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21 aprile 2020

Una strategia anti lombarda?

di Franco Ressa
Il giorno 18 Aprile 2020 nella relazione quotidiana dei dati sull’epidemia da coronavirus, il manager Domenico Arcuri, aggregato alla protezione civile, ha dichiarato: "Tra l'11 giugno 1940 e il primo maggio 1945 a Milano sono morti sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale 2 mila civili, in 5 anni; in due mesi in Lombardia per il coronavirus sono morti 11.851 civili, 5 volte di più”.
Ma è evidente la disparità tra gli abitanti in Milano tra il 1940-45 (1.115.000 censiti, ma molti di questi sfollati) e l’intera popolazione lombarda di 75-80 anni dopo (più di 10.060.000 solo residenti, senza contare i domiciliati). C’è da tenere conto anche che nello stesso periodo il numero dei morti militari fu di circa 318.000. Paragonato alla popolazione di Milano farebbe una cifra di 8000 perdite.
È possibile che un alto dirigente già presidente di organizzazioni per lo sviluppo si incagli in cifre di semplice aritmetica come queste ?
Potrebbe trattarsi del sintomo di una delle manovre che si stanno creando contro la regione Lombardia, in quanto amministrata da un governatore ed una giunta invisa all’attuale governo poiché non allineata con la loro politica e troppo autonoma come decisioni davanti all’emergenza. I pretesti si sa possono essere trovati in una situazione terribile come l’attuale. Rivedremo un vecchio copione ? La magistratura politicizzata si metterà al lavoro con lo spirito di demonizzazione già visto nel voler screditare ed abbattere Berlusconi ed i suoi governi ? I palazzi di giustizia  riducono le attività per le normali cause civili e penali, ma i tarli del sistema rosicchiano.

Stavolta però non c’è trippa per gatti, e la sopportazione dei cittadini potrebbe cedere di schianto davanti alla miseria collettiva che sta arrivando. A Milano le cinque giornate del 1848, la rivolta contro la dominazione imperiale austriaca, arrivarono dopo la carestia del 1846-47. 


 

21 settembre 2019

Disma, il santo bandito (e una canzone di De André)

Di Franco Ressa
Tutti sappiamo che Gesù venne crocifisso sul Calvario in mezzo a due ladroni. Questo termine individuava non semplici scippatori o scassinatori, ma veri e propri briganti riuniti in bande dedite alla rapina ed al saccheggio. Quando qualcuno di questi veniva preso era inevitabile la condanna a morte eseguita nel più crudele dei modi, la crocifissione.
L’evangelista Luca così scrive in proposito:
Uno dei ladroni apostrofa Gesù:“Non sei il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ed ecco il rimprovero dell’altro condannato per quelle ingiurie: “Neanche tu hai timor di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, poiché riceviamo il giusto per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”e rivolgendosi direttamente a Gesù: “Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” La risposta è: “Oggi sarai con me nel paradiso”.

Poco dopo Gesù muore, e sulla fine del giorno, per non lasciare dei corpi attaccati alle croci durante il sabato, i Giudei chiedono di finire i condannati e toglierli. Questo viene eseguito dai soldati romani che spezzano le gambe ai due ladroni. In pochi minuti i due disgraziati muoiono. Il corpo di Gesù viene invece trafitto con una lancia al costato.
Subito dopo la sua morte Cristo scende nel limbo e libera tutte le anime dei giusti che dall’inizio dell’umanità dovevano stazionarvi a causa del peccato originale. Questi sono i santi che vanno a popolare il Paradiso, ma altri d’ora in poi se ne aggiungono per i loro meriti in terra.

Il primo guarda caso è proprio il ladrone al quale Gesù ha promesso il Paradiso, ma non è un regalo, il perdono viene dopo aver manifestato un sincero pentimento, e avere scontato la propria pena alla giustizia.
Il “buon ladrone” è una figura accattivante, e la leggenda ne prende ben presto possesso. Un testo apocrifo scritto tra il II e il III secolo in oriente, il Vangelo di Nicodemo, conosciuto anche come Atti di Pilato, fa i nomi dei ladroni: Disma il “buono” e Gesta il “cattivo”. Un altro testo successivo afferma che i due bricconi avrebbero sequestrato e derubato la Sacra Famiglia durante la loro fuga in Egitto, ma è evidente che se così fosse stato, i ladroni dovevano essere già vecchi, essendo passati trentatré anni da quel fatto, dunque la cosa non è attendibile.
Ancora lascia dubbiosi il fatto che a san Disma sia stata fissata una ricorrenza al 25 Marzo per i cattolici e al 23 Marzo per gli ortodossi. Il venerdì santo, giorno della passione di Cristo e quindi anche della morte dei ladroni, non è stato mai fissato con certezza. La data più probabile è il 7 Aprile, ma sono possibili anche il 3, il 27 e il 30 dello stesso Aprile.

Nel 1970 il cantautore Fabrizio De André (1940-1999) nel suo album La buona novella, dedicato alla vita di Gesù Cristo, Fa parlare Disma crocefisso, da lui chiamato Tito, come un uomo deluso dalla vita, che contesta uno per uno i dieci comandamenti, ma alla fine prova pietà per Cristo, e scopre l’amore nell’ultimo istante della sua travagliata vita.

"Non avrai altro Dio all'infuori di me, 
spesso mi ha fatto pensare: 
genti diverse venute dall'est 
dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da te 
e non mi hanno fatto del male. 
Non nominare il nome di Dio, 
non nominarlo invano. 
Con un coltello piantato nel fianco 
gridai la mia pena e il suo nome:
Ma forse era stanco, forse troppo lontano, 
davvero lo nominai invano.
Onora il padre, onora la madre 
e onora anche il loro bastone, 
bacia la mano che ruppe il tuo naso 
perché le chiedevi un boccone:
quando a mio padre si fermò il cuore 
non ho provato dolore. 
Ricorda di santificare le feste. 
Facile per noi ladroni 
entrare nei templi che rigurgitan salmi 
di schiavi e dei loro padroni
senza finire legati agli altari 
sgozzati come animali. 
Il quinto dice non devi rubare 
e forse io l'ho rispettato 
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie 
di quelli che avevan rubato:
ma io, senza legge, rubai in nome mio, 
quegli altri nel nome di Dio. 
Non commettere atti che non siano puri 
cioè non disperdere il seme. 
Feconda una donna ogni volta che l'ami 
così sarai uomo di fede:
Poi la voglia svanisce e il figlio rimane 
e tanti ne uccide la fame. 
Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore: 
ma non ho creato dolore.
Il settimo dice non ammazzare 
se del cielo vuoi essere degno. 
Guardatela oggi, questa legge di Dio, 
tre volte inchiodata nel legno:
guardate la fine di quel nazzareno 
e un ladro non muore di meno. 
Non dire falsa testimonianza 
e aiutali a uccidere un uomo. 
Lo sanno a memoria il diritto divino, 
e scordano sempre il perdono:
ho spergiurato su Dio e sul mio onore 
e no, non ne provo dolore. 
Non desiderare la roba degli altri 
non desiderarne la sposa. 
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi 
che hanno una donna e qualcosa:
nei letti degli altri già caldi d'amore 
non ho provato dolore. 
L'invidia di ieri non è già finita: 
stasera vi invidio la vita.
Ma adesso che viene la sera ed il buio 
mi toglie il dolore dagli occhi 
e scivola il sole al di là delle dune 
a violentare altre notti:
io nel vedere quest'uomo che muore, 
madre, io provo dolore. 
Nella pietà che non cede al rancore, 
madre, ho imparato l'amore".


 

05 agosto 2019

Templari. I guerrieri di Cristo e la letteratura/1

di Franco Ressa
L’Europa occidentale, imbarbarita ed abitata da popoli in continua discordia tra loro dopo la caduta dell’Impero Romano avvenuta nel 476, ritrova finalmente dopo seicento anni un motivo di concordia nella comune fede cristiana Cattolica.
Il Cristianesimo non era riuscito a cambiare l’indole brutale dei conquistatori barbari venuti dall’Europa del nord, ma riesce ad averne la guida attraverso una chiamata generale alle armi, la Crociata come reazione all’invadente strapotere dell’Islam e come riconquista della Terra Santa cioè la Palestina, luogo originario della religione predicata da Gesù Cristo. Quest’impresa induce ad un movimento militare talmente vasto da poter essere giudicato come la vera nascita del continente Europa e l’inizio di un nuovo tipo di cultura, di civiltà e di traffico commerciale, del quale ancor oggi si sente il riflesso.
La massa armata che si muove dai paesi europei verso oriente non forma un esercito organico, si tratta di piccoli e medi signori terrieri, i feudatari, che raccolgono uomini, li armano ma combattono ognuno per la propria individuale gloria e per la sete di preda, né mancano di litigare spesso tra loro.
A questi fanno corona una miriade di guerrieri individuali, cavalieri erranti detti “senzaveri” o “senzaterra” poiché figli cadetti di famiglie nobili nelle quali il titolo ed i possedimenti spettano solo al primogenito.
Un simile esercito può avere una certa forza d’urto in fase di conquista, ma quando il Santo Sepolcro di Gerusalemme è liberato (anno 1098) quasi nessuno pensa di rimanere a difendere ciò che si è conquistato, l’armata crociata si dissolve in breve tempo. Dopo la spartizione del bottino ognuno ritorna alla sua sede in Europa, o corre in cerca di nuove avventure.
Sarà così che la Chiesa, unica vera gerarchia capace di organizzarla, getta le basi di una milizia che possa operare a tempo pieno nelle terre d’oriente per respingere ogni rivalsa dei musulmani. Si rivolge perciò a quei combattenti di mestiere “senzaveri” già menzionati, per i quali la vita è assai grama, non essendo mai molto grande la loro porzione di bottino, costretti a volte a prendere la via del brigantaggio per sopravvivere, se manca loro un ingaggio da parte di qualche signore (ispireranno un celebre film, L’Armata Brancaleone).

Nella chiesa Cattolica esistono già gli ordini formati dai monaci, che basano il loro vivere e agire secondo una regola scritta. Per temperare l’istinto di violenza dei guerrieri e renderlo compatibile con una causa religiosa, sono così formati gli ordini religioso-cavallereschi, che ricalcano l’organizzazione di un corpo militare scelto dal punto di vista bellico, e un ordine monastico con voti e regole dalla parte religiosa.

Questa vera e propria invenzione militare godrà subito di un notevole successo. La classe nobiliare dominante può collocare convenientemente i parenti poveri che campano sugli incerti proventi della guerra. Vi sarà gara d’onore tra ogni famiglia feudale allo scopo di avere uno o più dei propri rampolli tra i frati-cavalieri.

Gli ordini religioso-cavallereschi nel tempo furono vari, basterà menzionare i cavalieri spagnoli di san Giacomo della Spada e di Calatrava, i tedeschi Teutonici e Portaspada, i franco-svizzeri di san Maurizio, gli italici di san Lazzaro e del Santo Sepolcro, internazionali i Templari ed i i Giovanniti, questi ultimi conosciuti come cavalieri di Rodi e successivamente di Malta. Nella letteratura medievale non ci saranno mai racconti di imprese dei frati-cavalieri, ma la loro figura viene spesso rappresentata sotto le sembianze di altri eroi come il paladino Roland (Orlando), che muore combattendo contro i musulmani a Roncisvalle, oppure il cavaliere errante Parzival, che nel poema del tedesco Wolfram von Eschenbach (1210 circa) viene descritto come un puro mistico alla ricerca del sacro Graal, simbolica meta della santità cristiana.

Al contrario, nella letteratura moderna gli ordini religioso-cavallereschi non hanno goduto di buona stampa. Per ignoranza e superficialità è stata avallata l’accusa di corruzione, usura ed eresia usata strumentalmente dal re di Francia Filippo il Bello per distruggere l’ordine dei Templari a suo vantaggio. Primo e più evidente esempio di questa mentalità è il romanziere inglese Walter Scott (1771-1832) uno dei primi letterati del romanticismo europeo. Nel suo romanzo Ivanhoe (1819) dipinge la figura del templare Brian de Bois-Guilbert come cinico, prepotente e debosciato, rapitore di donne e persecutore di Ebrei, sempre pronto a duellare in torneo (tutti comportamenti proibiti dalle regole dell’ordine, pena l’immediata espulsione) e fulminato infine dalla divina collera che protegge invece il prode e generoso Ivanhoe. Assolutamente inverosimile nello stesso libro, il comportamento dei Templari della sede di Templestowe, che giudicano, condannano e cercano di bruciare sul rogo l’ebrea Rebecca accusata di stregoneria. I Templari non ebbero mai potere di inquisizione e giudizio su persone estranee all’ordine stesso. I processi per stregoneria ricadevano sotto il diritto ecclesiastico, che era esercitato esclusivamente dalle autorità vescovili. Nel successivo Il talismano (1825) ambientato in Terrasanta alla fine della terza crociata, il “cattivo” è addirittura lo stesso Gran Maestro, che lungamente tresca contro il “buon” re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, e uccide di propria mano il marchese Corrado di Monferrato suo complice. Subito dopo ne paga il fio, venendo decapitato dal Saladino durante il ricevimento di pacificazione tra cristiani e musulmani.
In tutto questo niente di storicamente provato né verosimile, ma purtroppo certi successivi scrittori hanno troppo spesso ricalcato lo stereotipo del Templare malvagio o magari stregonesco e satanista, senza volersi chiarire le idee con le opere di diversi storici del seicento e dell’ottocento. Costoro, documenti alla mano, avevano già riscoperto e smascherato la montagna di menzogne che portò alla drammatica soppressione dei Templari.

Anche i romanzieri più recenti che pure descrivono l’ordine Templare in maniera positiva, non brillano in verità storica ma tendono ad avallare troppe fantasie esoteriche, come Franco Cuomo nei romanzi Gunther d’Amalfi cavaliere Templare (1989) e Il codice Macbeth (1996). In quest’ultimo è descritto lo sbarco dei Templari in America e i loro contatti con le civiltà indigene precolombiane. Dunque questi libri non appartengono al genere del romanzo storico ma ad una specie di fantasy. Anche i romanzi di Angela Pesce Fassio: Il segreto del sigillo (1995) e I cavalieri del tau (1999) non sono esenti da anacronismi e luoghi comuni antistorici. Molto meglio come ambientazione e storie la serie dei romanzi di Jan Guillou come Il Templare (1998) con protagonista Arn, giovane cavaliere svedese.
Sui cavalieri Giovanniti il nulla quasi assoluto quanto a letteratura. Molto marginalmente i cavalieri appaiono nel romanzo di Edoardo Calandra (1852-1911) La Bufera (1898), che descrive l’invasione francese del Piemonte nel 1796-99, e insieme al crollo del regno di Sardegna con l’esilio dei Savoia c’è la fine delle commende di Racconigi e Murello, sequestrate ed espropriate dal governo napoleonico.
Quasi per sbaglio due cavalieri provenienti da Malta appaiono in uno dei romanzi rosa-storici ambientati nel ‘600, scritti dai francesi Anne e Serge Golon. Ne L’indomabile Angelica la procace marchesa degli Angeli catturata dai pirati barbareschi viene denudata e offerta in vendita sul mercato degli schiavi, dove i cavalieri tentano di riscattarla con i loro denari. Questa è soltanto una pruriginosa scena da feuilleton, ma almeno contiene una verità storica: i cavalieri Giovanniti si adoperarono molto per liberare gli schiavi cristiani catturati dagli scorridori nordafricani, specie attraverso gli scambi con i prigionieri musulmani da loro presi.

Nel cinema un film che ha presentato un ordine religioso-cavalleresco è Aleksandr Nevskij del regista russo Sergej Eisenstein, girato nel 1938 sotto il regime comunista del dittatore Stalin. Viene descritta la sconfitta inflitta nel 1242 da un principe russo di Novgorod contro l’ordine dei cavalieri Teutonici, rappresentato però a tinte molto fosche come precursore della Germania nazista. Questo film, celebrato come opera dell’autore di altri memorabili polpettoni quali La corazzata Potemkin, si riduce a una rievocazione storica molto nazionalista e di parte, riscattata in una certa misura solo dalle musiche di Sergej Prokofiev adattate drammaticamente alle scene di battaglia.
Nel 2000 il regista Pupi Avati, pur non facendo direttamente riferimento ai Templari, ha descritto con molta fantasia e reinvenzione di luoghi e personaggi, una missione da loro realizzata, il trasporto della santa Sindone dall’oriente alla Francia, ne I cavalieri che fecero l’impresa.
Stranamente, neppure uno scrittore esperto del Medioevo, Umberto Eco autore del famoso Il nome della rosa, sa immaginare meglio di una vicenda piuttosto confusa, con tenebrosi misteri e delitti, che coinvolge un gruppo di attuali ricercatori sui Templari, raccontata ne Il pendolo di Foucault (1988).

Per il genere del fumetto si può almeno citare il disegnatore belga Hermann Huppen che sa mirabilmente rievocare gli ambienti, i costumi e le atmosfere del medioevo vero nella serie Le torri di Bois Maury. Il protagonista è Aymar, cavaliere francese del 1100, che in due episodi editi anche in Italia: William e Il Selgiuchida, viaggia verso la Terrasanta scortando una carovana di pellegrini, trovandosi ad attraversare il Kossovo, la Macedonia e poi l’Anatolia, dove combatte contro i Turchi. Nel 2019 esce la biografia a fumetti del pittore Caravaggio, disegnata da Milo Manara. Caravaggio in fuga da Roma dove è stato condannato per omicidio si rifugia a Malta, diviene cavaliere e dipinge alcuni famosi quadri, ma poi deve fuggire per l’inimicizia di un potente dignitario col quale ha litigato.
(continua)

 

29 luglio 2019

Sinodo. Il cristianesimo ha liberato i popoli, non il contrario

di Franco Ressa
Alcuni giorni fa su questo sito è stato riportato un estratto del libro Panamazon Synod Watch del vescovo di Xingu e teologo Erwin Krauter. In particolare il prelato fa alcune considerazioni storiche sull’intervento dell’Europa in America dopo le scoperte di Colombo. Tutto negativo secondo Krauter: Massacro e genocidio degli Indios con l’avallo e la complicità della chiesa Cattolica, distruzione delle civiltà indigene, appropriazione violenta di terre e risorse, schiavitù degli abitanti, conversioni forzate.

Questa però è una visione parziale della Storia. Quella vera è maestra di vita perché tiene conto di tutte le azioni di un epoca, e si confronta con le epoche precedenti o seguenti. Un genio incompreso, Gianbattista Vico (1688-1744) sapeva che si possono prevedere buona parte dei comportamenti umani attraverso l’analisi storica, poiché le epoche e gli avvenimenti sono ciclici, cioè si ripetono successivamente con diversi protagonisti.

La scoperta dell’America e la seguente invasione europea ha un suo corrispondente con ciò che accadde nell’Europa occidentale un millennio prima, ossia la fine dell’impero Romano d’occidente invaso dai barbari germanici.

L’impero di Roma, il conquistatore di tutto il mondo conosciuto, si era indebolito con una lunga serie di colpi di stato e guerre civili tra molti pretendenti al trono imperiale. Dall’inizio del V secolo diverse popolazioni germaniche avevano approfittato della situazione per varcare i confini e sistemarsi in diversi territori dello stato romano, fondando ciascuno di essi un proprio regno. I popoli erano Visigoti, Ostrogoti, Franchi, Alamanni, Burgundi, Sassoni, Svevi, Eruli, Longobardi.
Ci fu dunque un’invasione, un appropriazione violenta dello stato e dei beni degli abitanti.
I germani non parlavano la lingua latina, non avevano leggi né letteratura scritte, la loro arte figurativa era quanto mai rudimentale.

La religione poi si basava su un cristianesimo appena sbozzato, aderente ad un eresia, l’arianesimo, che contrastava con il cattolicesimo dei romani, ma in realtà i barbari credevano ancora in Odino, il Walhalla e in tante superstizioni nordiche.

Oltre che per la religione, gli occupanti avevano un evidente disprezzo per i romani sottomessi, buoni  solo per essere servi ed esclusi dall’attività “nobile”, quella delle armi, riservata ai germani di stirpe guerriera.

Poteva avvenire la sparizione della civiltà latina classica, che durava da dieci-dodici secoli, ma non sarà così. La religione cattolica messa all’angolo saprà organizzare la resistenza ed il riscatto. Solo vent’anni dopo la fine dell’impero d’occidente, un re barbaro, Clodoveo, sarà battezzato dal vescovo san Remigio. Da allora la Francia, intesa come paese occupato dei Franchi, diventa la nazione di riferimento nella caotica Europa occidentale, fino a diventare la sede di un nuovo duraturo impero dopo trecento anni, ad opera di Carlomagno.

Subito dopo, un popolo appena uscito dall’idolatria, gli irlandesi, diventano i nuovi apostoli della Chiesa di Roma con notevoli effetti positivi sui re germanici, che poco per volta rinunciano all’eresia ariana. Nei monasteri e abbazie da loro fondati o ispirati, i monaci raccolgono quanto è possibile della letteratura classica, la trascrivono salvandola dall’oblio. Stessa cosa per le scienze come l’architettura, l’aritmetica, l’astronomia, la musica, reinterpretate e riusate da quei pochi preti e frati che sanno ancora leggere, scrivere, cantare e suonare.

L’umanesimo cristiano funziona così bene che già dopo l’anno 1000 inizia uno sviluppo intellettuale e commerciale, e l’invasione degli islamici in oriente ed in Spagna sarà contenuta e ribattuta con le crociate e la reconquista iberica. Di fatto l’Islam si esprime nei secoli solo con la raccolta di favole delle Mille e una notte, e il paganesimo germanico ha un solo testo, l’Edda di Snorri, peraltro scandinavo e tardivo (XIII secolo). Il Cristianesimo trova invece nuovi eroi e leggende: Artù e il sacro Graal, Orlando e la lotta dell’impero carolingio contro i musulmani, il Leggendario dei santi e l’eroismo dei martiri.
Questi sono i preludi alla rinascita delle arti, delle letterature e anche dei commerci e delle industrie, che daranno all’Europa una nuova stagione di espansione con le scoperte oltre gli oceani.
Dunque, l’invasione barbarica, sul momento negativa, si trasforma tramite il Cristianesimo cattolico in una nuova civiltà allargata a tutti quegli sgradevoli e rozzi nordici esclusi al tempo dell’impero romano.

I nuovi barbari invasori delle Americhe: spagnoli, portoghesi, inglesi, francesi, olandesi, non sono in fondo diversi e non dissimile è il segno lasciato dal Cristianesimo in tutto il Nuovo mondo. Inutile recriminare troppo contro i conquistadores e i colonizzatori di terre strappate agli indios, come lo sarebbe prendersela con i germani invasori della romanità. Sbagliato condannare in toto la colonizzazione europea nell’America Latina. Il proliferare di tanti “caudillos” (dittatorelli) in quelle regioni è dovuta piuttosto al cadere del potere spagnolo sulle sue colonie nel XIX secolo. Ciascuna di queste scegliendo una fallace indipendenza ed un’illusoria libertà è caduta nell’anarchia dei ripetuti “golpe” da parte di militari ambiziosi assetati di potere e ricchezza (una similitudine con la decadenza dell’impero Romano).
Non farebbero eccezione neppure le colonie inglesi diventate gli Stati Uniti, che hanno attirato milioni di emigranti europei con una promessa di benessere pagato molto a caro prezzo, e tanti infelici africani rapiti e sbarcati come macchine da lavoro a basso costo. Eppure anche in questi ultimi il Cristianesimo ha dato il suo frutto: lo Spiritual, il Gospel poi diventati Jazz e simbolo stesso del sound nord americano.
Dai fatti storici emerge una costante di liberazione spirituale, culturale e globale del Cristianesimo nella società umana. È inappropriato quindi parlare di un’apposita teologia di liberazione applicata alla sola America Latina.



 

19 giugno 2019

Quando si scoprì il vero volto dell'indigenismo

di Franco Ressa
A proposito del sinodo Pan Amazzonico, sarebbe interessante osservare ciò che fece negli anni ’90 e seguenti il cantante inglese Sting, che attualmente abita in una villa nobiliare in Toscana.
La famosa star della musica rock prese a cuore la sorte degli Indios che popolano le foreste brasiliane, attraverso l’organizzazione americana Rainforest Foundation. Sting ha portato nei suoi concerti il capo Raoni del popolo Kayapò, e lo ha esibito come testimone del suo impegno, anche finanziario verso i popoli della martoriata Amazzonia.

Malgrado ciò, si scoprì che gli indios vendevano il mogano alle imprese commerciali europee.
Ciò venne interpretato dagli ecologisti come una scandalosa resa ai “bianchi” e alla loro perversa civiltà, ma un capo indio avrebbe risposto in compendio, una cosa del tipo: Cari signori voi pensate che a noi piaccia andare in giro nudi, farci pungere dagli insetti, mangiare scimmie, serpenti e ragni, abitare in capanne di rami e foglie e dormire sulle amache ? Invece come a voi, ci piacciono i bei vestiti, il buon cibo, le case solide nelle quali ci si possa riparare dalle intemperie e dormire su letti comodi. Voi ci volete selvaggi, ma conoscendo i pro ed i contro del vostro mondo civilizzato, preferiamo assomigliarvi un poco.

Successivamente il cantante dichiarò ufficialmente di essere stato truffato dal signor Raoni. Mentre infatti venivano organizzate campagne di sensibilizzazione contro il disboscamento, gli indios vendevano legname al mercato nero: "Cercano sempre di ingannarti" ha dichiarato quando ha scoperto il ' doppio gioco' degli indios. "Vedono l' uomo bianco prima come una fonte di denaro, e poi come amico" ed ha ammesso "di essere stato piuttosto ingenuo pensando di salvare il mondo vendendo magliette per gli indios. In realtà" ha detto amareggiato "non è servito a molto".

Da allora Sting ha rivolto altrove i suoi interessi di ambito ecologico e ora vive nel Chianti. Chi invece nell’Amazzonia ci resta, è il padre Saveriano Renato Trevisan, che non condivide molto le tesi del missionario della Consolata Corrado Dalmonego tra gli Yanomami. Nella sua missione di Redencao nel Parà in Brasile, protegge e valorizza la civiltà e la lingua dei Kayapò, ma non dimentica di convertire e battezzare quegli Indios che vogliono «Assomigliarci un po’» come dice quel loro capo tutto sommato molto più saggio di tanti ecologisti.

Già, il proselitismo c’è ancora, malgrado sia oggi tanto inviso in Vaticano; ma avevano sbagliato tutto Gesù Cristo e i suoi apostoli?

Per approfondire l'affaire Sting-Raoni:




 

12 giugno 2019

I Longobardi

di Franco Ressa
Chi erano i longobardi? un’antica popolazione scandinava. Il nome viene fatto derivare dalle loro lunghe barbe incolte, ma in realtà sembra fossero originari di un’isola della Danimarca: Lange land, la terra lunga, perciò Lange Bard sono i guerrieri dell’isola lunga.
Avrebbero potuto costruire navi e prendere il mare, come i Vichinghi, invece preferirono attraversare la Germania e l’Austria, fino ad arrivare in Italia dai passi alpini del Friuli nell’anno 568, guidati dal loro re Alboino.
In pochi anni Alboino occupa la pianura Padana, infine viene ucciso in una congiura, ma i suoi successori conquisteranno la maggior parte dell’Italia fino al sud, infatti il loro santuario nazionale sarà Monte Sant’Angelo nel Gargano.

Uno dei primi re longobardi è Agilulfo, grande guerriero ma niente più. Per fortuna regge la politica sua moglie Teodolinda, donna saggia ed accorta. I Longobardi da non molto sono cristiani, ma di una confessione eretica, l’Arianesimo. La regina invece è cattolica e sa che per avere un regno stabile bisogna conciliarsi con il Papa di Roma. Non solo, occorre che il cristianesimo si sviluppi nell’Italia ancora martoriata dopo le invasioni dei barbari e la caduta dell’impero Romano.
Da poche decine di anni san Benedetto da Norcia ha fondato la prima abbazia italiana a Montecassino, ma l’influenza dei monaci benedettini è rimasta circoscritta al Mezzogiorno. Occorre l’intervento di una personalità di spicco, per questo Teodolinda chiama nel nord Italia san Colombano.

Colombano proviene dall’Irlanda. In questa lontana isola sono state fondate numerose abbazie, e la riscossa del cristianesimo sui barbari invasori prende le mosse proprio da laggiù. I monaci irlandesi sono sbarcati in Inghilterra e poi in Francia, sono molto dotti ed operosi, in breve tempo fondano nuove abbazie e raccolgono i monaci tra le popolazioni del posto, che così si cristianizzano sempre più. Il più autorevole abate in Francia è Colombano, che prende una tale importanza da preoccupare i re Franchi Merovingi, così quando la regina longobarda lo chiama sono contenti di liberarsene.
L’irlandese ha già settant’ anni, ma non gli manca l’energia, e soprattutto la fede. Viene accolto alla corte reale di Pavia, che è la capitale del regno longobardo. Teodolinda è felice, Agilulfo molto meno e dubita che quel vecchietto possa servirgli a qualcosa. È il 13 aprile del 613, giorno di venerdì Santo. I cristiani dovrebbero osservare l’astinenza, ma il re longobardo invece fa preparare uno spiedo intero di piccioni arrostiti e lo fa mettere in tavola, poi dice a Colombano: “Non vorrete farmi torto e rifiutare questo cibo succulento che vi offro”.
Colombano non vuole rompere il suo digiuno, ma non può inimicarsi il re. Si immerge in preghiera, poi inizia ad osservare da vicino ciascuno dei piccioni cotti. Quando però fissa lo sguardo su uno di essi, la bestiola torna a rivivere, e con le sue piume vola via. In breve lo spiedo è vuoto e i piccioni sono tutti fuggiti. Agilulfo sbalordito non osa più fiatare; quell’ometto ha una potenza incredibile e sarà bene dargli tutto ciò che chiede.
Infatti, Teodolinda accompagna di persona Colombano nella val Trebbia sopra Piacenza, e il 24 luglio 613 firma il documento che dona all’anziano abate tutta la testata di quella valle. Non tarda la costruzione di una nuova abbazia, che esiste ancora a Bobbio, ed è il centro da cui si diffonderà il monachesimo nella pianura Padana.
Colombano ha compiuto la sua opera terrena, e vola in paradiso il 23 novembre 615. La sua tomba si trova nella cripta della famosa abbazia.

I longobardi si è detto, marciano verso il sud, e un territorio dopo l’altro lo conquistano ai bizantini, i greci dell’impero Romano di Oriente. Uno dei condottieri è Ariulfo, duca di Spoleto, che aumenta le sue conquiste nell’Italia centrale. Nel 598 con una fortunata campagna militare sottomette tutte le Marche, da Ascoli fino a Fano. Durante una delle battaglie contro i bizantini si trova a mal partito, circondato dai nemici che lo bersagliano con tiri di lance, ma accanto a sé vede un guerriero che con un grande scudo lo ripara dai colpi pericolosi, e gli permette di restare incolume oltre che vincere. Finita la battaglia Ariulfo cerca il suo protettore, ma non lo riconosce tra i suoi. Essendo ancora pagano, il longobardo pensa che il dio Odino sia venuto a combattere con lui.
Ritornato trionfante a Spoleto, Ariulfo si ferma davanti ad una chiesa, è il santuario del vescovo Savino vissuto e martirizzato tre secoli prima. Tutta la popolazione latina a lui chiede grazie ed offre preghiere. Il capo longobardo incuriosito scende da cavallo e dice: “Come può chi è morto essere utile a chi è vivo ?” Ma  entrato nella chiesa, quando vede la raffigurazione di san Savino cade in ginocchio esterrefatto; in quell’immagine ha riconosciuto il guerriero che l’ha salvato proteggendolo col suo scudo.

Ariulfo d’ora in poi non combatterà più, stabilisce una tregua con i bizantini e sigla un accordo con il Papa Gregorio Magno, che negli anni precedenti ha minacciato arrivando col suo esercito fin sotto le mura di Roma. Quattro anni dopo il duca di Spoleto muore, ed è battezzato.

Che fine hanno fatto i longobardi? dopo 205 anni il loro regno viene conquistato dai Franchi e scompare. Rimane il nome di una regione d’Italia, la Lombardia, dove effettivamente la loro presenza era maggiore che altrove. Ma vi sono due curiosità che riguardano la Liguria: I guerrieri longobardi indossavano un’armatura a scaglie e un elmo a punta. Questa tenuta li faceva assomigliare a grandi aragoste, e sulla costa ligure questo crostaceo viene chiamato “u lungubardu”. Nella riviera di levante, a Chiavari e dintorni è diffuso un cognome di diretta discendenza longobarda: Garibaldi, perciò l’Eroe dei Due Mondi, il liberatore d’Italia aveva antenati che al contrario erano invasori stranieri. Non c’è da stupirsene, dopo quattordici secoli quegli sgradevoli e rozzi nordici sono in tutti noi coi loro cromosomi.







 

31 marzo 2019

Matteo Ricci, il cattolico che insegnò ai cinesi

di Franco Ressa
È vero, a Xi Jinping presidente a vita dell’”impero” cinese non è interessato nulla a Roma di fare un semplice saluto a Papa Francesco. Non fu così nel passato, gli antichi imperatori avevano rispetto e stima per gli esponenti del cattolicesimo in Cina.

Torniamo nel XVI secolo, Ignazio di Loyola ha fondato un ordine di studiosi, maestri, predicatori e missionari che si sono sparsi in tutto il mondo. Uno dei fondatori, Francesco Saverio, ha raggiunto il Giappone ma ambisce a visitare anche la Cina.
Non ha potuto, ma lascia questa missione ai suoi successori.
Uno di questi è Matteo Ricci, nato a Macerata nel 1552, gesuita a 25 anni, parte subito per l’oriente, rimane in India per quattro anni, dal 1582 è a Macao, e da qui con lentezza ma continuità inizia la sua penetrazione nel celeste impero. Impara la lingua, le usanze, fa sua la mentalità cinese, e si veste come un bonzo o un sapiente locale.
Alla fine, nel 1595, Ricci arriva a Pechino e vi si insedia stabilmente nel 1600. Ha la fama di un grande sapiente e l’imperatore inizia ad interessarsi di lui, che sta portando in Cina novità tecniche e scientifiche mai viste.

Il gesuita ha un mappamondo, l’ha fatto tradurre in cinese, e può così illustrare l’esistenza di paesi come l’Europa, l’Africa, l’America del tutto ignoti alle conoscenze geografiche cinesi, che considerano la Cina il centro del mondo, e poco o nulla i paesi “barbari”al di fuori di essa. Fa tradurre i libri della Geometria di Euclide e i trattati aritmetici di Clavius, matematico tedesco che fu suo insegnante. Tra queste nozioni è notevole l’uso del Pi greco, infatti i sapienti cinesi non avevano mai scoperto la proporzione tra il diametro e la circonferenza di un cerchio (3,14), e non sapevano calcolare le aree ed i volumi delle figure rotonde e sferiche.

L’imperatore Wan Li è molto ammirato dai marchingegni meccanici come l’orologio a pendolo che permette di segnare le ore anche di notte o in giorni senza sole, e l’organo che può suonare facilmente le note anche per chi non è un musico. Ricci diventa così il saggio di corte più apprezzato.
Ci sono dei mandarini che lo avversano per gelosia, ma altri invece gli sono molto amici e si convertono alla religione cattolica. Come missionario Ricci si rivolge alle persone colte, scrive libri dove il Cristianesimo trova le sue similitudini con la filosofia di Confucio e quella del Tao, confutando invece il Buddismo. Arriva persino a tradurre ed integrare la filosofia stoica di Epitteto, ad uso della società cinese stretta nella morsa della corruzione dei funzionari ed i complotti della corte imperiale.
Quando Ricci muore nel 1610, quattromila cinesi, per lo più di alto rango, sono diventati cristiani, ed è già stata fondata la cattedrale di Pechino.

Purtroppo il fine e costante suo lavoro non verrà ampliato come dovuto, anche a causa della curia romana, che interpreta male il tentativo di integrazione tra Cristo e Confucio, e ne sconfessa i risultati. Ancor oggi non c’è accordo nel cristianesimo cinese, e una causa di beatificazione per il solerte gesuita marchigiano si è conclusa solo nel 2014.

Oggi quindi, la potentissima Cina che domina per ogni dove con i suoi prodotti tecnologici, dovrebbe ricordarsi di chi queste scienze e tecniche ha cominciato a portarle in quel paese, facendole conoscere gratuitamente, con la sola speranza di un miglioramento dell’anima. E dovrebbe rispettarne almeno il capo attuale.


 

25 marzo 2019

Litigare a volte fa bene

di Franco Ressa
Dio ha creato gli esseri umani diversi tra loro, non soltanto come sesso, ma pure come carattere. Inevitabile quindi essere talvolta in disaccordo gli uni con gli altri, ed è normale venire a diverbio. C’è però chi non volendo ammettere a nessun costo di poter avere torto trascende nell’arrabbiatura e si fa prendere dall’ira, che come sappiamo è uno dei peccati capitali.
Il Signore ci scampi quindi dagli iracondi, e nelle nostre preghiere ci sia sempre l’implorazione a instillare un briciolo del ghiaccio della ragionevolezza e del discernimento per raffreddare certi cervelli bollenti.
Litigare però non è sempre negativo perché esporre chiaramente con risolutezza le proprie idee e rimostranze è meglio che tenere tutto dentro, soffrendo nel nostro forzato tacere.
I santi non fanno eccezione. Pur possedendo la fede, la speranza e la carità predicate da Cristo, vi furono diversi casi nei quali ebbero a ridire tra loro. Il primo avvenne pochi anni dopo la venuta di Gesù, ed ebbe come protagonisti proprio i due più famosi apostoli.

Nella lettera ai Galati, san Paolo scrive che malgrado il grande numero di conversioni di pagani al Cristianesimo, c’era ancora disparità di trattamento con gli ebrei, a torto giudicati preferibili perché già illuminati dal vecchio Testamento: “Quando però venne Cefa (san Pietro) ad Antiochia, mi opposi a lui affrontandolo direttamente a viso aperto, perché si era messo dalla parte del torto. Infatti prima che sopraggiungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva i pasti insieme ai convertiti dal paganesimo; ma quando venne quello, cercava di tirarsi indietro e di appartarsi, timoroso dei Giudei convertiti. Presero il suo atteggiamento anche gli altri Giudei, cosicché perfino Barnaba si lasciò indurre alla loro simulazione. Quando mi accorsi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa davanti a tutti: Se tu essendo giudeo vivi da pagano e non da giudeo, come puoi costringere i gentili (stranieri) a vivere secondo la legge di Mosé?”
San Pietro capì il rimprovero, e da allora non fece più differenza tra i cristiani di origine ebraica e quelli di altre nazioni.
Questo fu un caso di litigio positivo e utile. Diversamente secoli dopo vi fu alterco tra i due più grandi santi del medioevo: san Domenico di Guzman e san Francesco d’Assisi.

I due si incontrarono probabilmente nel 1215 presso il cardinale Ugolino loro amico, poi forse nel 1218 al capitolo dei frati minori alla Porziuncola ad Assisi, e più sicuramente a Roma nel 1221. Domenico si faceva forte della sua dottrina e dell’esperienza sul campo nella predicazione contro gli eretici, Francesco stimava più la pietà, la carità, l’esperienza della povertà per comprendere i bisogni della gente comune. Domenico era infiammato di azione e combattimento per la fede, Francesco preferiva la letizia, il sacrificio personale ed il perdono.
Alla fine ciascuno dei due rimase sulle sue posizioni, e gli ordini monastici da loro fondati presero strade diverse. Chi aveva più ragione o torto ? Probabilmente nessuno essendo due facce di una stessa realtà cristiana, o con un paragone “due ruote di uno stesso carro, quella destra e quella sinistra”.

In ogni caso, meglio bisticciare che restare muti per indolenza. Santa Caterina da Siena diceva: “Avete taciuto abbastanza. È ora di finirla di stare zitti ! Gridate con centomila lingue. Io vedo che a forza di silenzio il mondo è marcito”.

 

23 gennaio 2019

I pellegrini lanzichenecchi

Di Franco Ressa
Dalla fine del ‘400 alla metà del ‘500 a Firenze vennero composte canzonette allegre o satiriche da suonare e cantare durante le mascherate e sfilate di carnevale. Gli stessi Medici signori di Firenze ne scrissero alcune, ma il più divertente compositore fu Guglielmo detto il Giuggiola.

In particolare il Giuggiola mise in satira il linguaggio ed il comportamento di quei soldati stranieri, in maggior parte tedeschi e svizzeri, che campavano come mercenari ed erano chiamati lanzichenecchi o più brevemente lanzi. La loro arma era l’alabarda da loro definita cruche: “bastone lungo”, perciò li si nominava anche “crucchi”.

Nelle composizioni carnevalesche veniva satireggiata la loro rozzezza, la brutalità e l’ubriachezza, ma due canzoni fanno capire che in essi c’era anche una specie di fede religiosa. Il titolo è: Canto di lanzi che andarono a Papa Lione:

Pastor sante signor nostre/ date a noi carità vostre.
Questi lanzi buon compagne/ tanto mene sue calcagne/ che fenute d’ Allemagne/ per feder santità vostre.
Noi star tutte maltrattate/ rotte tutte e strambellate/ per afer tante trincate/ tutte vuote borse nostre.
Quand’in terra star carpone/ lanzi vuol benedizione/ per afer gran divozione/ nelle sante borse vostre.
Pare a lanzi un cose strane/ picchiar usce e chieder pane/ perché in pace ed andar sane/ non far empier corpe nostre.
Queste qui bel margarite/ che star dame sì pulite/ noi foler dare un marite/ se voi dar carità vostre.
Però lanzi poferine/ buon pastor sante e divine/ fate dar qualche fiorine/ per tornare in patrie nostre.

Il Papa è Leone X de’Medici, in carica tra il 1513 e il 1521. I lanzi non speravano solo un’elemosina, ma anche un ingaggio duraturo, infatti il predecessore di Leone X, Papa Giulio II°, aveva creato il corpo delle guardie svizzere, tuttora esistente come milizia della Città del Vaticano e vestito con la stessa uniforme di quei tempi. Sempre durante il pontificato di Giulio II° tra i pellegrini tedeschi giunse a Roma nel 1510 il monaco agostiniano Martin Lutero, ancora devoto cattolico e che non covava i futuri intenti di rivolta religiosa.
Nel 1525, sotto il pontificato di Clemente VII, nipote di Leone X della stessa famiglia dei Medici, fu indetto un giubileo, e i mercenari non si astennero dal parteciparvi, ma il ritorno si rivelava ben più difficile dell’andata, come si legge in questa canzone dei lanzi pellegrini di passaggio per Firenze:

Caritate amore Dei/ pofer lanzi sventurate/ che da Roma star tornate/  dalle sante giubilei.
Queste pofer compagnone/ son fenute pellegrine/ per aver tante stazione/ fatte lunghe e gran cammine/ però date Fiorentine/ caritate amore dei.
Queste pofer farlingotte/ punte argente non afere/ star diserte e mal condotte/ né più sa che vie tenere/ però dà buone messere/ caritate amore Dei.
 Noi afeme in Rome sante/ colossee tutte fedute/ e indulgenzie tutte quante/ a noi stare concedute/ or che star perdon compiute/ caritate amore Dei.

Dalle parole sembra esservi una sincera volontà di penitenza e cambiamento di vita, eppure quegli stessi devoti mercenari pellegrini germanici, solo due anni dopo invaderanno e saccheggeranno spietatamente la città santa, nel “sacco di Roma”.

 

12 gennaio 2019

Laennec, sapere ascoltare il cuore

 di Franco Ressa
René Laennec era nato a Quimper in Bretagna nel 1781, orfano di madre a cinque anni, viene affi-dato ad uno zio medico che abita a Nantes, da lui riceve la vocazione per la scienza medica. Non studierà molto nelle università, ma farà direttamente apprendistato presso gli ospedali e nel servizio sanitario dell’esercito napoleonico. Riesce a laurearsi nel 1804, ma si rende conto che la medicina nei suoi tempi è arretrata. Non esiste ancora l’anestesia, non sono neppure conosciuti i microbi come causa delle infezioni, e i medicinali più comuni come l’aspirina, dovranno attendere ancora un secolo prima di venire scoperti ed utilizzati.

René diventa presto un medico esperto e richiesto dalla clientela ricca, ma non dimentica che i poveri soffrono le stesse malattie dei più abbienti, e il loro corpo, i loro organi non differiscono in nulla da quelli degli aristocratici.

Dal 1803 infatti, Laennec si avvicina alla fede e fa parte della congregazione Sancta Maria Auxi-lium, fondata a Parigi da padre Delpuits. La medicina per René non è solo applicazione di scienze e tecniche, ma di volontà e spirito, che può far crescere le proprie virtù. Le sue intenzioni ed il suo esempio si diffondono ed arrivano alle personalità più famose. In quel tempo il Papa Pio VII si trova in Francia, ospite nel castello di Fontainebleau ma in realtà prigioniero dell’imperatore Napoleone. Forse il pontefice avrà occasione di incontrare il dottore bretone, infatti lo definirà “medicus pius”. La pietà è la colonna portante della medicina, che così diventa un dovere di carità scelto vo-lontariamente e che va adempiuto in maniera completa, come una vocazione ed un ordine sacerdo-tale.

Il desiderio di fare del bene stimola soprattutto la curiosità e l’intuizione. Sarà così che un giorno del 1816, mentre passeggia per i giardini del Louvre, scorge alcuni ragazzi che giocano con una pertica lunga e sottile, uno dei ragazzi avvicina al suo orecchio un’estremità, l’altro percuote l’altro capo con uno spillo. Laennec chiede di partecipare al gioco, e con sua grande sorpresa si accorge che il rumore dello spillo, impercettibile, dentro il tubo si sente molto bene.

Sarà stata una grazia, un’illuminazione divina? René pensa a come avviene l’auscultazione dei battiti cardiaci; o testando il polso del paziente, oppure appoggiando l’orecchio direttamente sul suo petto o sulla sua schiena. Posizione scomoda, si sente poco, e il curante rischia pure di essere contagiato da qualche malattia. Laennec dapprima usa dei semplici fogli di carta arrotolati a tubo, ma poi prende dei pezzi di legno di cedro ed ebano che riesce a tornire egli stesso. Diventano così canne lunghe una trentina di centimetri, con un appoggio piatto per l’orecchio.  I battiti cardiaci sono chiari e distinti, nasce così un nuovo strumento medico, lo stetoscopio, che in greco significa “esplorazione del petto”. Al momento l’utilità è distinguere le malattie cardiache da quelle polmonari, ma più tardi con l’invenzione dello sfigmomanometro sarà indispensabile per la misurazione della pressione sanguigna.

Come ogni nuova e utile invenzione, lo stetoscopio verrà contestato dai “baroni” della medicina, ma il principio così semplice dell’amplificazione del suono è apprezzato non solo in campo medico; il valorizzatore del cattolicesimo francese, lo scrittore Chateaubriand diventa un fautore e propagandista di questo strumento.

Laennec avrà gloria e fama, ma postuma. Colpito dapprima da un esaurimento nervoso, e poi dalla tubercolosi, si spegne nella sua Bretagna a soli 45 anni.
Oltre ai trattati di medicina tra le sue carte ci sono profonde meditazioni morali e religiose:
“Per seguire Gesù Cristo, bisogna imitarlo via in exemplo; è necessario che la sua vita sia il modello della nostra, che i suoi precetti diventino la regola invariabile delle nostre azioni e dei nostri pensieri, che i suoi consigli siano costantemente presenti nel nostro spirito, come il mezzo per arrivare alla perfezione verso la quale dobbiamo tendere sempre, anche quando la nostra debolezza sembra impedirci di arrivare al massimo”.
René Laennec aveva inventato il modo per sentire il cuore degli eseri viventi, ma sapeva ascoltare soprattutto la voce del proprio.


 

17 dicembre 2018

Musica sacra e messe beat

di Franco Ressa
Seguendo con interesse Aurelio Porfiri con la sua storia della musica sacra, che appare a successive puntate su questo blog, mi permetterei di anticiparne l’ultimo (o penultimo) capitolo, cioè la musica religiosa contemporanea.
Tutta la musica religiosa è buona se è originale, ossia se nasce in un proprio ambito e non è derivata da qualche altro genere musicale.
Così è per il canto gregoriano, unica espressione rimasta nei monasteri quando intorno c'era soltanto barbarie e violenza. Lo stesso possiamo dire per il canto polifonico rinascimentale, per le messe di Monteverdi e Pierluigi Palestrina, le composizioni di Bach, di Mozart, di Handel, e lo stesso Giuseppe Verdi non si riferisce alle proprie opere liriche quando compone pezzi come la messa di requiem. Assolutamente originale è anche il gospel, derivato dai canti negri di schiavitù e che darà poi origine al jazz.

L'equivoco inizia quando Marcello Giombini (1928-2003) dopo il concilio ecumenico Vaticano II inventa le messe "dei giovani" e le canzoncine da schitarrare nei raduni ciellini. Mi ricordo che da ragazzo negli anni '70 la cosa era seguita con un certo interesse, almeno come novità, tuttavia oggi a bocce ferme mi accorgo dello scarso valore di questa musica, perché in realtà è soltanto lo scimmiottare con testi pseudo religiosi la musica leggera allora in voga e di gran successo tra noi giovani. Ma le composizioni di Mogol-Battisti possono conservare un senso anche oggi come sé stesse, quelle di Giombini no, perché passata la novità, cambiata l'epoca e la generazione non danno il ricordo né di una fede né di un arte antica.

A conti fatti l'unica cosa che si conserva e si tramanda nella musica religiosa a noi più vicina, è l'opera rock Jesus Christ Superstar del compositore inglese Andrew Lloyd Webber, che viene ancora rappresentata con un certo successo, ma per il principale motivo di non essere una musica liturgica, bensì una sacra rappresentazione laica. Questo è un genere che può cambiare e adattarsi nei tempi, da Francesco d'Assisi e Jacopone da Todi a Lope de Vega, il teatro gesuita e altri.
Persino Don Camillo ebbe a che fare con la musica giovanilistica. In un capitolo del libro Don Camillo e i giovani d'oggi, Guareschi descrive la spedizione di soccorso durante un'alluvione del Po, guidata dal prete di Brescello in compagnia di una banda di capelloni. Sulla chiatta Don Camillo celebra la messa, e i capelloni partecipano cantando Ol' man river, tanto che Don Camillo esclama: "Gesù, l'avreste mai detto che proprio io avrei fatto una messa beat ?"

 

18 ottobre 2018

Liberare il linguaggio dal Politically Correct

di Franco Ressa
Badi come parla ! È un’ammonizione minacciosa verso chi dice a te cose offensive o comunque sgradevoli. Tra singoli e privati è necessaria una convivenza basata sulla buona educazione, il buon gusto e il reciproco rispetto cristiano, perciò è giusto talvolta ammonire chi oltrepassa certi limiti.
Tutto è diverso invece, quando chi esige un certo linguaggio è un’autorità politica, morale, religiosa, intellettuale. Nella politica e nell’amministrazione esiste un gergo per iniziati che viene definito “politichese” e “burocratese”, formato da vocaboli e costrutti lessicali obsoleti, astrusi e comunque poco intelligibili da chi non fa parte della cerchia degli addetti ai lavori. Giustamente il cittadino chiede chiarezza e comprensibilità, ma certi vizi del potere sono duri a morire.
La cosa diventa un vero arbitrio quando è il potere stesso a pretendere un certo linguaggio. Da sempre vi sono stati dei tabù, ma di solito si limitavano a certi vocaboli ritenuti sovversivi, tipo “libertà”, “indipendenza”, “costituzione” durante il risorgimento. Arrivando però i totalitarismi del XX secolo, con il pensiero unico obbligato, anche la lingua doveva epurarsi ed allinearsi al volere del regime. L’esempio più noto fu nell’Italia fascista la proibizione di usare il “lei” rivolgendosi a qualcuno, da sostituire con il “voi” ritenuto virilmente più degno e discendente dall’uso latino, antica lingua imperiale.
Non bastò. Si vollero italianizzare le parole di origine straniera, cosi doveva dirsi filmo per film, quisibeve per bar, musicone per festival, chi ordinava un liquore estero doveva chiedere l’arzente al posto del cognac o del whisky, il turismo diventò diporto di viaggio, lo sport diporto atletico, e certi villaggi alpestri della val d’Aosta variarono da Courmayeur a Cormaggiore, da Chatillon a Castiglione Balteo, da Duc a Duce.
Stupidaggini, ma pienamente legittimate all’epoca. Sembrava tutto dimenticato dopo la caduta del fascismo e l’avvento della democrazia con la libertà di espressione sancita dalla costituzione repubblicana, ma la stolidità linguistica doveva riprendersi la sua rivincita.

Sembra paradossale, ma la nuova censura nacque nel paese ritenuto più libero ed all’avanguardia, gli Stati Uniti, e ancora nei luoghi dove più era libero il pensiero, i campus universitari. Tutto forse iniziò cercando di rendere in maniera diversa la parola “negro”, ritenuta razzista e discriminante, ma “black” non sembrava abbastanza neutro, e si arrivò così al termine “di colore” sì ma quale ? Il nero appunto, ma secondo la fisica il nero non è un colore bensì l’assenza di colore, risultando dall’assorbimento di tutti i componenti colorati dell’iride, da parte di una superficie che non li riflette.
Si è passati poi a definere gli omosessuali come “gay” che però in inglese ha diverse interpretazioni non sempre positive: gaio, allegro, ma anche dissoluto, sfrontato, impertinente.
Si arriva al grottesco con chi è cieco, sordo, zoppo: “non vedente, non udente, non deambulante” fino a gettare tutto in un unico calderone, il “diversamente abile”.
Pura ipocrisia insomma. Il politically correct cerca di nascondere i difetti senza rimediarvi, rassegnandosi alla loro esistenza e mascherandola solo a parole. L’intenzione dunque non è diversa da quella del fascismo, che obbligava ad italianizzare e romanizzare tutto quanto, cercando di conseguire l’appiattimento della cultura e la massificazione del pensiero.

Questa tendenza pseudo-sociale è nata negli Stati Uniti prima di proliferare altrove, ma nello stesso paese trova ora il suo declino. Il segnale è stato il rifiuto degli americani a continuare la politica ed i condizionamenti dei democratici, con l’elezione del presidente Trump. La sopportazione ha raggiunto il suo limite, la pazienza è finita. Probabilmente sarà l’inizio della fine di quella “correttezza” che proprio per essere appoggiata alla “politica” ha mostrato i suoi limiti e la propria inefficacia.
Non ne sentiremo la mancanza; sleghiamo le lingue e impariamo ad ascoltare, ad interpretare senza malevolenza, e soprattutto a ridere dei nomi e soprannomi che possono affibbiarci, sgonfiandone così il significato critico o negativo. Santa Caterina da Siena diceva: “Avete taciuto abbastanza, è ora di finirla di stare zitti (o di parlare come vogliono gli altri). Gridate con centomila lingue. Io vedo che a forza di silenzio il mondo è marcito !”
 

 

20 settembre 2018

Vite Parallele. Giulia di Barolo e Ozanam


di Franco Ressa
L’ottocento era un secolo laico. Dopo le rivoluzioni della fine ‘700 sembrava che le nuove idee liberali, repubblicane e socialiste, in uno con lo sviluppo delle scienze e delle tecniche, avrebbero condotto l’umanità ad una dimensione dove il trascendente e le religioni sarebbero dovute declinare e cadere nel dimenticatoio. Non si doveva più parlare di pietà o carità, ma, nuovo termine, filantropia, che in greco significa amare gli esseri umani però con un significato di benessere materiale.
Eppure la pietà e la carità cristiana vi furono lo stesso, e pazienza se si dovevano mascherare sotto il titolo filantropico alla moda.
Juliette Colbert di Maulevrier nasce nel 1786, la sua regione in Francia, la Vandea, conosce anni di guerra civile e repressione repubblicana  e antireligiosa, i Colbert sono quasi tutti uccisi, il loro castello incendiato, la piccola Juliette deve fuggire in Olanda poi resta a Parigi. Alla fine l’imperatore Napoleone la usa per i suoi fini, un altro nobile ma piemontese è tenuto in semilibertà dopo la conquista ed annessione del Piemonte alla Francia, Tancredi Falletti di Barolo. Il grande condottiero ordina: dovete sposarvi e diventare miei cortigiani, e gli ordini politico-militari non si discutono.

Dal 1807 i nuovi coniugi vivono insieme e, caso raro, si intendono alla perfezione come carattere, cultura e spirito religioso. Nel 1814 finalmente sono liberi dopo la sconfitta dell’imperatore, e ritornano in Piemonte stabilendosi a Torino. La capitale sabauda ha molto sofferto la dominazione francese, aveva 90.000 abitanti, ora sono solo 65.000, un quarto di questi sono senza lavoro e campano di sussistenza ed elemosine. Invece che rinchiudersi nei loro lussuosi ed esclusivi palazzi, i nobili Barolo si danno da fare, prima iniziativa una mensa che a palazzo Barolo offre ogni giorno duecento pasti caldi gratuitamente. Nel 1827 apre l’asilo Barolo, che raccoglie i figli dei più poveri. Nell’inverno di quell’anno, particolarmente rigido, vengono distribuite seimila razioni di legna per chi non ha di che acquistarla.

Giulia e Tancredi non  hanno figli, perciò possiamo considerare come un loro erede Fréderic Ozanam, figlio di un medico ufficiale napoleonico di origine ebraica. Nato nel 1813 a Milano e vissuto a Lione e Parigi, conosce il cattolicesimo attraverso un suo insegnante l’abate Noirot, si laurea in giurisprudenza ma frequenta di più l’ambiente scientifico e letterario, conoscendo il fisico Ampére, lo scrittore Chateaubriand, lo storico e politico Montalambert, grandi personalità del cattolicesimo francese.
Da studente deve scontrarsi con l’opposizione dei laicisti ed anticlericali. Durante un incontro culturale gli viene provocatoriamente detto: Il Cristianesimo ha realizzato grandi cose in passato, ma oggi la sua energia si è esaurita. Invece che litigare Ozanam preferisce agire, e nel 1833 fonda la Conferenza di Carità, con base alla chiesa parigina di Saint Étienne du Mont. Due anni dopo la Conferenza viene intitolata a san Vincenzo de’Paoli. Questa organizzazione riunisce giovani cattolici laici sparsi sul territorio, coordinati per essere d’aiuto alle opere di carità delle parrocchie, contattando direttamente i meno abbienti e soccorrendoli sotto l’aspetto materiale e morale.

A Torino la Conferenza di san Vincenzo arriva nel 1850 ad opera del conte Rocco Bianchi, un collaboratore dei marchesi di Barolo, e trova posto nella chiesa dei santi Martiri nella centralissima via Garibaldi. È il grande periodo dei santi piemontesi: Giuseppe Cottolengo, don Cafasso, don Bosco, il canonico Allamano, suor Maria Mazzarello, Leonardo Murialdo, ma tutti questi hanno trovato appoggio già da Tancredi e Giulia. Il marchese di Barolo nel 1826-27 è stato sindaco di Torino, e nel 1831-32 consigliere di stato. Le cariche pubbliche non sono solo onorifiche per lui ma occasione di organizzazione, a lui si deve l’inaugurazione del cimitero generale di Torino, dove possono trovare degno riposo sia i ricchi che i poveri, non più sotto le chiese come si era usato fino allora, ed apre una banca per piccoli risparmiatori. Giulia ha avuto molto a cuore la sorte delle ragazze che per cattive compagnie o per fame hanno rubato, si sono prostituite e anche sono finite in prigione. Le condizioni di carcerazione sono disumane, nessun pentimento, nessun recupero è possibile. Interviene la marchesa: celle pulite, aria, mangiare decente, istruzione. Alcune delle carcerate, dopo la fine della loro pena restano con Giulia e diventano le suore Maddalene, un ordine religioso di clausura promosso da laici, ma altre suore, quelle di sant’Anna, sempre sponsorizzate da casa Barolo, diventano maestre specializzate per gli asili infantili.
Nel 1835 Torino viene colpita dal colera, Tancredi e Giulia si prodigano fino allo stremo, il marchese perde la sua salute e muore due anni dopo. Giulia continua indefessamente le opere di carità. Silvio Pellico arriva pur egli minato nel fisico dopo la durissima prigionia nella fortezza austriaca dello Spielberg, viene assunto ed accudito fino alla fine della sua vita in palazzo Barolo dove diventa segretario e bibliotecario, e può scrivere il capolavoro che gli darà la fama, il semplice ma significativo testo de Le mie prigioni. Seguono nel 1845 l’ospedaletto di sant’Anna per bambine disabili, nel 1847 la scuola professionale operaia per ragazze, nel 1857 la scuola di tessitura e ricamo. Alla sua morte nel 1864 il patrimonio della marchesa, 12 milioni di lire,  formerà l’Opera Pia Barolo, ancor oggi in attività.

Intanto, Ozanam ha ricoperto le cattedre di diritto commerciale, e di letteratura straniera all’università parigina della Sorbona. Scrive numerose opere ed articoli dove difende la civiltà ed il valore culturale ed artistico del Cristianesimo, per questo diventa uno dei primi studiosi ed esperti del medioevo europeo, specie nei suoi aspetti sociali e popolari. Questo colto ed attivo uomo muore prematuramente a 40 anni, ma lascia importanti eredità di storiografia ed organizzazione caritativa.
L’ultima opera realizzata da Giulia di Barolo fu una chiesa nel nuovo quartiere torinese di Vanchiglia, intitolata a santa Giulia. Che l’attiva marchesa prevedesse già la beatitudine propria e del marito Tancredi ? Anche Ozanam l’ha ottenuta per le sue opere, ma se leggiamo il nome di Barolo inevitabilmente ci viene in mente un vino. Ebbene, senza l’opera di coltivazione, incrocio dei vitigni e selezione di Giulia e Tancredi nei loro poderi oggi un tale celebre vino non esisterebbe. È un monumento del gusto, e rammentiamoci quali miracoli di Gesù sono legati al vino.

 

11 settembre 2018

Salvare dal degrado la chiesa di San Galdino (e il suo quartiere)

 di Franco Ressa
Don Sandro il parroco, invalido, inchiodato ad una sedia, con un filo di voce mi assicura che va tutto bene, che si fa conto su sé stessi, ma i suoi occhi trasmettono un dolore ed un velo di delusione che smentiscono quanto dice.
La parrocchia di san Galdino si trova su via Salomone, alla periferia orientale di Milano, zona urbanizzata dagli anni ’60 dopo la chiusura dell’aeroporto di Taliedo. Per la maggior parte vi si trovano capannoni contenenti magazzini e uffici di ditte, eccettuati alcuni ca-sermoni di abitazione sul lato occidentale di questa via, disposti in una zona a verde pubblico, il parco Galli. Caratteristica di tali edifici è la loro evidente degradazione e fati-scenza, ossia sono sgarrupati per usare un’espressione napoletana divenuta popolare con i libri del maestro Marcello d’Orta. Ma sgarrupato è lo stesso complesso della parrocchia di san Galdino, che sorge proprio dirimpetto ai casermoni sopra detti. Qual’è allora la peculiarità di questa zona ? Il 25 Mar-zo 2017 alle 8,40 Papa Francesco aprendo la sua giornata a Milano ha visitato sia la par-rocchia che le “case bianche” che in realtà a causa della sgarrupatezza sono del tutto grigie. Qui ha incontrato i sacerdoti, i parrocchiani e alcuni abitanti dei casermoni.
Sicuramente la cosa ha avuto impatto, gli abitanti di questa zona non dimenticheranno facilmente la figura e le parole del Papa in casa loro. Ma più di un anno dopo cosa è cambiato ? Nulla, le cose rimangono sgarrupate come prima. Il comune di Milano non ha messo mano al restauro e alla riqualificazione delle “case bianche” e i muri della parrocchia di san Galdino già bianchi pur essi, sono sempre più neri per la muffa che inesorabilmente avanza sulla superficie.

Perchè la curia ambrosiana non ha fatto nulla per san Galdino? Francesco ne avrà notato la condizione sgarrupata, e l’ avrà fatta notare all’arcivescovo, oppure… c’era ritegno nel far ripulire la parrocchia mentre le abitazioni sono sporche ?
La risposta potrebbe essere: così come il bene si propaga da Dio e dai suoi rappresentanti in terra, così la pulizia fisica dell’edificio religioso potrebbe essere di esempio e di sprone all’autorità civile per decidere finalmente quell’intervento urbano necessario da tempo.
Invece, san Galdino continua ad aspettare qualche aiuto finanziario che permetterebbe di dare una mano di biacca dove è necessario (praticamente dappertutto). Gli antichi Papi ci hanno lasciato esempi di grandiosa ed insuperabile arte ed architettura in Roma e nel Vaticano. Sbagliavano ? Francesco ha visto e vissuto la realtà delle favelas sudamericane. Forse le preferisce ai palazzi romani, ma dovrebbe esserci un limite allo sgarrupatesimo, questo è il Cristiane-simo appunto, che alla pulizia morale abbina anche quella fisica.
San Galdino fu famoso nel XII secolo come vescovo di Milano per aver ricostruito la sua città dopo la distruzione a causa dell’imperatore Barbarossa. Ci pensi allora lui dal cielo a mandare qualche imbianchino nel luogo sacro a lui intitolato.

 

10 settembre 2018

Frediano. Primo irlandese in Italia

 di Franco Ressa
Le invasioni barbariche e il crollo dell’impero romano misero in pericolo la civiltà e la religione Cristiana che in essa era nata e cresciuta. Eppure quella stessa epoca vide sorgere la fede in una grande nazione che ancor oggi la conserva come suo patrimonio specifico. L’Irlanda.
Dal 424 san Patrizio evangelizzava l’isola e già verso la metà di quel quinto secolo molti irlandesi si organizzavano in monasteri, sia maschili che femminili. Solo cento anni prima nel lontanissimo Egitto sant’Antonio e santa Demiana avevano iniziato il movimento mo-nastico. La fondazione di abbazie in Irlanda assumerà un grande significato sia religioso che culturale.

E in tutto il resto dell’Europa ? Ancora nulla o quasi; san Benedetto fondava l’abbazia di Montecassino nel 529, ma la diffusione del monachesimo andava a rilento. Fu così che i monaci irlandesi usciranno dalla loro isola per riconvertire il mondo imbarbarito e si diri-geranno prima in Francia, poi in Belgio, Germania, Austria.
I frati irlandesi arriveranno anche in Italia, i tre più famosi saranno in ordine di tempo san Frediano, san Colombano e san Donato.
Il primo proveniva dall’Ulster, la parte più settentrionale dell’Irlanda, ed era figlio di Ultach, il re di quella regione, il suo nome celtico era Finnian o Frigdian. Già monaco in una del-le numerose abbazie irlandesi, dopo l’anno 550 si mette in cammino e raggiunge Roma come pellegrino e studioso. L’Italia è sfinita e spopolata dopo la lunga guerra tra gli ostro-goti e i bizantini. Un uomo colto e di fede come Frediano non passa inosservato, e quan-do si ferma sul monte Pisano in Toscana cercando un eremo e la solitudine, viene trovato e preso a viva forza dai cittadini della città di Lucca, che gli impongono di diventare il loro vescovo.
È l’anno 560, nelle città italiane le autorità civili sono svanite con le invasioni dei barbari, i vescovi sono rimasti gli unici a poter organizzare un minimo di convivenza organizzata. Frediano inizia a farsi valere. La debole e disorganizzata dominazione bizantina ha fine quando dopo il 570 arrivano i nuovi invasori, i Longobardi, eretici ariani oltre che barbari. Il vescovo di Lucca sa come farsi valere, incontra i loro capi, stabilisce una tregua ed una convivenza con la popolazione latina. Non solo Lucca non verrà saccheggiata, ma diventerà il centro della dominazione longobarda su tutta la Toscana, come sede del duca di Tuscia che prende alloggio nel palazzo pretorio sul foro romano della città. Sulla stessa piazza viene fondata la chiesa dedicata al santo guerriero protettore dei Longobardi, san Michele. Il primato di Lucca in Toscana durerà fino alla metà del ‘200 con l’ascesa di Firenze, ma la città conserverà la sua indipendenza fino al 1847.
Le capacità dell’irlandese non si limitano a questo. Da tempo Lucca è soggetta ad inondazioni causate dallo scarso o nullo mantenimento del fiume Serchio. Frediano riesce a risvegliare l’amor proprio dei suoi concittadini e anche dei dominatori Longobardi. Biso-gna mettere al sicuro la città. Perciò l’alveo del fiume va ripulito, dragato, e scorrendo troppo vicino all’abitato, va deviato.
La leggenda narra che Frediano con un rastrello abbia tracciato il nuovo corso del Ser-chio, che miracolosamente segue la nuova direzione imposta. Ma è certo che i lucchesi abbiano lavorato per anni a scavare, portando alla fine il fiume un miglio circa più a nord, dove ancora scorre adesso, e nello stesso tempo abbiano creato una foce più larga a Mi-gliarino, per far scaricare a mare le piene senza pericolo.
Questa bonifica dovette veramente sembrare miracolosa dati i tempi, così dopo la morte di Frediano nel 588, verrà eretta una chiesa in suo onore ed a suo nome, nel luogo oltre le mura dove il fiume straripava. Qui verrà traslato il suo corpo, e il giorno festivo non è quel-lo del suo trapasso, 18 marzo, ma il 18 novembre, la traslazione delle sue reliquie. Ma forse è anche la ricorrenza dell’apertura del nuovo corso del Serchio ai suoi tempi.