Il Natale mondano ci assale con le sue manifestazioni più o meno sfavillanti, di una festa di cui non si sa bene se e che cosa festeggi. Si avverte perciò anche un diffuso senso di insofferenza nei suoi confronti, di chi invece di sentirsi coinvolto nella festività ne ricava un senso di fastidio, e non appena lo sfavillio comincia non vede l’ora che sia finito. Triste destino di una società che ufficialmente dichiara di non credere a niente, ma mantiene le apparenze festive di quando si credeva che fosse avvenuto qualcosa da festeggiare. Per cui anche chi ne è ancora convinto rischia di essere investito dallo stesso fastidio. Ma no, io dico, non facciamoci toccare dalle fastidiose apparenze, e riempiamo il loro vuoto della certezza che sì, qualcosa è accaduto e noi lo celebriamo.
Che cosa celebriamo? Il divin bambinello! Puer natus est nobis (come piace dire a un mio giovane amico, amante delle citazioni latine). Oh beh, ci è nato un bambino, e con questo?, bambini nascono dappertutto, ogni minuto di ogni giorno mese anno. Li festeggiamo – quando lo facciamo! – perché rappresentano il rinnovamento della vita (in greco zoē), ma sappiamo anche che la loro vita (in greco bios) è destinata a subire il destino comune di tutti gli uomini: crescere, raggiungere la maturità e poi declinare, sino alla inevitabile fine. Che cosa c’era di speciale dunque in questo bambino chiamato Gesù?
Niente, rispondono gli scettici d’ogni maniera: non è nemmeno esistito, dicono alcuni, è tutta un’invenzione; per altri è esistito, nato come tutti gli uomini, e a seconda delle preferenze un esaltato, un illuso, un grande maestro di morale, ma in ogni caso un fallito morto di morte violenta, che i suoi discepoli per consolarsi hanno proiettato nell’eterno. Il bello, si fa per dire, è che lo scetticismo serpeggia innanzitutto tra gli esegeti biblici, quelli che hanno fatto dello studio filologico della Bibbia (in particolare per quel che riguarda Gesù il Nuovo Testamento) una professione. Saltiamo, si sono detti, venti secoli di tradizione e volgiamoci ai testi, ciò che essi hanno voluto dire su un uomo chiamato Gesù, e vediamo quindi che cosa possiamo intuire tramite essi della sua reale figura. Che questo potesse essere quel che attestano i primi balbettanti inizi della la tradizione, viene escluso in maniera quasi assiomatica, poiché gli esegeti non condividono più il senso del mondo della Chiesa nascente. In mano a loro Gesù si dissolve, e la sua nascita, che a Natale dovremmo celebrare, si perde nelle nebbie della leggenda.
Eppure in Europa abbiamo in base al Natale diviso la storia in “avanti Cristo” e “dopo Cristo”, affermazione di una differenza senza la quale nemmeno le sue odierne negazioni sarebbero concepibili. Dobbiamo però, per comprendere questa differenza, invertire l’atteggiamento degli esegeti biblici, nella misura in cui hanno risentito del programma di demitologizzazione a suo tempo enunciato da Rudolf Bultman, enunciando un programma opposto di remitologizzazione. Quello che intendo è che dobbiamo riconoscere la verità leggendaria dei miti, che cioè essi avevano prima di Cristo una capacità di rendere conto del mondo superiore a quella che diventa corrente quando dopo Cristo la differenza che egli ha fatto viene disconosciuta e negata.
In breve, quel che accade a Natale viene detto all’inizio del Vangelo di Giovanni, dove annuncia che il Logos, che «era presso Dio, ed era Dio», «si è fatto carne». Nasce un puer destinato a instaurare una nuova era del mondo, un’era di giustizia e di pace: troviamo un simile annuncio, poco prima della nascita di Gesù Cristo, nella quarta ecloga di Virgilio, che fu vista perciò in epoca cristiana come una profezia pagana dell’avvento di Cristo stesso. Ma la profezia pagana è in effetti in tutti i miti della “rivoluzione” cosmica, di cui Virgilio è l’eco romana, che si compirebbe con la nascita di un re che segna un nuovo inizio del mondo. Un simile segno di restaurazione del regno è promesso nella Bibbia in Isaia (7, 14), dove dice: «Ecco: la vergine (letteralmente la “ragazza”, la cui verginità era data per scontata) concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele (Dio con noi).» Quella che era promessa in Isaia diventa realtà nell’annunciazione dell’angelo a Maria: «Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù (Dio salva). Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo.» (Luca, 1, 31-32)
Il puer che ci nasce a Natale è destinato con quello che di lui narreranno i Vangeli a trasportarci nella vita di Dio stesso: così l’annuncio evangelico fu inteso all’inizio, e ogni sua diversa lettura è solo frutto dell’immaginazione, pura speculazione dell’esegeta.
Il progetto che di contro alla demitologizzazione esegetica ho chiamato di remitologizzazione mira dunque ad illustrare, nei limiti del possibile, il senso dell’incarnazione del Logos divino. Nascere nella “carne” vuol dire, come per qualunque bambino, essere mortale. Ma quel bambino nato a Betlemme mostrerà da grande che la morte non è l’ultima parola: attuerà nella sua carne i rituali di morte e rinascita ovunque attestati, ed alla sua morte effettiva seguirà la sua effettiva resurrezione.
Di essa Joseph Ratzinger-Benedetto XVI dice, nel capitolo finale del secondo volume del suo Gesù di Nazaret: «nella resurrezione è avvenuto un salto ontologico che tocca l’essere come tale, è stata inaugurata una dimensione che ci interessa tutti e che ha creato per tutti un nuovo ambito della vita, dell’essere con Dio.» Ma questo “salto ontologico” si era già realizzato, per quanto nascostamente, nella nascita verginale, in una donna che preserva, pur diventando madre, la piena potenza della vergine: preservazione umanamente impossibile, e quindi manifestazione in lei di una potenza divina. Avviene perciò in lei, dice ancora Joseph Ratzinger-Benedetto XVI in L’infanzia di Gesù, «un nuovo inizio, ricomincia in modo nuovo l’essere persona umana».
Con Cristo, di cui si celebra la nascita a Natale, l’idealità dei discorsi degli uomini, con cui essi si rendono conto del mondo in cui vivono, diventa pienamente realtà (il “salto ontologico”) in un uomo che tutta la incorpora. Dopo Cristo si è quindi pervenuti a riguardare ogni uomo, nella sua pura e semplice corporeità, come persona giuridicamente tutelata dal diritto. E questo rimane anche quando Cristo viene negato; ma allora l’idealità precristiana appare tutta risolta nel minimo comune denominatore della corporeità, come nella concezione odierna che non vuol conoscere altro che individui umanamente indifferenziati, sempre però tentati dalla riaffermazione di ingiuste differenze. Inconcepibile prima di Cristo. Ciò dà in negativo il senso della permanente centralità della celebrazione natalizia: celebrazione di quel bambino la cui nascita fa sempre la differenza nella storia che viviamo e raccontiamo. Assimilandoci a Cristo, rinascendo con lui, ci rendiamo conto di noi stessi come persone che rappresentano nel proprio essere corporeo l’idealità di un gioco amoroso, reciproca dedizione che ci rende partecipi della vita stessa di Dio.

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