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24 febbraio 2019

La Chiesa ha un problema con le chiese

di Giorgio Enrico Cavallo
È innegabile: la Chiesa ha un problema con le chiese.
Dal Vaticano II in poi ne abbiamo viste di tutti i colori: chiese che hanno la rara eleganza delle officine metalmeccaniche, chiese con la raffinatezza estetica propria dei più apprezzati parking multipiano, chiese che timidamente si mimetizzano con l’ambiente circostante per “non scandalizzare” e chiese che, invece, spiccano in tutta la loro tracotante brutalità, tetragoni monumenti di grigio calcestruzzo nel cuore dei centri storici.

Mentre attendiamo con ansia una Guida Michelin delle “chiese brutte d’Italia”, dobbiamo constatare che ce la stiamo mettendo tutta per rovinare non soltanto l’architettura e l’estetica, ma perfino l’essenza delle chiese: la loro sacralità. La cronaca recente ci permette di stilare un imbarazzante elenco di dissacrazioni e vere e proprie profanazioni compiute nelle nostre chiese.

Ne leggiamo una ogni giorno. Si va dal parroco di Avellino che ha “aperto la messa” sulle note della controversa canzone (?) vincitrice a Sanremo 2019[1], al parroco di None, in provincia di Torino, che ha deliziato i suoi parrocchiani con danze tribali senegalesi davanti all’altare[2]. Sempre in Piemonte, qualcuno aveva avuto la bella idea di organizzare una sfilata di modelle in chiesa: lo hanno fatto ad Alba, la città del tartufo che si scopre anche nella veste di città della moda, ma solo se le sfilate avvengono dentro i luoghi santi[3]. Poi ci sono gli originali che, non paghi del gran numero di mense e ristoranti, decidono di organizzare pranzi e cene in chiesa, con tanto di catering in sacrestia. Ormai sta diventando un’abitudine, e poiché da Roma tutto tace si deduce che banchettare davanti al Santissimo sia più che lecito. E che volete che sia, tanto i “pranzi sociali” in chiesa si fanno per i poveri.
Più difficile è spiegare teologicamente perché le chiese offrano i loro pulpiti ai politici di turno. Specialmente quando questi politici hanno portato avanti leggi contrarie alla morale cattolica. Come Renzi o Monica Cirinnà. Ma, per non affastellare nel nostro cervello inutili pensieri, possiamo consolarci guardando un’esibizione di danza in chiesa[4]. O magari ammirando gli interni di una di quelle chiese “valorizzate” (pardon, trasformate osservando una «corretta esposizione museale, che non le considera solo documenti della storia dell’arte, ma ridona loro quasi una nuova vita»)[5], che sono così belle, decorate da ottime installazioni di arte contemporanea. Talvolta pure a pagamento.

Non giriamoci intorno: la Chiesa ha un problema. I nostri sacerdoti guardano le chiese e si domandano a cosa servono. Celebrare Messa non basta più, evidentemente. Forse – forse – perché da mezzo secolo a questa parte abbiamo anche un piccolo, piccolissimo problema liturgico. Riflesso di un più vasto problema teologico. E se la Messa, quella con la M maiuscola, è privata della sua sacralità, anche la chiesa diventa uno scatolone vuoto, nel quale si può fare davvero di tutto. Volete ascoltare la hit di Sanremo? Prego, fate pure. Volete i bonghi e le danze afro? Benvenuti. Così, tra un corso di yoga e una lezione di zumba, abbiamo risolto il moderno problema delle chiese vuote. La gente in chiesa ci entrerà davvero, anche quelli che normalmente ci giravano alla larga. Ma ci entreranno per mangiare o per guardare le gambe delle modelle. Risolto un problema, se ne sta tuttavia aprendo un alto: perché a furia di aprire le chiese, dentro sono entrati i ballerini, gli pseudo-artisti, le indossatrici, i contorsionisti, i pagliacci e gli orsi che ballano. Ma stanno uscendo i fedeli che a Messa ci andavano davvero. Che credono a Cristo Re, che guardano con commozione e mistero al tabernacolo con il Santissimo e che entrando in una chiesa si genuflettono facendo il segno di croce. Escono sconcertati e si domandano che Chiesa è questa.

Questa Chiesa nuova, bizzarra e stravagante, che non teme di profanare i luoghi sacri destinandoli a mercato del profano, finirà immancabilmente per separare i fedeli. Probabilmente, lo ha già fatto. Che la chiesa abbia un problema con le sue chiese non è un gioco di parole: è un paradosso diventato realtà, è una schizofrenia che va curata, prima che sia troppo tardi. Altrimenti, converrà gettare la maschera e fare della Chiesa una grande organizzatrice di eventi. Il più grande organizzatore di eventi del mondo. Ma lasciatecelo dire: dopo essere stata la Sposa di Cristo per duemila anni e aver difeso con il sangue dei martiri la Verità, finire a pizza, fichi e percussioni afro è davvero una morte patetica.

La foto del posto è tratta dalla pagina facebook: https://www.facebook.com/chiesebrutte/.


[1] http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/avellino-prete-apre-messa-sulle-note-soldi-mahmood-1647018.html?fbclid=IwAR3pjyr82xF8G2l1w8GYh2VhvW2Ny_j5v2W2bjRVkY0jYuBIa56GKLuCUIo

[2] https://www.cronacaqui.it/balli-tribali-senegalesi-chiesa-sul-web-tutti-parroco/?fbclid=IwAR3hM8fXDMau9A0uMryv0VqIyE8MtW_j8ac9A-SUcBVdQTvgvCWc3qoF3yI

[3] http://www.lanuovabq.it/it/in-san-domenico-sfilano-modelle-salviamolechiese

[4] https://www.cristinasiccardi.it/ballerini-nel-presbiterio-del-santuario-di-maria-ausiliatrice/

[5] http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2018/documents/papa-francesco_20181129_messaggio-convegno-beniculturali.html

 

15 gennaio 2018

Meno chiese, più miniere: l’Europa scava verso l’inferno

di Giorgio Enrico Cavallo
Altro che mito dei paesi nordici, eco-solidali, “green” e amici dell’ambiente. In Germania devono allargare una miniera di carbone, e per farlo sono disposti anche a passare su storia, tradizioni, cultura. E religione, ovviamente. In parole povere: dopo i (drammatici) episodi dell’anno scorso, dei quali avevamo già parlato, ecco un nuovo caso della “fase 2” della grande sostituzione della cultura e della società cristiana. Prima, la marginalizzazione. Poi, la distruzione. Infine, la sostituzione con il gruppo più numeroso, coeso e determinato (indovinate un po’ chi è…).

Insomma: la distruzione della chiesa cattolica di San Lamberto, ad Immerath (Westfalia) deve farci riflettere, perché questi scenari presto diventeranno una (tragica) normalità. Ciò che più colpisce in questa storia, però, non è l’abbattimento di una chiesa monumentale del 1891, monumento storico della Germania nord-occidentale e un tempio particolarmente amato dai residenti, che lo consideravano una sorta di simbolo del territorio. No: ciò che colpisce è una chiesa sia sostituita con una miniera. Con un buco. Una grande voragine verso il cuore della terra. Un po’ quello che vediamo in tutte le raffigurazioni dell’inferno dantesco. L’uomo rifiuta la bellezza di una chiesa che si staglia verso l’alto e verso il Cielo e sceglie volontariamente un buco evocativo dell’inferno. Un buco produttivo, certo; ma pur sempre un buco.

Inutile sprecare parole sulla smania di auto-distruzione che pervade l’Occidente. Questo lo hanno capito anche i sassi. Quello che si può imparare da questo nuovo, simbolico episodio è che l’uomo quando rifiuta la luce ottiene il buio. Il buio del peccato o quello di una miniera, come in questo caso: non c’è molta differenza. Ed è inquietante come i casi di distruzione delle chiese in Occidente siano tutti altamente simbolici: in Francia, al posto della chiesa di Santa Rita (demolita dopo aver trascinato via i fedeli che si erano asserragliati al suo interno) ci hanno fatto un parcheggio. Che, direte, almeno non è un buco infernale; ma comunque è quanto di più disumanizzante viene in mente, un non-luogo simbolo dell’epoca del nichilismo. Ci avessero fatto un ospedale, almeno. O un’università. Macché: parcheggi e miniere.

La domanda ulteriore che bisogna porsi, di fronte a questi episodi, è: quali saranno le conseguenze? Perché ad ogni crimine corrisponde una giusta punizione, ad ogni delitto un castigo. Gli spiriti più sensibili già possono intuire quale sarà (ed è) il castigo per questa civiltà che ha rinunciato a Dio, al punto da distruggere la sua casa. Abbiamo già sotto i nostri occhi i frutti velenosi di questa rinuncia voluta, ricercata, bramata dall’uomo del XXI Secolo. Ma non è tutto e, se è bene ricordare che la via per il Paradiso è caratterizzata da un percorso ad ostacoli e da una porta stretta, quella per l’inferno ha una comoda strada asfaltata, con un ingresso simile ad un cratere; un cratere che diventa ogni giorno più grande.

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12 novembre 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Domine, quo vadis? (Parte XVI)


di Alfredo Incollingo

San Pietro riuscì a fuggire dal Carcere Mamertino grazie all'aiuto di due carcerieri da lui stesso convertiti durante la prigionia, i santi Processo e Martiniano; ormai libero l'apostolo non perse tempo e fuggì da Roma lungo la via Appia. L'imperatore Nerone, per sviare ogni sospetto, aveva accusato i cristiani di essere i responsabili dell'incendio che aveva distrutto i quartieri popolari dell'Urbe, dando l'opportunità al popolo di sfogare la sua rabbia su una setta (all'epoca) che già era vessata da pregiudizi e minacce. San Pietro prese la via Appia per tornare probabilmente in oriente e lì trovare un sicuro rifugio: fu un atto di viltà, dettata dalla natura umana, ma il Signore vedendo il Suo apostolo lasciare la sua missione, si parò di fronte a lui, nel luogo dove oggi si trova la chiesa di Santa Maria in Palmis o del Domine quo vadis.
Immaginiamo per un attimo San Pietro che a fatica, provato dall'età e dalle numerose prove, procede a passo svelto, allontanandosi il più possibile dalla città che (per il momento) rifiuta la fede cristiana e mal tollera i cristiani (alla faccia dei tolleranti romani)! Si ferma per riposare e riprende subito la marcia per non perdere minuti preziosi. Ha naturalmente paura che i soldati romani o qualche delatore lo possano trovare. Un fulmine dal cielo o un bagliore del sole più forte del solito attira la sua attenzione. Il Signore gli si para di fronte e lo biasima delle sue mancanze. Tralasciamo però le scene grandiose, perché San Pietro può avere semplicemente incontrato per strada un uomo, un anonimo viandante, come tanti che percorrevano l'Appia. L'apostolo però non poteva non conoscere la sua identità. Infatti gli chiede in latino: “Domine, quo vadis?” (Signore, dove vai?). Gesù risponde: “Vengo a Roma per farmi crocifiggere di nuovo”. Le parole semplici ed incisive di Cristo, cui siamo abituate, sono un grave biasimo per l'apostolo, il quale comprendendo il suo errore, riprende la strada verso Roma, accettando il martirio.
Di quell'evento oggi c'è rimasta una sacra reliquia: si tratta di una lastra di marmo con impresse le orme dei piedi del Signore quando, apparso a San Pietro, lo ammonì del suo tentennamento (l'originale oggi è conservato nella basilica di San Sebastiano fuori le mura). Il reperto venne conservato in una cappella costruita nel IX secolo. Qualche secolo dopo, nel milleseicento, furono approntati una serie di cantieri che trasformarono la struttura medievale in una magnifica chiesa, Santa Maria in Palmis o del Domine quo vadis.
Il viaggio continua.

 

22 settembre 2016

Brutte chiese e teologia della fuffa


di Giorgio Enrico Cavallo

«Era una casa molto carina, senza soffitto, senza cucina…». Quella di via dei matti numero 0 è senza dubbio una casa originale, priva di tutti i requisiti essenziali. Altro che certificato di abitabilità! Essa assomiglia un po’ a quelle chiese costruite oggi che – scusate l’ignoranza in fatto di architettura – sembrano progettate proprio dagli abitanti della celebre via dei matti.

Ne ho viste tante, di chiese costruite dai matti: sono bizzarre e futuristiche, alcune fatte a forma di cubo, altre simili a piramidi; certe sono di splendente vetro, altre di assai decorativo cemento. Ce ne sono che assomigliano ad estetiche scatole da scarpe, altre che ricordano dei bunker dell’ultima guerra. Insomma, ce ne sono per tutti i gusti, e scusate se è poco: le chiese costruite dai matti sono spoglie, senza orpelli, senza fronzoli, senza tutto quello sfarzo e quell’oro che sembrano proprio un’allegra offesa ai poveri, i quali potrebbero anche prendersela con Nostro Signore, onorato come un re mentre loro non arrivano a fine mese.

Dunque, viva il vero francescanesimo e viva le chiese senza soffitto e senza cucina, senza oro e senza sfarzo. Già che c’erano, i nostri solerti architetti hanno anche eliminato i campanili – a che serviranno, poi? – azione che, a ben pensarci, ha anche un altro pregevole merito: quello di mimetizzare le chiese nell’uniforme panorama urbano. E sì, un tempo c’erano architetti un po’ bizzarri, che costruivano enormi torri sulle quali piantavano una croce e installavano grosse campane. Grosse e rumorose. Era evidente che campanili così alti, con campanoni che non stavano mai fermi, si distinguevano subito nel panorama cittadino. Qualcuno poi ci metteva anche un orologio, lassù, così che tutti alzavano lo sguardo per vedere l’ora. Orrore! La Chiesa non deve alzare la voce, non si deve far vedere, e soprattutto deve rispettare il pensiero di tutti: avere un campanile alto e fracassone avrebbe di certo disturbato i non credenti, i musulmani, gli indù, i pastafariani e via dicendo.

I nostri bravi architetti hanno poi eliminato abside e navate: a che servono? Meglio mettere l’altare in mezzo alla chiesa – magari – e meglio ancora se il tabernacolo viene messo in un angolo, dove nessuno lo può vedere. Piuttosto, è bene mettere in una bella posizione la cantoria, ché tutti devono sentire le raffinate canzoni stile pop della Messa-Nuova-Versione, e soprattutto le mamme devono poter vedere i loro pargoletti mentre schitarrano e stamburellano durante gli stacchetti musicali. L’organo – quel cupo strumento anteguerra – se proprio deve essere installato, deve essere lasciato ben coperto e nascosto da un telo. Non sia mai che si vogliano suonare delle musiche scritte da quel tizio che ha scoperto le gocce di fiori omeopatici.

Ma soprattutto – dicevamo – gli architetti hanno deciso che tutte le decorazioni dovessero essere eliminate. In fondo, i luterani già lo fanno: hanno delle magnifiche chiese con i muri tutti bianchi, sui quali viene appeso solo l’orario delle Messe e l’immancabile cartellone con le foto dei bimbi del catechismo. Bene: muri bianchi siano. Via le icone, via gli ori, via cappelle e statue di Madonne e santi. Via tutto. I muri li vogliamo bianchi, meglio ancora se di cemento a vista, meglio poi se ruvido come la grattugia del Grana Padano.

Ora, poiché questa situazione è comune al 99% delle chiese costruite negli ultimi cinquant’anni, c’è da pensare che in via dei matti ci sia probabilmente la sede della facoltà di architettura. Ridendo e scherzando, però, due domandine uno se le fa. Tra le tante: ma perché le chiese di oggi devono essere costruite come se fossero dei prefabbricati? Perché i muri devono essere spogli e bianchi, di nudo cemento, come un parcheggio multipiano? Perché i cristiani devono pregare rivolti verso un muro bianco e non verso delle icone o delle pale d’altare? Perché, in sostanza, le chiese di oggi devono essere grezze, tristi, asettiche, fredde, distanti dai fedeli, in una parola: brutte?
Perché non possono essere quello che sono sempre state: dei templi dello spirito, Casa di Dio e porte aperte sul Paradiso, luoghi di preghiera e di devozione; e soprattutto dei luoghi d’arte, dove la fantasia ispirata dall’uomo è stata per secoli messa in mostra, ammirata da altri uomini che a loro volta hanno potuto realizzare altri capolavori artistici? Ve li vedete un Giotto o un Michelangelo, un Bach o un Perosi, un Bernini o un Brunelleschi, ve li vedete oggi? Potete dire che, oggi, entrando in una chiesa moderna, vi venga voglia di emulare questi grandi, dipingendo una Madonna col Bambino, componendo una corale o progettando una cappella? Probabilmente, visto tutto il cemento che vi circonda, vi verrà voglia di fare una bella colata anche nel prato del vostro giardino.

Sarà per questo, forse, che anche i nostri bravi (?) vescovi approvano il progetto di chiese di questo tipo. Perché l’aberrazione più grande non è quella dell’architetto, ma quella della diocesi che accetta progetti di ben dubbio gusto. Perché c’è qualcuno che dice sì, quella chiesa s’ha da fare, e non importa che sia brutta. Anzi, meglio così. Chiedetelo alla Cei, Conferenza-Episcopale-Italiana, ad esempio, che commissionò a Fuksas un elegantissimo cubo di grigio cemento, che sfigurerebbe perfino nelle più squallide città dormitorio ex-sovietiche. Chiedetelo alla diocesi di Torino, che si è rifatta la sede in piena periferia, realizzando un edificio che ricorda più o meno un misero altoforno (con tutte le scuse per gli altoforni). Chiedetelo alla diocesi di Siracusa, dove si staglia per 74 metri un raffinato cappello delle streghe, altrimenti detto santuario della Madonna delle Lacrime. E via dicendo. Non sempre, però, si tratta di ecomostri: a volte le chiese post-conciliari, post-moderne e ormai post-cattoliche sono, esternamente, più simili a delle piscine o a dei cinema. Si mimetizzano così bene con il grigiore delle periferie che, camminando per strada, nemmeno le noti. Figuriamoci, poi, se ti viene voglia di entrarci dentro per pregare. L’occhio e lo spirito hanno bisogno di bellezza e di raccoglimento: ma come possono trovarli in un posto che ricorda l’interno di una fabbrica?

Ma in fondo, come abbiamo visto, questi edifici altro non sono che lo specchio della moderna teologia cattolica, che frulla un po’ di bizzarro ecumenismo insieme ad un pessimo protestantesimo e ad un finto francescanesimo, insieme ad una spruzzata di immancabile progressismo. Un cocktail di teologia appresa nella sala d’attesa del dentista, leggendo l’ultimo numero di “il mio Papa” o l’ultimo editoriale di “Repubblica”. Insomma, una teologia della fuffa, che al posto di cambiare il mondo annunciando Cristo preferisce che sia il mondo a cambiarla annunciando il nulla. Una deriva folle ed inquietante, tradita proprio dall’architettura inconsistente ed allucinata che ci hanno imposto costruendo discutibili chiese in “stile Ikea” e abbandonando o demolendo chiese vecchie di secoli. In nome di cosa, non si sa. Per quale fine, non si sa. Si sa solo che le nostre diocesi applaudono alla fuffa spirituale ed artistica, erigendo chiese sempre più brutte e conducendoci verso un cristianesimo sempre più arido. Indubbiamente, molti vescovi hanno le idee un po’ confuse. Probabilmente, hanno costruito il seminario in via dei matti numero 0. Alcuni di essi – viene da sospettare – ci abitano pure.