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03 dicembre 2018

Non dismettono le chiese ma il cattolicesimo

di Giorgio Enrico Cavallo
«La constatazione che molte chiese, fino a pochi anni fa necessarie, ora non lo sono più, per mancanza di fedeli e di clero, o per una diversa distribuzione della popolazione nelle città e nelle zone rurali, va accolta nella Chiesa non con ansia, ma come un segno dei tempi che ci invita a una riflessione e ci impone un adattamento».
Di che ci sorprendiamo? Con il corso degli eventi degli ultimi anni, era naturale che si arrivasse a questo punto. Certo, queste parole messe nella bocca di un pontefice fanno accapponare la pelle; ma rientrano perfettamente nella linea perseguita dalla Chiesa Cattolica “riformata”: la gente non va a Messa? Le chiese sono vuote? Al posto di arginare in ogni modo possibile il dissolvimento del cattolicesimo dal mondo contemporaneo, si preferisce esultare e giubilare di fronte a questo «segno dei tempi». Segno che impone una riflessione, ovviamente seguita dall’adattamento alla nuova situazione. E nel mentre le chiese possono essere comodamente vendute (o, per meglio dire, svendute). Perché? Perché bisogna «dare priorità al tempo», e ciò «significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce». Garbuglio linguistico che, tradotto in parole povere, significa: “ritiriamoci con ordine e dignità”.

Davvero, non è una novità che gli europei disertino in massa le chiese. In alcuni paesi nordici, la loro dismissione è iniziata anni fa, ed oggi quelli che erano pii monumenti della devozione sono diventati sale di incontro, musei, palestre, negozi. Mammona si è presa tutto. In Italia, bisogna riconoscerlo, siamo ancora in una posizione privilegiata: da noi la scristianizzazione è meno evidente, ma nel giro di pochi anni saremo destinati ad affrontare il problema anche noi. Dunque? Anziché tirare fuori le unghie, la Chiesa preferisce vendere. Il che, per carità, potrebbe rientrare in un disegno tattico: indietreggiare per non disperdere le energie su un fronte troppo vasto. Purtroppo, va osservato che tale disegno non solo non c’è, ma sembra quasi che sia già stata firmata la resa al nemico.
Solo così si possono interpretare passi sconcertanti delle indicazioni di Bergoglio ai rappresentanti delle 23 conferenze episcopali riuniti alla Gregoriana su iniziativa del cardinal Ravasi. Come questo: «La dismissione non deve essere la prima e unica soluzione a cui pensare, né mai essere effettuata con scandalo dei fedeli. Qualora si rendesse necessaria, dovrebbe essere inserita per tempo nella ordinaria programmazione pastorale, essere preceduta da una adeguata informazione e risultare il più possibile condivisa».

Certo, in Italia chiudere una chiesa è ancora percepito come un evento traumatico. Dunque, bisognerà programmarla per tempo, informare preventivamente in vista dell’insindacabile chiusura per fallimento. Al posto che programmare una lotta all’ultimo uomo, si preferisce calendarizzare la resa. Duemila anni di cristiani battaglieri, di martiri, di crociati, buttati alle ortiche: oggi si preferisce cerchiare sull’agenda la data della chiusura. Unico sforzo richiesto: informare per tempo i parrocchiani. Accompagnarli sulla via del discernimento. Perché è bene così: «l’eloquenza originaria» delle nostre chiese millenarie «può essere conservata anche quando non sono più utilizzati nella vita ordinaria del popolo di Dio, in particolare attraverso una corretta esposizione museale, che non li considera solo documenti della storia dell’arte, ma ridona loro quasi una nuova vita, così che possano continuare a svolgere una missione ecclesiale». Se volete vedere questa «nuova vita» delle nostre chiese “musealizzate”, previo pagamento del biglietto d’ingresso, recatevi in una delle tante vittime di questa “valorizzazione”. Fortunati voi se ne trovate una che è rimasta una chiesa, seppur sconsacrata.

La maggior parte sono state acquisite da fondazioni private, e dove un tempo c’era il Santissimo ora ci sono orrendi sgorbi di arte contemporanea, installazioni pseudo-artistiche che stridono, cozzano, fanno a pugni con il buon senso estetico dei nostri avi. Installazioni volutamente anti-cristiane, per sbertucciare e dissacrare un luogo che resta a tutti gli effetti sacro.

A proposito di dissacrazione: a ben dire, se proprio volessimo dismettere delle chiese, sarebbe il caso di cogliere la palla al balzo e vendere subito quei templi dell’horror che hanno funestato le nostre città dal Concilio in poi. Ovviamente, anche laddove ci sono chiese vecchie e dal passato glorioso si preferisce celebrar Messa dentro questi scatoloni di cemento: brutti fuori, brutti dentro, privi di ogni senso estetico e di ogni aspirazione al divino, degni frutti di una teologia vuota e retorica. Queste sarebbero le chiese da abbattere, e subito; ripensando, magari, a molti punti dell’ultimo Concilio.

Invece, stiamone pur sereni, ad essere dismesse saranno le chiese romaniche e barocche. Le poetiche cappelle di campagna. I santuari. La distruzione del Cattolicesimo passa anche e soprattutto dall’eliminazione dei simboli, del bello, del sacro. Ciò che maggiormente sconvolge, è che Roma non soltanto non si opponga a questo declino, ma che lo stia incentivando. Anzi, che l’abbia preventivato. Si permetta la domanda retorica: anche la dismissione del Vaticano è in agenda?


 

06 novembre 2017

Irlanda, isola di smeraldo e di santi


di Roberto De Albentiis

Da poco passato il 1° novembre, siamo nell’Ottava di Tutti i Santi, che ci fa rivivere e ripetere le letture e le preghiere della grande solennità di tutti i beati festanti del Paradiso; gli altari sono ancora decorati e bardati e i reliquiari sono esposti alla solenne venerazione dei fedeli (nelle chiese che ancora li espongono, chiaro), la Chiesa vuole con ciò farci penetrare ancora di più il mistero della Gerusalemme Celeste, per farci tenere alto lo sguardo!
Nel mese di novembre è tradizione che ogni famiglia religiosa festeggi, in suoi giorni appropriati, i propri Tutti i Santi e i propri Defunti, e ciò può avvenire nei primi giorni del mese (ad esempio i domenicani festeggiano il loro Ognissanti il giorno 7) oppure in altra data (i francescani, invece, lo festeggiano opportunamente il 29 novembre, anniversario della Regola di San Francesco); oggi, 6 novembre, la Chiesa Cattolica festeggia Tutti i Santi Irlandesi, e specialmente lo fa la Chiesa Cattolica in Irlanda.
A lungo, cattolicesimo e Irlanda è stato un binomio inscindibile, ma purtroppo così non è più, e per quanto la Chiesa Cattolica irlandese non abbia conosciuto i disastri teologici e liturgici delle corrispettive Chiese Cattoliche di Inghilterra, Stati Uniti, Francia, Benelux e Germania, sta conoscendo da anni una forte crisi che peraltro si è riversata sulla società irlandese, divenuta ormai molto secolarizzata; ma non è sempre stato così in passato, anzi!
L’Irlanda, non conquistata dai Romani (anche se singoli generali ed esploratori l’avevano circumnavigata) era stata comunque evangelizzata da alcuni missionari itineranti, che però non avevano potuto scalfire il forte paganesimo druidico allora diffuso; toccò a San Patrizio, inglese catturato da pirati irlandesi, divenire l’evangelizzatore di quel popolo che si sarebbe mostrato assai ricettivo alla sua predicazione semplice e appassionata. San Patrizio, da semplice fedele prima e da monaco e poi vescovo-abate poi, percorse tutta l’Irlanda (tanto che non c’è città irlandese dove non ci sia una chiesa a lui dedicata), battezzando ed evangelizzando, e salvando anche ciò che della cultura pagana era buono e poteva essere impiantato nella nuova fede, come la forte religiosità e il forte amore per la natura che avevano gli uomini e i druidi irlandesi.
Dalla predicazione di San Patrizio derivò una fortissima fede che trasformò la società irlandese: chiese sorsero al posto dei templi e degli altari pagani, i villaggi semi-nomadi divennero in muratura, sorsero monasteri che divennero centri non solo di spiritualità ma anche di cultura; i capiclan e i monarchi si fecero i primi promotori della nuova fede e monaci, vescovi e abati con la loro vita esemplare e la loro predicazione la rafforzavano. E dopo averla rafforzata in Irlanda, la rafforzavano o addirittura diffondevano nuovamente in Europa, in Inghilterra prima e da lì in Gallia, in Italia, in Germania: molti santi venerati in Italia sono in realtà irlandesi (San Donato di Fiesole e San Cataldo di Taranto, ad esempio), come anche molte fondazioni monastiche (si pensi a Luxeuil e Bobbio, fondate da un celebre irlandese, San Colombano).
Di molti santi spesso non ne rimaneva che il nome, a volte assurdo e impronunciabile, e però gli irlandesi ne tenevano viva la memoria con la costruzione di chiese e la celebrazione di feste; praticamente ogni città irlandese aveva un proprio santo specifico o una chiesa dedicata ai più diversi beati, e queste chiese in pietra, dalla caratteristica costruzione, sono spesso rimaste ancora oggi!
Purtroppo una grave prova attendeva un popolo così fedele, la Riforma protestante: conquistata dalla vicina Inghilterra, l’Irlanda si vide ridotta nei suoi diritti e prerogative, e soprattutto nell’esercizio del suo culto cattolico; per secoli i re inglesi provarono ad estirpare il cattolicesimo e ad imporre il protestantesimo (prima anglicano, poi calvinista-presbiteriano) con la forza; da ultimo, gli inglesi approfittarono della disastrosa Great Famine di metà XIX secolo per risolvere una volta per tutte il problema di quel fiero popolo che non voleva sottomettersi alla Corona e alla tiara di Canterbury. Gli irlandesi morirono a milioni, e i pochi superstiti emigrarono in Inghilterra e negli Stati Uniti, tanto che ancora oggi l’Irlanda è l’unico Paese che ha meno abitanti di quanti ne avesse nell’Ottocento; gli emigranti portarono con loro la loro fede e, ad esempio negli Stati Uniti, costruirono tipiche e magnificenti chiese neo-gotiche, ancora oggi assai belle, mentre i superstiti tenevano con sé la loro fede temprata dalle persecuzioni e dalla fame. Fede che, nel Novecento, univa gli irlandesi anche a discapito della guerra civile scoppiata dopo l’indipendenza dall’Inghilterra e della divisione ancora perdurante che si vede in Eire, facente parte dell’Inghilterra.
Proprio a motivo di questa forte fede l’Irlanda è sotto attacco, attacco al momento vinto con l’introduzione del divorzio (1995) e l’approvazione delle nozze gay (2015) e, spiace dirlo, permesso anche dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche, da Oltretevere soprattutto; la prossima battaglia riguarda l’introduzione dell’aborto, dal momento che l’Irlanda è ancora oggi uno dei pochi Paesi che non lo permette, e sarà una battaglia decisiva, cui possiamo e dobbiamo contribuire con la giusta informazione e soprattutto la preghiera
L’Irlanda ha dato alla Chiesa non solo numerosissimi santi di primo piano (San Patrizio, Santa Brigida, San Columba e San Colombano, San Brendano, il Beato Marmion), ma le stesse feste di Ognissanti e dei Defunti così come le conosciamo ancora oggi in Occidente derivano dall’adozione, da parte di Roma, di date irlandesi, utilizzate per cristianizzare precedenti costumi celtici; ecco perché possiamo e dobbiamo celebrare anche noi, in Italia come nel resto del mondo, la Festa di Tutti i Santi Irlandesi! Perché non si può essere cattolici se non si è, idealmente, almeno un po’ irlandesi!
Durante il mio viaggio a Dublino comprai in un negozio di libri usati, tra le altre cose, un piccolo messalino del 1954, che utilizzo ancora adesso; come in ogni messalino antico, la parte finale contiene le Missae pro aliquibus locis, i testi delle Messe da dire in particolari luoghi, nazioni o famiglie religiose. Ebbene, questa parte di questo messalino irlandese è la più grossa che abbia mai visto! Non c’è mese in cui non ci sia una festa di un santo irlandese, spesso un vescovo-abate o una pia monaca, che magari non ci dice nulla o di cui non abbiamo notizie, ma che ci riportano a secoli fiorenti di un cristianesimo fresco, coraggioso, nascente! A tutti voi, buona festa di Tutti i Santi Irlandesi!



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23 ottobre 2017

Gente di Dublino


di Roberto De Albentiis

Verso la fine dello scorso mese di settembre mi sono recato in Irlanda, a Dublino, per un breve viaggio di piacere, ultimo scampolo estivo prima di tornare alla ferialità; desiderando da anni visitare l’Irlanda, ho scelto Dublino come meta e, lo posso dire, anche se breve è stato uno dei viaggi più belli che abbia mai fatto. Per un giovane cattolico, del resto, abituato al fascino della resistenza cattolica anti-inglese come delle bellezze naturali che monaci ed eremiti contemplavano, l’Irlanda ha da sempre un fascino magnetico, e a differenza di altre mete ormai purtroppo sopravvalutate e svalutate dal turismo di massa (vedasi le pur belle Barcellona e Madrid) non sono rimasto deluso, potendo confermare il fascino irresistibile che ha esercitato su di me.
Dublino, per essere una capitale europea, è una città piccola, eppure viva (ma priva di divertimenti frivoli e discoteche uguali dappertutto, solo sani pub e ognuno diverso dall'altro), vivibile, veramente a misura d'uomo e percorribile a piedi, assolutamente sicura (mai ho avuto paura o impressione di finire vittima di borseggi o attentati, come ormai succede in molte capitali europee); Dublino è la capitale irlandese, eppure, a differenza di una Londra o di una New York non è un mondo a parte e distaccato dalla reale e rurale Irlanda interna, né è un crogiolo indistinto di etnie e popoli che non comunicano e non si integrano come avviene nelle altre due grandi città menzionate, e questo contribuisce a creare il fascino dublinese. I dublinesi sono persone cordiali, aperte, amichevoli, che per strada vogliono aiutarti se sei in difficoltà con le indicazioni, nelle caffetterie ti chiedono se va tutto bene e se hai gradito il servizio e nei pub vogliono fare amicizia e brindare e cantare con te; mi hanno detto anche, però, che gli irlandesi di fuori Dublino sono ancora più cordiali, aperti e amichevoli, e chissà come devono essere magnifici! Ho potuto passare cinque giorni a vedere una bella città, le sue vie e i suoi musei, a frequentarne i pub e le caffetterie (perchè è in questi due posti che si coglie l'essenza di un luogo e del suo popolo), a visitarne le belle chiese neogotiche, a porre omaggio alle vittime della Grande Carestia e agli eroi, i miei eroi dell'indipendenza (O'Connell, Collins, De Valera, O'Duffy), apprezzare perfino la pioggia (che rende l'Irlanda un Paese così verde, e perfino Dublino, la capitale, è in proporzione più verde delle altre) e a vederne però anche le contraddizioni (molti poveri e senzatetto che chiedono, dignitosissimi, l'elemosina, e la manifestazione studentesca pro-aborto, indistinguibile da qualsiasi altra manifestazione analoga femminista in altre grandi città occidentali, opposta al vero spirito irlandese e latrice di uno spirito mondialista distruttore delle specificità dei popoli).
Anche a Dublino tutto parla della forte fede e dell’identità del popolo irlandese, un binomio inscindibile, almeno un tempo, ma che oggi si sta incrinando: essendo l’Irlanda il più giovane e prolifico Paese europeo, è purtroppo consequenziale che i giovani, come molti dei loro coetanei occidentali, ritengano la fede un elemento accessorio, se non ostile; le chiese che ho visitato erano piene, in proporzione all’Italia, anche in settimana, ma il 90% dei fedeli era anziano. I giovani cattolici che ho trovato erano pochi ma agguerriti (si trattava di un piccolo picchetto contro la proposta di legalizzare anche in Irlanda l’aborto, dietro pressioni della solita UE e finanziamenti del malefico Soros); eppure, sia anziani che giovani, quando sentivano che ero italiano volevano conoscermi e parlarmi, volevano sapere se avessi visitato luoghi come Padova o San Giovanni Rotondo, volevano sapere del Papa. Questo è commovente, è frutto del ricordo delle persecuzioni anglicane contro gli odiati “papisti”!
Le chiese irlandesi sono molto grandi e belle, e ciò ha una spiegazione: quando, dopo secoli, da Londra ottennero finalmente la libertà di culto e i (veri, aggiungo) diritti civili, gli irlandesi non avevano però più chiese, tutte distrutte o occupate dagli anglicani, e allora decisero di costruirne di nuove, e dovevano essere grandi e belle, dovevano battere in altezza quelle anglicane e, a rimarcarne la distanza, dovevano contenere marmi e ori e tanti altari della Madonna e del Sacro Cuore; entrare in una chiesa irlandese, dello stile neogotico ottocentesco, è un’esperienza magnifica, perché ritempra dal cammino (fossanche quello breve turistico), ti fa sentire tanto piccolo quanto accolto e inserito in Qualcosa e Qualcuno più grande di te, con la bellezza ti fa contemplare in idea la vera Bellezza. Quando gli irlandesi emigrarono poi negli Stati Uniti, portarono lì lo stile delle loro chiese: quelle chiese che spesso vediamo nei film e nelle serie made in USA sono nettamente irlandesi, si distinguono tanto dallo stile italiano e francese quando da quello iberico e ispanico.
L’Irlanda, l’Isola di Smeraldo, è chiamata anche Isola dei Santi, perché molti santi vi nacquero e vissero e, anche, da essa partirono per portare il Vangelo in tutta Europa: loro, gli irlandesi, che erano stati tra gli ultimi abitanti confinanti dell’Impero romano a ricevere il Vangelo, partirono a loro volta a (ri)evangelizzare l’Europa, e ancora oggi molti dei santi che veneriamo, come San Donato di Fiesole e San Cataldo di Taranto, o il famoso San Colombano di Bobbio, sono di origine irlandese! E anche se la secolarizzazione avanza, l’Irlanda pare resistere più di altri, anche solo di poco, rispetto ad altri Paesi.
Non ho potuto vedere l'Irlanda rurale, la vera Irlanda, non toccata dalla modernità e dal turismo, ma è tutto rimandato al prossimo vero grande viaggio in Irlanda, quando sarà, questo è solo un arrivederci! Solo la Grecia, finora, mi ha fatto un effetto simile, e per adesso oltre la Grecia solo l'Irlanda, tra i Paesi stranieri, ma similari e fratelli, e l'Irlanda è davvero una perla mediterranea nel mare europeo nordico che si differenzia tanto dall'Inghilterra quanto dalla Scandinavia, mi ha provocato un forte amore e una forte nostalgia... slan go foill, Eire!


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10 settembre 2017

Papa Francesco e la secolarizzazione


di Lorenzo Zuppini

Ebbene, è indubbio il fatto che la secolarizzazione, intesa come affrancamento delle istituzioni politiche dalle ingerenze della Chiesa, possa essere inserita in quell’emisfero di fede-ragione tanto voluto dall’emerito Ratzinger. Si trattava, e si tratta tutt’oggi, di un punto focale anche e soprattutto a causa dello storico confronto che la civiltà cristiana europea sta avendo con quella islamica.
Possiamo, senza grandi timori, affermare che perseguire una sempre più marcata secolarizzazione significhi anche abbracciare il messaggio evangelico fattoci arrivare da Gesù Cristo, per cui dobbiamo dare a Dio ciò che è di Dio, e a Cesare ciò che è di Cesare. La dimensione trascendente di ogni religione, sebbene quella cristiana poggi eccezionalmente le proprie fondamenta sul binomio fede-ragione, rende ingovernabile una qualsiasi comunità se si vuol per forza fare riferimento ai suddetti dettami religiosi nella loro integralità. Questo non esclude  ̶  e non potrebbe farlo comunque  ̶  che ogni ordinamento giuridico sia stato coltivato e poi sia nato su un terreno reso fertile dalla religione che lì governa la vita spirituale dei fedeli; evidentemente stiamo parlando della religione maggioritaria, esattamente come è il cristianesimo in Italia. Sarebbe dunque falso, e persino increscioso, negare il nesso tra le leggi dello Stato e i dettami religiosi derivanti dalle scritture sacre e dalla vita del relativo profeta.

Detto ciò, è innegabile che questa peculiarità tutta nostra e consistente nella sopracitata secolarizzazione, abbia reso il nostro territorio (chiamiamolo Occidente) il più civile. Una Repubblica Islamica dell’Iran, dove gli ayatollah ricoprono un ruolo fondamentale nella guida del Paese, addirittura anche scrivendo interi libri contenenti regole vincolanti (come fece Khomeini), tende alla continua regressione perché imprigionata tra le mura di regole rigide per loro stessa natura. La presenza della ragione nella fede cristiana non deve trarci in inganno: ciò non significa che le regole religiose possono essere trasportate su un qualsiasi codice del diritto, bensì che ciò è ragionevolmente giusto evitarlo. Il Dio che si fa uomo permette la coesistenza di fede e ragione, essendo due facce della stessa medaglia la trascendenza divina e la ragione umana che si incarna in Gesù Cristo.
Non è il caso di gridare “al lupo-al lupo!”, ma è un pessimo segnale quello rappresentato dall’incontro di Papa Francesco con Paolo Gentiloni, entrambi al vertice dei loro apparati, avvenuto nell’appartamento del monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato vaticana, così da potersi scambiare pareri in assoluta tranquillità e privacy, sebbene sia stato lo stesso monsignore a rivelare il tutto.

A detta di quest’ultimo, il Pontefice e il Presidente del Consiglio si sono scambiati le proprie opinioni per il bene comune, ed è facile immaginare quale sia stato il nocciolo della questione: immigrazione e ius soli. Il Vescovo di Roma ha una particolare predilezione per certi temi, sbandierando la carità cristiana come vessillo inattaccabile: una sorta di salvagente che nessuna onda realista, o razionalista, può far affondare. Il problema si duplica allorché lo stesso Pontefice, già dopo essersi spinto oltre, vada ancora più in là commentando sguaiatamente la scelta dell’allora candidato Trump di erigere un muro con il confinante Messico per diminuire drasticamente l’immigrazione clandestina, affermando che chi costruisce muri, anziché ponti umanitari, non è cristiano. Oltre ad essere una frase priva di contenuto, essendone ricolma la scelta di Trump, è un’ingerenza che, al pari di quella avvenuta in presenza del Presidente Gentiloni, qualunque persona di buon senso dovrebbe ripudiare. A maggior ragione se, come i fatti dimostrano, il governo italiano si sta muovendo proprio sul solco tracciato da Jorge Mario Bergoglio, e con esso anche molti parroci che evidentemente ritengono meritevole di maggior considerazione il terzomondismo di Papa Francesco del razionalismo e dell’antirelativismo di Joseph Ratzinger.
O, più semplicemente, per i pigri, Francesco attrae applausi mentre Benedetto XVI spronava alla riflessione. Questione di priorità. 


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01 settembre 2017

La Chiesa o divide o diventa apparato di potere (I parte)


di Marco Sambruna

La Chiesa  gerarchica: certo, quante ingenuità, quanto superficiale ottimismo nel suo voler vedere del buono anche dove non c'è, ossia nel mondo secolarizzato. Ma nello stesso inganno sono caduti molti credenti.

Secondo la sociologia della religione schematicamente esistono tre tipi di credenti:
Quelli che si proclamano cristiani;
Quelli che si proclamano cristiani e frequentano i riti e i sacramenti della chiesa cattolica;
Quelli che si proclamano cristiani, frequentano riti e sacramenti cattolici e adottano uno stile di vita fondato su valori e precetti cristiani.
E’ evidente che i cristiani del primo tipo corrispondono all’ampia maggioranza, quelli del secondo tipo sono nettamente meno numerosi del primo, quelli del terzo tipo sono nettamente meno numerosi del secondo.
In questo schema è facile individuare nei cristiani del terzo tipo quelli che più si avvicinano al modello evangelico. Sono coloro che potremmo definire qualitativamente col titolo impegnativo di “veri cristiani” e che quantitativamente rappresentano  un’ infima minoranza all’interno del contesto occidentale.
Nella nostra disamina col termine “cristiani” o “credenti” o “cattolici” declinati anche al singolare ci si riferisce sempre ai cristiani del primo tipo. Questo campione costituisce l’aggregato più consistente in seno alla civiltà occidentale. Col termine di “cristiano / credente / cattolico coerente” intendiamo invece cristiani del secondo e terzo tipo.
Per “ethos” si intende sempre lo stile di vita o modalità di comportamento abituali: in questo contesto distingueremo fra “ethos neopagano / laicista” ed “ethos cristiano”. 
Tracciate brevemente le coordinate circa il tipo di geografia umana cui ci riferiamo occorre ora stabilire uno spartiacque fra un “prima” e un “dopo”, una linea di separazione oltre la quale in realtà non cambia nulla dal punto di vista ontologico, ossia del carattere dell’essere, ma cambia tutto dal punto di vista della consapevolezza ossia dell’auto percezione che il cristiano ha di sé stesso.

SECOLARIZZAZIONE: COME CONOSCERE SE STESSI 

Questo spartiacque lo possiamo individuare nel definitivo consolidarsi del processo di secolarizzazione che è seguita alla terza rivoluzione industriale cominciata all’inizio degli anni Sessanta. A partire da allora forse per la prima volta nella storia il credente si trova di fronte non tanto alla possibilità, ma all’obbligo esistenziale di scegliere fra un ethos sacro cioè religioso o uno profano cioè neopagano. Il relativismo, come frutto più maturo della modernità, infatti consente l’affiorare in superficie di una serie di proposte da offrire all’attenzione dei cristiani in cui le questioni etiche assumono primaria importanza.
Tali proposte sono state spesso sottoposte alla valutazione del pubblico perché fossero o meno convertite in leggi come nel caso dei referendum sul divorzio e sull’aborto. Altre situazioni tipiche della modernità riguardano la possibilità di dibattere liberamente e senza remore di carattere morale le questioni etiche che al di qua dello spartiacque sopra delineato erano considerate indiscutibili. Basti pensare ad esempio al divampare in tempi recenti della contesa dialettica suscitata da questioni quali le unioni civili o le adozioni per le coppie omosessuali, il proliferare di metodi contraccettivi, l’eutanasia, la fecondazione assistita.
Tutte questioni che emergono al dibattito pubblico e, grazie anche alla visibilità mediatica di cui godono, si impongono con tale forza all’attenzione generale da non poter più essere eluse dai cristiani, ma pretendono la loro partecipazione attiva, l’esigenza di una loro chiara presa di posizione talvolta perfino certificata da un atto formale come quello previsto dai quesiti referendari. In definitiva tali questioni diventano un test probante, un banco di prova per verificare fino a che punto certi cristiani sono coerenti come del terzo tipo, oppure se si illudono di esserlo.
E’ necessario precisare che questa verifica non è a beneficio di qualche osservatore esterno o esperto in materia che voglia condurre un’indagine sociologica sulla vera essenza della religione.
La verifica invece torna a beneficio dei cristiani perché essi stessi acquistino piena coscienza di ciò che sono in modo irrefutabile scavalcando i pretesti, le rappresentazioni parziali, le percezioni di comodo che fino alle soglie della secolarizzazione conclamata avevano permesso la ricostruzione di un auto percezione di sé scollata dalla verità della propria natura. In pratica ontologia e cognizione auto percettiva non possono più essere disgiunte di fronte alla chiamata alle scelte totali cui la secolarizzazione costringe: si vota, si sceglie, si prende posizione su materie fondamentali  in modo così netto da costringere a uscire allo scoperto senza ambiguità fra ciò che si pensa e ciò che si esprime a patto, naturalmente, di non barare con se stessi. La verità su sé stessi, in termini psicologici, non può più essere compressa nelle oscurità dell’inconscio, ma emerge alla coscienza in modo prepotente .
Questa dinamica evidentemente non era possibile nelle epoche che hanno preceduto il consolidamento della secolarizzazione per la semplice ragione che determinate questioni etiche non meritavano di essere dibattute e quindi non assurgevano alla pubblica valutazione perché le si considerava così ovviamente date per acquisite da essere al di sopra di qualsiasi giudizio. Questioni come il divorzio o l’aborto in epoca pre laicista in un contesto non secolarizzato e quindi ancora sostanzialmente modellato dalla religione non potevano nemmeno lontanamente essere poste in discussione; restavano così consegnate alle certezze indubitabili e quindi sottratte a qualsiasi valutazione che imponga, come tutte le valutazioni, una scelta netta. Non ci si poteva esprimere né a favore né contro per l’ovvio motivo che tale possibilità non esisteva e non esisteva perché sarebbe stato considerato folle contemplare la semplice opportunità di sottoporle a giudizio. E col giudizio sulle questioni etiche era negata anche la possibilità di conoscere meglio sé stessi o, in certi casi,  continuare a barare con sé stessi.

QUANDO LA MASCHERA CADE

La secolarizzazione dunque ha fatto cadere una maschera perché ha costretto una parte dei cristiani – cioè quelli del primo tipo – ad apprendere una dolorosa verità che li riguarda: sono, dal punto di vista etico o dell’ethos qui inteso come stile di vita, neopagani.
Dal Concilio Vaticano II in poi le vittorie laiciste in ambito etico che hanno veicolato la secolarizzazione e le sconfitte della Chiesa cattolica, chiarificano finalmente quanto certi cristiani siano antropologicamente secolarizzati come del resto il loro ethos neopagano già lasciava trasparire.
I credenti dovevano dunque arrivare alle soglie della contemporaneità per poter finalmente contemplare se stessi: un sé, quello contemplato, ora limpido e cristallino, non più pietosamente mascherato dall’illusione di essere cristiani coerenti.
Perché di fronte alla possibilità di appoggiare scelte laiciste o cattoliche rese note grazie al dibattito pubblico e al voto istituzionale il cristiano non ha più potuto barare con se stesso: se sceglieva infatti di appoggiare le opzioni etiche laiciste il cattolico doveva accettare ciò che le sue scelte stesse impietosamente evidenziavano cioè il fatto che anch’egli era secolarizzato, anch’egli viveva secondo un ethos neopagano non molto diversamente da come lo vive un non credente, un teista, uno spiritualista, un agnostico, un credente non cristiano.
Prendere atto di questo dato non solo antropologico sulla propria vera natura, ma anche psicologico e cognitivo riguardo il proprio ethos appare ormai inevitabile per qualsiasi cristiano sia abbastanza coraggioso da osare il confronto con sé stesso.

(continua)

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19 luglio 2016

La velocità del Nulla


di Giuliano Guzzo

Il teorema che voleva Mohamed Lahouaiej Bouhlel, il trentunette responsabile della strage di Nizza della settimana scorsa, in preda alla follia, si sta letteralmente sciogliendo come neve al sole. Non perché al volante di quel camion bianco, la sera del 14 luglio scorso, non vi fosse il divorziato e depresso di cui si era parlato con tanta enfasi all’inizio, ma perché quella era soltanto una parte della verità, e probabilmente la più comoda; l’altra – quella che sta emergendo nelle ultime ore – sta restituendo agli investigatori l’inquietante profilo di un uomo che, nel giro di pochissime settimane, è passato da una «vita sessuale senza freni», fatta di locali latinoamericani, siti per incontri bisessuali ed eccessi, all’ultraviolenza jihadista. Suffragano questa sconvolgente pista diversi elementi fra cui le più recenti ricerche sul web dell’assalitore, all’insegna di «decapitazioni», «terribile incidente mortale», «cadaveri dell’Isis» e «nashid», i canti religiosi usati nella propaganda jihahdista, e la testimonianza di un suo zio, secondo cui si sarebbe lasciato indottrinare in appena due settimane. Ora, questi riscontri sono troppo lampanti e contraddittori per non sollevare interrogativi: com’è possibile? Che cosa è successo? Quale delirio può aver spinto il giovane franco-tunisino a trasformarsi, con spiazzante rapidità, da individuo licenzioso ad Angelo della Morte? Il peso di queste domande porterà molti ad evitarle o addirittura a ripiegare ancora sull’ipotesi – adesso assai traballante – dello squilibrato. Del resto, è comprensibile.

Infatti, è impossibile guardare alla radicalizzazione lampo di Mohamed Lahouaiej Bouhlel senza dover amaramente ammettere che, in verità, non c’è stato detto che nel momento in cui il futuro attentatore si immergeva in un’esistenza senza regole stava già respirando quel vuoto di umanità che lo avrebbe spinto, dopo un po’, a perderla del tutto. Attenzione: dire questo non significa, banalizzando, asserire che chiunque conduca una vita «senza freni» sia un futuro terrorista né s’intende associare il diffondersi del terrorismo islamico – che non nasce certo in Europa – alle nostre viscere culturali. La biografia dell’autore della strage di Nizza sottolinea altro, vale a dire la consustanzialità fra nichilismo e terrorismo cosa che, prima di altri, aveva notato con acume il filosofo André Glucksmann (1937–2015): «Credo sia questa la filosofia del terrorismo: il nichilismo. Che cos’ è il nichilismo? Sintetizzando al massimo, si può dire che con il nichilismo tutto è permesso. Abbiamo il diritto, ci prendiamo il diritto di uccidere dei civili, di uccidere dei bambini, di uccidere dei passanti, di uccidere chiunque. Tutto è permesso. È questo il motto, il leitmotiv del nichilismo. Questo ci insegna molto. Dire che l’essenza del terrorismo è il nichilismo significa che non si può ricondurre il terrorismo a un fanatismo religioso. Equivale a dire che è qualcosa che va al di là, che travalica una guerra di religione» (Corriere della Sera, 15.12.2004, p.35).

Ciò che invece, da sociologo, avevo evidenziato io alcuni mesi fa, era il sorprendente legame tra il fenomeno della secolarizzazione e la crescente simpatia, in alcuni giovani, verso il terrorismo di matrice islamista. Un legame, anche qui, non causale ma netto e che conferma su scala europea l’intuizione di Glucksmann. Ricordo che le mie osservazioni indispettirono molti, i quali mi accusarono di semplificare. Se la vedano loro, allora, con la storia dello stragista di Nizza e provino – se vi riescono – a spiegare, tralasciando l’ipotesi della consustanzialità fra nichilismo e terrorismo, la velocità con cui il Nulla ha inghiottito quell’uomo, facendone uno jihadista estremo. Credo che, dopo un po’, anche costoro ammetteranno – senza che questo, sia chiaro, scagioni il mondo islamico dalle sue responsabilità, specie in termini di omertà, rispetto al terrorismo islamista –  quello che si sta delineando con chiarezza, e cioè che Mohamed Lahouaiej Bouhlel si è convertito così presto alla causa jihadista non nonostante la “scarsa religiosità” di cui si raccontava subito dopo all’attentato, ma proprio grazie a questa. Senza che se ne rendesse conto, infatti, nel momento in cui il giovane liberava in solitudine la sua esistenza da ogni principio stava facendo spazio ai demoni che, di lì a poco, si sarebbero presi quel che restava della sua vita e quella di tanti innocenti. E’ una verità amara, me ne rendo conto, ma è tempo di fare a meno delle bugie. Anche delle più rassicuranti.

https://giulianoguzzo.com/2016/07/19/la-velocita-del-nulla/