processo di stregoneria a cura di una chiesa locale immersa nella più cupa ignoranza, ben prima quindi di essere rischiarata dai lumi rivoluzionari. La dimensione memoriale regionalista è presente nella Sicilia post bellica di Bufalino,  nella Sardegna anni Cinquanta della Murgia, nelle paludi pontine del Ventennio di Pennacchi. Finalmente col romanzo di Nesi “Storia della mia gente” ci accostiamo alla storia recente d’Italia attraverso le vicende imprenditoriali del protagonista. Si tratta però sempre di una ricostruzione memoriale sebbene riguardi un frammento recentissimo della storia nazionale, quello degli anni Ottanta e Novanta caratterizzati dalla crisi e dal crollo dell’illusione di un benessere perpetuo.

In tutti i romanzi la dimensione religiosa o è completamente assente cioè manifesta la sua presenza tramite una clamorosa assenza, oppure se c’è se ne sottolinea la beceraggine cinica e grifagna sotto forma di una presunta disumanità del clero e dell’ignoranza malvagia della gente.

Nel romanzo della Murgia, ad esempio, il tema è quello dell’eutanasia, seppure trattato con delicatezza, come pratica da sempre in uso anche nella Sardegna arcaica del romanzo; in quello di Vassalli il clero novarese, evidentemente rappresentativo di tutta la Chiesa, è attanagliato da angosce nere, tenebrosi presagi necrofili, affetto da sadismo acuto dove “la Chimera” del titolo allude alla inesistenza di Dio. infine in Bufalino all’interno del romanzo troviamo alcune annotazioni amaramente disilluse sul significato della fede scritte da un prete morto in una specie di sanatorio che sembra riecheggiare gli appunti di qualche prete modernista di cui sia stato rinvenuto il diario all’indomani della morte.

MEMORIA  E RELIGIONE

In tutti o quasi questi romanzi in cui sono rappresentati aspetti di vita italiani si ha la sensazione di leggere la biografia di un estinto, la cronaca delle vicende salienti di una persona passata a miglior vita. Ecco allora che anziché memoriale questi romanzi rivelano una natura più esattamente biografica: descrivono cioè le vicende biografiche di un popolo con le sue eccellenze e le sue bassezze come si potrebbero descrivere vizi e virtù di un uomo che non c’è più.

Tuttavia è possibile descrivere efficacemente qualcuno o qualcosa solo se nel suo carattere e nei suoi tratti peculiari si possono cogliere degli aspetti personali che lo connotano e lo specificano nettamente. Tanto più la realtà descritta appare articolata e complessa, quanto più sarà ricca di sfumature, avvincente e coinvolgente e in certi casi anche avventurosa. Sappiamo tutti che un libro è anche un prodotto commerciale, cioè deve vendere, ma solo ciò che offre qualcosa di originale e quindi di intimamente connesso con un carattere peculiare può affascinare il lettore e stimolarlo all’acquisto.

Il romanzo italiano contemporaneo quindi è pressoché costretto a fare del memorialismo, ossia a rivolgere lo sguardo al passato proprio per la ragione che il presente non è rappresentabile e non lo è perché appare come un prodotto privo di caratteristiche proprie, anonimo e standardizzato. Descrivere la realtà italiana attuale dunque non vale la pena perché non c’è nulla che connoti in modo peculiare i popoli italiani conferendo loro una fisionomia specifica.

Nulla differenzia ormai il carattere italiano con i suoi usi, costumi, visioni del mondo dagli usi, costumi e visioni del mondo del resto del mondo occidentale: l’Italia è dunque diventato ormai un prodotto standardizzato, perfettamente omologato a qualsiasi altri prodotto che l’occidente produce.
Non vale più la pena descrivere l’attualità italiana perché semplicemente non c’è più nulla di avvincente da descrivere; l’attualità del carattere italiano odierno infatti è simile a un celebre quadro di Lucio Fontana: una tela completamente bianca attraversata da un taglio obliquo, attraverso il quale, forse, è ancora possibile afferrare qualche lacerto del passato, questo si, rappresentabile con un certo interesse a beneficio del lettore.

Descrivere l’Italia odierna ormai spossessata di tutte le sue ricche sfumature e della sua complessità significa tentare di descrivere i fenomeni biologici che fermentano su una salma, vuol dire doversi limitare ad eseguire un autopsia, compilare un referto scientifico il cui unico scopo è quello di adempiere a un dovere burocratico.

Ma è chiaro che la semplice descrizione didascalica di un corpo morto dal punto di vista narrativo non interessa nessuno. E dunque, infine, non resta che la strada del memorialismo biografico ossia rievocare le vicende di quel corpo irrigidito dalla morte quando ancora si muoveva, agiva, si relazionava col mondo secondo modalità sue proprie che lo differenziavano dalle modalità di altri corpi che agivano sotto altre latitudini.

(continua)

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14 novembre 2016

Se Gramsci avesse letto (bene) Chesterton


di Lorenzo Roselli

Cosa lega Antonio Gramsci, ideologo del Partito Comunista Italiano e Gilbert Keith Chesterton, frizzante intellettuale e apologeta cattolico britannico?
Apparentemente nulla oltre alla contemporaneità e, in parte, la ferma opposizione al capitalismo.

Eppure, il filosofo di Ales conosceva molto bene l'opera chestertoniana e ne stimava profondamente il genio. Considerava infatti Chesterton un chiaro esempio di letteratura nazional-popolare inglese, categoria linguistica che Gramsci creò ad hoc per attaccare gli intellettuali italiani post-risorgimentali e del suo tempo. Questi non erano stati capaci di rappresentare, né di percepirsi parte integrante del popolo perché ad esso contrapposti. Scrive in proposito nei Quaderni dal carcere:

« […] In Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla nazione e sono invece legati a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento popolare o nazionale dal basso: la tradizione è libresca e astratta e l'intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano.»
Come imputare a Gilbert Keith Chesterton la stessa ignominiosa colpa? Come vedere nell'autore di Ortodossia e Uomo Vivo, capace di riscontrare il significato del mondo e dell'umana esistenza in un miserabile ubriacone, una totale estraneità dal popolo, in tutte le sue contraddittorie e straordinarie sfaccettature?

Ma è al personaggio più noto dell'intera produzione di Chesterton, Padre Brown, che Gramsci dedica l'encomio più sentito allo scrittore inglese.

In una lettera a Tatania (Tania) Schucht, sorella della moglie Julia, Gramsci la ringrazia per avergli spedito in carcere alcuni libri delle avventure di Padre Brown. Nel celebrare la maestria narrativa della serie sull'investigatore in talare, Gramsci si abbandona a considerazioni di vario tipo, fra cui un paragone tra l'approccio investigativo cattolico di Padre Brown opposto a quello squisitamente protestante di Sherlock Holmes.

« Carissima Tania,
sono stato contento della venuta di Carlo. Egli mi ha detto che ti sei rimessa abbastanza, ma vorrei avere più precise notizie sulle tue condizioni di salute. Ti ringrazio per tutto ciò che mi hai mandato. Non mi sono stati ancora consegnati i due libri: la «Bibliografia fascista» e le novelline di Chesterton che leggerò volentieri per due ragioni. Primo perché immagino che siano interessanti almeno quanto la prima serie e secondo perché cercherò di ricostruire l'impressione che dovettero fare su di te. Ti confesso che questo sarà il mio diletto maggiore.
Ricordo esattamente il tuo stato d'animo nel leggere la prima serie: tu avevi una felice disposizione a ricevere le impressioni più immediate e meno complicate dai sedimenti culturali. Non eri neanche riuscita ad accorgerti che il Chesterton ha scritto una delicatissima caricatura delle novelle poliziesche più che delle novelle poliziesche propriamente dette. Il padre Brown è un cattolico che prende in giro il modo di pensare meccanico dei protestanti e il libro è fondamentalmente un'apologia della Chiesa Romana contro la Chiesa Anglicana. Sherlock Holmes è il poliziotto «protestante» che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall'esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull'induzione. Padre Brown è il prete cattolico, che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l'esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull'introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l'angustia e la meschinità. D'altra parte Chesterton è grande artista, mentre Conan Doyle era un mediocre scrittore, anche se fatto baronetto per meriti letterari; perciò in Chesterton c'è un distacco stilistico tra il contenuto, l'intrigo poliziesco e la forma, quindi una sottile ironia verso la materia trattata che rende più gustosi i racconti. Ti pare? Ricordo che tu leggevi queste novelle come se fossero state cronache di fatti veri e ti immedesimavi fino ad esprimere una schietta ammirazione per padre Brown e per il suo acume meraviglioso, in modo così ingenuo che mi divertiva straordinariamente. Non devi però offenderti, perché in questo divertimento c'era una punta di invidia per questa tua capacità di fresco e schietto impressionismo, per così dire. A dirti la verità, non ho molta voglia di scrivere: ho il cervello svaporato.
Ti abbraccio affettuosamente. »

Chissà se da sincero estimatore di GKC quale era, Antonio Gramsci si sia mai informato sulle tesi economico-politiche esposte ne Il profilo della ragionevolezza e la proposta distributista. Che pur da una prospettiva critica possa esserne rimasto sedotto, almeno quanto lo era dall'arguzia dell'intellettuale del paradosso? E sia mai che quel sorridente e attempato pensatore cattolico, che si prendeva il privilegio di chiamare affettuosamente l'Aquinate “Tommy”, possa aver acceso nel suo animo una flebile luce di Fede cristiana?