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20 gennaio 2018

Intervista a H. C. Cicortaş. Mircea Eliade: una rivoluzione spirituale.

Ringraziamo il maestro Aurelio Porfiri per averci concesso la "prima" di questa intervista a Horia Corneliu Cicortaş, studioso di autori romeni come Mircea Eliade e Emil Cioran.

di Aurelio Porfiri
Un autore che ha avuto una influenza importante sulla cultura del XX secolo è lo storico delle religioni Mircea Eliade. Sono venuto a contatto con un suo interessantissimo libro, pubblicato dalle Edizioni Bietti (2013): Salazar e la rivoluzione in Portogallo, a cura di Horia Corneliu Cicortaş. In questo testo Eliade si chiedeva se era possibile una rivoluzione spirituale e lui vedeva questa possibilità compiersi nell'opera del cattolicissimo António de Oliveira Salazar, dittatore portoghese, la cui opera conobbe grazie al tempo da lui trascorso in Portogallo. C'è da dire che Eliade, il cui pensiero merita naturalmente un grande approfondimento ancora oggi.
Ho avuto il piacere di parlare di questo libro con il curatore dell'edizione italiana, Horia Corneliu Cicortaş, esperto di Eliade e di autori rumeni, attualmente attivo come insegnante di religioni dell'India presso il Centro per le Scienze Religiose di Trento.


Può dire, per chi non lo conosce, chi era Mircea Eliade e quale era la sua importanza?
Eliade è stato non solo uno dei più grandi storici delle religioni del ‘900, con contributi rilevanti e innovativi nell’approccio generale allo studio delle religioni, in particolare nello studio delle religioni orientali, dell’alchimia o dello sciamanesimo, ma anche un autore apprezzato di letteratura narrativa e diaristica .

Lei ha curato l’edizione italiana del libro di Eliade sul politico portoghese Salazar. Perché era importante ripubblicare questo testo?
In seguito alla pubblicazione del Diario portoghese di Eliade, dapprima in Spagna, poi in Romania, Italia e Stati Uniti, l’interesse per gli anni trascorsi dall’autore nel Paese lusitano (1941-1945) è aumentato. Negli anni in cui veniva preparata l’edizione romena di quel Diario, accompagnata da altri testi del periodo portoghese (saggi, articoli, corrispondenza di Eliade), Sorin Alexandrescu ha pubblicato un importante studio esegetico, intitolato Mircea Eliade, dinspre Portugalia (“Mircea Elaide, visto dal Portogallo”), che si concentra per l’appunto sull’opera e la biografia del nostro autore alla luce del decisivo periodo portoghese. È in quest’ottica che s’inserisce anche l’interesse rinnovato per il libro su Salazar, pubblicato nel 1942. Oltre ad essere ripubblicato in Romania, il libro è stato tradotto in portoghese e pubblicato nel Paese che lo aveva “occasionato”, nel 2011. Fu proprio nel 2011 che l’editore Bietti mi contattò chiedendomi di tradurre e curare il libro, per la nascente collana “l’Archeometro, dove è uscito nel novembre del 2013 .

La prima parte del libro si legge come un romanzo, quando Eliade ricostruisce le vicende politiche e sociali che hanno portato a Salazar. La seconda parte in cui parla di Salazar mi sembra più lenta. Condivide questa opinione?

Sì, ha ragione, è un’impressione che il lettore del libro ricava durante la lettura ed è stata sottolineata anche in alcuni studi critici. Pur volendo scrivere un libro su Salazar, Eliade si dimostra più a suo agio quando narra le complesse vicende storiche portoghesi che hanno preceduto l’ascesa del dittatore cattolico.

Leggendo il libro sembra che Eliade fosse entusiasta di Salazar. È così?
Probabilmente senza un tale entusiasmo iniziale non si sarebbe spinto a scrivere un libro sul leader lusitano a scapito di altri progetti più personali. Oltretutto Eliade non è mai stato un biografo, a parte alcuni “medaglioni” scritti fin da giovane come articoli. Nel suo caso, come ho cercato di mostrare nella mia postfazione al libro (“Lo specchio portoghese”), l’apologia di Salazar è da collegare al contesto politico romeno della fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta, oltreché all’entrata della Romania nella guerra contro l’Unione Sovietica. Eliade aveva scoperto nel Portogallo di Salazar una situazione politica che avrebbe sognato in Romania alla fine degli anni Trenta, e che ancora nei primi anni Quaranta si illudeva che potesse essere assunta dal maresciallo Ion Antonescu, eventualmente tramite la neutralità e il non impegno militare sul fronte sovietico. Tali auspici si sono dimostrati, invece, irrealistici. La Romania ha abbandonato la neutralità ed è stata costretta ad entrare in guerra accanto alle potenze dell’Asse contro l’Unione Sovietica (e, di conseguenza, contro le Potenze occidentali che nei decenni precedenti erano stati gli alleati tradizionali del Paese: la Gran Bretagna e soprattutto la Francia).

Perché Eliade ha voluto parlare di Salazar? Cito dal libro: "[Il libro] è nato da un dubbio e ha visto la luce per rispondere a una domanda che l’autore non si stanca di porsi da ormai dieci anni: è possibile una rivoluzione spirituale?" Quale risposta si è dato a questa domanda?
L’intenzione di scrivere un libro su Salazar, la stesura e infine la pubblicazione del libro costituiscono la risposta che Eliade fornisce a questa domanda. Se si sottraggono i dieci anni di cui parla Eliade all’anno in cui esce il libro, arriviamo al 1932, cioè il primo anno dopo il suo ritorno dall’India, dove aveva assistito ad un’altra “rivoluzione spirituale”, quella di Gandhi. E in Romania, la “rivoluzione spirituale” auspicata dal Movimento Legionario simpatizzato da Eliade è stata compromessa da ondate di violenze intestine, come nel Portogallo pre-salazariano.
 
Cito ancora dal libro un concetto riferito a Salazar: "solo un’autentica e fertile vita spirituale è in grado di garantire l’ordine politico, l’equilibrio sociale e il progresso economico". Malgrado questo bel concetto, sembra che Eliade, anni dopo aver scritto questo testo, abbia cambiato idea su Salazar...è così?

Eliade cambia inevitabilmente idea su Salazar, che resterà a lungo al potere, e si pentirà di aver perso tempo con quel libro, frutto forse di una esaltazione o di una speranza ingenua. L’esito della seconda guerra mondiale, con la Romania e i Paesi dell’Europa centro-orientale soggiogati dall’URSS, era tale da rendere obsoleto il modello salazariano.

C'è una espressione importante in Eliade, il mito dell'eterno ritorno. Può dirci di cosa parla questo mito?
Il titolo del libro Le mythe de l’éternel retour, uscito nel 1949, ha provocato degli equivoci. Il sottotitolo dell’edizione francese (Archétypes et répetition), e soprattutto dell’edizione in lingua inglese (Cosmos and History) sono più aderenti al contenuto di quest’importante saggio di Eliade. Esso può essere considerato il “manifesto” del pensiero filosofico dell’autore, il tentativo di una filosofia della storia costruita a partire da una visione ecumenica e cosmopolita, non più rinchiusa nella tradizione filosofica occidentale, ma rispettosa delle tradizioni culturali delle società arcaiche e orientali, in cui il cosmo e la storia sono valorizzati in modo differente. Non si tratta solo di una differenza fra una concezione lineare della temporalità (tipica della modernità occidentale post-illuminista) e una visione ciclica o ripetitiva, ma anche del modo differente in cui la storia – sacra o profana – è valorizzata all’interno dei singoli paradigmi culturali. Il contributo di Eliade è stato quello di mettere in evidenza la ricchezza e l’importanza culturali di questi paradigmi, che almeno in parte sono rinvenibili anche nella tradizione cristiana (per esempio, la temporalità di tipo ciclico nella liturgia; la valutazione degli eventi storici alla luce della storia sacra e così via), come anche nel folclore, nella magia e in altri settori “sommersi” della cultura moderna.

Qual è l'approccio di Eliade al sacro?

Per Eliade, da un lato, il sacro è una componente costitutiva della coscienza umana. Dall’altro, esso è un sinonimo del “reale”, ovvero di ciò che è ontologicamente significativo per l’homo religiosus. Per l’individuo moderno e secolarizzato, che non si riconosce più come elemento organico di una comunità – per esempio, come parte attiva nella tradizione religiosa dei suoi antenati –, il sacro è, eliadianamente parlando, una dimensione camuffata nel profano, che può essere scoperta attraverso un’azione di decodificazione. Tale decodificazione – che, dopo la “morte di Dio”, può essere operata tramite forme “laiche” di cultura (letteratura, musica, cinema o forme nuove di spiritualità) – dovrebbe essere in grado di permetterci di comprendere meglio noi stessi e il nostro destino individuale nel mondo.

Quanto è importante nella cultura rumena, la dimensione religiosa?
Dipende cosa intendiamo per dimensione religiosa. Il Paese è, oggi, alle prese con fenomeni di trasformazione sociale simili a quelli che avvengono in altri stati dell’Europa centro-orientali che sono usciti dalle dittature comuniste abbracciando la democrazia liberale e l’economia di mercato in generale, e il consumismo in particolare. Da un lato, le Chiese cristiane – quella ortodossa in primis, ma anche quella cattolica e le varie denominazioni cristiane evangeliche – hanno trovato una libertà che non avevano fino al 1989. Dall’altro, la religiosità individuale è cambiata molto, soprattutto nelle aree urbane ma ultimamente anche in quelle rurali, per via di una maggiore consapevolezza e di un confronto più critico con le tradizioni cristiane, che porta certi giovani a fare anche scelte “alternative” nella ricerca spirituale. Ovviamente, in Romania è ancora molto forte la presenza monastica, sia maschile che femminile, soprattutto in certe regioni del sud e dell’est del Paese, irradiando una certa attrattiva sui laici. Ma a livello generale, non mi sentirei di dire che nella società o nella cultura romena la dimensione religiosa sia più importante rispetto ad altri Paesi europei.

A parte questo libro, quali sono i suoi altri lavori e progetti su Mircea Eliade?

Dopo Salazar e la rivoluzione in Portogallo ho continuato a lavorare su altre opere di Eliade, traducendo tre degli ultimi racconti dello scrittore (Dayan, La mantella e All’ombra di un giglio), pubblicati in un volume all’interno della stessa collana L’archeometro, nel 2015. Nel 2016 ho pubblicato, per la stessa Bietti ma in una collana diversa, Tutto il teatro di Mircea Eliade, finora l’unica raccolta completa e corredata di apparati critici dei suoi scritti teatrali. Infine, all’inizio del 2017 ho pubblicato, per le Edizioni Mediterranee di Roma, la traduzione della tesi di dottorato del nostro autore (sostenuta nel 1933 a Bucarest), La psicologia della meditazione indiana. Ho curato anche una nuova edizione riveduta di Cosmologia e alchimia babilonesi, per la casa editrice Lindau di Torino, dove ho pubblicato anche un volume di aforismi di Cioran (2016) e, qualche mese fa, un inedito del discepolo di Eliade, Ioan Petru Culianu, Iocari serio. Scienza e arte nel pensiero del Rinascimento. Ho in mente di pubblicare altri studi e traduzioni di testi di Eliade, ma anche l’edizione romena del Teatro di Eliade, che dovrebbe diventare l’opera di riferimento per le successive traduzioni in altre lingue del mondo.

 

23 settembre 2014

Un dittatore cattolico: il professor Antonio de Oliveira Salazar

di Enrico Maria Romano
Pochi sanno che lo storico e fenomenologo delle religioni Mircea Eliade (1907-1986), visse in Portogallo durante gli anni delicati 1941-1945 e dedicò un eccellente saggio alla storia portoghese e al suo figlio più celebre, nella prima metà del XX secolo (cf. Mircea Eliade, Salazar e la rivoluzione in Portogallo, Bietti, Milano 2013 [prima ed. 1942], pp. 320, € 24).
Si tratta di un saggio storico-critico, documentato e interessante, che ricostruisce l’intricata storia portoghese, specie a livelli socio-politico, praticamente dal ‘700 al ‘900, mostrando la peculiarità della cultura politica lusitana e restituendo, dopo anni di damnatio memoriae, la meritata fama ad uno dei più grandi politici cattolici del XX secolo.
Tutto il libro di Eliade denota la scientificità e la serietà dello storico rumeno, e l’interesse che egli nutrì per le vicende politiche europee. I suoi giudizi appaiono equilibrati e condivisibili, e vogliamo dirlo fin da subito, specie ai giovani ventenni di oggi: si tratta di un testo non solo per specialisti o appassionati di una nazione tutto sommato ‘periferica’, ma di un libro attualissimo in ordine alla formazione politica del militante cattolico italiano di oggi.
Cercherò in una breve presentazione del testo di citare alcuni dei suoi passaggi più significativi, desiderando ardentemente favorire l’acquisto e lo studio della dottrina sociale salazariana che contiene, la quale coincide, salvo particolari elementi legati al tempo e al luogo, con “la dottrina sociale del cattolicesimo moderno” (p. 241). Specie quella delle encicliche pontificie, dalla Rerum novarum (Leone XII) alla Quadragesimo anno (Pio XI).

Non abbiamo lo spazio per ripercorrere la storia portoghese descritta nel libro, e neppure la parabola ascensionale del Salazar: nato in una famiglia modesta nel 1889, seminarista per 8 anni, studente di giurisprudenza e poi docente universitario di Economia a Coimbra, giornalista, politico, ministro delle Finanze, capo del Governo, dittatore. Basti questo schizzo sul fanciullo per cogliere una personalità d’eccezione: “Tutte le informazioni biografiche a nostra disposizione parlano d’un bambino modello, dotato di quelle virtù tanto più antipatiche quanto più precoci, come mitezza e temperanza – è il figlio ideale e l’amico esemplare” (p. 128). E tale resterà sempre: un esempio di integrità morale senza falla e senza infingimenti. Da parte nostra, vorremmo, attraverso citazioni salienti, ricostruire un’atmosfera spirituale, quale quella in cui visse un grande uomo, un vero intellettuale, che scelse di vivere come un monaco nel mondo, facendosi servitore di Dio e del suo popolo, senza demagogia e senza esibizionismi, tutto dedito alla causa della sua rivoluzione: una rivoluzione spirituale, e quindi, logicamente, anche politica.
Mircea Eliade fin dall’introduzione chiarisce il senso della sua ricerca, attraverso alcune domande: “E’ storicamente realizzabile una rivoluzione che abbia come protagonisti uomini che credono, anzitutto, nel primato dello spirituale?” (p. 11). Inoltre, “Come è stato possibile arrivare a una forma cristiana di totalitarismo, in cui lo Stato non confisca la vita di coloro che lo costituiscono ma fa sì che la persona umana (la persona – non l’individuo) conservi tutti i suoi diritti naturali?” (pp. 11-12). La risposta, che Eliade anticipa fin dall’introduzione sembra meramente sentimentale ma non lo è: “Lo Stato salazariano, cristiano e totalitario, si fonda prima di tutto sull’amore”; è una “comunità organica fondata sull’amore”. “L’intera concezione sociale e statale di Salazar si fonda sulla famiglia e, in quanto tale, sull’amore. Le corporazioni, le municipalità e la nazione non sono altro che forme più elaborate di quella stessa famiglia portoghese” (pp. 12-13).
Fin da piccolo ha conosciuto “la gloriosa servitù del contadino” (p. 128), ma non ne ha tratto pretesti per una lotta tra classi, ma per una stima lucida sull’importanza dell’agricoltura e della vita di campagna, contro l’urbanizzazione e l’iper-industrialismo novecentesco.
Da giovane studente si pone un problema che per lui sarà di vitale importanza: l’educazione della gioventù, cosa ben diversa però dalla laurea per tutti o l’alfabetizzazione coatta delle campagne. “L’educazione, scrive, è la formazione dell’individuo, ovvero lo sviluppo integrale e armonico di tutte le sue facoltà. L’uomo ha un’intelligenza, che va guidata dalla verità; ha una volontà, che va indirizzata al bene; ha uno scopo, che deve essere vigoroso e sano… A poco serve la scienza, se non aiuta l’uomo a diventare migliore…” (pp. 137-138).
Come universitario, “amava soprattutto il silenzio delle biblioteche e la solennità della Città universitaria, le passeggiate solitarie, nei parchi e nelle valli, dove poteva continuare in stato di quiete le conversazioni con se stesso; amava il cielo calmo, i paesaggi luminosi (…): il raccoglimento per le cose che durano – la Chiesa, la stirpe, l’opera del pensiero” (p. 144). Come ministro delle finanze porterà nel 1913 al pareggio del bilancio, e poi ad un miglioramento completo dell’economia che rasentava il collasso. Ma “a nulla sarebbe valso un pareggiamento [del bilancio] se la gente avesse continuato a credere nei vecchi miti liberali di ricchezza, produzione, individuo” (p. 211).
Nel 1922 tenne al Congresso cattolico di Lisbona una relazione sui principi della sua azione politica in cui ribadisce di non voler a tutti i costi la monarchia o il ripristino delle dinastie tradizionali, ma di voler una società coesa, sana e cristianamente ispirata. La forma dello Stato, monarchica e repubblicana, è questione accidentale e storica, necessario è che ci si fondi sui veri principi, cioè Dio e il bene comune della patria. Rifiuterà sempre, con grande coerenza, il marxismo e il liberalismo, il socialismo e il capitalismo, il consumismo e il nichilismo, in nome della vita semplice, familiare, popolare e cristiana, conforme alla secolare tradizione lusitana.
Nel 1930 parlerà dei Principi fondamentali della rivoluzione politica. Tra essi, il cardine è la tutela della famiglia, la quale, contro l’individuo esaltato “dal liberalismo politico del XIX secolo”, è la vera “cellula sociale irriducibile, nucleo originario del villaggio, della città e quindi della nazione” (p. 223). “Vogliamo costruire lo Stato sociale e corporativo in stretta corrispondenza con la costituzione naturale della società. Le famiglie, i villaggi, le città e le corporazioni nella quali si trovano tutti i cittadini, con le loro libertà giuridiche fondamentali, sono organismi costitutivi della nazione e, in quanto tali, devono intervenire direttamente nella formazione dei corpi supremi dello Stato” (p. 223).
Secondo il dittatore, “solo un’autentica e fertile vita spirituale è in grado di garantire l’ordine politico, l’equilibrio sociale e il progresso economico” : parole tutte da meditare e da affiancare a queste non meno attuali: “E’ la crisi morale, prima ancora di quella materiale, a rendere infelice il mondo” (pp. 229-230).

Visse e morì povero e semplice, conducendo un’esistenza fuori dal comune, in cui però le sue ricchezze principali furono i suoi ideali: “Dio, il primato dello spirito, il Portogallo e la famiglia” (p. 232). Amico intimo del cardinale arcivescovo di Lisbona (con cui visse da studente) e di suor Lucia di Fatima (la quale lo stimava molto), non ostentò mai la sua profonda religiosità, ma si servì della dottrina cattolica e delle massime del Vangelo per essere un buon servitore dei cittadini, specie dei poveri, dei semplici e dei marginali.
Insegna a tutti noi che è sempre possibile, malgrado l’odio e la potenza dei nemici, “la passione calma di compiere il proprio dovere, vivere verticalmente, accettare con serenità il proprio destino, senza chiedere ricompense” (p. 237)
“Salazar ha tentato di salvare il Portogallo attraverso una rivoluzione cristiana, vale a dire attraverso una rivoluzione che partisse dalle cose piccole e ben fatte – e ci è riuscito” (p. 14).
Resta uno dei politici più puri, più coerenti e più dignitosi del XX secolo.
 

08 dicembre 2013

La Madonna, Regina della Controrivoluzione

di Federico Catani 

Gaude Maria Virgo, cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo. Rallegrati, Vergine Maria: tu solo hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero. Questo si leggeva, sino al Concilio Vaticano II, nel Breviarium RomanumLa Madonna era celebrata come debellatrice di ogni errore dottrinale, come custode e garante indiscussa della Fede cattolica. 

Poi certi termini sono caduti in disuso, ritenuti ormai superati e poco adatti al mondo contemporaneo. E negli ultimi decenni la Madonna è diventata semplicemente Maria, l’umile ragazza di Nazareth, più o meno illibata, servizievole, buona moglie e madre di famiglia e niente più. È il mito della “ferialità” della Vergine Santissima. Sia chiaro, la Madonna è stata anche tutto questo, ma non può assolutamente essere ridotta a ciò. Secoli e secoli di Teologia cristiana hanno fatto sì che davvero de Maria numquam satis, con buona pace dei modernisti. Di Maria Santissima non diremo mai abbastanza. Di qui i dogmi e i privilegi mariani riconosciuti dalla Chiesa nel corso della storia: la Verginità perpetua, la Maternità divina, l’Immacolata concezione, l’Assunzione, senza dimenticare la proclamazione della sua Regalità e in attesa del riconoscimento dogmatico di Maria come Mediatrice di tutte le grazie e Corredentrice. 

La Madonna, già nel protovangelo (cf. Gen 3,15) ha visto delineata la missione affidatagli da Dio. Ipsa conteret caput tuum: è Maria Santissima che, cooperando all’opera della Redenzione in maniera tutta speciale, schiaccia il capo dell’infernale nemico. Proprio Lei assicura la vittoria sul demonio ad ogni singolo cristiano che le è devoto e alla Chiesa, di cui è Madre. La storia lo dimostra in modo inequivocabile. E testimonia pure come gli interventi della Madonna siano stati tutt’altro che feriali e dimessi. Anzi, potremmo dire, forse banalizzando un po’, che Nostra Signora è stata, è e sarà sempre tutt’altro che politicamente corretta. Basti prendere ad esempio alcuni episodi.

Chi ha assicurato la vittoria della Cristianità sul nemico islamico che minacciava di invadere l’Europa e persino la Basilica di San Pietro? A Lepanto (1571), così come a Vienna (1683), è stata proprio la Madonna a proteggere e guidare l’esercito cristiano. I Papi delle due battaglie hanno visto il suo materno intervento nelle vittorie conseguite. Infatti, dopo Lepanto san Pio V istituì la festa della Madonna del Rosario (la vittoria era stata ottenuta con questa potentissima ed efficacissima preghiera) e inserì nelle litanie lauretane l’invocazione Auxilium christianorum, ora pro nobis; dopo Vienna, invece, il beato Innocenzo XI riconobbe l’intervento della Madonna e istituì la festa del Santissimo Nome di Maria, che tanto era stato invocato dai buoni soldati cristiani. A quanto pare, dunque, la Vergine Maria non gradisce l’islamizzazione europea e non si è mai mostrata favorevole, ovviamente facendo la volontà del Figlio suo, verso il dialogo interreligioso così come lo si intende oggi. Che debba essere accusata di islamofobia e intolleranza?

Poi vi sono altri eventi. Forse non tutti conoscono uno splendido intervento mariano nella Guerra dei Trent’anni, che vide opporsi cattolici e protestanti. Nel 1620, l’esercito cattolico ottenne una vittoria epocale nella battaglia della Montagna Bianca. In questo modo, il dilagare della rivoluzione protestante venne frenato. Il successo si ebbe grazie ad una tavoletta raffigurante la Madonna e trovata in Boemia da un padre carmelitano scalzo. Dopo essere stata portata in trionfo in tutta Europa, oggi questa immaginetta si trova a Roma, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria. Anche questo fatto, che i modernisti evitano di ricordare, sta con ogni evidenza a sottolineare che la Madonna non è ecumenica. E forse proprio per questo oggi verrebbe scomunicata. Così come verrebbe seriamente redarguita da certe autorità ecclesiastiche per quel che si è permessa di fare con Alfonso Ratisbonne, il 20 gennaio 1842. Mentre visitava la chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, a Roma, il Ratisbonne, che era ebreo, ebbe la visione della Madonna, che in pratica lo portò a convertirsi al Cattolicesimo e addirittura a farsi sacerdote. La Madre di Dio ha quindi confermato che solo in Cristo c’è Salvezza e che pertanto anche gli ebrei devono convertirsi a Lui. La comunità ebraica di oggi griderebbe allo scandalo, purtroppo insieme a molti cattolici, e sosterrebbe che la Vergine Maria è antigiudaica e, forse, persino un po’ antisemita. Non bisogna poi dimenticare i miracoli mariani avvenuti durante l’invasione giacobina dell’Italia alla fine del Settecento. Numerosi dipinti della Madonna, anche davanti allo stesso Napoleone, girarono gli occhi e piansero. La Vergine dunque non era contenta della Rivoluzione francese, né degli ideali da essa scaturiti. Una Madonna rivelatasi antimoderna, quindi, e contro quei presunti “diritti” dell’uomo voluti dalla massoneria…

Prima di queste vicende, ce n’è anche un’altra che merita di essere menzionata: l’apparizione della Madonna di Guadalupe, in Messico, nel 1531, quindi nell’epoca dei conquistadores spagnoli. La Vergine apparve ad un azteco convertito al Cristianesimo, san Juan Diego. Anche qui non si può non intravedere la benedizione che la Madonna diede all’opera di evangelizzazione delle Americhe portata avanti soprattutto dalla Spagna. Eppure oggi c’è chi ancora parla di imposizione della Fede con la forza, di colonialismo becero e quant’altro. Come in tutte le opere umane, ci sono luci e ombre. Ma l’aver condotto a Cristo un intero Continente è stato davvero un capolavoro della grazia divina, confermato, per l’appunto, dall’apparizione mariana tanto cara ai messicani e non solo. 

Infine, ma l’elenco sarebbe ancora molto lungo, non si può non parlare di Fatima. Innanzi tutto perché a Fatima, nel 1917, la Madonna ha messo in guardia l’umanità dal comunismo, con buona pace di quei tanti cattolici che, ieri come oggi, cercano un dialogo con le forze di sinistra. In secondo luogo perché proprio a Fatima la Vergine, oltre a esortare alla penitenza per la conversione dei peccatori (altro concetto risibile per i modernisti), ha profetizzato la crisi di fede che sarebbe avvenuta nella Chiesa e di cui siamo oggi testimoni diretti. Accanto a questo ha promesso il Trionfo del suo Cuore Immacolato. Un Trionfo che, si deve pensare, non sarà solo nei cuori dei suoi devoti, ma anche su tutta la società. Un Trionfo che porterà finalmente al cosiddetto Regno di Maria, un regno in cui la regalità sociale di Cristo sarà pienamente attuata, sempre con buona pace di chi ora straparla di laicità positiva e di libertà religiosa.  

D’altronde, alcuni prodromi li si è visti, per un po’, nelle vicende politiche del Portogallo. Nel 1931, dopo un periodo di grande caos e anticlericalismo diffuso, l’episcopato portoghese, rispondendo all’invito della Vergine, consacrò la Nazione al suo Cuore Immacolato. E il Portogallo non solo fu preservato dalle guerre, ma nel 1932 vide diventare capo del governo il prof. Antonio de Oliveira Salazar, fervente cattolico e amico intimo sia del patriarca di Lisbona, il cardinal Cerejeira, sia di suor Lucia, la veggente superstite di Fatima. Con Salazar si ebbe un ritorno all’ordine sociale cattolico, lo Stato tornò ad avere ottimi rapporti con la Chiesa, aumentò il numero di matrimoni religiosi e crebbero le vocazioni. Tra l’altro, fatto che farà storcere il naso a molti, la stessa suor Lucia ebbe da Dio l’incarico di esortare i vescovi portoghesi a sostenere Salazar alle elezioni del 1945. Pur rilevando alcuni limiti, la Veggente fece sapere che «Salazar è la persona che Dio ha scelto per continuare a governare la nostra patria, è a lui che saranno accordate la luce e la grazia per condurre il nostro popolo per le strade della pace e della prosperità». Dal che si evince l’approvazione dall’Alto, almeno relativa, di un governo di destra corporativa, certo non corrispondente ai canoni democratici prevalenti. E Salazar si recava a visitare suor Lucia, le telefonava e implorava le sue preghiere quando si trovava schiacciato da pesanti preoccupazioni.

Che aggiungere dopo questo breve excursus? Come scriveva Plinio Corrêa de Oliveira, Maria è «la patrona di quanti lottano contro la Rivoluzione. La mediazione universale e onnipotente della Madre di Dio è la più grande ragione di speranza dei contro-rivoluzionari. E a Fatima Ella ha già dato loro la certezza della vittoria». Dovremo passare attraverso i castighi, ma alla fine il Cuore Immacolato di Maria trionferà. E per diventare davvero i soldati e gli apostoli della guerra contro satana, affrettando così la preannunciata primavera, dobbiamo consacrarci alla Madonna, farci suoi schiavi, diventare suoi cavalieri. Cor Jesu, adveniat Regnum tuum! Adveniat per Mariam!

(da "Il Settimanale di Padre Pio", numero 23 del 9 giugno 2013)