“Il Partito raccomandava di non badare alla prova fornita dai propri
occhi e dalle proprie orecchie. Era l’ordine finale, il più essenziale di
tutti. Il suo cuore ebbe un tuffo al pensiero dell’enorme potere spiegato
contro di lui, della facilità con cui ognuno dei cosiddetti intellettuali del
Partito lo avrebbe potuto rovesciare sul tappeto della discussione, degli
argomenti sottili ch’egli non sarebbe stato in grado di comprendere, e tanto
meno di controbattere con adeguate risposte. Eppure lui aveva ragione! Loro
avevano torto e lui aveva ragione. Le cose ovvie, le cose semplici, le cose
vere dovevano essere difese. Le verità esistenti erano vere, non ci potevano
essere dubbi, su questo! Il mondo concreto, le sue leggi non mutano. Le pietre
sono dure, l’acqua è liquida, gli oggetti privi di sostegno cadono verso il
centro della terra” (G. Orwell, 1984)
George Orwell aveva correttamente
individuato la caratteristica principale dei totalitarismi che hanno
insanguinato il Novecento e, in particolare, del comunismo sovietico: essi
hanno cioè incarnato una dittatura della menzogna o, invertendo i termini del
discorso, una rivolta dell’ideologia contro la realtà e quindi contro la
verità. Gustave Thibon, in Ritorno al reale, scrive non a caso che "il reale non è ciò che si oppone all'ideale, ma alla menzogna".
Di questa rivolta contro la
realtà Orwell non è stato l’unico ad avvertire il pericolo: in ambito cattolico
è molto nota la profezia di Chesterton, quella per cui “la grande marcia della
distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un
credo. […] Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa
quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in
estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e
l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più
incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto.
Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo
l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti
hanno visto eppure hanno creduto”. Le assonanze tra le due citazioni sono
impressionanti, persino nel “due più due fa quattro” che torna ripetutamente in
1984, tanto da chiedersi se Orwell
non avesse per caso letto e meditato lo scritto chestertoniano.
La post-modernità si è incaricata
di portare fino alle estreme conseguenze questo prometeico rifiuto del
principio di realtà, attraverso l’affermazione di quella che Joseph Ratzinger
ha chiamato “dittatura del relativismo”. Il processo rivoluzionario, dunque,
minaccia oggi di destrutturare persino i caratteri fondamentali della natura
umana: questo è il campo di battaglia in cui si inseriscono tutte le questioni
che attengono ai cosiddetti “principi non negoziabili”.
Esattamente questa è la posta in gioco
nel dibattito sul c.d. Ddl Cirinnà, riguardante le unioni civili per gli
omosessuali. Occorre finirla con gli eufemismi, le ipocrisie, le battaglie di
retroguardia e proclamare la verità tutta intera. Mi rendo conto
che per convincere l’opinione pubblica sia forse più conveniente concentrarsi
sulla stepchild adoption, spiegare
come essa costituisca una legittimazione de
facto dell’utero in affitto, insistere sul diritto dei bambini ad avere un
papà e una mamma. Sono strategie dialettiche anche efficaci e le comprendo pure: servono per rendere la pariglia alla suprema ipocrisia del fronte
avverso, che rifiuta di chiamare le cose con il loro nome, straparla di
fantomatici diritti, strumentalizza storie lacrimevoli per raggiungere il
proprio scopo. Gli avversari fanno il gioco delle tre carte, perché sanno benissimo che, se portassero il loro discorso alle estreme conseguenze, pochi li seguirebbero nel loro delirio ideologico; per questo usano la strategia della rana bollita, cioè dell'assuefazione graduale al fatto compiuto.
Proprio per questo, però, i tatticismi non bastano. Bisogna gridare forte e chiaro
che il Ddl Cirinnà va respinto semplicemente perché avalla una menzogna
ideologica. Esso equipara nei fatti, se non in diritto, tutti gli orientamenti
sessuali, creando una sorta di “piccolo matrimonio” per gli omosessuali: destruttura
così la famiglia naturale promuovendone una grottesca caricatura, nega la
realtà elementare per cui la generazione della vita è affidata alla
complementarità feconda tra uomo e donna, quella che l’autore ispirato nel
libro della Genesi compendia nell'espressione “Maschio e femmina li
creò”. Ogni proposta di legge che, come quella attualmente in discussione,
contenga una qualsiasi forma di riconoscimento pubblico delle unioni
omosessuali, va respinta al mittente, a prescindere che essa contempli o meno la
possibilità di adozioni. Non è quello il discrimine, con buona pace del
pilatesco Alfano, pronto a inscenare una finta battaglia di bandiera per poi
riscuotere i trenta denari frutto del suo tradimento.
Stupisce, dunque, che
a questa battaglia intrapresa da tanta parte del laicato cattolico e che
culminerà il prossimo 30 gennaio con la grande manifestazione di Roma, non sia
giunto fin dall'inizio un sostegno chiaro da parte dei vertici istituzionali della Conferenza
Episcopale Italiana, almeno fino al decisivo endorsement del Cardinale Angelo Bagnasco. Nessuno che abbia detto una parola sulle vergognose
dichiarazioni del ministro Boschi, che ha pure l’impudenza di continuare a
professarsi cattolica: anzi, durante la vicenda di Banca Etruria mons. Galantino
l’ha esplicitamente sostenuta, invitandola ad “andare avanti”. Nessuno che
richiami i parlamentari sedicenti cattolici all’osservanza di quanto già
disposto dalla Congregazione per la dottrina della fede, allora guidata da
Joseph Ratzinger, nel 2003. Anzi: l’impegno dei cattolici contro il disegno di
legge viene visto con sospetto e fastidio da almeno una parte dei vertici ecclesiali: disturba il
manovratore, non va incontro ai disegni di “dialogo” tanto di moda negli
ambienti modernisti e di nuovo in auge con il nuovo corso avviato nella Chiesa
italiana e non solo.
Ma noi continuiamo ad avere in
mente le parole di San Giovanni Paolo II, pronunciate negli USA nel 1979: “Noi
ci alzeremo in piedi [We will stand up]
ogni volta che la vita umana viene minacciata. […] Ogni volta che si parla di
un bambino come un peso o lo si considera come mezzo per soddisfare un bisogno
emozionale, noi ci alzeremo in piedi per insistere che ogni bambino è dono
unico e irripetibile di Dio, che ha diritto ad una famiglia nell’amore. […] Ogni
volta che il valore della famiglia è minacciato da pressioni sociali ed
economiche, noi ci alzeremo in piedi, riaffermando che la famiglia è necessaria
non solo per il bene privato di ogni persona, ma anche per bene comune di ogni
società, nazione e Stato”. Fu, quello di Giovanni Paolo II, un pontificato che
diede la sveglia a una Chiesa intorpidita dalla sbornia post-conciliare,
segnando la riscossa e la rinnovata presenza pubblica di un cattolicesimo che
sembrava destinato a restare per sempre nel chiuso delle sacrestie, o a
esaurirsi nel sociologismo autoreferenziale. Lo rileviamo qui a beneficio dei
farisei del tradizionalismo, che magari il 30 gennaio resteranno a casa per non
contaminarsi con i manifestanti neocatecumenali e che sono sempre pronti a
filtrare il moscerino di qualche citazione magisteriale, salvo poi ignorare i
grandi spartiacque della storia.
Winston: Io so che alla fine sarete sconfitti. C'è qualche cosa, nell'universo... non so, un qualche spirito, un qualche principio... che non riuscirete mai a sopraffare.
O'Brien: Credi in Dio, Winston?
Winston: No.
O'Brien: E allora quale può essere questo principio che ci annienterà?
Winston: Non lo so. Lo spirito dell'Uomo.
O'Brien: E tu, ti consideri forse un uomo?
Winston: Sì.
O'Brien: Se tu sei un uomo, Winston, tu sei l'ultimo uomo. La tua specie è estinta; noi ne siamo gli eredi. Ti rendi conto che sei solo? Tu sei fuori della storia, tu non esisti.
Diversamente dal protagonista di 1984, e con buona pace dei volenterosi O'Brien dei giorni nostri, noi crediamo in Dio e sappiamo che - per quanto invincibile possa apparire l'avversario - spetterà a Lui la vittoria finale. Per questo, nonostante le ambiguità dei Pastori, noi ci alzeremo in piedi. Sabato 30
gennaio scenderemo in strada e ci raduneremo al Circo Massimo, dove scorse il sangue di tanti martiri cristiani. Lo faremo per ribadire che due più due fa quattro, che la famiglia è
una sola, che i figli nascono da un padre e da una madre, che tutti i sofismi,
le menzogne e le pressioni della lobby omosessualista e dei suoi mandanti non riusciranno ad
oscurare queste verità. Lo faremo per difendere non solo i diritti di Dio e
quelli della famiglia, ma anche il diritto dei popoli a non essere violentati
nella loro coscienza e nel loro senso comune dagli aborti ideologici dei nuovi
giacobini. Lo faremo in tanti, con la libertà dei figli di Dio che ci viene dal
nostro Battesimo - almeno per noi cristiani - e con la forza della retta ragione. Siete tutti invitati.
Pubblicato il 25 gennaio 2016

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