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30 luglio 2017

Immigrazione. Ecco perchè svuotano l'Africa


di Piero Laporta

Non restare qui a fare fare lo schiavo! I miei poveri mezzi, [si sono rivelati] utili a rimpatriare migranti in Africa, più della costosa macchina da guerra del ministro Marco Minniti.
Grazie a me, infatti, è rimpatriato un nigeriano; il cento per cento in più di quanto abbia realizzato il Viminale.

Da tempo, ogni volta che un africano mi chiede l’elemosina offro una moneta, utile a rompere il ghiaccio, per poi indagarne le motivazioni che lo condussero qui.
Richard, chiamiamolo così, lo incontrai agli inizi di quest’anno, davanti a un Carrefour; portava all’auto il carrello pieno, per scaricarlo e ricavarne la moneta che vi avevo inserito. Rimase alquanto sorpreso quando gli detti un altro euro e fu dunque facile attaccare bottone.

Il nome tradiva l’origine cristiana. Non mi sorprese. Al contrario di quanto si va dicendo, moltissimi immigrati sono cristiani. Richard fu scolaro in una missione protestante; parla un ottimo inglese; avrebbe voluto studiare medicina ma la Nigeria non dà un futuro ai giovani nigeriani da molti anni, come l’Italia d’altronde.

La Cina occupa la Nigeria, con le armi e con le sue imprese. Costruiscono strade, palazzi, stadi, centri commerciali; tutto di pessima qualità. Nel calcestruzzo e nelle massicciate stradali mettono sabbia di mare; dopo poco tempo le strade si spaccano, le costruzioni pericolano. Non se ne danno pensiero: riprendono negli stessi punti e allo stesso modo; a costoro si direbbe importi più che altro occupare permanentemente. I costi di manodopera? Zero o quasi: essi impiegano schiavi importati dalle carceri cinesi. Quando costretti a impiegare manodopera locale, i nigeriani più fortunati guadagnano un dollaro per una giornata di lavoro di dodici, quattordici persino diciotto ore. Gli accordi col governo nigeriano prevedono anche massicce importazioni di manufatti cinesi. In questo modo il costo del lavoro è crollato e le produzioni locali pure. Mentre la Cina si irradiava, di pari passo i terroristi di Boko Aram si sono frazionati e annacquati. Coincidenze?

L’analisi di Richard è spietata. Manca tuttavia un importante dettaglio.
Perché sei venuto qui? Gli chiedo. Egli in effetti parla molto della Nigeria ma poco o nulla di sé, di che cosa lo convinse a venire qui. Forse ha difficoltà a fronteggiare un bilancio personale fallimentare. Poco dopo ammette che in Nigeria stava meglio e non era mai stato costretto a chiedere l’elemosina.

Insisto. Perché sei venuto qui? «Mi hanno promesso che in Italia sarei stato bene. Avrei avuto una casa, per poter studiare e lavorare. Sono venuti a dircelo casa per casa, specialmente nei quartieri cristiani. Ti fanno vedere le immagini della televisione e tutto sembra bello.»
Perché siete quasi tutti maschi? Non sa rispondermi e tuttavia mi sorprende col costo del trasporto dalla Nigeria in Italia, per quanto è basso: in totale 1500 euro. Prezzi stracciati, neppure un terzo di quanto richiesto fino a cinque anni fa. I trafficanti sono diventati caritatevoli? Chi paga la differenza? Come viene ammortizzata?

Richard comincia a capire ed è visibilmente scosso. È solo il nostro primo incontro e non voglio calcare la mano. Investirò altre monete nelle settimane successive, anche se non mi piace Carrefour.
All’incontro successivo sono andato giù di piatto. Richard sai perché sei venuto qui? Per fare lo schiavo e la marionetta. Siamo abbastanza in confidenza, non di meno temo un cazzotto. Mi ascolta invece con attenzione.

Un tempo noi andavamo a prendere gli schiavi. Ora essi vengono da soli, anzi pagano per venire.
Qui non troverai mai un lavoro decente, lo hai già capito. L’Italia da tempo non può assicurare neppure agli italiani quanto fu promesso da chi ti spinse qui.
Devi tuttavia domandarti perché le organizzazioni premono per distaccare i giovani maschi nigeriani dalla loro patria. Quanto è successo a te non accade solo in Nigeria.
Mali, Costa d’Avorio, Camerun, Congo, Repubblica Centro Africana, Tanzania, Etipia, Sudan, Libia… ovunque vi siano intereressi francesi e tedeschi, vi è la Cina con le sue industrie, le sue imprese e i suoi armati, che fa di voi le sue marionette. Da quei paesi martoriati partono, incoraggiati, imbrogliati come lo sei stato tu, giovani maschi alla volta dell’Italia.

Gli interessi franco germanici convivono con l’occupazione cinese. Che cosa significa? C’è indubbiamente un accordo strategico tra Parigi, Berlino e Pechino. I cinesi assicurano il saccheggio delle materie prime a prezzi convenienti per tedeschi e francesi. Quest’ultimi garantiscono l’appoggio internazinale all’operazione.
Hanno però un problema: devono controllare la pressione sociale, il dissenso. L’unica strada è allontanare i giovani maschi, specialmente i giovani cristiani e istruiti, evitare che lo sfruttamento si scontri con un’opposizione autoctona.
Vedi, i nostri nemici, i nemici dell’Italia sono Francia e Germania. Il tuo nemico è la Cina, gli schiavisti cinesi.
Richard annuì, visibilmente scosso.
Dopo quelle prime discussioni, ho avuto altri interessanti scambi con Richard e altri suoi sfortunati compagni di sventura, impegnati a elemosinare perché le caritatevoli organizzazioni dell’accoglienza cattosinistra li derubano.
Circa un mese fa, a conclusione della conversazione, Richard mi ha sorpreso:«I came back to fight Cina». Torno per combattere la Cina.
Ci siamo abbracciati. Gli ho lasciato un contributo più consistente, un investimento su un alleato, dopo tutto un alleato contro nemici mortali: Cina, Germania e Francia.
Buona fortuna, Richard!

http://www.pierolaporta.it/ho-convinto-un-nigeriano-a-non-restare-qui-a-fare-lo-schiavo/

 

17 luglio 2017

Un miliardo agli stranieri. La Cei abbandona gli italiani?

Pubblichiamo un articolo di Piero Laporta sull'8x1000. Noi siamo i primi ad essere favorevoli ad una sorta di contribuzione volontaria per la carità e il sostentamento del clero. Va però rilevato che negli ultimi 4 anni ci sia qualcosa che proprio non va. 
 
di Piero Laporta
Il Messaggero di giovedì 27 arile ha titolato «Ecco i fondi per i migranti un miliardo va alla Chiesa», mentre scoppiava il caso delle connessioni oscure delle ONG. Secondo un documento del Senato tale miliardo è destinato all’«accoglienza» dei migranti. Cerchiamo di capirci qualcosa. Il Documento di Economia e Finanza 2017 comunica che il governo italiano, attraverso «l’8×1000», donerà un miliardo alla Conferenza Episcopale Italiana, CEI, per il sostentamento del clero e per il finanziamento delle opere caritatevoli, quindi anche l’accoglienza ai migranti Taluni possono obiettare: «Non lo Stato dona, bensì i cittadini che devolvono parte delle imposte alla CEI, secondo il Concordato sottoscritto a suo tempo da Bettino Craxi e dal Vaticano.»

Comunque sia, occorre capire alcuni ulteriori passaggi.Se questo miliardo non vi fosse, il Vaticano dovrebbe provvedere in proprio. È quindi appropriato tale regalo? Com’è gestito dai destinatari? Obiettano “sono soldi privati, la cui destinazione è liberamente sottoscritta da ciascun contribuente”. Certo, ma lo Stato italiano ha il dovere di sorvegliare l’uso del denaro, anche perché senza l’8×1000 potrebbe essere ridotto il carico fiscale sugli italiani, almeno su quanti hanno ancora uno stipendio, mentre si scoperchiano le pentole delle ONG e le connessioni transmediterranee.

A tale riguardo, la dice lunga la reazione viperina del quotidiano della CEI, Avvenire, e del ministro Andrea Orlando al monito del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro [leggi qui la sua audizione in Parlamento]. Improntati a cautela invece i titoli dell’Osservatore Romano, più consapevole che le isterie della politica e delle gerarchie religiose tradiscono rapporti inconfessabili. Ragione di più per valutare se la generosità dello Stato italiano sia opportuna.
Cominciamo osservando che il governo italiano pubblica il bilancio dello Stato in piena trasparenza e, come s’è detto, dona un miliardo al clero.

Il beneficiato incassa, sebbene a tutt’oggi il Vaticano non sia in grado di esibire un bilancio attendibile degli ultimi due anni. L’inattendibilità è certificata dagli stessi organismi di controllo del Vaticano, poiché il Consiglio dell’Economia, retto dal cardinale Reinhard Marx, ha solo “preso atto” del bilancio 2015, negandogli però l’approvazione.

È appena il caso di ricordare che “il papa rivoluzionario” è sul trono da quattro anni, durante i quali ha offerto innumerevoli omelie sulla pulizia, sulla trasparenza, contro i ricchi e, neanche a dirlo, a tutela dei poveri. Tante buone intenzioni, mentre tale bilancio “non approvato” subisce pure l’inspiegabile supervisione di personaggi connessi ai servizi statunitensi. Neppure la repubblica del Venezuela è così sottomessa e priva di trasparenza finanziaria.
È giusto chiedersi perché i contribuenti italiani devono assoggettarvisi, sottraendo risorse alle proprie famiglie.

Prima di rispondere, notiamo che il Vaticano riferisce nel 2015 un deficit dimezzatosi rispetto ai 25,6 milioni del 2014, ma non spiega come questo sia ottenuto e, soprattutto, quali agenzie economiche abbiano contribuito, quali invece siano fuori dal computo e, pertanto, fuori dal controllo degli organismi internazionali preposti.

S. S. Benedetto XVI stabilì che i bilanci consuntivi del Vaticano fossero pubblicati non più tardi dell’estate dell’anno successivo. Col nuovo corso “rivoluzionario”, non si sa quanto Bergoglio ha incassato e quanto ha spesso da oltre due anni a questa parte.
La sala stampa del Vaticano sottolinea che le Politiche vaticane di Financial Management (VFMP) approvate da Papa Francesco il 24 ottobre 2014, fondate, a loro dire, sui Principi contabili internazionali per il settore pubblico (IPSAS) “sono saldamente in corso”. Davvero? O è un miracolo o una baggianata, faccia il lettore.

Avvenire e Osservatore Romano sul punto non dicono nulla, e si capisce. Meno comprensibile la libera stampa laicista, cui sfugge che il Vaticano nulla ha svelato sinora circa il contributo al bilancio da parte di APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), l’agenzia preposta alla gestione degli immobili in Italia e all’estero; non solo immobili, tuttavia.
APSA ha quantità enormi e indefinite di miliardi, gestiti da sei società a Ginevra e da una a Londra, la British Grolux Investment Ltd., il cui capitale è interamente controllato da Profima S.A., Société Immobilière et de Participations, collocata in place du Molard 5, a Ginevra, mentre la sede legale è nella banca JP Morgan di New York. Tutto il sistema è nella galassia GoldmanSachs e Rothschild. Nulla è stato detto degli investimenti e dei consuntivi di queste società, né del loro allineamento nel bilancio del Vaticano.

«No – sembra di udirlo – IOR e APSA non sono istituzioni dello Stato Vaticano, bensì istituzioni della Santa Sede. La differenza è sostanziale.» Come darle torto, monsignore? Eppure fa effetto un’istituzione della Santa Sede con sede a… Ginevra, o in una banca di New York, una banca che, per quanto ne sappiamo, può aver finanziato anche la Superbomba; già, coi fondi della Santa Sede a Ginevra…
Il sistema richiama le «scatole cinesi» della finanza allegra coi denari all’estero, sottratti misericordiosamente ai controlli istituzionali, mentre la libera stampa laicista tromboneggia “papa rivoluzionario” e “IOR finalmente sulla lista bianca”. Per la precisione, lo IOR sulla lista bianca non c’è, ma APSA su quale lista è? Qual è il regista di tale commedia? Perché le famiglie italiane devono dare un miliardo di euro a costoro?
www.pierolaporta.it
Pubblicato sul quotidiano La Verità il 3 Maggio 2017